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mercoledì 29 gennaio 2014

Pillole: Dani Rodrik, la prima globalizzazione ed il Gold Standard


Nel libro di Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente, è contenuta un’analisi non convenzionale della “prima globalizzazione” che vale la pena leggere più attentamente: nel secolo che precede il 1914 la crescita del commercio mondiale ha avuto un ritmo del 4% annuale (circa quattro volte più grande di quello dei due secoli precedenti). Secondo le spiegazioni correnti nel corso di tale periodo sono avvenuti tre importanti cambiamenti:
“Innanzitutto, le nuove tecnologie sotto forma di navi a vapore, linee ferroviarie, aperture di canali e soprattutto il telegrafo, che hanno rivoluzionato il trasporto e la comunicazione internazionale oltre ad aver enormemente ridotto a partire dai primi anni del diciannovesimo secolo i costi del commercio. In secondo luogo, l’esposizione dell’attività economica è stata modificata da quando le idee formulate dagli economisti fautori del libero mercato come Adam Smith e David Ricardo ricevettero infine le prime adesioni.”
Il terzo fattore è monetario: “finalmente, a partire dagli anni ottanta del diciannovesimo secolo in poi, grazie all’adozione assai diffusa del gold standard, i capitali poterono infine spostarsi a livello internazionale senza il timore di variazioni arbitrarie apportate al sistema valutario o d’altri singulti nervosi del sistema finanziario”. (R., p. 27)

Ma ci sono altre due “istituzioni” essenziali: la prima era la già citata convergenza ideologica, la seconda era ovviamente l’imperialismo. “L’imperialismo, di genere sia tradizionale sia informale era un meccanismo finalizzato ad imporre regole a favore del commercio, un tipo di <imposizione da parte di terzi>, con i governi dei paesi industrializzati che svolgevano la funzione di imposizione.”

La convergenza sul liberismo predominò culturalmente per tutto il diciannovesimo secolo, anche se il libero scambio in effetti fu realmente praticato solo dall’unica nazione che ne aveva certi vantaggi (quella egemone del secolo e con più cannoniere: l’Inghilterra). Infatti, gli Stati Uniti se ne allontanarono a partire dalla guerra civile e restarono protezionisti per tutto il secolo, e anche le potenze europee furono veramente liberiste solo nel decennio 1860-70 (il 1870 è l’anno di una grave crisi). Volendo tracciare una breve storia la data chiave è il 1846; durante quell’anno l’Inghilterra, non senza un’aspra controversia, mise al bando le <Leggi sul grano> che erano state vigenti sin dalle Guerre Napoleoniche. Lo scontro fu tra i possidenti terrieri, che chiedevano protezioni elevate per tenere alti i prezzi e proteggere i loro redditi, e gli industriali (il potere sociale crescente) ne chiedevano l’abolizione, per ridurre il costo della vita (in tal modo potendo abbassare i salari come sottolineò anche Marx). Lo scontro aveva una posta importante: chi avrebbe governato i destini della nazione? Prevalsero gli industriali.
L’estensione di tale liberalizzazione agli altri paesi prese la forma di accordi bilaterali (come quello con la Francia che riduceva le barriere doganali al vino). Tra l’altro il Trattato Cobden-Chevalier (1860) introdusse la clausola di <nazione più favorita> (che automaticamente abbassava la tariffa doganale al livello più basso praticato).

Rodrik evidenzia come “le politiche commerciali, dal momento che implicano conseguenze rilevanti per quanto riguarda la distribuzione dei redditi, rimangono incagliate in scenari della politica assai più ampi.” (R. p.31) Ad esempio, gli Stati Uniti avevano prima della guerra di secessione due economie molto diverse: il sud aveva bisogno di libero commercio, perché produceva tabacco e cotone che doveva esportare; il nord stava costruendo la sua base industriale, che però poteva subire la concorrenza della più forte Inghilterra. Abraham Lincoln nel 1861 aumento tariffe doganali e protezioni commerciali sino al 45%, e restarono tali sino alla prima guerra mondiale. Nel frattempo l’industria protetta americana era diventata la prima del mondo (“che sia o meno una coincidenza ancora se ne discute”).

La conseguenza che Rodrik trae da questi esempi è che “il liberismo può rappresentare una forza regressiva o di progresso secondo il posto che un paese occupa nell’economia mondiale e secondo il modo in cui le politiche commerciali vengono adeguate alle proprie divisioni a livello sociale e politico.”

La svolta fu provocata dalla dura recessione del 1870 (in particolare incentrata sull’agricoltura) causata dai flussi di cereali dall’America che provocarono il crollo dei prezzi (e la scomparsa della fame), che portò tutti i produttori a chiedere a gran voce protezione. In alcuni paesi, come la Germania di Bismarck, questa richiesta si saldò con quella di industriali esposti alla concorrenza inglese (e anche americana), e portò all’”alleanza del segale col ferro” che portò a bruschi rialzi delle tariffe doganali. Prese piede una tendenza che arrivò intatta sino alla guerra.
Solo l’Inghilterra di Gladstone, non seguì l’esempio, perché non era nel suo interesse data la forte eccedenza commerciale (almeno questo pensava).

Negli altri paesi (in Asia in particolar modo) ci pensarono invece le cannoniere. Come ha scritto Niall Ferguson “se analizziamo i secoli della storia, nessuna organizzazione ha fatto di più per incentivare il libero movimento di merci, capitali e forza lavoro di quanto fece l’impero britannico nel secolo diciannovesimo e agli inizi del ventesimo”. Si parla chiaramente dei Trattati (1838 con la Turchia; 1854 del Commodoro Perry col Giappone), e delle guerre locali (1839-42, con la Cina nella <guerra dell’oppio>), etc…

L’altro fattore, come abbiamo visto è il sistema monetario del Gold Standard; esso è in effetti espressione della stessa “procedura imperialista”. Si trattava di un sistema semplice, nel quale ogni moneta era agganciata ad un certo valore in oro (la sterlina 113 grani, il dollaro 23,22, etc.). La Banca Centrale quindi, a semplice richiesta, doveva cambiare in oro la moneta. Dunque i tassi di cambio tra le monete erano fissi.
La stabilità era, conseguentemente, l’unico obiettivo delle Banche Centrali (senza distrazioni come “il pieno impiego o la crescita dell’economia”), che del resto erano private. Si trattava in effetti di un ristretto circolo di finanzieri con fortissime affinità di “club” internazionale. Comunque anche da questo punto di vista il 1870 è un momento di svolta. Dopo questa data, una carenza di disponibilità di oro provocò una deflazione dei prezzi che mise a dura prova il sistema (e la pazienza degli agricoltori, come abbia mo visto). Nel 1896 William Jennings Bryan disse alla Convenzione Nazionale Democratica <non riuscirete a crocifiggere l’umanità su una croce d’oro>. Solo la scoperta delle  miniere sudafricane, a partire dal 1886, alleviarono progressivamente la tensione.
Nel contesto del Gold Standard, con il suo cambio fisso, “il problema più preoccupante era il modo in cui garantire che gli enti sovrani, e tra questi i mutuatari, rimborsassero i propri debiti” (non so se suona familiare).
L’assenza di un tribunale internazionale, davanti al quale far valere il credito, rendeva unica sanzione il discredito, con conseguente mancato accesso ai mercati per qualche tempo. Ma si tratta di una sanzione debole. La conseguenza è che il credito tra paesi era ostacolato da questa mancanza di fiducia.
La soluzione, con paesi come l’India o la Turchia ottomana erano ancora le cannoniere. Nel 1875 furono usate con il sultano che fu costretto ad accettare l’istituzione di una Agenzia extraterritoriale che gestiva i tributi e rimborsava i debiti. Nel 1882 si arrivò all’intervento militare diretto in Egitto (c’è anche un bel film). Nel 1905 lo fecero gli Stati Uniti a Santo Domingo per lo stesso motivo.
In definitiva, per Rodrik, “il Gold Standard e la globalizzazione finanziaria poterono funzionare unicamente nel quadro della politica del libero scambio, e grazie ad una combinazione singolare di politiche interne, sistemi di pensiero ed esecuzione forzata imposta da terzi.”
Un insieme instabile, che entrò in crisi finale negli anni trenta del novecento insieme alla politica di massa (e la caduta dell’imperialismo). La ragione tecnica fu la difficoltà a riassorbire l’inflazione di guerra e si manifestò nella posizione intransigente (condotta per lo più con motivi morali e di prevenzione del “rischio morale” che ci dovrebbero, anche qui, suonare familiari) dei Banchieri Centrali Inglesi. Winston Churchill acconsentì a ripristinare la parità ante guerra, contro il parere degli economisti del suo Ministero, e il risultato fu una inflazione al 20% e tassi alti per evitare il deflusso dell’oro. Un disastro insostenibile che durò fino al 1931. Dopo di allora lasciarono la parità all’oro gli Stati Uniti nel 1933 e la Francia nel 1936.
La ragione dell’insostenibilità del Gold Standard, come mostra Keynes nella Teoria Generale dell’Occupazione, dell’interesse e della moneta, è che con il cambio fisso bisognava avere mercati del lavoro flessibili. Quando le industrie non erano più competitive, non potendo agire sulla moneta (cioè non potendo la legge della domanda ed offerta alterare la moneta) la disoccupazione operava sui salari e gli altri fattori di costo tramite la deflazione interna. Ma questa soluzione funziona solo nel mondo ovattato della matematica, non in quello dei pasti a tavola.
Anche i mercati finanziari, appena percepirono che c’era la possibilità che lo Standard potesse essere abbandonato si scatenarono nella speculazione vendendo la moneta nazionale e spostando i capitali fuori del paese. Una scommessa facile (se non si svaluta rientrano, se si svaluta guadagnano. <Testa vinco io, croce perdi tu>).

Dunque la politica (con i lavoratori che, ormai, votavano) si mise di traverso. La democrazia si era rivelata incompatibile con il cambio fisso.


Una lezione che stiamo provvedendo ad imparare di nuovo.

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