Nel libro di
Dani Rodrik, La
globalizzazione intelligente, è contenuta un’analisi non convenzionale
della “prima globalizzazione” che vale la pena leggere più attentamente: nel
secolo che precede il 1914 la crescita del commercio mondiale ha avuto un ritmo
del 4% annuale (circa quattro volte più grande di quello dei due secoli
precedenti). Secondo le spiegazioni correnti nel corso di tale periodo sono
avvenuti tre importanti cambiamenti:
“Innanzitutto,
le nuove tecnologie sotto forma di navi a vapore, linee ferroviarie, aperture
di canali e soprattutto il telegrafo, che hanno rivoluzionato il trasporto e la
comunicazione internazionale oltre ad aver enormemente ridotto a partire dai
primi anni del diciannovesimo secolo i costi del commercio. In secondo luogo,
l’esposizione dell’attività economica è stata modificata da quando le idee
formulate dagli economisti fautori del libero mercato come Adam Smith e David
Ricardo ricevettero infine le prime adesioni.”
Il terzo fattore
è monetario: “finalmente, a partire dagli anni ottanta del diciannovesimo
secolo in poi, grazie all’adozione assai diffusa del gold standard, i capitali poterono infine spostarsi a livello
internazionale senza il timore di variazioni arbitrarie apportate al sistema
valutario o d’altri singulti nervosi del sistema finanziario”. (R., p. 27)
Ma ci sono altre
due “istituzioni” essenziali: la prima era la già citata convergenza
ideologica, la seconda era ovviamente l’imperialismo.
“L’imperialismo, di genere sia tradizionale sia informale era un meccanismo
finalizzato ad imporre regole a favore del commercio, un tipo di
<imposizione da parte di terzi>, con i governi dei paesi industrializzati
che svolgevano la funzione di imposizione.”
La convergenza
sul liberismo predominò culturalmente per tutto il diciannovesimo secolo, anche
se il libero scambio in effetti fu realmente praticato solo dall’unica nazione
che ne aveva certi vantaggi (quella egemone del secolo e con più cannoniere:
l’Inghilterra). Infatti, gli Stati Uniti se ne allontanarono a partire dalla
guerra civile e restarono protezionisti per tutto il secolo, e anche le potenze
europee furono veramente liberiste solo nel decennio 1860-70 (il 1870 è l’anno
di una grave crisi). Volendo tracciare una breve storia la data chiave è il
1846; durante quell’anno l’Inghilterra, non senza un’aspra controversia, mise
al bando le <Leggi sul grano> che erano state vigenti sin dalle Guerre
Napoleoniche. Lo scontro fu tra i possidenti terrieri, che chiedevano protezioni
elevate per tenere alti i prezzi e proteggere i loro redditi, e gli industriali
(il potere sociale crescente) ne chiedevano l’abolizione, per ridurre il costo
della vita (in tal modo potendo abbassare i salari come sottolineò anche Marx).
Lo scontro aveva una posta importante: chi avrebbe governato i destini della
nazione? Prevalsero gli industriali.
L’estensione di
tale liberalizzazione agli altri paesi prese la forma di accordi bilaterali
(come quello con la Francia
che riduceva le barriere doganali al vino). Tra l’altro il Trattato
Cobden-Chevalier (1860) introdusse la clausola di <nazione più favorita>
(che automaticamente abbassava la tariffa doganale al livello più basso
praticato).
Rodrik evidenzia
come “le politiche commerciali, dal momento che implicano conseguenze rilevanti
per quanto riguarda la distribuzione dei redditi, rimangono incagliate in scenari della politica
assai più ampi.” (R. p.31) Ad esempio, gli Stati Uniti avevano prima della
guerra di secessione due economie molto diverse: il sud aveva bisogno di libero
commercio, perché produceva tabacco e cotone che doveva esportare; il nord
stava costruendo la sua base industriale, che però poteva subire la concorrenza
della più forte Inghilterra. Abraham Lincoln nel 1861 aumento tariffe doganali
e protezioni commerciali sino al 45%, e restarono tali sino alla prima guerra
mondiale. Nel frattempo l’industria protetta americana era diventata la prima
del mondo (“che sia o meno una coincidenza ancora se ne discute”).
La conseguenza
che Rodrik trae da questi esempi è che “il liberismo può rappresentare una
forza regressiva o di progresso secondo
il posto che un paese occupa nell’economia mondiale e secondo il modo in
cui le politiche commerciali vengono adeguate alle proprie divisioni a livello
sociale e politico.”
La svolta fu
provocata dalla dura recessione del 1870 (in particolare incentrata
sull’agricoltura) causata dai flussi di cereali dall’America che provocarono il
crollo dei prezzi (e la scomparsa della fame), che portò tutti i produttori a
chiedere a gran voce protezione. In alcuni paesi, come la Germania di Bismarck, questa
richiesta si saldò con quella di industriali esposti alla concorrenza inglese
(e anche americana), e portò all’”alleanza del segale col ferro” che portò a
bruschi rialzi delle tariffe doganali. Prese piede una tendenza che arrivò intatta
sino alla guerra.
Solo
l’Inghilterra di Gladstone, non seguì l’esempio, perché non era nel suo
interesse data la forte eccedenza commerciale (almeno questo pensava).
Negli altri
paesi (in Asia in particolar modo) ci pensarono invece le cannoniere. Come ha
scritto Niall Ferguson “se analizziamo i secoli della storia, nessuna
organizzazione ha fatto di più per incentivare il libero movimento di merci,
capitali e forza lavoro di quanto fece l’impero britannico nel secolo
diciannovesimo e agli inizi del ventesimo”. Si parla chiaramente dei Trattati
(1838 con la Turchia ;
1854 del Commodoro Perry col Giappone), e delle guerre locali (1839-42, con la Cina nella <guerra
dell’oppio>), etc…
L’altro fattore,
come abbiamo visto è il sistema monetario del Gold Standard; esso è in effetti espressione della stessa
“procedura imperialista”. Si trattava di un sistema semplice, nel quale ogni
moneta era agganciata ad un certo valore in oro (la sterlina 113 grani, il
dollaro 23,22, etc.). La Banca Centrale
quindi, a semplice richiesta, doveva cambiare in oro la moneta. Dunque i tassi
di cambio tra le monete erano fissi.
La stabilità era,
conseguentemente, l’unico obiettivo delle Banche Centrali (senza distrazioni
come “il pieno impiego o la crescita dell’economia”), che del resto erano
private. Si trattava in effetti di un ristretto circolo di finanzieri con
fortissime affinità di “club” internazionale. Comunque anche da questo punto di
vista il 1870 è un momento di svolta. Dopo questa data, una carenza di
disponibilità di oro provocò una deflazione dei prezzi che mise a dura prova il
sistema (e la pazienza degli agricoltori, come abbia mo visto). Nel 1896
William Jennings Bryan disse alla Convenzione Nazionale Democratica <non
riuscirete a crocifiggere l’umanità su una croce d’oro>. Solo la scoperta
delle miniere sudafricane, a partire dal
1886, alleviarono progressivamente la tensione.
Nel contesto del
Gold Standard, con il suo cambio fisso, “il problema più preoccupante era il
modo in cui garantire che gli enti sovrani, e tra questi i mutuatari,
rimborsassero i propri debiti” (non so se suona familiare).
L’assenza di un
tribunale internazionale, davanti al quale far valere il credito, rendeva unica
sanzione il discredito, con conseguente mancato accesso ai mercati per qualche
tempo. Ma si tratta di una sanzione debole. La conseguenza è che il credito tra
paesi era ostacolato da questa mancanza di fiducia.
La soluzione,
con paesi come l’India o la
Turchia ottomana erano ancora le cannoniere. Nel 1875 furono
usate con il sultano che fu costretto ad accettare l’istituzione di una Agenzia
extraterritoriale che gestiva i tributi e rimborsava i debiti. Nel 1882 si
arrivò all’intervento militare diretto in Egitto (c’è anche un bel film). Nel
1905 lo fecero gli Stati Uniti a Santo Domingo per lo stesso motivo.
In definitiva,
per Rodrik, “il Gold Standard e la globalizzazione finanziaria poterono funzionare
unicamente nel quadro della politica del libero scambio, e grazie ad una
combinazione singolare di politiche interne, sistemi di pensiero ed esecuzione
forzata imposta da terzi.”
Un insieme
instabile, che entrò in crisi finale negli anni trenta del novecento insieme
alla politica di massa (e la caduta dell’imperialismo). La ragione tecnica fu
la difficoltà a riassorbire l’inflazione di guerra e si manifestò nella
posizione intransigente (condotta per lo più con motivi morali e di prevenzione
del “rischio morale” che ci dovrebbero, anche qui, suonare familiari) dei
Banchieri Centrali Inglesi. Winston Churchill acconsentì a ripristinare la
parità ante guerra, contro il parere degli economisti del suo Ministero, e il
risultato fu una inflazione al 20% e tassi alti per evitare il deflusso dell’oro.
Un disastro insostenibile che durò fino al 1931. Dopo di allora lasciarono la
parità all’oro gli Stati Uniti nel 1933 e la Francia nel 1936.
La ragione dell’insostenibilità
del Gold Standard, come mostra Keynes nella Teoria Generale dell’Occupazione,
dell’interesse e della moneta, è che con il cambio fisso bisognava avere
mercati del lavoro flessibili. Quando le industrie non erano più competitive,
non potendo agire sulla moneta (cioè non potendo la legge della domanda ed
offerta alterare la moneta) la disoccupazione operava sui salari e gli altri
fattori di costo tramite la deflazione interna. Ma questa soluzione funziona
solo nel mondo ovattato della matematica, non in quello dei pasti a tavola.
Anche i mercati
finanziari, appena percepirono che c’era la possibilità che lo Standard potesse
essere abbandonato si scatenarono nella speculazione vendendo la moneta
nazionale e spostando i capitali fuori del paese. Una scommessa facile (se non
si svaluta rientrano, se si svaluta guadagnano. <Testa vinco io, croce perdi
tu>).
Dunque la
politica (con i lavoratori che, ormai, votavano) si mise di traverso. La
democrazia si era rivelata incompatibile con il cambio fisso.
Una lezione che
stiamo provvedendo ad imparare di nuovo.


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