Ci sono tanti
fattori che si affollano, come poveri ad una distribuzione di pane, nello
sforzo di fornire risposta: la globalizzazione, l’eccesso di
finanziarizzazione, l’ineguaglianza, l’ineguale istruzione, …
Un candidato è,
però, più di fondo: il progresso
tecnologico. Una cosa con la quale abbiamo vissuto da sempre. Il milione di
esseri umani che vivevano di caccia e raccolta di frutti è stato sostituito
gradualmente da 200 milioni di agricoltori (con, probabilmente, un 15-20
milioni addetti alla produzione di beni, servizi e direzione/controllo) nell’età
classica; poi dai due miliardi e mezzo alla metà del novecento (di cui in
occidente probabilmente 2-300 milioni addetti a produzione, servizi e
direzione/controllo), arrivando all’oggi, con sette miliardi di cui, nei paesi
sviluppati, la gran parte è impegnata
nella produzione di beni, nei servizi e nella direzione/controllo.
Tuttavia
avvicinandosi un poco, si vede un quadro significativamente diverso, ogni
periodo di transizione è stato caratterizzato da crisi profonde e instabilità.
Ogni volta l’aumento della produttività, indotto dall’introduzione di
tecnologie “distruttive” (delle precedenti), ha lasciato indietro il ritmo di
crescita dei salari, degli occupati e quello della domanda indotta dalla
ricchezza circolante. E’ successo negli anni trenta, sta accadendo adesso.
Già dagli anni
novanta del novecento si è registrato, infatti, un fenomeno “nuovo” (rispetto
al “trentennio glorioso”): la crescita
non recuperava l’occupazione. E questo determinava una tendenza del sistema
economico a lasciare indietro troppi ed a non esprimere il suo potenziale. La
preoccupazione, in particolare nella prima Amministrazione Clinton, per questo
fenomeno è una delle molle che, storicamente, spingono verso una maggiore
finanziarizzazione, una deregolazione dei prodotti di credito, la spinta al
settore immobiliare e le bolle conseguenti (questa analisi è splendidamente condotta
in Rajan,
ma è presente anche in altri). Questo fenomeno non si è arrestato, anzi, prende sempre più forza.
Oggi possiamo
osservare una crisi economica (certamente multifattoriale, e nella quale le
determinanti monetarie contano) che in Europa colpisce tutti i paesi del
mediterraneo, più l’Irlanda (che non ne è uscita affatto), la Francia, la
stessa Germania (nella quale la polarizzazione sociale e l’ineguaglianza è
esplosa, come abbiamo
visto e vedremo). Ma che si presenta anche negli USA, nei quali la disoccupazione
è scesa, ma meno di quanto le statistiche ufficiali dicano (includendo gli “scoraggiati”
alcune stime la danno oltre il 10%), e nella quale come abbiamo visto in Moretti,
la polarizzazione è altissima.
Tra i fattori
(evidenziati anche dal prof. Moretti), c’è il progresso tecnologico, che rende
possibile produrre le merci con pochissimo lavoro (e spesso delocalizzato) e
che ormai sta erodendo in modo massiccio anche il terziario ed i servizi nei
quali si era rifugiata l’occupazione negli ultimi cinquanta anni. Non esistono
più da tempo lavori come archivista, centralinista, addetti manuali alla movimentazione
logistica e magazzini, ma iniziano a scomparire anche gli sportellisti (sempre
di meno anche nelle banche), disegnatori, e (di recente) trader finanziari.
Resistono lavori manuali di micromanutenzione, attività di contatto
commerciale, negli ultimi anelli della distribuzione, e così via. Ma la
crescita e penetrazione della logica “coda lunga” del marketing e della
commercializzazione su internet sta probabilmente per spazzarli via (perché comprare
nel negozio sotto casa, quando a casa ho un accesso illimitato a prodotti
diversificatissimi a prezzo inferiore e mi vengono recapitati direttamente?).
Inoltre l’introduzione di alcune altre tecnologie (come le stampanti 3D)
potrebbe spiazzare una parte della produzione manifatturiera ed artigiana. Addirittura
nell’edilizia (sono allo
studio stampanti in grado di produrre –a getto di calcestruzzo- case molto
flessibili e robuste, in 24, ore in modo completamente automatizzato).
Il progresso
tecnologico espelle, cioè, lavoratori dai settori maturi e ne produce di nuovi.
Tutto bene, si dirà: la <Legge di
Say>, ripresa da quel genio di Milton Friedman e da altri giganti del
pensiero come Robert Lucas e George Gilder, dice che la disoccupazione
tecnologica non può esistere. Infatti
l’aumento dell’offerta (ad es. di case automatizzate) creerà la propria domanda
(qualcuno le comprerà). Ma con cosa? E’ evidente, con i redditi che derivano da
tutti quei fenomeni e dinamiche connesse con la produzione (estrazione materie
prime, lavorazione della mescola di calcestruzzo con relativa produzione di
stabilimenti e macchinari idonei, produzione del robot, progettazione del
software, commercializzazione). Insieme all’espansione dell’offerta avremo,
quindi, nuove persone che lavorano lungo la filiera produttiva ed espandono la
domanda. Chi non produce più la casa farà qualcosa di altro.
A tecnologia
costante può darsi (anche se restano “tempo” e “spazio” da considerare, in
questo modellino mentale in cui contano solo i numeri infatti non bisogna
dimenticare che le attività sono situate, e dunque si concentrano e diradano
nello “spazio” e si articolano nel “tempo”; ci torniamo). Ma a tecnologia
radicalmente diversa che succede? Se alle 60-70 persone con cazzuola che una
quindicina di anni fa vidi all’opera per costruire una casa a Cuba
(stropicciandomi gli occhi), si sostituisce un megarobot automatizzato e
telecontrollato, ed un’annoiata guardia giurata. Ed ai due mesi della
costruzione 24 ore, non cambia niente? Nel primo caso vengono spesi 4.000
giorni/uomo a bassa qualificazione, nel secondo 1 giorno/uomo a bassa
qualificazione e qualche minuto di progettazione. Poi sono al lavoro altri
robot in stabilimenti industriali metalmeccanici per produrlo e alcuni giorni
all’anno di manutentori. Bene, avremo 3.999 giorni/uomo (meno spiccioli)
impiegabili per fare qualcosa di più utile (magari per ascoltare musica
classica, al peggio).
Però, cosa
succede a livello aggregato se questo fenomeno non è un episodio, ma la regola?
Che la produzione cresce più dell’occupazione, creando una crescente
divaricazione (rispetto alla situazione ex ante) tra offerta e lavoro
necessario a produrla. Qualora il reddito (anche necessario a comprare la casa,
e dunque sostituire i fattori produttivi spesi) derivi dal lavoro, si potrebbe
generare quindi una carenza strutturale. Ma il reddito può derivare anche da
altre fonti: sostanzialmente dal passato o dal futuro. Nel primo caso dalle
ricchezze accumulate e tenute in riserva (“risparmio”), nel secondo dal debito.
Se il denaro non fosse un’invenzione (cioè se non fosse creato dalle Banche
Centrali, e anche dagli altri Istituti Finanziari, nel momento in cui lo
impiegano) basata sulla “fiducia”, si avrebbe “denaro futuro” solo spendendo “denaro
passato” (e questa sarebbe la funzione indispensabile della finanza come
intermediario). In questa accezione, oltre alla disoccupazione tecnologica (ed
in generale a quella “involontaria”), non potrebbero esistere neppure le “bolle”.
Il mercato ridistribuirebbe semplicemente lo stock di risorse nella società nel
modo più efficiente. La finanza sarebbe ininfluente (infatti non viene
considerata nei modelli) e tutto andrebbe a posto.
Al massimo “effetto Pigou”, si potrebbero avere
fenomeni temporanei di disoccupazione (e di allocazione inefficiente di
capitale) che spingerebbero in basso rapidamente i salari (per l’aumento dell’”esercito
di riserva” dei disoccupati) e questi, riducendo provvisoriamente la domanda e per
effetto dei minori costi di produzione, farebbero calare i prezzi. Prezzi più
bassi e salari minori si riequilibrerebbero e faciliterebbero un nuovo punto di
equilibrio, con riassorbimento dei lavoratori. L’”Effetto Pigou” è quel che, in
tutta evidenza, stanno cercando di ottenere con l’austerità.
Ora, che succede
ripensando questo elegante modellino fuori del mondo ideale della matematica;
cioè reintroducendo “spazio” e “tempo”? Che i salari e i prezzi non scendono al
“tempo 0”, non scendono ovunque nello stesso modo, e si creano quindi sacche
temporali e spaziali di diradamento. Cioè
di crisi.
Quanto più
questa dinamica si verifica in presenza di riconfigurazioni strutturali o
dislocazioni spaziali (indotte dalla divisione e polarizzazione internazionale
del lavoro) e organizzative (diverse skill richieste), oltre che in presenza di
semplice riduzione della quota lavoro applicata per prodotto (ed aumento di
quella capitale), tanto più queste sacche saranno ampie e persistenti.
Dato che, da
circa cinque anni, siamo in una di queste mi pare che “l’Effetto” tardi troppo.
Ci sarebbero tante altre cose e variabili da considerare (ad esempio, l’espansione
della massa finanziaria liquida in caso di calo dei prezzi e salari, e quindi
la crescita relativa del suo potere), ma esulano da questa breve riflessione
senza pretese. Mi sembrava solo interessante (per me) sottolineare come i tempi
umani, e le biografie che in essi si spendono, non siano esattamente
coincidenti con le modellazioni astratte che spesso, anche senza sufficiente
esplicitazione, modellano le nostre politiche ed il dibattito pubblico.
Il prof. Moretti
ad esempio ci ha descritto
un mondo, quello Americano, nel quale alcuni “hub” ad alta innovazione
tecnologica e commerciale (cioè in grado di concepire e mettere a punto
prodotti esclusivi) trainano la ripresa, concentrando su di sé il 10% della
forza lavoro e determinano, a proprio vantaggio, enormi differenze di reddito.
Questo mondo è sempre più polarizzato e disfunzionale. Si tratta di un mondo in
cui la vecchia “classe media lavoratrice” (fatta di ruoli semi-esecutivi, a
bassa intensità di conoscenza e ripetitivi) che rappresentava l’asse portante
del consumo, della produzione e del “sogno americano”, sta perdendo centralità e
ruolo in modo irresistibile.
In esso trovano
luogo, in altri termini, crescenti ineguaglianze che tendono a rafforzarsi e
sono l’una la causa dell’altra (ad esempio il degrado di alcune aree urbane per
la perdita di forza lavoro nei settori industriali maturi non è attenuato, ma
esaltato dalla fuga dei lavoratori qualificati e delle imprese “innovative”
verso gli “hub” che Moretti descrive in modo convincente). L’enorme
concentrazione (con livelli di densità anche quattro-cinque volte superiori),
dei laureati in alcune aree ristrette del paese, se spinge alla creazione di un
ambiente favorevole e tende all’innalzamento dei salari dei relativi abitanti
(anche degli altri), al contempo
produce il diradamento nelle zone abbandonate e lì induce il fenomeno esattamente
opposto.
Il gioco ha,
insomma, pochissimi evidenti vincitori (la capitalizzazione di borsa e il conto
in banca, nonché le ville di Bill Gates e simili, che trattengono ormai il 70%
del valore aggiunto prodotto), alcuni comunque soddisfatti partecipanti (i
“lavoratori della conoscenza” super pagati e i loro fornitori, che hanno
redditi almeno doppi della media del paese), e tanti perdenti (le aree
“desertificate”, con caduta della qualità e persino della durata della vita
media di oltre quindici anni). Allargando lo sguardo ha anche dei “paganti” (i
consumatori dai quali viene estratto il “dividendo” dell’innovazione). Si
tratta di una specie di “pompa idrovora” che gradualmente trasforma un’area
umida (nella quale vivono più specie) in un terreno asciutto (nel quale mettere
magari una monocultura ad alto rendimento) e una piscina, per diletto di uno.
In altre parole
i “luoghi leader”, nei quali si concentra il valore della rendita monopolistica
temporanea hanno come necessario
contraltare le sacche di degrado. Il “glamour” si contrappone alla
“ruggine”. Come scrive Autor: “Il commercio può aumentare il PIL, ma rende
alcune persone peggiori. Quasi tutti noi condividiamo i
guadagni. Potremmo assistere la minoranza di cittadini che sopportano una
quota sproporzionata dei costi e quindi ancora meglio nel complesso”.
La
reintroduzione, nelle troppo facili equazioni, dello “spazio” mostra, quindi,
che ciò che si guadagna nella collina si è perso in pianura. I “materiali” con
cui densifico, sono gli stessi che “diradano” altri luoghi.
Spostandosi su
una scala geografica più larga, quel che si
sposta in Germania (lavoratori, soddisfazione della domanda, cioè “quote di
mercato”, capitali) esce da altri luoghi.
Certo, un
lettore colto, a questo punto starà obiettando: e la “teoria dei vantaggi comparati”? Se ognuno si concentra nella
produzione di ciò che sa fare meglio se ne avvantaggeranno tutti. Può darsi, ma quando ed a quali
condizioni? Nel frattempo, cioè nel “tempo”, gli spiazzati ed inutili, i
sostituiti che faranno?
Che succede alle
aree di vecchia specializzazione, ed ai suoi addetti, mentre l’economia locale si
riconfigura e ritrova un posto nel mondo? Come aiutare questa trasformazione a
non lasciare dietro di sé morti e feriti?
Alcune domande
potrebbero essere fatte, in questo contesto: la ripartizione del “dividendo”
dell’innovazione, cioè del valore monopolistico estratto, in misura del 70/30 (tra
proprietà/lavoratori), di cui ci ha parlato Moretti, è equa? Articola una
differenza che può essere accettata?
Dal 70 (se deve restare tale), possono
essere tratte risorse per politiche di riequilibrio? La competizione è
sicuramente una molla importante, ma la solidarietà e la comune umanità può trovare
un ruolo? Perché una società nella quale chi è debole viene sistematicamente
schiacciato da chi è più forte dovrebbe meritare
la lealtà dei tanti deboli?
Queste domande
faranno la differenza, nelle attuali condizioni storiche, in merito all’entrate
o meno in una (sempre più probabile) <fase
rivoluzionaria>.
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