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martedì 14 gennaio 2014

Circa la distruzione tecnologica e l’ineguaglianza.


 Mi gira nella mente una domanda, da qualche tempo: cosa provoca questa tendenza all’instabilità così ampia e diffusa? Così persistente?

Ci sono tanti fattori che si affollano, come poveri ad una distribuzione di pane, nello sforzo di fornire risposta: la globalizzazione, l’eccesso di finanziarizzazione, l’ineguaglianza, l’ineguale istruzione, …
Un candidato è, però, più di fondo: il progresso tecnologico. Una cosa con la quale abbiamo vissuto da sempre. Il milione di esseri umani che vivevano di caccia e raccolta di frutti è stato sostituito gradualmente da 200 milioni di agricoltori (con, probabilmente, un 15-20 milioni addetti alla produzione di beni, servizi e direzione/controllo) nell’età classica; poi dai due miliardi e mezzo alla metà del novecento (di cui in occidente probabilmente 2-300 milioni addetti a produzione, servizi e direzione/controllo), arrivando all’oggi, con sette miliardi di cui, nei paesi sviluppati, la gran parte  è impegnata nella produzione di beni, nei servizi e nella direzione/controllo.  

Tuttavia avvicinandosi un poco, si vede un quadro significativamente diverso, ogni periodo di transizione è stato caratterizzato da crisi profonde e instabilità. Ogni volta l’aumento della produttività, indotto dall’introduzione di tecnologie “distruttive” (delle precedenti), ha lasciato indietro il ritmo di crescita dei salari, degli occupati e quello della domanda indotta dalla ricchezza circolante. E’ successo negli anni trenta, sta accadendo adesso.
Già dagli anni novanta del novecento si è registrato, infatti, un fenomeno “nuovo” (rispetto al “trentennio glorioso”): la crescita non recuperava l’occupazione. E questo determinava una tendenza del sistema economico a lasciare indietro troppi ed a non esprimere il suo potenziale. La preoccupazione, in particolare nella prima Amministrazione Clinton, per questo fenomeno è una delle molle che, storicamente, spingono verso una maggiore finanziarizzazione, una deregolazione dei prodotti di credito, la spinta al settore immobiliare e le bolle conseguenti (questa analisi è splendidamente condotta in Rajan, ma è presente anche in altri). Questo fenomeno non si è arrestato, anzi, prende sempre più forza.

Oggi possiamo osservare una crisi economica (certamente multifattoriale, e nella quale le determinanti monetarie contano) che in Europa colpisce tutti i paesi del mediterraneo, più l’Irlanda (che non ne è uscita affatto), la Francia, la stessa Germania (nella quale la polarizzazione sociale e l’ineguaglianza è esplosa, come abbiamo visto e vedremo). Ma che si presenta anche negli USA, nei quali la disoccupazione è scesa, ma meno di quanto le statistiche ufficiali dicano (includendo gli “scoraggiati” alcune stime la danno oltre il 10%), e nella quale come abbiamo visto in Moretti, la polarizzazione è altissima.

Tra i fattori (evidenziati anche dal prof. Moretti), c’è il progresso tecnologico, che rende possibile produrre le merci con pochissimo lavoro (e spesso delocalizzato) e che ormai sta erodendo in modo massiccio anche il terziario ed i servizi nei quali si era rifugiata l’occupazione negli ultimi cinquanta anni. Non esistono più da tempo lavori come archivista, centralinista, addetti manuali alla movimentazione logistica e magazzini, ma iniziano a scomparire anche gli sportellisti (sempre di meno anche nelle banche), disegnatori, e (di recente) trader finanziari. Resistono lavori manuali di micromanutenzione, attività di contatto commerciale, negli ultimi anelli della distribuzione, e così via. Ma la crescita e penetrazione della logica “coda lunga” del marketing e della commercializzazione su internet sta probabilmente per spazzarli via (perché comprare nel negozio sotto casa, quando a casa ho un accesso illimitato a prodotti diversificatissimi a prezzo inferiore e mi vengono recapitati direttamente?). Inoltre l’introduzione di alcune altre tecnologie (come le stampanti 3D) potrebbe spiazzare una parte della produzione manifatturiera ed artigiana. Addirittura nell’edilizia (sono allo studio stampanti in grado di produrre –a getto di calcestruzzo- case molto flessibili e robuste, in 24, ore in modo completamente automatizzato).
Il progresso tecnologico espelle, cioè, lavoratori dai settori maturi e ne produce di nuovi. Tutto bene, si dirà: la <Legge di Say>, ripresa da quel genio di Milton Friedman e da altri giganti del pensiero come Robert Lucas e George Gilder, dice che la disoccupazione tecnologica non può esistere. Infatti l’aumento dell’offerta (ad es. di case automatizzate) creerà la propria domanda (qualcuno le comprerà). Ma con cosa? E’ evidente, con i redditi che derivano da tutti quei fenomeni e dinamiche connesse con la produzione (estrazione materie prime, lavorazione della mescola di calcestruzzo con relativa produzione di stabilimenti e macchinari idonei, produzione del robot, progettazione del software, commercializzazione). Insieme all’espansione dell’offerta avremo, quindi, nuove persone che lavorano lungo la filiera produttiva ed espandono la domanda. Chi non produce più la casa farà qualcosa di altro.
A tecnologia costante può darsi (anche se restano “tempo” e “spazio” da considerare, in questo modellino mentale in cui contano solo i numeri infatti non bisogna dimenticare che le attività sono situate, e dunque si concentrano e diradano nello “spazio” e si articolano nel “tempo”; ci torniamo). Ma a tecnologia radicalmente diversa che succede? Se alle 60-70 persone con cazzuola che una quindicina di anni fa vidi all’opera per costruire una casa a Cuba (stropicciandomi gli occhi), si sostituisce un megarobot automatizzato e telecontrollato, ed un’annoiata guardia giurata. Ed ai due mesi della costruzione 24 ore, non cambia niente? Nel primo caso vengono spesi 4.000 giorni/uomo a bassa qualificazione, nel secondo 1 giorno/uomo a bassa qualificazione e qualche minuto di progettazione. Poi sono al lavoro altri robot in stabilimenti industriali metalmeccanici per produrlo e alcuni giorni all’anno di manutentori. Bene, avremo 3.999 giorni/uomo (meno spiccioli) impiegabili per fare qualcosa di più utile (magari per ascoltare musica classica, al peggio).
Però, cosa succede a livello aggregato se questo fenomeno non è un episodio, ma la regola? Che la produzione cresce più dell’occupazione, creando una crescente divaricazione (rispetto alla situazione ex ante) tra offerta e lavoro necessario a produrla. Qualora il reddito (anche necessario a comprare la casa, e dunque sostituire i fattori produttivi spesi) derivi dal lavoro, si potrebbe generare quindi una carenza strutturale. Ma il reddito può derivare anche da altre fonti: sostanzialmente dal passato o dal futuro. Nel primo caso dalle ricchezze accumulate e tenute in riserva (“risparmio”), nel secondo dal debito. Se il denaro non fosse un’invenzione (cioè se non fosse creato dalle Banche Centrali, e anche dagli altri Istituti Finanziari, nel momento in cui lo impiegano) basata sulla “fiducia”, si avrebbe “denaro futuro” solo spendendo “denaro passato” (e questa sarebbe la funzione indispensabile della finanza come intermediario). In questa accezione, oltre alla disoccupazione tecnologica (ed in generale a quella “involontaria”), non potrebbero esistere neppure le “bolle”. Il mercato ridistribuirebbe semplicemente lo stock di risorse nella società nel modo più efficiente. La finanza sarebbe ininfluente (infatti non viene considerata nei modelli) e tutto andrebbe a posto. 

Al massimo “effetto Pigou”, si potrebbero avere fenomeni temporanei di disoccupazione (e di allocazione inefficiente di capitale) che spingerebbero in basso rapidamente i salari (per l’aumento dell’”esercito di riserva” dei disoccupati) e questi, riducendo provvisoriamente la domanda e per effetto dei minori costi di produzione, farebbero calare i prezzi. Prezzi più bassi e salari minori si riequilibrerebbero e faciliterebbero un nuovo punto di equilibrio, con riassorbimento dei lavoratori. L’”Effetto Pigou” è quel che, in tutta evidenza, stanno cercando di ottenere con l’austerità.
Ora, che succede ripensando questo elegante modellino fuori del mondo ideale della matematica; cioè reintroducendo “spazio” e “tempo”? Che i salari e i prezzi non scendono al “tempo 0”, non scendono ovunque nello stesso modo, e si creano quindi sacche temporali e spaziali di diradamento. Cioè di crisi.
Quanto più questa dinamica si verifica in presenza di riconfigurazioni strutturali o dislocazioni spaziali (indotte dalla divisione e polarizzazione internazionale del lavoro) e organizzative (diverse skill richieste), oltre che in presenza di semplice riduzione della quota lavoro applicata per prodotto (ed aumento di quella capitale), tanto più queste sacche saranno ampie e persistenti.  

Dato che, da circa cinque anni, siamo in una di queste mi pare che “l’Effetto” tardi troppo. Ci sarebbero tante altre cose e variabili da considerare (ad esempio, l’espansione della massa finanziaria liquida in caso di calo dei prezzi e salari, e quindi la crescita relativa del suo potere), ma esulano da questa breve riflessione senza pretese. Mi sembrava solo interessante (per me) sottolineare come i tempi umani, e le biografie che in essi si spendono, non siano esattamente coincidenti con le modellazioni astratte che spesso, anche senza sufficiente esplicitazione, modellano le nostre politiche ed il dibattito pubblico.  

Il prof. Moretti ad esempio ci ha descritto un mondo, quello Americano, nel quale alcuni “hub” ad alta innovazione tecnologica e commerciale (cioè in grado di concepire e mettere a punto prodotti esclusivi) trainano la ripresa, concentrando su di sé il 10% della forza lavoro e determinano, a proprio vantaggio, enormi differenze di reddito. Questo mondo è sempre più polarizzato e disfunzionale. Si tratta di un mondo in cui la vecchia “classe media lavoratrice” (fatta di ruoli semi-esecutivi, a bassa intensità di conoscenza e ripetitivi) che rappresentava l’asse portante del consumo, della produzione e del “sogno americano”, sta perdendo centralità e ruolo in modo irresistibile.
In esso trovano luogo, in altri termini, crescenti ineguaglianze che tendono a rafforzarsi e sono l’una la causa dell’altra (ad esempio il degrado di alcune aree urbane per la perdita di forza lavoro nei settori industriali maturi non è attenuato, ma esaltato dalla fuga dei lavoratori qualificati e delle imprese “innovative” verso gli “hub” che Moretti descrive in modo convincente). L’enorme concentrazione (con livelli di densità anche quattro-cinque volte superiori), dei laureati in alcune aree ristrette del paese, se spinge alla creazione di un ambiente favorevole e tende all’innalzamento dei salari dei relativi abitanti (anche degli altri), al contempo produce il diradamento nelle zone abbandonate e lì induce il fenomeno esattamente opposto.
Il gioco ha, insomma, pochissimi evidenti vincitori (la capitalizzazione di borsa e il conto in banca, nonché le ville di Bill Gates e simili, che trattengono ormai il 70% del valore aggiunto prodotto), alcuni comunque soddisfatti partecipanti (i “lavoratori della conoscenza” super pagati e i loro fornitori, che hanno redditi almeno doppi della media del paese), e tanti perdenti (le aree “desertificate”, con caduta della qualità e persino della durata della vita media di oltre quindici anni). Allargando lo sguardo ha anche dei “paganti” (i consumatori dai quali viene estratto il “dividendo” dell’innovazione). Si tratta di una specie di “pompa idrovora” che gradualmente trasforma un’area umida (nella quale vivono più specie) in un terreno asciutto (nel quale mettere magari una monocultura ad alto rendimento) e una piscina, per diletto di uno. 

In altre parole i “luoghi leader”, nei quali si concentra il valore della rendita monopolistica temporanea hanno come necessario contraltare le sacche di degrado. Il “glamour” si contrappone alla “ruggine”. Come scrive Autor: “Il commercio può aumentare il PIL, ma rende alcune persone peggiori. Quasi tutti noi condividiamo i guadagni. Potremmo assistere la minoranza di cittadini che sopportano una quota sproporzionata dei costi e quindi ancora meglio nel complesso”.
La reintroduzione, nelle troppo facili equazioni, dello “spazio” mostra, quindi, che ciò che si guadagna nella collina si è perso in pianura. I “materiali” con cui densifico, sono gli stessi che “diradano” altri luoghi.
Spostandosi su una scala geografica più larga, quel che si sposta in Germania (lavoratori, soddisfazione della domanda, cioè “quote di mercato”, capitali) esce da altri luoghi.  

Certo, un lettore colto, a questo punto starà obiettando: e la “teoria dei vantaggi comparati”? Se ognuno si concentra nella produzione di ciò che sa fare meglio se ne avvantaggeranno tutti. Può darsi, ma quando ed a quali condizioni? Nel frattempo, cioè nel “tempo”, gli spiazzati ed inutili, i sostituiti che faranno?
Che succede alle aree di vecchia specializzazione, ed ai suoi addetti, mentre l’economia locale si riconfigura e ritrova un posto nel mondo? Come aiutare questa trasformazione a non lasciare dietro di sé morti e feriti? 

Alcune domande potrebbero essere fatte, in questo contesto: la ripartizione del “dividendo” dell’innovazione, cioè del valore monopolistico estratto, in misura del 70/30 (tra proprietà/lavoratori), di cui ci ha parlato Moretti, è equa? Articola una differenza che può essere accettata?  Dal 70 (se deve restare tale), possono essere tratte risorse per politiche di riequilibrio? La competizione è sicuramente una molla importante, ma la solidarietà e la comune umanità può trovare un ruolo? Perché una società nella quale chi è debole viene sistematicamente schiacciato da chi è più forte dovrebbe meritare la lealtà dei tanti deboli? 

Queste domande faranno la differenza, nelle attuali condizioni storiche, in merito all’entrate o meno in una (sempre più probabile) <fase rivoluzionaria>. 


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