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giovedì 9 gennaio 2014

Circa Stefano Rodotà “Se l’Europa si accontenta”


Pieno rispetto per il grande valore del discorso e della persona di Stefano Rodotà, un grande testimone vivente delle tensioni e delle battaglie della democrazia nella seconda metà del novecento e della lunga ritirata al gelo di questi ultimi anni.  

Ogni persona, ed ogni studioso in particolar modo, ha i suoi temi che derivano dalle priorità che sente, dalla propria esperienza e inclinazione. Probabilmente, dunque nel bel pezzo scritto oggi per La Repubblica, ha ragione nell’enfatizzare il tema dei diritti negletti e dimenticati. Sicuramente ne ha nel ricordare luoghi del dibattito in corso e passaggi storici dimenticati. Tuttavia, non sono soddisfatto della frase <il grande conflitto sui diritti che ha già devastato l’Europa accrescendo distanze ed ineguaglianza>. Proverei a ragionarci.
Il grande e plurisecolare discorso liberale sui diritti individuali è storicamente il fulcro di leva che le élite rivoluzionarie scelsero per scardinare l’antropologia aristocratica; riportando ai “lumi” della ragione la fondamentale, e irriducibile, eguaglianza di ogni essere umano davanti a sé e agli altri. Questa lezione non può e deve essere dimenticata. Deve continuamente essere ravvivata e trasmessa da una mano alla successiva. E’ il nostro dovere di cittadini, di uomini e di esseri senzienti. I diritti liberali fanno infatti argine, con la loro ineludibile presenza, alla sopraffazione ed all’umiliazione.
Però il deficit di legittimità, che affligge la costruzione europea, e che viene da più parti denunciato, non si lascia descrivere solo come uno schiacciamento dell’uomo. Ma anche dal tradimento del principio democratico, dal travisamento della soggettività collettiva e della fonte di potere. Oltre alla questione dei diritti è in campo la questione del Sovrano.
E’ in campo la questione della centralità, nel discordo e nella pratica di costruzione della decisionalità legittima, dell’autorizzazione ad agire secondo l’articolazione di un interesse superiore del soggetto collettivo “popolo” (nella fattispecie “europeo”). Impercettibilmente (ma non solo),  è stata sostituita dalla centralità dell’egoismo espresso nei conflitti. E’ stato sostituito, cioè, da un discorso che vede la competizione tra eguali individui come cardine dell’organizzazione sociale.
Il professore sa, e mi può ovviamente insegnare a lungo, che il tema della “competizione” è centrale nel discorso politico novecentesco; e struttura la battaglia sulla eguaglianza legittima. Aver ripreso, da parte di una componente a lungo egemonica, i temi settecenteschi degli illuministi scozzesi in base ad una lettura antistorica e militante, ha oscurato a lungo come la percezione dell’arena sociale fatta solo da liberi cittadini, ed organizzazioni, in competizione reciproca per i loro legittimi interessi individuali “suoni” in modo radicalmente diverso nella bloccata società del privilegio feudale, in cui vivevano all’epoca gli illuministi, e nell’età del pieno dispiegarsi mondiale delle forze del denaro e delle sue tecniche.
Oggi, certamente, sono anche i cittadini ad essere schiacciati -come individui a cui non vengono riconosciuti i propri diritti-, ma principalmente sono i diritti di espressione e formazione della volontà politica ad esserlo. L’uomo tende ad essere ridotto, anche nella qualità di cittadino, a una sola dimensione.
In senso tattico, allora, ciò che andrebbe messo in questione è il deficit “democratico”, più che quello “liberale”. La carenza di legittimità che affligge questa Unione Europea, tale solo di nome, è effetto del suo essere nella sostanza solo una arena di sopraffazione reciproca di nazioni e –più analiticamente- di forze organizzare per sostenere i propri interessi, invece di essere una sfera cooperativa e solidaristica. Più che diventare l’organizzata espressione e luogo di formazione di un interesse comune.  

Stefano Rodotà individua uno dei luoghi più interessanti del dibattito in corso: lo scontro tra amici in atto tra Wolfgang Streeck e Jurgen Habermas. Abbiamo cercato più volte di guardarlo. Uno dei nodi è esattamente sintetizzato nella frase di Habermas sull’abbandono <disfattistico> del progetto Europeo che il professore richiama (cui Streeck risponde con la categoria dell’<autoinganno>; riducendo la chiamata di Habermas a vuota “speranza”). Vorrei soffermarmi ed interrogarla: perché Habermas usa la parola <disfattismo> (Defätismus)? Quale è la battaglia, la guerra, dalla quale Streeck si ritirerebbe?
Sospetto si possa dire che la guerra in corso, cioè quella centrale, sia per Habermas quella per l’autoespressione democratica del “popolo europeo” (che, come credo noto, per il filosofo francofortese è termine da leggere costruttivamente e non naturalisticamente. Il “popolo” non esiste prima dei circuiti discorsivi e la meccanica dei discorsi pubblici che contribuiscono a suscitarlo a partire da individui rinchiusi nella loro sfera personale o comunitaria). “Sopra” questo livello di integrazione sociale, riscattabile solo nella moneta di piccolo taglio dei discorsi pubblici e in quelli identitari, sarebbe il livello sistemico dei “codici” denaro e potere. Dunque è dal “basso” (o forse meglio dalle periferie) che può essere sconnessa la costrizione sistemica indotta.  

A questa idea il sociologo di Colonia, per come capisco, risponde in fondo che è la soggettività all’opera  ad essere non vista. Nella sua critica alla Scuola di Francoforte, di cui Habermas fu ultimo esponente, ed alla stessa analisi della “crisi di legittimità” del filosofo francofortese, sembra voler dire che il denaro non è un “codice”, ma un soggetto. Che il capitalismo, cioè, è capace di esprimere una volontà collettiva in radicale conflitto con il principio democratico. Dunque la battaglia per Streeck è su un altro piano: il punto di leva non sarebbe di adattare i meccanismi democratici ai flussi internazionali, per riportarli sotto il giudizio comune ottenendo in premio la costruzione di nuove soggettività sociali e politiche di scala superiore e più universali, ma interromperli. Deviarli, richiamare quindi la Sovranità entro confini di comunità di discorso nazionali in grado di difendersi.  

In certo modo entrambi leggono come Defätismus, l’impostazione dell’altro.  

Sembra che il professor Rodotà parteggi per l’universalismo “temperato” e costruttivo di Habermas, ma senza sottolineare a sufficienza il suo proceduralismo, che ne è parte essenziale. Al di là dell’istituzionalizzazione di una corretta lista di diritti (cui anche Habermas, ovviamente tiene), e della sua azionabilità per via giudiziaria (che pure conta e molto), la questione posta è quella della formazione della volontà legittima. 

Chi è il Sovrano in Europa? Chi lo è nel mondo? Se non recuperiamo questo tema la competizione come nuovo Dio ci condurrà al suo esito naturale: la guerra (e forse non solo economica; che pure fa morti). 


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