Pieno rispetto
per il grande valore del discorso e della persona di Stefano Rodotà, un grande
testimone vivente delle tensioni e delle battaglie della democrazia nella
seconda metà del novecento e della lunga ritirata al gelo di questi ultimi
anni.
Ogni persona, ed
ogni studioso in particolar modo, ha i suoi temi che derivano dalle priorità
che sente, dalla propria esperienza e inclinazione. Probabilmente, dunque nel
bel pezzo scritto oggi per La Repubblica, ha ragione nell’enfatizzare il tema
dei diritti negletti e dimenticati. Sicuramente
ne ha nel ricordare luoghi del dibattito in corso e passaggi storici
dimenticati. Tuttavia, non sono soddisfatto della frase <il grande conflitto sui diritti che ha già
devastato l’Europa accrescendo distanze ed ineguaglianza>. Proverei a
ragionarci.
Il grande e
plurisecolare discorso liberale sui diritti individuali è storicamente il fulcro
di leva che le élite rivoluzionarie scelsero per scardinare l’antropologia
aristocratica; riportando ai “lumi” della ragione la fondamentale, e
irriducibile, eguaglianza di ogni essere umano davanti a sé e agli altri. Questa
lezione non può e deve essere dimenticata. Deve continuamente essere ravvivata
e trasmessa da una mano alla successiva. E’ il nostro dovere di cittadini, di
uomini e di esseri senzienti. I diritti liberali fanno infatti argine, con la loro ineludibile presenza, alla
sopraffazione ed all’umiliazione.
Però il deficit
di legittimità, che affligge la costruzione europea, e che viene da più parti
denunciato, non si lascia descrivere solo come uno schiacciamento dell’uomo. Ma
anche dal tradimento del principio democratico, dal travisamento della soggettività
collettiva e della fonte di potere. Oltre alla questione dei diritti è in campo
la questione del Sovrano.
E’ in campo la
questione della centralità, nel discordo e nella pratica di costruzione della
decisionalità legittima, dell’autorizzazione ad agire secondo l’articolazione
di un interesse superiore del soggetto collettivo “popolo” (nella fattispecie “europeo”).
Impercettibilmente (ma non solo),
è stata sostituita dalla centralità dell’egoismo
espresso nei conflitti. E’ stato sostituito, cioè, da un discorso che vede la competizione tra eguali individui
come cardine dell’organizzazione sociale.
Il professore
sa, e mi può ovviamente insegnare a lungo, che il tema della “competizione” è
centrale nel discorso politico novecentesco; e struttura la battaglia sulla
eguaglianza legittima. Aver ripreso, da parte di una componente a lungo
egemonica, i temi settecenteschi degli illuministi scozzesi in base ad una
lettura antistorica e militante, ha oscurato a lungo come la percezione dell’arena
sociale fatta solo da liberi cittadini, ed organizzazioni, in competizione
reciproca per i loro legittimi interessi individuali “suoni” in modo
radicalmente diverso nella bloccata società del privilegio feudale, in cui
vivevano all’epoca gli illuministi, e nell’età del pieno dispiegarsi mondiale delle
forze del denaro e delle sue tecniche.
Oggi,
certamente, sono anche i cittadini ad essere schiacciati -come individui a cui
non vengono riconosciuti i propri diritti-, ma principalmente sono i diritti di
espressione e formazione della volontà politica ad esserlo. L’uomo tende ad
essere ridotto, anche nella qualità di cittadino, a una sola dimensione.
In senso
tattico, allora, ciò che andrebbe messo
in questione è il deficit “democratico”, più che quello “liberale”. La carenza
di legittimità che affligge questa
Unione Europea, tale solo di nome, è effetto del suo essere nella sostanza solo una arena di
sopraffazione reciproca di nazioni e –più analiticamente- di forze organizzare
per sostenere i propri interessi, invece di essere una sfera cooperativa e
solidaristica. Più che diventare l’organizzata espressione e luogo di
formazione di un interesse comune.
Stefano Rodotà
individua uno dei luoghi più interessanti del dibattito in corso: lo scontro
tra amici in atto tra Wolfgang
Streeck e Jurgen
Habermas. Abbiamo cercato più volte di guardarlo. Uno dei nodi è
esattamente sintetizzato nella frase di Habermas sull’abbandono <disfattistico>
del progetto Europeo che il professore richiama (cui Streeck risponde
con la categoria dell’<autoinganno>; riducendo la chiamata di Habermas a
vuota “speranza”). Vorrei soffermarmi ed interrogarla: perché Habermas usa la
parola <disfattismo> (Defätismus)? Quale è la battaglia, la guerra, dalla
quale Streeck si ritirerebbe?
Sospetto si
possa dire che la guerra in corso, cioè quella centrale, sia per Habermas
quella per l’autoespressione democratica del “popolo europeo” (che, come credo
noto, per il filosofo francofortese è termine da leggere costruttivamente e non
naturalisticamente. Il “popolo” non esiste prima dei circuiti discorsivi e la
meccanica dei discorsi pubblici che contribuiscono a suscitarlo a partire da
individui rinchiusi nella loro sfera personale o comunitaria). “Sopra” questo
livello di integrazione sociale, riscattabile solo nella moneta di piccolo
taglio dei discorsi pubblici e in quelli identitari, sarebbe il livello
sistemico dei “codici” denaro e potere. Dunque è dal “basso” (o forse meglio
dalle periferie) che può essere sconnessa la costrizione sistemica indotta.
A questa idea il
sociologo di Colonia, per come capisco, risponde in fondo che è la soggettività
all’opera ad essere non vista. Nella sua critica alla Scuola di Francoforte, di cui
Habermas fu ultimo esponente, ed alla stessa analisi della “crisi di
legittimità” del filosofo francofortese, sembra voler dire che il denaro non è
un “codice”, ma un soggetto. Che il
capitalismo, cioè, è capace di esprimere una volontà collettiva in radicale conflitto con il principio
democratico. Dunque la battaglia per Streeck è su un altro piano: il punto
di leva non sarebbe di adattare i meccanismi democratici ai flussi
internazionali, per riportarli sotto il giudizio comune ottenendo in premio la
costruzione di nuove soggettività sociali e politiche di scala superiore e più
universali, ma interromperli. Deviarli,
richiamare quindi la Sovranità entro confini di comunità di discorso nazionali
in grado di difendersi.
In certo modo
entrambi leggono come Defätismus, l’impostazione dell’altro.
Sembra che il
professor Rodotà parteggi per l’universalismo “temperato” e costruttivo di
Habermas, ma senza sottolineare a sufficienza il suo proceduralismo, che ne è
parte essenziale. Al di là dell’istituzionalizzazione di una corretta lista di
diritti (cui anche Habermas, ovviamente tiene), e della sua azionabilità per
via giudiziaria (che pure conta e molto), la questione posta è quella della
formazione della volontà legittima.
Chi è il Sovrano in Europa? Chi lo è nel mondo? Se non recuperiamo questo tema la competizione come
nuovo Dio ci condurrà al suo esito naturale: la guerra (e forse non solo
economica; che pure fa morti).
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