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mercoledì 8 gennaio 2014

Wynne Godley, “Sul Trattato di Maastricht”, 1992


London Review of Book, 8 ottobre 1992. Il Trattato di Maastricht commentato, alla data della sottoscrizione, da un famoso economista britannico post-keynesiano, morto successivamente nel 2010. Godley vi sostiene che l’istituzione della moneta unica provocherà la fine della sovranità degli Stati aderenti, essendo il potere di emettere una propria moneta e di ottenere le anticipazioni dalla propria banca centrale la principale caratteristica della sovranità nazionale.

Godley, all’inizio dell’articolo, si chiede come sia possibile che il Trattato non preveda alcun’altra Istituzione per la regolazione dell’economia. E si risponde che “i suoi sostenitori devono supporre che non sia necessario nient’altro”. Sotto la Presidenza Delors, una Commissione composta solo da banchieri (il Comitato Delors) decise infatti che una Banca Centrale indipendente fosse l’unica Istituzione necessaria per gestire un’Europa integrata e sovranazionale.
Una decisione singolare, a meno di credere che “le economie moderne siano dei sistemi che si regolano autonomamente e che non richiedono alcun tipo di gestione”.

E’ chiaro che, per Godley, “si tratta di una versione rozza ed estrema di quel punto di vista che da qualche tempo costituisce l’opinione prevalente in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Giappone) secondo la quale i governi sono incapaci, e perciò devono astenersi da qualunque tentativo, di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi della politica economica, come la crescita e il pieno impiego. Tutto quello che si può legittimamente fare, secondo questo punto di vista, è controllare l’offerta di moneta e mantenere il bilancio in pareggio”.
In altre parole, se ha ragione Godley (ed è evidente che le cose stanno così) si tratta di una posizione estremista e fortemente connotata dal punto di vista ideologico, posta a base di un Trattato con valenza costituzionale e praticamente inamovibile. Dal punto di vista costituzionale un abominio. Una posizione culturale che fa strame di ogni prudenza e di ogni considerazione per le alternative ponendo le proprie opinioni a centro del mondo in posizione di verbo assoluto. Un delirio, anzi un crimine.

Tornando alla lettura dell’articolo: “se una nazione cede o perde questo potere, acquisisce lo status di una autorità locale o di una colonia.”
Infatti “le autorità locali e le regioni ovviamente non possono svalutare. Non solo sono prive del potere di finanziare i loro deficit con la creazione di moneta ma anche gli altri metodi che potrebbero impiegare per finanziarsi sono soggetti alla regolamentazione centrale. Né esse possono modificare i tassi d’interesse. Poiché le autorità locali non possono utilizzare nessuno degli strumenti di una politica macroeconomica, le loro scelte politiche sono limitate a questioni di minore rilevanza - un pò più d’istruzione qui, un pò meno d’infrastrutture là”.

Si tratta, precisamente, della condizione d’impotenza che, a ben vedere, sta letteralmente distruggendo la credibilità delle élite politiche in tutti paesi europei soggetti alla regolazione finanziaria della BCE. I cittadini, che non sono stupidi, capiscono che nulla di quanto si “decide” a Roma, Parigi, Madrid conta se non è ratificato a Bruxelles o approvato a Francoforte dalla BCE.

Godley ci ricorda, a distanza ormai di ventuno anni, che il Governo centrale di uno Stato sovrano deve prendere su di sé la responsabilità, davanti ai cittadini ai quali risponde, di determinare il livello ottimale della spesa pubblica (in termini di massa ed allocazione), connessa con il carico fiscale corretto (in termini di massa e distribuzione). Se reputa necessarie differenze tra spese e tassazioni, deve poter decidere quanta parte, nella congiuntura, sia finanziata con indebitamento e quanta con anticipazione della Banca Centrale. Sono queste scelte che devono determinare i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione e quindi gli effetti sulla fiducia, la credibilità, l’inflazione e la disoccupazione; sulla crescita.
Queste scelte influenzano “profondamente” la distribuzione del reddito e della ricchezza tra i cittadini, i gruppi e le regioni. E possono servire a dare assistenza a chi fosse danneggiato da cambiamenti strutturali di cui non ha responsabilità.

Naturalmente, “quasi nulla di semplice si può dire su come questi strumenti, con tutte le loro interdipendenze, debbano essere impiegati per promuovere il benessere di una nazione e anche per proteggerlo, ad esempio dagli shock di varia natura ai quali inevitabilmente sarà esposto.” Non ha senso (o “ha solo un significato limitato”) dire che il bilancio deve essere sempre in pareggio. Intanto una cosa è avere un bilancio in pareggio che spende il 40% del PIL (o, potremmo dire oggi il 55%) oppure il 10%. Ma, più importante, sarebbe giusto non fare niente se il prezzo del petrolio triplicasse? (O, potremmo dire oggi, se la Lehman Brothers fallisse?).
Addirittura Godley afferma che “in periodi di gravissima crisi, può anche essere appropriato per il governo centrale il peccare contro il mostro sacro di tutte le banche centrali e invocare la <tassa dell’inflazione> - in modo tale da appropriarsi deliberatamente di risorse riducendo, con la tassa dell’inflazione, il valore reale della ricchezza di carta della nazione. Fu dopotutto proprio per mezzo della tassa dell’inflazione che secondo Keynes avremmo dovuto pagare le spese necessarie per la guerra”. Ripetendo cose simili potremmo far venire un infarto alla gentile signora Merkel.

Il punto vero l’economista inglese lo ricorda subito dopo questa provocazione, del resto appena ricordata anche da Reinhart e Rogoff; non è questione che la sovranità sia necessariamente da attribuire ai governi nazionali. Ma che deve essere in mano a qualche Istituzione democraticamente responsabile.

Altrimenti transita semplicemente nei mercati. Ma qui le cose si fanno semplici: se la sovranità è dei mercati non siamo più in democrazia. Il potere è del denaro.

Godley non arriva a dire questo, nel 1992, ma qualifica come “incredibile” la lacuna del Trattato che, mentre “prevede nel dettaglio l’istituzione e le modalità operative di una Banca Centrale indipendente, non prevede nulla di analogo, nei termini della Comunità Europea, a proposito di un Governo Centrale.”
Non è prevista, insomma, nessuna contropartita al sacrificio della sovranità, come la costituzione di una Federazione dei paesi aderenti. Qualche organo, democraticamente responsabile verso i cittadini, che eserciti tutte le funzioni richiamate “sia verso i paesi membri che verso il mondo esterno”.

Godley conduce, per farsi capire, un esempio che risuona profetico (in linea con il personaggio, non alieno da simili performance): “se la depressione dovesse prendere una seria piega negativa - ad esempio se il tasso di disoccupazione dovesse di nuovo salire permanentemente a quel 20-25 per cento caratteristico degli anni Trenta - i singoli paesi presto o tardi eserciterebbero il loro diritto sovrano a dichiarare l’intero movimento verso l’integrazione europea un disastro e ricorrerebbero a misure di controllo degli scambi e protezionistiche - un’economia da stato di assedio se si vuole. Questo corrisponderebbe a un ritorno alla condizione del periodo tra le due guerre mondiali.”
Per evitare questo sarebbe necessaria una “reflazione coordinata”, che solo un Governo Federale Europeo potrebbe compiere, “senza una tale istituzione l’Unione Economica e Monetaria europea impedirebbe ai singoli paesi di adottare azioni efficaci senza offrire nulla in cambio”.

D’altra parte, ed è il suo secondo esempio profetico, cosa succederebbe se un’intera regione Europea (poniamo, la Grecia) dovesse iniziare a soffrire di un declino strutturale? A causa di un declino della sua struttura industriale, della posizione nell’economia mondiale o di fenomeni demografici? Godley risponde che “finché è uno Stato sovrano, può svalutare la sua moneta in modo tale da commerciare con successo in una condizione di pieno impiego, purché il suo popolo accetti la necessaria diminuzione dei salari reali. [ma] Con una unione economica e monetaria questo rimedio è ovviamente impedito e le prospettive del paese sono davvero gravi a meno che non siano stati stabiliti degli accordi per un Bilancio Federale che svolga una funzione ridistributiva tra i diversi paesi. Come venne chiaramente riconosciuto dal Rapporto MacDougall pubblicato nel 1977, ci deve essere uno scambio con il quale la rinuncia all’opzione della svalutazione sia compensata da una ridistribuzione fiscale tra paesi.”
Vale a dire che questo semplicissimo meccanismo era oggetto di osservazione da cinquanta anni (in realtà molto di più). Quel che, infatti, manca al sistema di Maastricht sono tutte le caratteristiche proprie di uno Stato e che consentono un automatico sostegno reciproco (standard comuni nei servizi pubblici, carico fiscale comune, sostegni ai disoccupati, etc…).

In altre parole: “se un paese o una regione non ha il potere di svalutare, e se non è il beneficiario di un sistema fiscale di compensazione, allora non c’è nulla che possa impedire che esso soffra un processo di declino cumulativo estremo che porterà, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame”.

Tra le due posizioni logiche di Margaret Thatcher che ha deciso di “scendere dal treno dell’Unione Monetaria”, e di chi spinge per una Costituzione Federale con un Bilancio Federale molto più ampio di quello dell’attuale Comunità Europea, quella che Godley ventuno anni fa non trovava comprensibile era quella “di coloro che mirano all’Unione Economica e Monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (tranne la nuova Banca Centrale) e che si schermiscono con grande orrore alle parole <federale> e <federalismo>.”

Oggi, ventuno anni dopo, non possiamo che concordare con lui.
Onore “compagno Godley”!


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