London Review of
Book, 8 ottobre 1992. Il Trattato di Maastricht commentato,
alla data della sottoscrizione, da un famoso economista britannico
post-keynesiano, morto successivamente nel 2010. Godley vi sostiene che
l’istituzione della moneta unica provocherà la fine della sovranità degli Stati
aderenti, essendo il potere di emettere
una propria moneta e di ottenere le anticipazioni dalla propria banca centrale
la principale caratteristica della sovranità nazionale.
Godley,
all’inizio dell’articolo, si chiede come sia possibile che il Trattato non
preveda alcun’altra Istituzione per la regolazione dell’economia. E si risponde
che “i suoi sostenitori devono supporre che non sia necessario nient’altro”.
Sotto
Una decisione
singolare, a meno di credere che “le economie moderne siano dei sistemi che si
regolano autonomamente e che non richiedono alcun tipo di gestione”.
E’ chiaro che,
per Godley, “si tratta di una versione rozza ed estrema di quel punto di vista
che da qualche tempo costituisce l’opinione prevalente in Europa (ma non negli
Stati Uniti o in Giappone) secondo la
quale i governi sono incapaci, e perciò devono astenersi da qualunque
tentativo, di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi della
politica economica, come la crescita e il pieno impiego. Tutto quello che si
può legittimamente fare, secondo questo punto di vista, è controllare l’offerta
di moneta e mantenere il bilancio in pareggio”.
In altre parole,
se ha ragione Godley (ed è evidente che le cose stanno così) si tratta di una
posizione estremista e fortemente connotata dal punto di vista ideologico,
posta a base di un Trattato con valenza costituzionale e praticamente inamovibile.
Dal punto di vista costituzionale un
abominio. Una posizione culturale che fa strame di ogni prudenza e di ogni
considerazione per le alternative ponendo le proprie opinioni a centro del
mondo in posizione di verbo assoluto. Un delirio, anzi un crimine.
Tornando alla
lettura dell’articolo: “se una nazione
cede o perde questo potere, acquisisce lo status di una autorità locale o di
una colonia.”
Infatti “le
autorità locali e le regioni ovviamente non possono svalutare. Non solo sono
prive del potere di finanziare i loro deficit con la creazione di moneta ma
anche gli altri metodi che potrebbero impiegare per finanziarsi sono soggetti
alla regolamentazione centrale. Né esse possono modificare i tassi d’interesse.
Poiché le autorità locali non possono utilizzare nessuno degli strumenti di una
politica macroeconomica, le loro scelte politiche sono limitate a questioni di
minore rilevanza - un pò più d’istruzione qui, un pò meno d’infrastrutture là”.
Si tratta,
precisamente, della condizione d’impotenza che, a ben vedere, sta letteralmente
distruggendo la
credibilità delle élite politiche in tutti paesi europei soggetti alla
regolazione finanziaria della BCE. I cittadini, che non sono stupidi, capiscono
che nulla di quanto si “decide” a Roma, Parigi, Madrid conta se non è
ratificato a Bruxelles o approvato a Francoforte dalla BCE.
Godley ci
ricorda, a distanza ormai di ventuno anni, che il Governo centrale di uno Stato
sovrano deve prendere su di sé la responsabilità, davanti ai cittadini ai quali risponde, di determinare il livello
ottimale della spesa pubblica (in termini di massa ed allocazione), connessa
con il carico fiscale corretto (in termini di massa e distribuzione). Se reputa
necessarie differenze tra spese e tassazioni, deve poter decidere quanta parte,
nella congiuntura, sia finanziata con indebitamento e quanta con anticipazione
della Banca Centrale. Sono queste scelte che devono determinare i tassi di
interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione e quindi gli effetti
sulla fiducia, la credibilità, l’inflazione e la disoccupazione; sulla
crescita.
Queste scelte
influenzano “profondamente” la distribuzione del reddito e della ricchezza tra
i cittadini, i gruppi e le regioni. E possono servire a dare assistenza a chi
fosse danneggiato da cambiamenti strutturali di cui non ha responsabilità.
Naturalmente, “quasi
nulla di semplice si può dire su come questi strumenti, con tutte le loro interdipendenze,
debbano essere impiegati per promuovere il benessere di una nazione e anche per
proteggerlo, ad esempio dagli shock di varia natura ai quali inevitabilmente
sarà esposto.” Non ha senso (o “ha solo un significato limitato”) dire che il
bilancio deve essere sempre in pareggio. Intanto una cosa è avere un bilancio
in pareggio che spende il 40% del PIL (o, potremmo dire oggi il 55%) oppure il
10%. Ma, più importante, sarebbe giusto non fare niente se il prezzo del
petrolio triplicasse? (O, potremmo dire oggi, se la Lehman Brothers fallisse?).
Addirittura
Godley afferma che “in periodi di gravissima crisi, può anche essere
appropriato per il governo centrale il peccare contro il mostro sacro di tutte
le banche centrali e invocare la <tassa dell’inflazione> - in modo tale
da appropriarsi deliberatamente di risorse riducendo, con la tassa
dell’inflazione, il valore reale della ricchezza di carta della nazione. Fu
dopotutto proprio per mezzo della tassa dell’inflazione che secondo Keynes
avremmo dovuto pagare le spese necessarie per la guerra”. Ripetendo cose simili potremmo far venire un infarto alla gentile
signora Merkel.
Il punto vero
l’economista inglese lo ricorda subito dopo questa provocazione, del resto
appena ricordata anche da Reinhart
e Rogoff; non è questione che la sovranità sia necessariamente da
attribuire ai governi nazionali. Ma che deve essere in mano a qualche
Istituzione democraticamente responsabile.
Altrimenti
transita semplicemente nei mercati. Ma qui le cose si fanno semplici: se la sovranità è dei mercati non siamo più
in democrazia. Il potere è del denaro.
Godley non
arriva a dire questo, nel 1992, ma qualifica come “incredibile” la lacuna del
Trattato che, mentre “prevede nel dettaglio l’istituzione e le modalità
operative di una Banca Centrale indipendente, non prevede nulla di analogo, nei
termini della Comunità Europea, a proposito di un Governo Centrale.”
Non è prevista,
insomma, nessuna contropartita al sacrificio della sovranità, come la
costituzione di una Federazione dei paesi aderenti. Qualche organo,
democraticamente responsabile verso i cittadini, che eserciti tutte le funzioni
richiamate “sia verso i paesi membri che verso il mondo esterno”.
Godley conduce,
per farsi capire, un esempio che risuona profetico (in linea con il
personaggio, non alieno da simili performance): “se la depressione dovesse
prendere una seria piega negativa - ad esempio se il tasso di disoccupazione
dovesse di nuovo salire permanentemente a quel 20-25 per cento caratteristico
degli anni Trenta - i singoli paesi presto o tardi eserciterebbero il loro
diritto sovrano a dichiarare l’intero movimento verso l’integrazione europea un
disastro e ricorrerebbero a misure di controllo degli scambi e protezionistiche
- un’economia da stato di assedio se si vuole. Questo corrisponderebbe a un
ritorno alla condizione del periodo tra le due guerre mondiali.”
Per evitare
questo sarebbe necessaria una “reflazione coordinata”, che solo un Governo
Federale Europeo potrebbe compiere, “senza
una tale istituzione l’Unione Economica e Monetaria europea impedirebbe ai
singoli paesi di adottare azioni efficaci senza offrire nulla in cambio”.
D’altra parte,
ed è il suo secondo esempio profetico, cosa succederebbe se un’intera regione
Europea (poniamo, la Grecia )
dovesse iniziare a soffrire di un declino strutturale? A causa di un declino
della sua struttura industriale, della posizione nell’economia mondiale o di
fenomeni demografici? Godley risponde che “finché è uno Stato sovrano, può
svalutare la sua moneta in modo tale da commerciare con successo in una
condizione di pieno impiego, purché il suo popolo accetti la necessaria
diminuzione dei salari reali. [ma] Con una unione economica e monetaria questo
rimedio è ovviamente impedito e le prospettive del paese sono davvero gravi a
meno che non siano stati stabiliti degli accordi per un Bilancio Federale che
svolga una funzione ridistributiva tra i diversi paesi. Come venne chiaramente
riconosciuto dal Rapporto MacDougall pubblicato nel 1977, ci deve essere uno
scambio con il quale la rinuncia all’opzione della svalutazione sia compensata
da una ridistribuzione fiscale tra paesi.”
Vale a dire che
questo semplicissimo meccanismo era oggetto di osservazione da cinquanta anni
(in realtà molto di più). Quel che, infatti, manca al sistema di Maastricht
sono tutte le caratteristiche proprie di uno Stato e che consentono un
automatico sostegno reciproco (standard comuni nei servizi pubblici, carico
fiscale comune, sostegni ai disoccupati, etc…).
In altre parole:
“se un paese o una regione non ha il
potere di svalutare, e se non è il beneficiario di un sistema fiscale di
compensazione, allora non c’è nulla che possa impedire che esso soffra un
processo di declino cumulativo estremo che porterà, alla fine, all’emigrazione
come unica alternativa alla povertà o alla fame”.
Tra le due
posizioni logiche di Margaret Thatcher che ha deciso di “scendere dal treno
dell’Unione Monetaria”, e di chi spinge per una Costituzione Federale con un Bilancio
Federale molto più ampio di quello dell’attuale Comunità Europea, quella che
Godley ventuno anni fa non trovava comprensibile era quella “di coloro che
mirano all’Unione Economica e Monetaria senza la creazione di nuove istituzioni
politiche (tranne la nuova Banca Centrale) e che si schermiscono con grande
orrore alle parole <federale> e <federalismo>.”
Oggi, ventuno
anni dopo, non possiamo che concordare con lui.
Onore “compagno Godley”!
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