Un significativo
paper (ed una intervista) di Fritz Scharpf, dell'otttobre 2013; il professore emerito ed ex Direttore al Max Plankt Institute prende una posizione netta contro l’Euro ed arriva a dire “chi ha l’Europa ha cuore deve approvare la
fine dell’Euro”. Cioè il sistematico smontaggio dei meccanismi della “trappola
dell’Euro”.
L’argomento del
professore tedesco, specializzato nell’analisi di meccanismi decisionali
pubblici ed autore di numerosi testi
sul processo decisionale europeo e la democrazia, è che sono le strutture dell’Unione
Monetaria e le regole del Trattato di Maastricht, come ricordiamo
approvate con poca discussione pubblica nel contesto degli anni turbolenti nei
quali crollava il sistema sovietico e si unificava la Germania, che “hanno causato la crisi finanziaria ed
economica della zona Euro”. Se la politica tiene ferma questa posizione i
problemi non potranno che aggravarsi. Infatti i problemi sono causati dalla compresenza
di una moneta unica e di una politica monetaria centralizzata in condizioni di
libera circolazione dei capitali. Naturalmente hanno importanza fondamentale anche
i limiti del Patto di Stabilità sul deficit ed il debito, la clausola di
non-salvataggio, il divieto di finanziamento monetario agli Stati e l’indissolubilità
dell’appartenenza all’Unione Monetaria.
Come è evidente,
e del resto deriva dall’osservazione del (poco) dibattito dell’epoca, queste
regole economicamente assurde hanno la specifica funzione di tenere sotto
pressione i Governi Nazionali, costringendoli a limitare gli interventi sociali.
Tra le cause
strutturali della crisi dell’Euro viene indicata da Scharpf l’interruzione del
segnale di avviso determinato, in un sistema di cambi fissi con Monete diverse
e Banche Centrali indipendenti, dalla bilancia dei pagamenti (il modellino è in
tutti i manuali di macroeconomia: se un paese esporta più di quanto importi la
sua moneta si apprezza –perché le controparti estere devono comprare moneta per
pagarmi-, ma questo ostacola le successive esportazioni, tendendo ad
autoequilibrarsi; per gestire questa dinamica le Banche Centrali agiscono sui
tassi). La Banca Centrale Europea, del resto, deve operare con le medie, e
dunque le sue azioni saranno sempre troppo espansive per qualcuno e poco per
qualcun altro (o viceversa restrittive). Nelle condizioni attuali dell’Euro ciò
che succede è che l’inflazione interna differenziale, che si accompagna ai
processi di squilibrio fa il resto (ad esempio, quella tedesca sistematicamente
inferiore alla nostra di un punto circa): modifica i tassi reali nei diversi
paesi (un tasso eguale con inflazione diversa, dà un tasso reale diverso), ottenendo
l’effetto di non far tendere i sistemi economici nazionali alla convergenza, ma alla divergenza, “questo è
esattamente quanto è successo”.
La posizione di
difesa (nell’articolo rappresentata da Hassel e Schelke) sostiene che questa
differenza può essere l’occasione di una “crescita accelerata”. Scharpf ammette
che è vero, in linea di principio. Ma si tratta di una crescita “finanziata da
un credito e guidata dai consumi” e quindi a ben vedere aumenta gli squilibri internazionali. Il trasferimento di risorse
per il credito avviene infatti senza compensazioni (come nel vecchio Golden
Standard) e, tramite il sistema interbancario, con provenienza quindi dai paesi
in surplus. Sono, cioè, le banche private che “in cerca di opportunità di
investimento straniere per i proventi delle loro esportazioni che non trovano
collocazione nel mercato interno” rappresentano il motore di questo meccanismo.
Provo a dirlo
con parole diverse, perché il punto è
nodale: in un sistema economico in cui i capitali si muovono liberamente,
ma che ha un unico tasso di interesse ufficiale e moneta, se un paese importa
più di quanto esporta non altera più il cambio (non apprezza il marco, nella
fattispecie); l’unico effetto che resta è quindi
che sale la sua inflazione interna (stanno aumentando i consumi, per questo
importa troppo) e questo ha molti effetti connessi: in particolare abbassa il
tasso “reale” (ufficiale – inflazione) e rende più conveniente indebitarsi per
i consumatori, cosa che a sua volta fa crescere ancora i consumi, e questi i
prezzi. Questo circolo vizioso si intreccia con il suo simmetrico: chi sta
esportando, non perde valore di moneta ma incassa somme ingenti che (se ha uno
squilibrio simmetrico ed esporta più di quanto importa, cioè spende) non
trovano impieghi sufficienti in patria (o interessanti); allora esporta i
capitali eccedentari, prestandoli a chi sta comprando le sue merci. Gli presta cioè i soldi per comprare le
merci che gli vende.
Si tratta della
versione europea del rapporto Cina-USA che ha fatto la fortuna della Cina per
anni e che ha sostenuto la pace sociale negli Stati Uniti (lo abbiamo
incontrato nella lettura dei libri di Rajan,
Spence,
Stiglitz),
ma con una differenza: le monete agiscono (in teoria, perché la Cina l’ha
attivamente manipolata) da bilanciere.
Lo dico ancora
diversamente: sono le banche private del
paese “forte” che vincono due volte in questo meccanismo, aumentano la
raccolta (perché le industrie esportano) e trovano clienti all’estero in
abbondanza. C’è un problema: se va avanti per molti anni alla fine hanno tanti
crediti (si stima oltre 1.000 miliardi solo per quelle tedesche), e sono all’estero;
che succede se uno shock asimmetrico mette in difficoltà i loro clienti?
Ma torniamo a Scharpf:
nei paesi che erano in deficit (di bilancia commerciale) questa domanda di
credito si è concentrata nel settore delle costruzioni e dei servizi locali,
non esposti alla concorrenza. I settori in concorrenza estera sono rimasti
danneggiati da questa dinamica, perché l’incremento dei prezzi e dei salari
(determinato dal flusso finanziario aggiuntivo in prestito e dai consumi che
induceva, se ho dei soldi li spendo), essendo differenziale rispetto ai paesi in
surplus nel quadro di una sola moneta, li
svantaggiava. Così adesso abbiamo visto anche questo altro anellino di
retroazione: anche il settore dell’esportazione
del paese “virtuoso”, non solo le sue banche, si avvantaggia. Aumenta
sempre più la sua forza perché si indeboliscono i concorrenti. La competizione
si fa anche così, è esattamente la stessa cosa se io divento più forte o tu più
debole.
Infine, questo
rende anche meno attraente gli investimenti nei settori “tradable” (perché investire
in un’industria se non è competitiva?).
Questo effetto,
dice Scharpf, vale il 10% di differenziale (del tasso di cambio reale) tra Germania
e paesi in deficit commerciale fino al 2008, e poi un altro 20% in Spagna, Irlanda
e Grecia (mentre del 5% in Portogallo). L’Italia non è citata (ma il valore
dovrebbe essere cumulativamente dalle parti del 15%).
“Come risultato l’Unione Monetaria ha così creato un
circolo vizioso perfetto”.
La mancanza del “campanello
di allarme”, rappresentato dal cambio, ha impedito ai “vigili del fuoco” di intervenire.
I paesi senza strumenti macroeconomici potevano, del resto, reagire solo con
microregolamenti o tassazione indiretta ed altri oneri, volti a “raffreddare” i
settori surriscaldati: non proprio coerente con “la dottrina neo-liberista
monetarista su cui si basa l’Unione Monetaria”. In altre parole, la dottrina è
intrinsecamente contraddittoria, rende necessario localmente politiche opposte
al suo credo per funzionare.
Anche la BCE,
nel primo decennio, è stata a guardare tutto questo, perché mancava degli
strumenti (e della volontà politica) per regolare contemporaneamente, in segno
diverso, l’economia tedesca espansiva e quella spagnola, greca ed irlandese
restrittiva. Diciamo, non a caso.
Infine anche per
la Commissione, assolutamente dominata dalla Germania, nell’ambito del Patto di
Stabilità, il debito privato in rapido boom non era un problema. Si limitava a
discutere del debito degli Stati.
Per Scharpf è
dunque “un errore determinato da una
interpretazione storicamente insostenibile, se oggi a Berlino, Francoforte,
Bruxelles e Lussemburgo, la colpa della crisi dell’Euro è attribuita ai governi
dei paesi in deficit ed alla loro politica del debito irresponsabile”.
Il successo, che
era solo apparente dato che coltivava i suoi mali, dell’Unione Monetaria si è
concluso nel 2008 con la crisi finanziaria internazionale e la restrizione
creditizia violenta che ha comportato. Si distinguono due fasi: nella prima la crisi ha colpito le
banche dei paesi “eccedentari” (che quindi avevano prestato troppo), perché avevano
rilevato molti “crediti spazzatura” americani, al centro del crack; ma nella seconda ha colpito quelle dei
paesi in deficit, le cui esigenze di rifinanziamento a breve sono rimaste
scoperte sul mercato interbancario. Cioè su quel mercato nel quale le banche
(del nord) in surplus collocavano le risorse utilizzate (al sud). Ma c’è un
altro aspetto: “nello stesso tempo temevano per i loro prestiti le banche nei
paesi eccedentari”.
Su entrambi i lati, quindi è intervenuta la
mano pubblica ed il Governo ha salvato le banche “a rilevanza sistemica” e senza
alcun riguardo per il Patto di Stabilità. Si era ovviamente in stato di
eccezione. In questo modo però rischi privati (se una banca tedesca presta ad
una banca spagnola soldi depositati presso di lei da una industria esportatrice
–es. BMW- per finanziare un nuovo Centro Congressi a Barcellona, realizzato da
una impresa di costruzioni privata e venduto a imprese private, di chi sono i
rischi assunti liberamente? Che dice la teoria neo-liberale?) sono stati
trasformati in debito sovrano (di tutti).
Questo ha provocato
due effetti rafforzanti: la restrizione del credito (che si è sempre approfondita)
nei paesi in deficit ha ridotto l’economia reale, e quindi il gettito fiscale, mentre
il debito pubblico veniva declassato e costava sempre di più sul mercato
privato dei capitali. Il possibile default degli Stati sovrani, però minaccia
in effetti le anche creditrici francesi e tedesche e degli altri paesi in
surplus. Di qui gli strumenti di stabilizzazione approvati, sempre poco e
sempre tardi, come i “pacchetti di salvataggio” (accompagnati dalle famose “lettere”
e dalla Troika), e i Fondi ESF e ESM.
Come ricorda
Scharpf, questa deriva non fu fermata con una rapida e completa garanzia
europea dei debiti sovrani per l’opposizione della Germania, trincerata nella
Clausola di non-salvataggio (che doveva proteggere dal “rischio morale” degli
Stati, ma evidentemente non da quello delle banche private). Il problema è che
quando si sono resi conto che questo atteggiamento avrebbe trascinato nel
baratro il sistema creditizio nazionale, secondo l’autore, si era ormai
innestata una spirale di rafforzamento che non è ancora stata fermata. L’inseguimento
tra austerità, stagnazione, indebolimento creditizio, perdita di capacità
economica, restrizione fiscale, indebitamento pubblico, austerità.
Del resto ci
ricorda che l’opposizione alla garanzia comune deriva, a regole invariate,
anche dalla conseguenza che renderebbe più oneroso il finanziamento del debito
tedesco (perché oggi abbiamo una moneta comune – e quindi riferita a valori
medi – ma un debito nazionale – e quindi ognuno ai suoi tassi). In altre parole
non ci sarebbe Spread.
A questo punto
Scharpf mette il dito in una piaga non da poco: ricorda come Hassel e Schelke
propongano di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di integrare tutto sul
modello dell’unificazione tra Germania Ovest ed Est.
Tra poco
proveremo a leggere insieme Anschluss,
di Vladimiro Giacchè, e approfondiremo, comunque il nostro lo definisce un
paragone “scoraggiante”. Infatti mentre la Repubblica Ceca e l’Ungheria, che
avevano una loro moneta, Banca Centrale e Politica Economica, hanno guadagnato
competitività dalla caduta del muro “la
Germania Est è stata de-industrializzata. In due decenni di trasferimenti
Est-Ovest non sono bastati migliaia di miliardi di dollari spesi in reddito
sociale ed infrastrutture pubbliche per arrivare al livello della Germania
occidentale. Ma hanno prodotto solo poche isole di crescita economica autosufficiente
e non riescono ad impedire una migrazione economicamente disastrosa e
politicamente pericolosa dalle regioni della Germania orientale”. Si parla di
trasferimenti nell’ordine del 3% del PIL tedesco e non danno speranza. E questo
con elementi che non sono presenti in Europa, come la pensione centralizzata,
la sanità o l’assicurazione contro la disoccupazione.
Al contrario,
senza l’Unione Monetaria i paesi in deficit non potrebbero evitare una
massiccia svalutazione, ma questo
aumenterebbe il costo delle importazioni e diminuirebbe quello delle
esportazioni, contribuendo ad aumentarne la competitività. Quindi gli
investimenti in strutture produttive tornerebbero redditizi. Se non si innesta
una spirale di inflazione (e per questo ci vuole coesione e moderazione)
sarebbe possibile.
Se si tiene invece
ferma l’Unione Monetaria, per Scharpf, resta
solo la strada (che si sta cercando di percorrere, ma che potrebbe durare
venti anni) della svalutazione interna
reale (anziché quella nominale della moneta). In assenza di redditività ad
investire (nelle condizioni attuali) questa riduzione dei prezzi può però avvenire
solo dal lato dei redditi da lavoro. Cioè dei “costi salariali nominali”.
Ma, e questo è
un altro piccolo ingranaggio della “trappola dell’Euro”, per ottenere un
drastico e rapido tagli dei salari nominali non si può certo ottenere il
consenso degli interessati. Dunque resta solo una strada: ridurre la spesa
pubblica (in modo da agire sui salari del settore pubblico) e far ridurre
quelli privati dal “mercato”. Provocando una massiccia disoccupazione di massa,
in modo che la legge della domanda e dell’offerta faccia il resto. La crescita
dei profitti industriali, aumentando la redditività del capitale, dovrebbe far
ripartire gli investimenti privati.
Sarà, in altre parole, la riduzione della forza
contrattuale dei lavoratori a costringerli ad accettare salari minori. Ma si tratta di una strada lunga (solo in Irlanda
inizia a dare qualche effetto), che può essere accelerata con politiche
antisindacali e volte a ridurre le tutele del lavoro. “In Grecia, per esempio
la <troika> chiede l’abolizione della contrattazione collettiva, l’eliminazione
del primato dei contratti collettivi prima di accordi operativi e l’approvazione
delle unioni professionali”.
Ovviamente,
ricorda Scharpf, le cose sono molto più complicate: in condizioni di alta
flessibilità si attiverebbero flussi migratori in uscita che lascerebbero in
alcuni settori qualificati condizioni di scarsità locale di forza lavoro e,
conseguentemente rialzerebbero i salari, questa contro-dinamica si realizzerebbe
nelle aziende ad alto contenuto innovativo e tecnologico; inoltre l’abbassamento
dei salari –anche per il meccanismo di prima – favorirebbe principalmente la
formazione di una “economia a basso salario”, che ostacola lo sviluppo di mercati
competitivi e innovativi. Su questo si può leggere utilmente
Moretti.
Questa è una
politica, in conclusione, che
richiede di forzare la volontà e le prevedibili proteste degli elettori e che
rischia di lasciare i paesi del mezzogiorno europeo stabilmente in una
condizione depressa. Diciamo di fare la stessa esatta fine del Sud Italia (se
qualcuno ha presente).
In queste
condizioni infatti i costi per salvare l’Euro prevedono sia divisioni sociali
ed economiche in Europa, sia l’erosione della democrazia e della coesione
politica.
La ragione è
chiara e semplice: “la democrazia richiede che i cittadini possano scegliere
circa le politiche che ne influenzano il destino collettivo. L’Unione Monetaria
ha centralizzato con la sua politica monetaria gli strumenti più efficaci della
politica economica degli Stati membri. Il risultato è stata la crisi dell’Euro.
Ora le restanti competenze nazionali, [relative] alla micro-gestione centrale,
sono sottoposte alla pressione per superarle da parte del Patto Fiscale europeo
e i Regolamenti <Six-Pact> del Consiglio e del Parlamento”.
Tra le cose più
forti c’è la Procedura per la “Prevenzione e correzione degli squilibri
macroeconomici”, che attribuisce una autorità quasi illimitata alla Commissione
di attribuire istruzioni ai Parlamenti. Cioè determina una sovraprogrammazione
ed una capacità gerarchica ad un organo sovranazionale costituito dagli
Esecutivi verso i Parlamenti ex-sovrani. Un bel problema costituzionale e di
teoria democratica.
Schapft ha, in
questo contesto parole che sembrano pietre: “come risultato le scelte di
politica nazionale sono in gran parte eliminate su tutte le questioni che
riguardano politiche di primaria importanza per le condizioni di vita dei
cittadini”. Il potere di legittimazione dei processi democratici, che è già
calante quando subentra la necessità economica, viene direttamente sostituito “dalla
dominazione straniera” l’autogoverno democratico nazionale, quando si entra nel
campo delle Direttive Europee.
La distinzione
che conta è la seguente: le politiche economiche congiunturali sono politiche
discrezionali ad alto contenuto politico, per questo sono normalmente prese dal
livello “esecutivo”, ma i Governi
Nazionali –che costituiscono la Commissione – non hanno un mandato dai loro
Parlamenti per agire su altri Stati Sovrani. Però è quello che fanno. Si
genera quindi una particolare irresponsabilità, perché un Governo che ha il
mandato a fare gli interessi dei propri cittadini, ai quali e solo ai quali
risponde, si trova a decidere per i cittadini stranieri (a cui non risponde). E’
logico ed irresistibile che decida comportandosi da Stato estero (in certo
senso “occupante”).
“In altre parole: la risposta politica attuale alla
crisi dell’Euro può essere qualificata solo come un regime di emergenza, che
elimina i processi democratici negli Stati membri e, a livello europeo, manca
di legittimità democratica”.
Per questo, se è
l’Unione Monetaria la causa della crisi sistemica, e se la sua difesa nei paesi
in deficit provoca la rovina dell’economia e della democrazia e genera
diffidenze tra i popoli europei, anzi disprezzo ed ostilità, il punto non è più
di salvare l’Euro ed allo stesso tempo l’Europa. Piuttosto si tratta di salvare l’Europa dall’Euro.”
Nulla da aggiungere.
Se vuoi restare in contatto:
Se vuoi restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli
su Facebook: alessandro.visalli.9
e su Linkedin: alessandro-visalli

Nessun commento:
Posta un commento