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venerdì 10 gennaio 2014

Fritz, W. Scharpf, “Euro ed Europa: una relazione da interrompere”


Un significativo paper (ed una intervista) di Fritz Scharpf, dell'otttobre 2013; il professore emerito ed ex Direttore al Max Plankt Institute prende una posizione netta contro l’Euro ed arriva a dire “chi ha l’Europa ha cuore deve approvare la fine dell’Euro”. Cioè il sistematico smontaggio dei meccanismi della “trappola dell’Euro”.

L’argomento del professore tedesco, specializzato nell’analisi di meccanismi decisionali pubblici ed autore di numerosi testi sul processo decisionale europeo e la democrazia, è che sono le strutture dell’Unione Monetaria e le regole del Trattato di Maastricht, come ricordiamo approvate con poca discussione pubblica nel contesto degli anni turbolenti nei quali crollava il sistema sovietico e si unificava la Germania, che “hanno causato la crisi finanziaria ed economica della zona Euro”. Se la politica tiene ferma questa posizione i problemi non potranno che aggravarsi. Infatti i problemi sono causati dalla compresenza di una moneta unica e di una politica monetaria centralizzata in condizioni di libera circolazione dei capitali. Naturalmente hanno importanza fondamentale anche i limiti del Patto di Stabilità sul deficit ed il debito, la clausola di non-salvataggio, il divieto di finanziamento monetario agli Stati e l’indissolubilità dell’appartenenza all’Unione Monetaria.
Come è evidente, e del resto deriva dall’osservazione del (poco) dibattito dell’epoca, queste regole economicamente assurde hanno la specifica funzione di tenere sotto pressione i Governi Nazionali, costringendoli a limitare gli interventi sociali.  

Tra le cause strutturali della crisi dell’Euro viene indicata da Scharpf l’interruzione del segnale di avviso determinato, in un sistema di cambi fissi con Monete diverse e Banche Centrali indipendenti, dalla bilancia dei pagamenti (il modellino è in tutti i manuali di macroeconomia: se un paese esporta più di quanto importi la sua moneta si apprezza –perché le controparti estere devono comprare moneta per pagarmi-, ma questo ostacola le successive esportazioni, tendendo ad autoequilibrarsi; per gestire questa dinamica le Banche Centrali agiscono sui tassi). La Banca Centrale Europea, del resto, deve operare con le medie, e dunque le sue azioni saranno sempre troppo espansive per qualcuno e poco per qualcun altro (o viceversa restrittive). Nelle condizioni attuali dell’Euro ciò che succede è che l’inflazione interna differenziale, che si accompagna ai processi di squilibrio fa il resto (ad esempio, quella tedesca sistematicamente inferiore alla nostra di un punto circa): modifica i tassi reali nei diversi paesi (un tasso eguale con inflazione diversa, dà un tasso reale diverso), ottenendo l’effetto di non far tendere i sistemi economici nazionali alla convergenza, ma alla divergenza, “questo è esattamente quanto è successo”.  

La posizione di difesa (nell’articolo rappresentata da Hassel e Schelke) sostiene che questa differenza può essere l’occasione di una “crescita accelerata”. Scharpf ammette che è vero, in linea di principio. Ma si tratta di una crescita “finanziata da un credito e guidata dai consumi” e quindi a ben vedere aumenta gli squilibri internazionali. Il trasferimento di risorse per il credito avviene infatti senza compensazioni (come nel vecchio Golden Standard) e, tramite il sistema interbancario, con provenienza quindi dai paesi in surplus. Sono, cioè, le banche private che “in cerca di opportunità di investimento straniere per i proventi delle loro esportazioni che non trovano collocazione nel mercato interno” rappresentano il motore di questo meccanismo.  

Provo a dirlo con parole diverse, perché il punto è nodale: in un sistema economico in cui i capitali si muovono liberamente, ma che ha un unico tasso di interesse ufficiale e moneta, se un paese importa più di quanto esporta non altera più il cambio (non apprezza il marco, nella fattispecie); l’unico effetto che resta è quindi che sale la sua inflazione interna (stanno aumentando i consumi, per questo importa troppo) e questo ha molti effetti connessi: in particolare abbassa il tasso “reale” (ufficiale – inflazione) e rende più conveniente indebitarsi per i consumatori, cosa che a sua volta fa crescere ancora i consumi, e questi i prezzi. Questo circolo vizioso si intreccia con il suo simmetrico: chi sta esportando, non perde valore di moneta ma incassa somme ingenti che (se ha uno squilibrio simmetrico ed esporta più di quanto importa, cioè spende) non trovano impieghi sufficienti in patria (o interessanti); allora esporta i capitali eccedentari, prestandoli a chi sta comprando le sue merci. Gli presta cioè i soldi per comprare le merci che gli vende.  

Si tratta della versione europea del rapporto Cina-USA che ha fatto la fortuna della Cina per anni e che ha sostenuto la pace sociale negli Stati Uniti (lo abbiamo incontrato nella lettura dei libri di Rajan, Spence, Stiglitz), ma con una differenza: le monete agiscono (in teoria, perché la Cina l’ha attivamente manipolata) da bilanciere.  

Lo dico ancora diversamente: sono le banche private del paese “forte” che vincono due volte in questo meccanismo, aumentano la raccolta (perché le industrie esportano) e trovano clienti all’estero in abbondanza. C’è un problema: se va avanti per molti anni alla fine hanno tanti crediti (si stima oltre 1.000 miliardi solo per quelle tedesche), e sono all’estero; che succede se uno shock asimmetrico mette in difficoltà i loro clienti?

Ma torniamo a Scharpf: nei paesi che erano in deficit (di bilancia commerciale) questa domanda di credito si è concentrata nel settore delle costruzioni e dei servizi locali, non esposti alla concorrenza. I settori in concorrenza estera sono rimasti danneggiati da questa dinamica, perché l’incremento dei prezzi e dei salari (determinato dal flusso finanziario aggiuntivo in prestito e dai consumi che induceva, se ho dei soldi li spendo), essendo differenziale rispetto ai paesi in surplus nel quadro di una sola moneta, li svantaggiava. Così adesso abbiamo visto anche questo altro anellino di retroazione: anche il settore dell’esportazione del paese “virtuoso”, non solo le sue banche, si avvantaggia. Aumenta sempre più la sua forza perché si indeboliscono i concorrenti. La competizione si fa anche così, è esattamente la stessa cosa se io divento più forte o tu più debole.
Infine, questo rende anche meno attraente gli investimenti nei settori “tradable” (perché investire in un’industria se non è competitiva?). 

Questo effetto, dice Scharpf, vale il 10% di differenziale (del tasso di cambio reale) tra Germania e paesi in deficit commerciale fino al 2008, e poi un altro 20% in Spagna, Irlanda e Grecia (mentre del 5% in Portogallo). L’Italia non è citata (ma il valore dovrebbe essere cumulativamente dalle parti del 15%).  

“Come risultato l’Unione Monetaria ha così creato un circolo vizioso perfetto”.  

La mancanza del “campanello di allarme”, rappresentato dal cambio, ha impedito ai “vigili del fuoco” di intervenire. I paesi senza strumenti macroeconomici potevano, del resto, reagire solo con microregolamenti o tassazione indiretta ed altri oneri, volti a “raffreddare” i settori surriscaldati: non proprio coerente con “la dottrina neo-liberista monetarista su cui si basa l’Unione Monetaria”. In altre parole, la dottrina è intrinsecamente contraddittoria, rende necessario localmente politiche opposte al suo credo per funzionare.
Anche la BCE, nel primo decennio, è stata a guardare tutto questo, perché mancava degli strumenti (e della volontà politica) per regolare contemporaneamente, in segno diverso, l’economia tedesca espansiva e quella spagnola, greca ed irlandese restrittiva. Diciamo, non a caso.
Infine anche per la Commissione, assolutamente dominata dalla Germania, nell’ambito del Patto di Stabilità, il debito privato in rapido boom non era un problema. Si limitava a discutere del debito degli Stati.  

Per Scharpf è dunque “un errore determinato da una interpretazione storicamente insostenibile, se oggi a Berlino, Francoforte, Bruxelles e Lussemburgo, la colpa della crisi dell’Euro è attribuita ai governi dei paesi in deficit ed alla loro politica del debito irresponsabile”.  

Il successo, che era solo apparente dato che coltivava i suoi mali, dell’Unione Monetaria si è concluso nel 2008 con la crisi finanziaria internazionale e la restrizione creditizia violenta che ha comportato. Si distinguono due fasi: nella prima la crisi ha colpito le banche dei paesi “eccedentari” (che quindi avevano prestato troppo), perché avevano rilevato molti “crediti spazzatura” americani, al centro del crack; ma nella seconda ha colpito quelle dei paesi in deficit, le cui esigenze di rifinanziamento a breve sono rimaste scoperte sul mercato interbancario. Cioè su quel mercato nel quale le banche (del nord) in surplus collocavano le risorse utilizzate (al sud). Ma c’è un altro aspetto: “nello stesso tempo temevano per i loro prestiti le banche nei paesi eccedentari”.
Su entrambi i lati, quindi è intervenuta la mano pubblica ed il Governo ha salvato le banche “a rilevanza sistemica” e senza alcun riguardo per il Patto di Stabilità. Si era ovviamente in stato di eccezione. In questo modo però rischi privati (se una banca tedesca presta ad una banca spagnola soldi depositati presso di lei da una industria esportatrice –es. BMW- per finanziare un nuovo Centro Congressi a Barcellona, realizzato da una impresa di costruzioni privata e venduto a imprese private, di chi sono i rischi assunti liberamente? Che dice la teoria neo-liberale?) sono stati trasformati in debito sovrano (di tutti). 

Questo ha provocato due effetti rafforzanti: la restrizione del credito (che si è sempre approfondita) nei paesi in deficit ha ridotto l’economia reale, e quindi il gettito fiscale, mentre il debito pubblico veniva declassato e costava sempre di più sul mercato privato dei capitali. Il possibile default degli Stati sovrani, però minaccia in effetti le anche creditrici francesi e tedesche e degli altri paesi in surplus. Di qui gli strumenti di stabilizzazione approvati, sempre poco e sempre tardi, come i “pacchetti di salvataggio” (accompagnati dalle famose “lettere” e dalla Troika), e i Fondi ESF e ESM.  

Come ricorda Scharpf, questa deriva non fu fermata con una rapida e completa garanzia europea dei debiti sovrani per l’opposizione della Germania, trincerata nella Clausola di non-salvataggio (che doveva proteggere dal “rischio morale” degli Stati, ma evidentemente non da quello delle banche private). Il problema è che quando si sono resi conto che questo atteggiamento avrebbe trascinato nel baratro il sistema creditizio nazionale, secondo l’autore, si era ormai innestata una spirale di rafforzamento che non è ancora stata fermata. L’inseguimento tra austerità, stagnazione, indebolimento creditizio, perdita di capacità economica, restrizione fiscale, indebitamento pubblico, austerità.
Del resto ci ricorda che l’opposizione alla garanzia comune deriva, a regole invariate, anche dalla conseguenza che renderebbe più oneroso il finanziamento del debito tedesco (perché oggi abbiamo una moneta comune – e quindi riferita a valori medi – ma un debito nazionale – e quindi ognuno ai suoi tassi). In altre parole non ci sarebbe Spread.  

A questo punto Scharpf mette il dito in una piaga non da poco: ricorda come Hassel e Schelke propongano di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di integrare tutto sul modello dell’unificazione tra Germania Ovest ed Est.
Tra poco proveremo a leggere insieme Anschluss, di Vladimiro Giacchè, e approfondiremo, comunque il nostro lo definisce un paragone “scoraggiante”. Infatti mentre la Repubblica Ceca e l’Ungheria, che avevano una loro moneta, Banca Centrale e Politica Economica, hanno guadagnato competitività dalla caduta del muro “la Germania Est è stata de-industrializzata. In due decenni di trasferimenti Est-Ovest non sono bastati migliaia di miliardi di dollari spesi in reddito sociale ed infrastrutture pubbliche per arrivare al livello della Germania occidentale. Ma hanno prodotto solo poche isole di crescita economica autosufficiente e non riescono ad impedire una migrazione economicamente disastrosa e politicamente pericolosa dalle regioni della Germania orientale”. Si parla di trasferimenti nell’ordine del 3% del PIL tedesco e non danno speranza. E questo con elementi che non sono presenti in Europa, come la pensione centralizzata, la sanità o l’assicurazione contro la disoccupazione.  

Al contrario, senza l’Unione Monetaria i paesi in deficit non potrebbero evitare una massiccia svalutazione, ma questo aumenterebbe il costo delle importazioni e diminuirebbe quello delle esportazioni, contribuendo ad aumentarne la competitività. Quindi gli investimenti in strutture produttive tornerebbero redditizi. Se non si innesta una spirale di inflazione (e per questo ci vuole coesione e moderazione) sarebbe possibile.  

Se si tiene invece ferma l’Unione Monetaria, per Scharpf, resta solo la strada (che si sta cercando di percorrere, ma che potrebbe durare venti anni) della svalutazione interna reale (anziché quella nominale della moneta). In assenza di redditività ad investire (nelle condizioni attuali) questa riduzione dei prezzi può però avvenire solo dal lato dei redditi da lavoro. Cioè dei “costi salariali nominali”.
Ma, e questo è un altro piccolo ingranaggio della “trappola dell’Euro”, per ottenere un drastico e rapido tagli dei salari nominali non si può certo ottenere il consenso degli interessati. Dunque resta solo una strada: ridurre la spesa pubblica (in modo da agire sui salari del settore pubblico) e far ridurre quelli privati dal “mercato”. Provocando una massiccia disoccupazione di massa, in modo che la legge della domanda e dell’offerta faccia il resto. La crescita dei profitti industriali, aumentando la redditività del capitale, dovrebbe far ripartire gli investimenti privati.
Sarà, in altre parole, la riduzione della forza contrattuale dei lavoratori a costringerli ad accettare salari minori. Ma si tratta di una strada lunga (solo in Irlanda inizia a dare qualche effetto), che può essere accelerata con politiche antisindacali e volte a ridurre le tutele del lavoro. “In Grecia, per esempio la <troika> chiede l’abolizione della contrattazione collettiva, l’eliminazione del primato dei contratti collettivi prima di accordi operativi e l’approvazione delle unioni professionali”.
Ovviamente, ricorda Scharpf, le cose sono molto più complicate: in condizioni di alta flessibilità si attiverebbero flussi migratori in uscita che lascerebbero in alcuni settori qualificati condizioni di scarsità locale di forza lavoro e, conseguentemente rialzerebbero i salari, questa contro-dinamica si realizzerebbe nelle aziende ad alto contenuto innovativo e tecnologico; inoltre l’abbassamento dei salari –anche per il meccanismo di prima – favorirebbe principalmente la formazione di una “economia a basso salario”, che ostacola lo sviluppo di mercati competitivi e innovativi. Su questo si può leggere utilmente Moretti 

Questa è una politica, in conclusione, che richiede di forzare la volontà e le prevedibili proteste degli elettori e che rischia di lasciare i paesi del mezzogiorno europeo stabilmente in una condizione depressa. Diciamo di fare la stessa esatta fine del Sud Italia (se qualcuno ha presente).

In queste condizioni infatti i costi per salvare l’Euro prevedono sia divisioni sociali ed economiche in Europa, sia l’erosione della democrazia e della coesione politica.  

La ragione è chiara e semplice: “la democrazia richiede che i cittadini possano scegliere circa le politiche che ne influenzano il destino collettivo. L’Unione Monetaria ha centralizzato con la sua politica monetaria gli strumenti più efficaci della politica economica degli Stati membri. Il risultato è stata la crisi dell’Euro. Ora le restanti competenze nazionali, [relative] alla micro-gestione centrale, sono sottoposte alla pressione per superarle da parte del Patto Fiscale europeo e i Regolamenti <Six-Pact> del Consiglio e del Parlamento”.
Tra le cose più forti c’è la Procedura per la “Prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici”, che attribuisce una autorità quasi illimitata alla Commissione di attribuire istruzioni ai Parlamenti. Cioè determina una sovraprogrammazione ed una capacità gerarchica ad un organo sovranazionale costituito dagli Esecutivi verso i Parlamenti ex-sovrani. Un bel problema costituzionale e di teoria democratica. 

Schapft ha, in questo contesto parole che sembrano pietre: “come risultato le scelte di politica nazionale sono in gran parte eliminate su tutte le questioni che riguardano politiche di primaria importanza per le condizioni di vita dei cittadini”. Il potere di legittimazione dei processi democratici, che è già calante quando subentra la necessità economica, viene direttamente sostituito “dalla dominazione straniera” l’autogoverno democratico nazionale, quando si entra nel campo delle Direttive Europee.
La distinzione che conta è la seguente: le politiche economiche congiunturali sono politiche discrezionali ad alto contenuto politico, per questo sono normalmente prese dal livello “esecutivo”, ma i Governi Nazionali –che costituiscono la Commissione – non hanno un mandato dai loro Parlamenti per agire su altri Stati Sovrani. Però è quello che fanno. Si genera quindi una particolare irresponsabilità, perché un Governo che ha il mandato a fare gli interessi dei propri cittadini, ai quali e solo ai quali risponde, si trova a decidere per i cittadini stranieri (a cui non risponde). E’ logico ed irresistibile che decida comportandosi da Stato estero (in certo senso “occupante”).  

“In altre parole: la risposta politica attuale alla crisi dell’Euro può essere qualificata solo come un regime di emergenza, che elimina i processi democratici negli Stati membri e, a livello europeo, manca di legittimità democratica”.  

Per questo, se è l’Unione Monetaria la causa della crisi sistemica, e se la sua difesa nei paesi in deficit provoca la rovina dell’economia e della democrazia e genera diffidenze tra i popoli europei, anzi disprezzo ed ostilità, il punto non è più di salvare l’Euro ed allo stesso tempo l’Europa. Piuttosto si tratta di salvare l’Europa dall’Euro.” 

Nulla da aggiungere.


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