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lunedì 6 gennaio 2014

Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro


Il libro di Enrico Moretti, giovane docente di Economia a Berkley, inquadra la situazione del mondo del lavoro negli Stati Uniti sviluppando una tesi in fondo tradizionale (stiamo passando dall’economia della produzione a quella della conoscenza), ma sviluppando qualche implicazione non usuale. L’intero libro è costruito come una ricerca empirica che si limita a poche generalizzazioni, e alla spiegazione di alcuni meccanismi semplici. Ma mostra come da questi derivino conseguenze di grande portata con qualche significativa ombra.
Il punto di vista è insolito, per un libro di economia; anziché concentrarsi sugli effetti aggregati o le relazioni di filiera, la “catena del valore” o altre dinamiche macroeconomiche, cerca di interrogare sistematicamente le relazioni tra le dinamiche economiche e i territori.

Nel testo si sostiene che dagli anni 80 la produzione di manufatti industriali (caso in parte diverso è quella artigianale, che comunque non riesce a fare la differenza per carenza di massa), “non è più il motore del benessere per le comunità locali” (M., p 29). Il suo decadimento, in termini di occasioni di occupazione e valore restituito al territorio, è stata impressionante; con una popolazione che è cresciuta gli addetti sono calati alla metà. Oggi l’impiego in un’industria manifatturiera impegna un americano su 10 (esattamente l’8%), “ai giorni d’oggi è più probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica”. L’industria inoltre perde posti di lavoro sempre, nelle recessioni e nelle espansioni. E continuerà così. Tra poco, dice Moretti, “ci saranno più addetti nelle lavanderie che nelle fabbriche”.
Dunque i grandi centri industriali, le agglomerazioni di fabbriche e di servizi connessi, che hanno fatto l’orgoglio degli Stati Uniti, sono ormai solo la pallida ombra di se stesse; tra il 2000 e il 2010 il calo della popolazione più forte (a parte New Orleans, colpita dall’uragano) sono state: Detroit (-25% della popolazione); Cleveland (-17%); Cincinnati (-10%), Pittsbourg (-8%) Toledo e S. Louis (-8%). Sono tutti centri ex manifatturieri. In Michigan, Ohio e Pennsylvania ci sono “cinture della ruggine” che perdono colpi anno dopo anno.

Prendendo il caso di Detroit (la città dell’auto), si nota che ha avuto il suo massimo splendore demografico negli anni cinquanta e da allora è tornata ai livelli di cento anni fa. Inoltre un terzo dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà, ed i livelli di criminalità sono tra i più alti d’America.
Ovviamente non è questione solo di meno tute blu; quel che è colpito è soprattutto l’indotto, i due (1,6) posti di lavoro che ogni operaio induce, nei servizi, nel commercio, nella manutenzione ed artigianato, etc… e nell’edilizia.
Questo capovolgimento “è uno dei più importanti eventi della storia economica americana degli ultimi sessant’anni” (R., p. 30). A questo va ricondotto, per Moretti, il ristagno del reddito della famiglia media, del lavoratore americano medio (“quarantenne di sesso maschile con un diploma di scuola superiore e circa vent’anni di esperienza lavorativa”) che ha visto aumentare la sua paga oraria nei trent’anni dal 1946 al 1978 da 8 a 16 $/ora, per diminuire nei successivi trenta anni fino ad oggi, da 16 a 14 $/ora.

Le cause, per Moretti, non sono delle banche e dei finanzieri (come “a sinistra” si sostiene secondo lui) ma la storia. Le due forze strutturali che riflettono “forze economiche profonde”, sono: la globalizzazione e il progresso tecnologico.
Nelle conclusioni torneremo su questo snodo cruciale (purtroppo poco argomentato, dato che l’ipotesi che la regolazione abbia qualcosa da dire nelle distribuzioni, è liquidata con il ricordo di due Film, invece che con una discussione delle posizioni di alcune decine di premi Nobel), ma anticipo che questa visione, degli esiti del mercato come “natura” non giudicabile o modificabile,  non è certo indiscutibile.

Per illustrare questa tesi Moretti sceglie il caso della Levi Strauss & Company, un marchio storico con migliaia di manifatture in tutti gli Stati Uniti. La ditta impiegava personale immigrato, per lo più latinoamericano, con paghe orarie da 9 a 14 $/ora. Nel 2011 si è arresa ed ha trasferito tutti gli stabilimenti residui in Asia. Tutti gli altri lo hanno fatto già da lungo tempo. Negli anni ottanta più di un milione di americani lavorava per industrie nel settore tessile; a tagliare, cucire e confezionare abiti. Ora sono meno di 100.000. I marchi godono di ottima salute, ma i capi sono fatti da terzisti in Vietnam, Bangladesh o Cina. I posti restati sono nel marketing, nel design e nella distribuzione. In realtà non è occupazione industriale.
Il caso dell’I-Phone è simile. Il prodotto è fatto in Cina, il marketing, progettazione e design e direzione restano in America. Il prodotto è realizzato con componenti standard, che non contengono specifica innovazione (pur essendo di buona qualità); l’innovazione è tutta nel design e nel marketing.

Questo effetto di polarizzazione del lavoro e dei redditi ha preso velocità gradualmente dal 1980; ma ancora dieci anni dopo tutte le importazioni dai paesi a basso reddito erano solo del 3%. Non facevano tanto la differenza (infatti, ancora nel 1996, Paul Krugman scrive “Un’ossessione pericolosa. Il falso mito dell’economia globale”, nel quale tra l’altro sosteneva che “il mondo non è così interdipendente, le esportazioni dagli USA sono il 10% del PIL” ), ma sono raddoppiati ogni dieci anni. Dunque ora sono superiori al 10% (cui bisogna aggiungere quelle dai paesi sviluppati, come la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e l’Italia). L’incremento si è concentrato in Cina. Dunque è negli ultimi venti (e soprattutto dieci) anni che “si è verificata un enorme esodo della produzione di beni materiali dai paesi ricchi, dove il costo del lavoro è elevato, ai paesi poveri, dove invece è modesto”. Questa osservazione, detto per inciso, spiega anche come mai la perdita di stabilità delle nostre società stia accelerando in questi anni.
Ma, e questo è interessante, Moretti sottolinea che l’attrattiva dei paesi in via di sviluppo (che sarebbe meglio chiamare “convergenti”) non è solo relativa ai costi bassi. Ma anche alla flessibilità. Allo stato della tecnologia di automazione è oneroso, infatti, riprogrammare linee di produzione per seguire sottili evoluzioni del mercato. Con un costo del lavoro basso si può usare meno tecnologia per prodotto, ottenendo due vantaggi: meno investimenti e più rapidità di adattamento. Le persone, infatti, si riconvertono rapidamente. Si allargano e restringono senza costi. Come ricorda l’autore <<la gente pensa che la Cina sia economica; ma più che altro è veloce>>. Dunque le fabbriche di terzisti cinesi reagiscono a variazioni di prodotto quasi in tempo reale. E questo conta.

La polarizzazione non avviene ovunque nello stesso modo, come si vede anche nel recente studio di Autor, Dorn e Hanson, non tutte le città sono parimenti esposte: Provindence e Buffalo hanno produzioni tradizionali, simili a quelle che si possono fare in Cina, e sono state colpite duramente; Washington e Houston molto meno. Gli impatti sulle prime determinano disoccupazione, abbassamenti salariali, emigrazione (come vedremo, soprattutto della popolazione più acculturata), incremento del welfare (e dunque carico per tutta la nazione).
Altrettanto naturalmente la concorrenza in un settore genera una selezione delle imprese partecipanti, resistono quelle che riescono a innovare e aggiornarsi tecnologicamente (investendo su processi produttivi, informazione e strategie gestionali). “La globalizzazione, insomma, stimola il progresso tecnologico, che fa aumentare la domanda di laureati, ma ridurre quella di lavoratori non qualificati” (M., p. 35).

Per Moretti il problema è più profondo: il motore dell’economia è ormai il “settore dell’innovazione”. Ovvero l’unico che cresce a ritmi “travolgenti” in termini di occupazione; perché le persone ne sono il “fattore produttivo” chiave. E’ l’unico settore in cui non conta il capitale fisico ma quello umano, l’istruzione, la creatività e l’inventività. In cui un lavoratore creativo può avere un valore di diversi milioni di euro per l’azienda giusta. Per Moretti questo “settore” ha, cioè, dalla sua parte le stesse forze che affossano quello manifatturiero (bisognerebbe dire “auto-fatturiero”). Solo che lavorano al contrario.
Ma cosa è? Advanced manifacturing, tecnologie informatiche, biotecnologie, hi-tech del settore medico, robotica, scienza dei nuovi materiali e nanotecnologie. Di più: “qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti… che non possono essere facilmente replicati” (M., p. 14). Il punto centrale è infatti molto semplice: l’innovazione, fino a che non viene copiata, dà un vantaggio competitivo esclusivo, che permette di estrarre più valore. Questo “dividendo” viene in parte (30%) lasciato alla componente lavoro (creativo), ed in altra parte (70%) remunera il capitale e la proprietà. Con le parole di Moretti: “una parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a reclutare nuovo personale”.

Potremmo dire che il settore dell’innovazione, in altre parole, “estrae” valore aggiuntivo (nell’esempio dell’I-Phone essenzialmente identitario) dai mercati del consumo mondiali e lo concentra in aree, come vedremo, ristrette. Per la precisione ne concentra 1/3, mentre i 2/3 fluiscono verso lo 0,1% della società americana e la finanza.

Comunque il “settore” dà lavoro in questo momento a circa il 10% dei lavoratori degli Stati Uniti, ed è responsabile in parte della polarizzazione del mercato del lavoro che anche la ricerca di Autor mette in evidenza (il mercato del lavoro si sta separando tra una parte piccola ad alto reddito ed una, molto più grande, di lavoro dequalificato a basso reddito; con la classe media in declino irresistibile), e non riuscirà mai ad occupare la maggioranza della popolazione. Il lavoratore medio non lavorerà mai alla Pixar. Le figure quantitativamente più presenti, in un’economia moderna sono nei servizi: cameriere, idraulico, infermiere, insegnante, agente immobiliare, parrucchiere, gli operatori del fitness; nel settore <<non traded>>.
Ma, ricorda Moretti, sono invece i settori <traded>, ad alta innovazione, che determinano la prosperità di un’economia. Per due ragioni: sono caratterizzati da un aumento della produttività maggiore, quindi hanno più alte retribuzioni.
Le retribuzioni alte, quando sono concentrate (come vedremo) producono un “effetto alone” ed alzano i salari anche degli altri lavoratori. Sia, da parte delle altre imprese, per restare competitivi (rispetto all’attrazione dei lavoratori), sia con il semplice incremento di risorse disponibili nella comunità (e spese localmente). Secondo l’analisi dell’economista americano, quindi, “per ogni nuovo posto nell’hi-tech creato in una città, vengono a prodursi altri cinque posti fuori dall’ambito hi-tech nel lungo periodo” (M., p. 65). Si tratta di attività professionali (2) e non professionali (3).

Questo effetto dipende in modo sostanziale da un secondo effetto fondamentale (oltre a quello dell’estrazione di valore aggiuntivo del “nuovo” prodotto esclusivo, venduto in condizioni di monopolio): le aziende innovative tendono a concentrarsi in “hub” sempre più densi. Naturalmente questo crea una forza concentrata sulla comunità locale e “desertifica” quelle vicine. Le zone più innovative sono New York, Washington, la California e (forse sorprendentemente) il Texas, (questi quattro stadi producono la metà dei brevetti, e crescono). In tutte le città dove c’è una concentrazione di fattori di innovazione le caratteristiche comuni sono che c’è una forza lavoro altamente preparata ed un settore <traded> sviluppato. Le differenze di reddito medio vanno dai 133.000 $/anno per un laureato a Stamford (o i 75.000 a Boston) e i 52.000 a Yuma (o 43.000 a Brownsville). Ma anche per i lavoratori non laureati, dai 100.000 a Stanford ai 22.000 di Brownsville. Vale a dire che, in media, un lavoratore non qualificato a Stanford (ma anche a Boston, Madison, San Francisco, Seattle, Minneapolis, Denver) guadagna più (fino a due volte) un laureato a Brownsville.
Questa è la <grande divergenza> che sta separando gli Stati Uniti in almeno tre nazioni: quelle dove gli “hub” dell’innovazione, concentrandosi, generano una densità di lavori ad alto reddito tale da “tirare su” anche gli altri (secondo i dati del prof. Moretti); quella in degrado da cui siamo partiti; ed una intermedia, dove c’è un poco di questo e quello, e non ancora una precisa identità. Naturalmente è un fenomeno pericoloso: “un paese formato da regioni che divergono tra loro in modo tanto profondo finisce, sia culturalmente sia politicamente per balcanizzarsi”.
Con questa osservazione Moretti ambisce ad inserirsi nell’ampio dibattito in corso sulla ineguaglianza (Branko Milanovich, Bradford De Long, Lawrence Mishel, Simon Wren-Lewis, Stefano Scarpetta, Raghuram Rajan, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, …), sottolineando che non c’è solo la divisione tra le classi (tra i privilegiati, con alti livelli di istruzione, e gli sfortunati, con bassi livelli) ma anche quella tra territori. Da questa fa discendere l’osservazione, alquanto radicale, che “il cambiamento tecnologico e la globalizzazione hanno effetti profondamente diversi in città diverse. … a dividere l’America oggi non è solo lo status socioeconomico, ma soprattutto la geografia” (M., p. 110). Tra le zone ricche e quelle povere ci sono, ad esempio, quindici anni di differenza nell’attesa di vita (da 81 a 66 anni). A volte tra città a meno di 100 chilometri di distanza l’una dall’altra.
Un’altra conseguenza è che tende a radicalizzare la vita politica, perché tende a creare “enclave” omogenee. Ci sono gigantesche differenze nella concentrazione dei laureati a favore delle zone di maggiore dinamismo economico. La differenza di propensione allo spostamento (per cui si è osservato che i poveri tendono a minore mobilità, anche per evidenti ragioni economiche) tende ad esasperare questo effetto.

Questa dinamica polarizzante, dalle tanto importanti conseguenze, per Moretti, è “l’ineluttabile conseguenza di poderose forze economiche”.

Approfondendo, infatti, le ragioni della formazione degli “hub” si trovano all’opera “forze di agglomerazione”, il cui innesco a volte è casuale (deriva da un potente input, determinato anche da scelte individuali non particolarmente obbligate, come la ri-localizzazione di Microsoft) ma che, una volta raggiunta una forza sufficiente tende a perpetuarsi ed accelerare. E’, in effetti, la densità che dà decisivi vantaggi competitivi. Sia alle imprese innovative, che trovano più fornitori esperti, prodotti più specializzati, capitali di rischio e società di consulenza idonee a gestirli, e personale skillato secondo le sue esigenze (spesso di nicchia). Sia ai lavoratori, che trovano più scelta, e dunque possono evitare di adattarsi a lavori non idonei alle proprie competenze o aspirazioni.
Questo duplice vantaggio della densità si rafforza a vicenda. I lavoratori (“della conoscenza”) e le imprese (“innovative”) si collocano nello stesso habitat nel quale l’incontro diventa più probabile.
Naturalmente la vicinanza di centri di ricerca di eccellenza aiuta, ma Moretti sostiene non esistere una chiara correlazione. Mentre ne trova una maggiore con le “superstar” della ricerca (cioè personalità dominanti), forse anche per la loro capacità di attrarre ed indirizzare fondi, in particolare in alcuni settori.

A questo punto, anche chi considera “ineluttabile” questa dinamica non può fare a meno di chiedersi se è possibile sviluppare qualche azione, o politica, per favorirne l’attivazione. In modo da invertire il destino di declino di qualche centro.
Da pag. 179 il testo diventa un breve resumeé delle politiche di marketing urbano e territoriale che riempie da decenni le pagine dei trattati di pianificazione del territorio (ed era immeritato oggetto anche della mia Tesi di Dottorato). Sfortunatamente, l’aver considerato “casuale” l’avvio dei fenomeni di densificazione e specializzazione del mix produttivo locale lo lascia con poche parole. Dunque si limita a raccontare alcuni tentativi semifallimentari, in alcuni casi mossi da una “campagna acquisti” di star (un poco come una squadra di calcio spendacciona e un poco miope). Richiama, inoltre, le politiche di <cluster engineering> che costano alle pubbliche amministrazioni americane qualcosa come 60 miliardi di dollari all’anno, dividendole in due categorie: “l’intervento sulla domanda” (volto a convincere, con mirati incentivi, le aziende a localizzarsi); e l’”intervento sull’offerta” (rivolto a rendere attraente la città per lavoratori di talento, nell’idea che la loro presenza attiri o stimoli le aziende a venire ed a essere create). La seconda idea fu promossa negli anni zero da Richard Florida.
Come prevedibile, Moretti è molto scettico su questo approccio, che mette l’attrattiva prima dell’economia (cioè dei fondamenti economici), ricordando che “l’economia di un luogo non può reggersi solo sul suo fascino. Una città deve riuscire a creare posti di lavoro” (M., p. 193).
L’unica cosa che conclude è “le amministrazioni locali devono lavorare sulle risorse esistenti, facendo leva sui punti di forza e sulle competenze del proprio territorio. L’uso di denaro pubblico per creare occupazione dovrebbe intervenire solo quando ci si trovi in presenza di gravi vizi del mercato e quando una comunità abbia realistiche possibilità di sviluppare un cluster in grado di reggersi da solo. Ma alla fine le autorità politiche locali devono rendersi conto che in materia di sviluppo locale non esistono soluzioni facili” (M., p. 214). Giusto, ma poco.

Le autorità centrali, invece, possono fare qualcosa: investire su ricerca e soprattutto sulla formazione. La ricerca e il capitale umano sono, infatti, identificate come i punti di debolezza strutturale americani.
Il secondo, soprattutto. Certo l’immigrazione di personale di alta qualità (laureati e phd) può alleviare per l’industria, garantendone la competitività rispetto al mercato mondiale. Ma significa che i posti di alta qualità andranno ad indiani, coreani, tedeschi (e magari italiani, come Moretti) mentre i camerieri li faranno gli americani. E qui, andando oltre la distribuzione geografica ineguale, si vede che mentre nel 1980 la paga oraria media dei lavoratori senza diploma era di 13,7 $, nel 2010 è scesa a 11,8 $ (-14%); al contempo i lavoratori in possesso del diploma sono passati da 16 $ a 14,8 (-8%). Invece i laureati da 21 $ a 25,3 (+20%) e i lavoratori in possesso di specializzazione da 24,9$ a 33,1 (+32%). Dunque c’è anche questa polarizzazione media.

Cosa l’ha provocata? Per Moretti “i fattori istituzionali e politici hanno giocato tutt’al più un ruolo secondario” (M., p. 223). Anche se Stiglitz, ad esempio, è di altro avviso, l’autore ricorda che l’ineguaglianza è cresciuta ovunque (si, ma nello stesso modo? In Germania è cresciuta molto più dopo le riforme Schroder/Hartz) per concludere che è il riflesso di forze più profonde e strutturali. Cioè nei mutamenti della “domanda ed offerta”. Sarebbe il rallentamento della percentuale di laureati, che non ha tenuto il passo della domanda di ruoli che li richiedevano, ad aver determinato l’innalzarsi della disparità. La domanda è aumentata per effetto del progresso tecnologico, della globalizzazione, dell’esternalizzazione. Anche qui, giusto ma poco.
L’offerta è calata anche perché le rette delle Università sono esplose (da 6.200 $ negli anni ottanta  a 40.000 $ a Yale; da 770 $ a 13.500 a Berkeley), e non ci sono adeguate politiche per consentire l’investimento a chi non abbia le risorse (l’economista ne propone una). Quindi, forse, qualche politica pubblica è cambiata (o non ha per tempo registrato, e corretto, fenomeni di grandissima ricaduta potenziale, mancando il suo compito. Che è quello di risolvere o attenuare “fallimenti del mercato” come questo descritto).

Provando ad abbozzare una sintesi conclusiva, si può tentare di sottolineare come quel che viene descritto nell’ottimo libro di Moretti è un sistema molto disfunzionale. Nel quale crescenti ineguaglianze tendono a rafforzarsi e sono l’una la causa dell’altra (il degrado di alcune aree urbane non è attenuato, ma esaltato dalla fuga dei lavoratori qualificati e delle imprese “innovative” verso gli Hub). Il gioco ha evidenti vincitori (la capitalizzazione di borsa e il conto in banca, nonché le ville di Bill Gates), soddisfatti partecipanti (i “lavoratori della conoscenza” super pagati e i loro fornitori), perdenti (le aree “desertificate”, con caduta della qualità e durata della vita media) e “paganti” (i consumatori dai quali viene estratto il “dividendo” dell’innovazione).

I “luoghi leader”, nei quali si concentra il valore della rendita monopolistica temporanea (e del tutto legittima, si intende) hanno come necessario contraltare le sacche di degrado. Il “glamour” si contrappone alla “ruggine”. Come scrive Autor: “Il commercio può aumentare il PIL, ma rende alcune persone peggiori. Quasi tutti noi condividiamo i guadagni. Potremmo assistere la minoranza di cittadini che sopportano una quota sproporzionata dei costi e quindi ancora meglio nel complesso”. La ripartizione del “dividendo” dell’innovazione, cioè del valore monopolistico estratto, in misura del 70/30 (proprietà/lavoratori) è equa? Dal 70 (se deve restare tale), possono essere tratte risorse per politiche di riequilibrio (magari più articolate di quelle esposte?).

Per fare un esempio di una visione, diversa su temi che intersecano significativamente questi, si potrebbe rileggere, da pag. 116, il libro di Joseph Stiglitz, La globalizzazione che funziona; in esso il Nobel americano si chiede se sono utili, efficienti ed equi, gli attuali limiti (molto stringenti) alla diffusione di quel <bene comune> che è la conoscenza una volta che sia prodotta. Quindi si interroga sui brevetti, la loro durata, i loro vincoli.


La discussione si potrebbe aprire, anche a partire dallo stimolante testo di Moretti, se si riesce a non considerare un particolare assetto di mercato, anche se va avanti da trent’anni, come un “fatto di natura”, per sottoporlo invece alla valutazione comune. Per verificare se i costi raggiungono o superano i benefici. Crescita sostenibile dovrebbe significare anche questo.


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