Il libro
di Enrico Moretti, giovane docente di Economia a Berkley, inquadra la
situazione del mondo del lavoro negli Stati Uniti sviluppando una tesi in fondo
tradizionale (stiamo passando
dall’economia della produzione a quella della conoscenza), ma sviluppando
qualche implicazione non usuale. L’intero libro è costruito come una ricerca
empirica che si limita a poche generalizzazioni, e alla spiegazione di alcuni
meccanismi semplici. Ma mostra come da questi derivino conseguenze di grande
portata con qualche significativa ombra.
Il punto di
vista è insolito, per un libro di economia; anziché concentrarsi sugli effetti
aggregati o le relazioni di filiera, la “catena del valore” o altre dinamiche
macroeconomiche, cerca di interrogare sistematicamente le relazioni tra le
dinamiche economiche e i territori.
Nel testo si
sostiene che dagli anni 80 la produzione di manufatti industriali (caso in
parte diverso è quella artigianale, che comunque non riesce a fare la
differenza per carenza di massa), “non è
più il motore del benessere per le comunità locali” (M., p 29). Il suo
decadimento, in termini di occasioni di occupazione e valore restituito al
territorio, è stata impressionante; con una popolazione che è cresciuta gli
addetti sono calati alla metà. Oggi l’impiego in un’industria manifatturiera
impegna un americano su 10 (esattamente l’8%), “ai giorni d’oggi è più
probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica”.
L’industria inoltre perde posti di lavoro sempre, nelle recessioni e nelle
espansioni. E continuerà così. Tra poco, dice Moretti, “ci saranno più addetti
nelle lavanderie che nelle fabbriche”.
Dunque i grandi
centri industriali, le agglomerazioni di fabbriche e di servizi connessi, che
hanno fatto l’orgoglio degli Stati Uniti, sono ormai solo la pallida ombra di
se stesse; tra il 2000 e il 2010 il calo della popolazione più forte (a parte
New Orleans, colpita dall’uragano) sono state: Detroit (-25% della
popolazione); Cleveland (-17%); Cincinnati (-10%), Pittsbourg (-8%) Toledo e S.
Louis (-8%). Sono tutti centri ex manifatturieri. In Michigan, Ohio e
Pennsylvania ci sono “cinture della ruggine” che perdono colpi anno dopo anno.
Prendendo il
caso di Detroit (la città dell’auto), si nota che ha avuto il suo massimo
splendore demografico negli anni cinquanta e da allora è tornata ai livelli di
cento anni fa. Inoltre un terzo dei suoi abitanti vive sotto la soglia di
povertà, ed i livelli di criminalità sono tra i più alti d’America.
Ovviamente non è
questione solo di meno tute blu; quel che è colpito è soprattutto l’indotto, i
due (1,6) posti di lavoro che ogni operaio induce, nei servizi, nel commercio,
nella manutenzione ed artigianato, etc… e nell’edilizia.
Questo
capovolgimento “è uno dei più importanti eventi della storia economica
americana degli ultimi sessant’anni” (R., p. 30). A questo va ricondotto, per
Moretti, il ristagno del reddito della famiglia media, del lavoratore americano
medio (“quarantenne di sesso maschile con un diploma di scuola superiore e
circa vent’anni di esperienza lavorativa”) che ha visto aumentare la sua paga
oraria nei trent’anni dal 1946 al 1978 da 8 a 16 $/ora, per diminuire nei successivi
trenta anni fino ad oggi, da 16
a 14 $/ora.
Le cause, per
Moretti, non sono delle banche e dei finanzieri (come “a sinistra” si sostiene
secondo lui) ma la storia. Le due forze strutturali che riflettono “forze
economiche profonde”, sono: la
globalizzazione e il progresso tecnologico.
Nelle
conclusioni torneremo su questo snodo cruciale (purtroppo poco argomentato,
dato che l’ipotesi che la regolazione abbia qualcosa da dire nelle
distribuzioni, è liquidata con il ricordo di due Film, invece che con una
discussione delle posizioni di alcune decine di premi Nobel), ma anticipo che
questa visione, degli esiti del mercato come “natura” non giudicabile o modificabile, non è certo indiscutibile.
Per illustrare questa
tesi Moretti sceglie il caso della Levi Strauss & Company, un marchio
storico con migliaia di manifatture in tutti gli Stati Uniti. La ditta impiegava
personale immigrato, per lo più latinoamericano, con paghe orarie da 9 a 14 $/ora. Nel 2011 si è
arresa ed ha trasferito tutti gli stabilimenti residui in Asia. Tutti gli altri
lo hanno fatto già da lungo tempo. Negli anni ottanta più di un milione di
americani lavorava per industrie nel settore tessile; a tagliare, cucire e
confezionare abiti. Ora sono meno di 100.000. I marchi godono di ottima salute,
ma i capi sono fatti da terzisti in Vietnam, Bangladesh o Cina. I posti restati
sono nel marketing, nel design e nella distribuzione. In realtà non è occupazione
industriale.
Il caso
dell’I-Phone è simile. Il prodotto è fatto in Cina, il marketing, progettazione
e design e direzione restano in America. Il prodotto è realizzato con
componenti standard, che non contengono specifica innovazione (pur essendo di
buona qualità); l’innovazione è tutta nel design e nel marketing.
Questo effetto di
polarizzazione del lavoro e dei redditi ha preso velocità gradualmente dal 1980;
ma ancora dieci anni dopo tutte le importazioni dai paesi a basso reddito erano solo del 3%. Non facevano tanto la
differenza (infatti, ancora nel 1996, Paul Krugman scrive “Un’ossessione pericolosa. Il falso mito dell’economia globale”, nel
quale tra l’altro sosteneva che “il mondo non è così interdipendente, le
esportazioni dagli USA sono il 10% del PIL” ), ma sono raddoppiati ogni dieci
anni. Dunque ora sono superiori al 10% (cui bisogna aggiungere quelle dai paesi
sviluppati, come la Germania ,
la Francia ,
l’Inghilterra, la Spagna
e l’Italia). L’incremento si è concentrato in Cina. Dunque è negli ultimi venti
(e soprattutto dieci) anni che “si è verificata un enorme esodo della
produzione di beni materiali dai paesi ricchi, dove il costo del lavoro è
elevato, ai paesi poveri, dove invece è modesto”. Questa osservazione, detto
per inciso, spiega anche come mai la perdita di stabilità delle nostre società
stia accelerando in questi anni.
Ma, e questo è
interessante, Moretti sottolinea che l’attrattiva dei paesi in via di sviluppo
(che sarebbe meglio chiamare “convergenti”) non è solo relativa ai costi bassi.
Ma anche alla flessibilità. Allo
stato della tecnologia di automazione è oneroso, infatti, riprogrammare linee
di produzione per seguire sottili evoluzioni del mercato. Con un costo del
lavoro basso si può usare meno tecnologia per prodotto, ottenendo due vantaggi:
meno investimenti e più rapidità di adattamento. Le persone, infatti, si
riconvertono rapidamente. Si allargano e restringono senza costi. Come ricorda
l’autore <<la gente pensa che la
Cina sia economica; ma più che altro è veloce>>. Dunque
le fabbriche di terzisti cinesi reagiscono a variazioni di prodotto quasi in
tempo reale. E questo conta.
La
polarizzazione non avviene ovunque nello stesso modo, come si vede anche nel
recente studio
di Autor, Dorn e Hanson, non tutte le città sono parimenti esposte: Provindence
e Buffalo hanno produzioni tradizionali, simili a quelle che si possono fare in
Cina, e sono state colpite duramente; Washington e Houston molto meno. Gli
impatti sulle prime determinano disoccupazione, abbassamenti salariali,
emigrazione (come vedremo, soprattutto della popolazione più acculturata),
incremento del welfare (e dunque carico per tutta la nazione).
Altrettanto naturalmente
la concorrenza in un settore genera una selezione delle imprese partecipanti, resistono
quelle che riescono a innovare e aggiornarsi tecnologicamente (investendo su
processi produttivi, informazione e strategie gestionali). “La globalizzazione,
insomma, stimola il progresso tecnologico, che fa aumentare la domanda di
laureati, ma ridurre quella di lavoratori non qualificati” (M., p. 35).
Per Moretti il
problema è più profondo: il motore
dell’economia è ormai il “settore dell’innovazione”. Ovvero l’unico che
cresce a ritmi “travolgenti” in termini di occupazione; perché le persone ne
sono il “fattore produttivo” chiave. E’ l’unico settore in cui non conta il
capitale fisico ma quello umano, l’istruzione, la creatività e l’inventività. In
cui un lavoratore creativo può avere un valore di diversi milioni di euro per
l’azienda giusta. Per Moretti questo “settore” ha, cioè, dalla sua parte le
stesse forze che affossano quello manifatturiero (bisognerebbe dire
“auto-fatturiero”). Solo che lavorano al contrario.
Ma cosa è?
Advanced manifacturing, tecnologie informatiche, biotecnologie, hi-tech del
settore medico, robotica, scienza dei nuovi materiali e nanotecnologie. Di più:
“qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti… che non
possono essere facilmente replicati” (M., p. 14). Il punto centrale è infatti molto
semplice: l’innovazione, fino a che non viene copiata, dà un vantaggio
competitivo esclusivo, che permette di estrarre più valore. Questo “dividendo”
viene in parte (30%) lasciato alla componente lavoro (creativo), ed in altra
parte (70%) remunera il capitale e la proprietà. Con le parole di Moretti: “una
parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli
azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta
redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a
reclutare nuovo personale”.
Potremmo dire
che il settore dell’innovazione, in altre parole, “estrae” valore aggiuntivo
(nell’esempio dell’I-Phone essenzialmente identitario) dai mercati del consumo
mondiali e lo concentra in aree, come vedremo, ristrette. Per la precisione ne
concentra 1/3, mentre i 2/3 fluiscono verso lo 0,1% della società americana e
la finanza.
Comunque il
“settore” dà lavoro in questo momento a circa il 10% dei lavoratori degli Stati
Uniti, ed è responsabile in parte della
polarizzazione del mercato del lavoro che anche la ricerca di Autor mette in
evidenza (il mercato del lavoro si sta separando tra una parte piccola ad alto
reddito ed una, molto più grande, di lavoro dequalificato a basso reddito; con
la classe media in declino irresistibile), e non riuscirà mai ad occupare la
maggioranza della popolazione. Il lavoratore medio non lavorerà mai alla Pixar.
Le figure quantitativamente più presenti, in un’economia moderna sono nei
servizi: cameriere, idraulico, infermiere, insegnante, agente immobiliare,
parrucchiere, gli operatori del fitness; nel settore <<non
traded>>.
Ma, ricorda
Moretti, sono invece i settori <traded>, ad alta innovazione, che
determinano la prosperità di un’economia. Per due ragioni: sono caratterizzati
da un aumento della produttività maggiore, quindi hanno più alte retribuzioni.
Le retribuzioni
alte, quando sono concentrate (come
vedremo) producono un “effetto alone” ed alzano i salari anche degli altri
lavoratori. Sia, da parte delle altre imprese, per restare competitivi
(rispetto all’attrazione dei lavoratori), sia con il semplice incremento di
risorse disponibili nella comunità (e spese localmente). Secondo l’analisi
dell’economista americano, quindi, “per ogni nuovo posto nell’hi-tech creato in
una città, vengono a prodursi altri cinque posti fuori dall’ambito hi-tech nel
lungo periodo” (M., p. 65). Si tratta di attività professionali (2) e non
professionali (3).
Questo effetto
dipende in modo sostanziale da un secondo effetto fondamentale (oltre a quello
dell’estrazione di valore aggiuntivo del “nuovo” prodotto esclusivo, venduto in
condizioni di monopolio): le aziende
innovative tendono a concentrarsi in “hub” sempre più densi. Naturalmente
questo crea una forza concentrata sulla comunità locale e “desertifica” quelle vicine. Le zone più innovative sono New
York, Washington, la
California e (forse sorprendentemente) il Texas, (questi
quattro stadi producono la metà dei brevetti, e crescono). In tutte le città
dove c’è una concentrazione di fattori di innovazione le caratteristiche comuni
sono che c’è una forza lavoro altamente preparata ed un settore <traded>
sviluppato. Le differenze di reddito medio vanno dai 133.000 $/anno per un
laureato a Stamford (o i 75.000
a Boston) e i 52.000 a Yuma (o 43.000 a Brownsville). Ma
anche per i lavoratori non laureati, dai 100.000 a Stanford ai
22.000 di Brownsville. Vale a dire che, in media, un lavoratore non qualificato
a Stanford (ma anche a Boston, Madison, San Francisco, Seattle, Minneapolis,
Denver) guadagna più (fino a due volte) un laureato a Brownsville.
Questa è la <grande divergenza> che sta
separando gli Stati Uniti in almeno tre nazioni: quelle dove gli “hub”
dell’innovazione, concentrandosi, generano una densità di lavori ad alto
reddito tale da “tirare su” anche gli altri (secondo i dati del prof. Moretti);
quella in degrado da cui siamo partiti; ed una intermedia, dove c’è un poco di
questo e quello, e non ancora una precisa identità. Naturalmente è un fenomeno
pericoloso: “un paese formato da regioni che divergono tra loro in modo tanto
profondo finisce, sia culturalmente sia politicamente per balcanizzarsi”.
Con questa
osservazione Moretti ambisce ad inserirsi nell’ampio dibattito in corso sulla ineguaglianza
(Branko Milanovich, Bradford De Long, Lawrence Mishel, Simon Wren-Lewis,
Stefano Scarpetta, Raghuram Rajan, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, …),
sottolineando che non c’è solo la divisione tra le classi (tra i privilegiati,
con alti livelli di istruzione, e gli sfortunati, con bassi livelli) ma anche quella tra territori. Da questa fa
discendere l’osservazione, alquanto radicale, che “il cambiamento tecnologico e
la globalizzazione hanno effetti profondamente diversi in città diverse. … a dividere l’America oggi non è solo lo
status socioeconomico, ma soprattutto la geografia” (M., p. 110). Tra le
zone ricche e quelle povere ci sono, ad esempio, quindici anni di differenza
nell’attesa di vita (da 81 a
66 anni). A volte tra città a meno di 100 chilometri di
distanza l’una dall’altra.
Un’altra
conseguenza è che tende a radicalizzare la vita politica, perché tende a creare
“enclave” omogenee. Ci sono gigantesche differenze nella concentrazione dei
laureati a favore delle zone di maggiore dinamismo economico. La differenza di
propensione allo spostamento (per cui si è osservato che i poveri tendono a
minore mobilità, anche per evidenti ragioni economiche) tende ad esasperare
questo effetto.
Questa dinamica
polarizzante, dalle tanto importanti conseguenze, per Moretti, è
“l’ineluttabile conseguenza di poderose forze economiche”.
Approfondendo,
infatti, le ragioni della formazione degli “hub” si trovano all’opera “forze di
agglomerazione”, il cui innesco a volte è casuale (deriva da un potente input,
determinato anche da scelte individuali non particolarmente obbligate, come la
ri-localizzazione di Microsoft) ma che, una volta raggiunta una forza
sufficiente tende a perpetuarsi ed accelerare. E’, in effetti, la densità che dà decisivi vantaggi
competitivi. Sia alle imprese innovative, che trovano più fornitori esperti,
prodotti più specializzati, capitali di rischio e società di consulenza idonee
a gestirli, e personale skillato secondo le sue esigenze (spesso di nicchia).
Sia ai lavoratori, che trovano più scelta, e dunque possono evitare di
adattarsi a lavori non idonei alle proprie competenze o aspirazioni.
Questo duplice
vantaggio della densità si rafforza a
vicenda. I lavoratori (“della conoscenza”) e le imprese (“innovative”) si
collocano nello stesso habitat nel quale l’incontro diventa più probabile.
Naturalmente la
vicinanza di centri di ricerca di eccellenza aiuta, ma Moretti sostiene non
esistere una chiara correlazione. Mentre ne trova una maggiore con le
“superstar” della ricerca (cioè personalità dominanti), forse anche per la loro
capacità di attrarre ed indirizzare fondi, in particolare in alcuni settori.
A questo punto,
anche chi considera “ineluttabile” questa dinamica non può fare a meno di
chiedersi se è possibile sviluppare qualche azione, o politica, per favorirne
l’attivazione. In modo da invertire il destino di declino di qualche centro.
Da pag. 179 il
testo diventa un breve resumeé delle politiche di marketing urbano e
territoriale che riempie da decenni le pagine dei trattati di pianificazione
del territorio (ed era immeritato oggetto anche della mia Tesi di Dottorato).
Sfortunatamente, l’aver considerato “casuale” l’avvio dei fenomeni di
densificazione e specializzazione del mix produttivo locale lo lascia con poche
parole. Dunque si limita a raccontare alcuni tentativi semifallimentari, in
alcuni casi mossi da una “campagna acquisti” di star (un poco come una squadra
di calcio spendacciona e un poco miope). Richiama, inoltre, le politiche di
<cluster engineering> che costano alle pubbliche amministrazioni
americane qualcosa come 60 miliardi di dollari all’anno, dividendole in due
categorie: “l’intervento sulla domanda” (volto a convincere, con mirati
incentivi, le aziende a localizzarsi); e l’”intervento sull’offerta” (rivolto a
rendere attraente la città per lavoratori di talento, nell’idea che la loro
presenza attiri o stimoli le aziende a venire ed a essere create). La seconda
idea fu promossa negli anni zero da Richard Florida.
Come
prevedibile, Moretti è molto scettico su questo approccio, che mette
l’attrattiva prima dell’economia (cioè dei fondamenti economici), ricordando
che “l’economia di un luogo non può reggersi solo sul suo fascino. Una città
deve riuscire a creare posti di lavoro” (M., p. 193).
L’unica cosa che
conclude è “le amministrazioni locali
devono lavorare sulle risorse esistenti, facendo leva sui punti di forza e
sulle competenze del proprio territorio. L’uso di denaro pubblico per creare
occupazione dovrebbe intervenire solo quando ci si trovi in presenza di gravi
vizi del mercato e quando una comunità abbia realistiche possibilità di
sviluppare un cluster in grado di reggersi da solo. Ma alla fine le autorità
politiche locali devono rendersi conto che in materia di sviluppo locale non
esistono soluzioni facili” (M., p. 214). Giusto, ma poco.
Le autorità
centrali, invece, possono fare qualcosa: investire su ricerca e soprattutto
sulla formazione. La ricerca e il capitale umano sono, infatti, identificate
come i punti di debolezza strutturale americani.
Il secondo,
soprattutto. Certo l’immigrazione di personale di alta qualità (laureati e phd)
può alleviare per l’industria, garantendone la competitività rispetto al
mercato mondiale. Ma significa che i posti di alta qualità andranno ad indiani,
coreani, tedeschi (e magari italiani, come Moretti) mentre i camerieri li
faranno gli americani. E qui, andando oltre la distribuzione geografica ineguale,
si vede che mentre nel 1980 la paga oraria media dei lavoratori senza diploma
era di 13,7 $, nel 2010 è scesa a 11,8 $ (-14%); al contempo i lavoratori in
possesso del diploma sono passati da 16 $ a 14,8 (-8%). Invece i laureati da 21
$ a 25,3 (+20%) e i lavoratori in possesso di specializzazione da 24,9$ a 33,1
(+32%). Dunque c’è anche questa polarizzazione media.
Cosa l’ha
provocata? Per Moretti “i fattori istituzionali e politici hanno giocato
tutt’al più un ruolo secondario” (M., p. 223). Anche se Stiglitz, ad esempio, è
di altro
avviso, l’autore ricorda che l’ineguaglianza è cresciuta ovunque (si, ma
nello stesso modo? In Germania è cresciuta molto più dopo le riforme
Schroder/Hartz) per concludere che è il riflesso di forze più profonde e
strutturali. Cioè nei mutamenti della “domanda ed offerta”. Sarebbe il
rallentamento della percentuale di laureati, che non ha tenuto il passo della
domanda di ruoli che li richiedevano, ad aver determinato l’innalzarsi della
disparità. La domanda è aumentata per effetto del progresso tecnologico, della
globalizzazione, dell’esternalizzazione. Anche qui, giusto ma poco.
L’offerta è
calata anche perché le rette delle Università sono esplose (da 6.200 $ negli
anni ottanta a 40.000 $ a Yale; da 770 $
a 13.500 a
Berkeley), e non ci sono adeguate politiche per consentire l’investimento a chi
non abbia le risorse (l’economista ne propone una). Quindi, forse, qualche
politica pubblica è cambiata (o non ha per tempo registrato, e corretto,
fenomeni di grandissima ricaduta potenziale, mancando il suo compito. Che è
quello di risolvere o attenuare “fallimenti del mercato” come questo
descritto).
Provando ad
abbozzare una sintesi conclusiva, si può tentare di sottolineare come quel che
viene descritto nell’ottimo libro di Moretti è un sistema molto disfunzionale.
Nel quale crescenti ineguaglianze tendono a rafforzarsi e sono l’una la causa
dell’altra (il degrado di alcune aree urbane non è attenuato, ma esaltato dalla
fuga dei lavoratori qualificati e delle imprese “innovative” verso gli Hub). Il
gioco ha evidenti vincitori (la capitalizzazione di borsa e il conto in banca,
nonché le ville di Bill Gates), soddisfatti partecipanti (i “lavoratori della
conoscenza” super pagati e i loro fornitori), perdenti (le aree
“desertificate”, con caduta della qualità e durata della vita media) e
“paganti” (i consumatori dai quali viene estratto il “dividendo”
dell’innovazione).
I “luoghi leader”,
nei quali si concentra il valore della rendita monopolistica temporanea (e del
tutto legittima, si intende) hanno come necessario contraltare le sacche di
degrado. Il “glamour” si contrappone alla “ruggine”. Come scrive Autor: “Il
commercio può aumentare il PIL, ma rende alcune persone peggiori. Quasi
tutti noi condividiamo i guadagni. Potremmo assistere la minoranza di
cittadini che sopportano una quota sproporzionata dei costi e quindi ancora
meglio nel complesso”. La ripartizione del “dividendo” dell’innovazione, cioè
del valore monopolistico estratto, in misura del 70/30 (proprietà/lavoratori) è
equa? Dal 70 (se deve restare tale), possono essere tratte risorse per
politiche di riequilibrio (magari più articolate di quelle esposte?).
Per fare un
esempio di una visione, diversa su temi che intersecano significativamente
questi, si potrebbe rileggere, da pag. 116, il libro di Joseph Stiglitz, La
globalizzazione che funziona; in esso il Nobel americano si chiede se
sono utili, efficienti ed equi, gli attuali limiti (molto stringenti) alla
diffusione di quel <bene comune> che è la conoscenza una volta che sia
prodotta. Quindi si interroga sui brevetti, la loro durata, i loro vincoli.
La discussione
si potrebbe aprire, anche a partire dallo stimolante testo di Moretti, se si
riesce a non considerare un particolare assetto di mercato, anche se va avanti
da trent’anni, come un “fatto di natura”, per sottoporlo invece alla
valutazione comune. Per verificare se i costi raggiungono o superano i
benefici. Crescita sostenibile dovrebbe significare anche questo.
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