Timoty Garton Ash,
notissimo saggista inglese, esperto di questioni tedesche, ha scritto il 15
agosto 2013 un intervento
per New York Review of Books su “La nuova questione tedesca”. La domanda è <può il paese più potente d’Europa aprire la
strada alla costruzione di una zona Euro competitiva in modo sostenibile nel
contesto di una forte, e credibile, presenza internazionale dell’Europa?>.
Per Garton Ash
bisogna partire dal riconoscimento che la Germania unificata è libera, civile,
prospera, moderata e prudente, ed ha assorbito ormai tutti i costi dell’unificazione.
E’ riuscita, senza perdere consenso, ad abbattere il costo del lavoro ed a
guadagnare competitività. La Germania è un posto che vede se stesso –da una
risposta della Merkel – come una <casa con le finestre ben chiuse e ben
curate>. Una sorta di “banalità del bene”; un paese equilibrato che si sente
Giusto.
Naturalmente la
Germania attuale ha anche dei problemi. Ash, dopo questa apologia non manca di
segnalarlo: nel 2030 avrà un pensionato per ogni lavoratore e una popolazione
di 60 milioni nel 2050, se non ci fosse immigrazione. Ne discende che “l’immigrazione
deve essere quindi una gran parte della sua risposta alla crisi demografica”. Su questo, evidentemente, sta lavorando proprio
tramite la crisi; a giudicare dai saldi annuali che si registrano, e
soprattutto dalla loro qualità (solo l’anno scorso sono immigrati 1 milione di
persone, per lo più giovani). Tuttavia Ash ricorda che l’immigrazione soffre di
carenza di politiche di accoglienza efficaci; in altre parole la Germania non
riesce ad integrare adeguatamente i nuovi venuti, a farli sentire “a casa”. E’
evidente che se questo non si realizza, se l’emigrazione è vissuta come
finestra temporanea, una parte dei flussi potrebbe essere invertita, al cessare
delle condizioni di crisi che li stanno generando.
Altri problemi
sono il costo energetico (più alto
del 40% rispetto a quello francese ed allineato a quello italiano), l’economia, che è poco innovativa (pur
essendo aggiornata e competitiva). Quest’ultimo punto merita una precisazione:
bisogna distinguere tra vera “innovazione” (creare un prodotto o processo che
nessuno ha, la cosiddetta “innovazione dirompente” di cui parla, ad esempio Moretti,
nel suo libro sul lavoro negli USA) e “aggiornamento tecnologico” (avere
processi e attrezzature di avanguardia). La Germania è molto aggiornata ma
tende ad inventare poco. Non aiuta in questo, oltre ad una consolidata
attitudine di popolo, l’assenza di Università veramente leader. E non aiuta la “fuga
di cervelli”, che è un fenomeno molto diffuso.
Queste carenze
potrebbero tradursi in un futuro declino economico, e riportare in auge una
questione nazionale, nonché rendere problematico il consenso, dato che l’attuale
stabilità è molto legata alla percezione di un paese forte ed abile
economicamente. Questo orgoglio nazionale, accuratamente coltivato, svolge oggi
la funzione di ancora identitaria, ma potrebbe rivoltarsi nel suo opposto
(spaesamento e disincanto) al cessare della percezione di leadership economica.
Ash continua con
un’osservazione molto interessante: come nella competizione globale le imprese
tedesche sono dure e ben organizzate, “come reggimenti tedeschi in guerra”, e
sono “abilmente e sistematicamente sostenute dal governo”, nello stesso modo dal
punto di vista geopolitico la Germania “manifesta ambizioni assolutamente
neo-wilhelmine nel dominare i loro vicini, o chiunque altro”. Di nuovo, al
momento dell’unificazione sono riemersi i timori (che avevano sovrainteso al
trentennio di guerra) “che la Germania sarebbe venuta a dominare una nuova
mitteleuropa”. Infatti qualcosa del genere si è verificata: la posizione
attuale, economicamente preminente in Europa Centro-Orientale, l’allargamento
ad Est delle filiere produttive industriali, la fascinazione indotta, parlano
di un’area di integrazione dominata che va verso la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica
Ceca, la Slovacchia. Se si immaginasse questa area come una sola unità si
vedrebbe che è il primo partner commerciale.
Ora, per Ash la
Germania è “riluttante” con l’Europa perché si tratta di un progetto voluto
essenzialmente dai francesi per dominarla. Anche l’improvvisa accelerazione che
prendono gli eventi dopo il ’89, vede la reazione di Mitterand e di Giulio
Andreotti volta ad introdurre subito l’Unione Monetaria come contromossa. L’episodio ricordato da Ash è molto noto: a Kohl
fu opposta l’ipotesi di far aderire la Germania dell’Est come stato
indipendente alla UE, al suo rifiuto fu imposta la soluzione di rinunciare al
marco. Da un colloquio, recentemente reso noto, tra Kohl e James Baker, all’epoca
Segretario di Stato Americano, si legge che il Cancelliere ricorda all’interlocutore
di aver forzato la mano alla Bundesbank (contraria come oggi) e di rendersi
perfettamente conto di stare facendo qualcosa contro gli interessi tedeschi (naturalmente
meno dannoso di avere un altro Stato Tedesco indipendente nella UE). Sostenne in
quella occasione che l’Unione Monetaria avesse bisogno –prima dell’Unione
Monetaria- di un Bilancio e di Unione Politica comuni, ma che Mitterand ed
Andreotti non la volevano.
La conclusione,
per Ash, è semplice: “l’idea era di
ottenere una leva sulla valuta della Germania, non di questa sui loro bilanci
nazionali”.
Come ricorda il
saggista inglese, “è così che alcuni dei difetti fondamentali con cui la zona
euro sta lottando per correggere, l’Unione
Monetaria senza reciproca supervisione dei bilanci, dei debiti e delle banche,
sono emersi sin dalla nascita”. Del resto ai tedeschi non fu mai chiesto, con
un referendum, se volevano entrare e quindi rinunciare al Marco; probabilmente
avrebbero detto di no.
A questo errore
seminale se ne è unito un altro: nessuno ha fatto notare, nel primo decennio di
Euro, all’opinione pubblica tedesca che ne sono diventati i principali
beneficiari (si stima nella misura di ca. 1.000 miliardi di benefici cumulati).
Evidentemente ciò era funzionale al consenso politico, serviva a far sembrare
che i buoni risultati erano frutto delle politiche pubbliche efficaci e non
anche di circostanze idonee.
Così quando è
arrivata la resa dei conti, con la crisi del 2008, la questione europea,
lasciata volutamente aperta, è diventata impellente. Ma nella percezione dell’opinione pubblica
tedesca lo è diventata senza avere debiti di riconoscenza; per loro non è mai
stata un vantaggio e ora diventa un problema (comprensibilmente da
minimizzare).
La cosa è resa
problematica dal fatto che ormai, pur senza cercarlo, la Germania è diventata
oggettivamente il paese conducente. Per Mitterand doveva essere il passeggero
(e la Francia l’autista), ma le cose si sono rovesciate. Ora, quindi, i
tedeschi si trovano nella indesiderata condizione di dover pagare anche per gli
altri: di assumersi responsabilità (come hanno sempre fatto gli USA), senza
esserne pronti dal punto di vista della psicologia sociale. Dover fare il “maestro
di scuola” (dir schulmeister in Europa, come ebbe a dire Bismark,
sconsigliandolo, nel 1878). Questo, per Ash, spiega la riluttanza e lo stile
passo-passo del Cancelliere (utile anche ai fini di controllo del consenso
interno).
Tuttavia “ci stiamo
avvicinando ad un momento di verità in tutta l’Unione Europea”, è in corso un “drammatico
calo di fiducia” e potrebbe esplodere il malcontento, ottenendo un Parlamento
Europeo “selvaggio e bloccato” alle elezioni di maggio.
Come sottolinea
anche il Ministro degli Esteri (uscente) Guido Westeerwelle, siamo ad un
passaggio cruciale per:
-
La credibilità dell’Europa per i suoi cittadini;
-
La posizione dell’Europa nel mondo;
-
L’immagine della Germania nel mondo.
Se si guarda la
cosa nella lunga prospettiva la Germania ha ora, insomma, la seconda
opportunità, dopo quella persa malamente nel 1914, di addivenire ad una
posizione egemonica in Europa. Ma può ottenerlo solo sul piano del consenso e
della condivisione. Infatti, anche se sul terreno cruciale della “questione
europea” la partita è aperta, la Germania ha solo il 16% della popolazione ed
il 20% del PIL dell’Europa attuale (altri ingressi la diluiranno ancora di
più). E’ troppo grande per non avere un
ruolo, ma non abbastanza da fare da sola.
In effetti, “è
preminente solo in una delle tre dimensioni principali della potenza”, militarmente non ha peso (neppure nel
confronto con la Francia e l’Inghilterra); ha un buon livello di soft-power, ma ancora molto meno dell’Inghilterra.
Nella dimensione economica è molto
forte e politicamente lo è forse
troppo. Nelle stanze di Bruxelles si aspetta sempre di vedere come si pone la
Germania prima di esporsi.
A rendere tutto
molto più difficile è il fatto che, per i politici e funzionari tedeschi, il
punto di riferimento non è l’Europa, ma
la Cina. L’economia di esportazione tedesca è tutta rivolta verso il paese
asiatico, e pesa per il 46% di quella Europea. Quel che vogliono, dunque, per l’intera
Europa è di costringerla a fare la stessa scelta. Secondo il loro modo di
vedere (che si legge in innumerevoli dichiarazioni) “solo allora avremo quel
che chiamano die selbstehauptung Europas, un’Europa capace di stare in piedi da
sola in un mondo in rapido cambiamento”. Di
qui la loro insistenza per il consolidamento fiscale e le riforme strutturali. Bisogna
ridurre i costi, per unità di prodotto, del paese in modo da sottrarre quote di
mercato ai concorrenti stranieri, vendendo a loro le merci che i nostri
cittadini non potranno comprare (infatti la riduzione è dal lato del lavoro,
principalmente).
Invece la più grande
preoccupazione è la Francia, come mantenere la pressione necessaria per indurla
alle riforme? Ash non ne parla, ma suppongo che sull’Italia abbiano meno
preoccupazioni, ci pensa il debito pubblico.
A questo punto Ash
ricorda che la strategia tedesca “non funziona, o non abbastanza velocemente”,
e che se pure è vero che la Germania è la Cina d’Europa, è indubitabile che “non
tutti nel mondo possono essere la Cina”; e, se anche fosse, a chi venderebbero tutti (Cina inclusa)?
“Dunque non
tutti nella zona Euro possono essere come la Germania”, e se succedesse “la
Germania non potrebbe più essere la Germania”. A meno di assumere che tutto il
resto del mondo decida il suicidio industriale, per comprare le nostre merci.
Può l’Europa diventare l’unica manifattura a basso costo del mondo?
Con gli
strumenti che ci ha fornito Moretti,
si potrebbe mettere la cosa in questi termini: se è vero quel che scrive Ash,
in merito alla difficoltà ad essere innovativa dell’economia tedesca, la scelta
sembra essere di posizionarsi nel segmento superiore dell’economia tradizionale
manifatturiera. I tedeschi sarebbero quei neo-industrialisti verso i quali lo
studioso italo-americano è particolarmente caustico. Spiazzati dalla Storia. Al momento si vede poco, ma non tarderebbe
a farsi vedere. Detto in altri termini: in un’economia dove il valore aggiunto
è concentrato nel breve periodo in cui si riesce a sfuggire alla competizione
sul prezzo, perché si ha un prodotto radicalmente nuovo, e nella quale la produzione
standard non fa margini, la strada di diventare un’efficiente fabbrica di
prodotti standard è quella del declino. Una
strategia dalle gambe corte. Anche questo è un segno dei tempi (oltre ad
esserlo della forza degli interessi costituiti nel settore delle esportazioni tradizionali
e della loro capacità di trasmette le loro priorità di breve termine come
visione generale al governo).
Poiché, come
ricorda con esercizio di pragmatismo anglosassone Ash, “alla fine l’unica cosa che conta è ciò che funziona”, la sfida alla
Germania (alla sua strategia) è di trovare un diverso “policy mix”, che porti
all’eurozona investimenti, crescita, occupazione, contenga i costi della
disoccupazione ed aumenti il gettito fiscale, in modo da ridurre il debito
pubblico. Un mix che dipende anche dalle dinamiche mondiali, che
non sono favorevoli.
La cosa è resa
più difficile dalla retorica della politica tedesca, che “rimane severamente
dogmatica, e spesso suona come una branca della filosofia morale se non della
teologia protestante”. La stessa Merkel (figlia di un pastore protestante dell’Est)
una volta disse che i paesi del sud devono <<espiare i peccati
passati>>.
Anche al di là
di questo umore, l’ostacolo più grande è ciò che è condiviso nel paese. La paura
più diffusa è di pagare per il sud e quella dell’inflazione. Sembra addirittura,
da un sondaggio effettuato, che i tedeschi temino l’inflazione più che di
ammalarsi di cancro. Una lezione storica mal appresa (era la deflazione ad
avere facilitato l’ascesa di Hitler).
Ci sono poi
altri due ostacoli potenti: la Bundesbank e la Corte Costituzionale (che
emetterà un verdetto molto atteso sulla mutualizzazione del debito).
Se fallisce l’attuale
sforzo di traghettamento lento verso maggiore integrazione pilotata dai governi,
l’Europa avrà quindi bisogno di una architettura istituzionale completamente
nuova. Del resto Ash ci informa che in Germania è presente un vasto e vivace
dibattito su questo tema. Si oscilla tra ipotesi di legittimità sovranazionali,
intergovernative o nazionali tramite i Parlamenti. Tra il modello Federale alla
tedesca ed il Commonwealt.
Quel che manca è,
però, anche la visione; la poesia. Qualcosa
che assomigli allo slogan di Willy Brandt <una nazione di buon vicinato, in
patria e all’estero>. Ma la Merkel non è donna di parola, e questo è vero
per l’intera classe dirigente che usa <parole-lego>, fatte di “frasi
prefabbricate di plastica vuota”. È per loro “più facile volare senza aiuto
sulla Luna che coniare una frase ad effetto”. In parte ciò succede perché la
retorica è piena di fantasmi. In parte perché le persone di talento fanno
altro. In parte perché la classe politica è molto provinciale, tanto quanto
quella imprenditoriale è cosmopolita. Ciò dipende anche dal cursus onorum nei
Lander, tipico di una politica molto decentrata.
La risposta a
questo infernale intreccio di problemi non può essere solo in Germania. Ma richiederebbe
la ripresa di politiche cooperative in una chiave win-win, che la prevalenza di
una logica competitiva (win-lose) a breve termine e fondata su ferro e muscoli
(che si escludono, anziché sulla intelligenza che si condivide) rende letteralmente invisibile.
Con la Cina che
rallenta (anche senza restrizione creditizia le stime attuali la danno sotto il
7%), e i gravi
rischi di instabilità nel quadrante, l’interruzione degli stimoli “non convenzionali”
anglosassoni e giapponesi, un modello più equilibrato sarebbe assai urgente. Il recinto mentale in cui sono chiusi gli
amici tedeschi andrebbe rotto al più presto.
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