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martedì 7 gennaio 2014

Timoty Garton Ash, “La nuova Questione Tedesca”


Timoty Garton Ash, notissimo saggista inglese, esperto di questioni tedesche, ha scritto il 15 agosto 2013 un intervento per New York Review of Books su “La nuova questione tedesca”. La domanda è <può il paese più potente d’Europa aprire la strada alla costruzione di una zona Euro competitiva in modo sostenibile nel contesto di una forte, e credibile, presenza internazionale dell’Europa?>.  

Per Garton Ash bisogna partire dal riconoscimento che la Germania unificata è libera, civile, prospera, moderata e prudente, ed ha assorbito ormai tutti i costi dell’unificazione. E’ riuscita, senza perdere consenso, ad abbattere il costo del lavoro ed a guadagnare competitività. La Germania è un posto che vede se stesso –da una risposta della Merkel – come una <casa con le finestre ben chiuse e ben curate>. Una sorta di “banalità del bene”; un paese equilibrato che si sente Giusto.
Naturalmente la Germania attuale ha anche dei problemi. Ash, dopo questa apologia non manca di segnalarlo: nel 2030 avrà un pensionato per ogni lavoratore e una popolazione di 60 milioni nel 2050, se non ci fosse immigrazione. Ne discende che “l’immigrazione deve essere quindi una gran parte della sua risposta alla crisi demografica”. Su questo, evidentemente, sta lavorando proprio tramite la crisi; a giudicare dai saldi annuali che si registrano, e soprattutto dalla loro qualità (solo l’anno scorso sono immigrati 1 milione di persone, per lo più giovani). Tuttavia Ash ricorda che l’immigrazione soffre di carenza di politiche di accoglienza efficaci; in altre parole la Germania non riesce ad integrare adeguatamente i nuovi venuti, a farli sentire “a casa”. E’ evidente che se questo non si realizza, se l’emigrazione è vissuta come finestra temporanea, una parte dei flussi potrebbe essere invertita, al cessare delle condizioni di crisi che li stanno generando.
Altri problemi sono il costo energetico (più alto del 40% rispetto a quello francese ed allineato a quello italiano), l’economia, che è poco innovativa (pur essendo aggiornata e competitiva). Quest’ultimo punto merita una precisazione: bisogna distinguere tra vera “innovazione” (creare un prodotto o processo che nessuno ha, la cosiddetta “innovazione dirompente” di cui parla, ad esempio Moretti, nel suo libro sul lavoro negli USA) e “aggiornamento tecnologico” (avere processi e attrezzature di avanguardia). La Germania è molto aggiornata ma tende ad inventare poco. Non aiuta in questo, oltre ad una consolidata attitudine di popolo, l’assenza di Università veramente leader. E non aiuta la “fuga di cervelli”, che è un fenomeno molto diffuso. 

Queste carenze potrebbero tradursi in un futuro declino economico, e riportare in auge una questione nazionale, nonché rendere problematico il consenso, dato che l’attuale stabilità è molto legata alla percezione di un paese forte ed abile economicamente. Questo orgoglio nazionale, accuratamente coltivato, svolge oggi la funzione di ancora identitaria, ma potrebbe rivoltarsi nel suo opposto (spaesamento e disincanto) al cessare della percezione di leadership economica. 

Ash continua con un’osservazione molto interessante: come nella competizione globale le imprese tedesche sono dure e ben organizzate, “come reggimenti tedeschi in guerra”, e sono “abilmente e sistematicamente sostenute dal governo”, nello stesso modo dal punto di vista geopolitico la Germania “manifesta ambizioni assolutamente neo-wilhelmine nel dominare i loro vicini, o chiunque altro”. Di nuovo, al momento dell’unificazione sono riemersi i timori (che avevano sovrainteso al trentennio di guerra) “che la Germania sarebbe venuta a dominare una nuova mitteleuropa”. Infatti qualcosa del genere si è verificata: la posizione attuale, economicamente preminente in Europa Centro-Orientale, l’allargamento ad Est delle filiere produttive industriali, la fascinazione indotta, parlano di un’area di integrazione dominata che va verso la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia. Se si immaginasse questa area come una sola unità si vedrebbe che è il primo partner commerciale.  

Ora, per Ash la Germania è “riluttante” con l’Europa perché si tratta di un progetto voluto essenzialmente dai francesi per dominarla. Anche l’improvvisa accelerazione che prendono gli eventi dopo il ’89, vede la reazione di Mitterand e di Giulio Andreotti volta ad introdurre subito l’Unione Monetaria come contromossa. L’episodio ricordato da Ash è molto noto: a Kohl fu opposta l’ipotesi di far aderire la Germania dell’Est come stato indipendente alla UE, al suo rifiuto fu imposta la soluzione di rinunciare al marco. Da un colloquio, recentemente reso noto, tra Kohl e James Baker, all’epoca Segretario di Stato Americano, si legge che il Cancelliere ricorda all’interlocutore di aver forzato la mano alla Bundesbank (contraria come oggi) e di rendersi perfettamente conto di stare facendo qualcosa contro gli interessi tedeschi (naturalmente meno dannoso di avere un altro Stato Tedesco indipendente nella UE). Sostenne in quella occasione che l’Unione Monetaria avesse bisogno –prima dell’Unione Monetaria- di un Bilancio e di Unione Politica comuni, ma che Mitterand ed Andreotti non la volevano 

La conclusione, per Ash, è semplice: “l’idea era di ottenere una leva sulla valuta della Germania, non di questa sui loro bilanci nazionali”.  

Come ricorda il saggista inglese, “è così che alcuni dei difetti fondamentali con cui la zona euro sta lottando per correggere,  l’Unione Monetaria senza reciproca supervisione dei bilanci, dei debiti e delle banche, sono emersi sin dalla nascita”. Del resto ai tedeschi non fu mai chiesto, con un referendum, se volevano entrare e quindi rinunciare al Marco; probabilmente avrebbero detto di no. 

A questo errore seminale se ne è unito un altro: nessuno ha fatto notare, nel primo decennio di Euro, all’opinione pubblica tedesca che ne sono diventati i principali beneficiari (si stima nella misura di ca. 1.000 miliardi di benefici cumulati). Evidentemente ciò era funzionale al consenso politico, serviva a far sembrare che i buoni risultati erano frutto delle politiche pubbliche efficaci e non anche di circostanze idonee.  

Così quando è arrivata la resa dei conti, con la crisi del 2008, la questione europea, lasciata volutamente aperta, è diventata impellente.  Ma nella percezione dell’opinione pubblica tedesca lo è diventata senza avere debiti di riconoscenza; per loro non è mai stata un vantaggio e ora diventa un problema (comprensibilmente da minimizzare).
La cosa è resa problematica dal fatto che ormai, pur senza cercarlo, la Germania è diventata oggettivamente il paese conducente. Per Mitterand doveva essere il passeggero (e la Francia l’autista), ma le cose si sono rovesciate. Ora, quindi, i tedeschi si trovano nella indesiderata condizione di dover pagare anche per gli altri: di assumersi responsabilità (come hanno sempre fatto gli USA), senza esserne pronti dal punto di vista della psicologia sociale. Dover fare il “maestro di scuola” (dir schulmeister in Europa, come ebbe a dire Bismark, sconsigliandolo, nel 1878). Questo, per Ash, spiega la riluttanza e lo stile passo-passo del Cancelliere (utile anche ai fini di controllo del consenso interno).
Tuttavia “ci stiamo avvicinando ad un momento di verità in tutta l’Unione Europea”, è in corso un “drammatico calo di fiducia” e potrebbe esplodere il malcontento, ottenendo un Parlamento Europeo “selvaggio e bloccato” alle elezioni di maggio.  

Come sottolinea anche il Ministro degli Esteri (uscente) Guido Westeerwelle, siamo ad un passaggio cruciale per:

-          La credibilità dell’Europa per i suoi cittadini;
-          La posizione dell’Europa nel mondo;
-          L’immagine della Germania nel mondo. 

Se si guarda la cosa nella lunga prospettiva la Germania ha ora, insomma, la seconda opportunità, dopo quella persa malamente nel 1914, di addivenire ad una posizione egemonica in Europa. Ma può ottenerlo solo sul piano del consenso e della condivisione. Infatti, anche se sul terreno cruciale della “questione europea” la partita è aperta, la Germania ha solo il 16% della popolazione ed il 20% del PIL dell’Europa attuale (altri ingressi la diluiranno ancora di più). E’ troppo grande per non avere un ruolo, ma non abbastanza da fare da sola.
In effetti, “è preminente solo in una delle tre dimensioni principali della potenza”, militarmente non ha peso (neppure nel confronto con la Francia e l’Inghilterra); ha un buon livello di soft-power, ma ancora molto meno dell’Inghilterra. Nella dimensione economica è molto forte e politicamente lo è forse troppo. Nelle stanze di Bruxelles si aspetta sempre di vedere come si pone la Germania prima di esporsi.  

A rendere tutto molto più difficile è il fatto che, per i politici e funzionari tedeschi, il punto di riferimento non è l’Europa, ma la Cina. L’economia di esportazione tedesca è tutta rivolta verso il paese asiatico, e pesa per il 46% di quella Europea. Quel che vogliono, dunque, per l’intera Europa è di costringerla a fare la stessa scelta. Secondo il loro modo di vedere (che si legge in innumerevoli dichiarazioni) “solo allora avremo quel che chiamano die selbstehauptung Europas, un’Europa capace di stare in piedi da sola in un mondo in rapido cambiamento”. Di qui la loro insistenza per il consolidamento fiscale e le riforme strutturali. Bisogna ridurre i costi, per unità di prodotto, del paese in modo da sottrarre quote di mercato ai concorrenti stranieri, vendendo a loro le merci che i nostri cittadini non potranno comprare (infatti la riduzione è dal lato del lavoro, principalmente).
Invece la più grande preoccupazione è la Francia, come mantenere la pressione necessaria per indurla alle riforme? Ash non ne parla, ma suppongo che sull’Italia abbiano meno preoccupazioni, ci pensa il debito pubblico. 


A questo punto Ash ricorda che la strategia tedesca “non funziona, o non abbastanza velocemente”, e che se pure è vero che la Germania è la Cina d’Europa, è indubitabile che “non tutti nel mondo possono essere la Cina”; e, se anche fosse, a chi venderebbero tutti (Cina inclusa)?
“Dunque non tutti nella zona Euro possono essere come la Germania”, e se succedesse “la Germania non potrebbe più essere la Germania”. A meno di assumere che tutto il resto del mondo decida il suicidio industriale, per comprare le nostre merci. Può l’Europa diventare l’unica manifattura a basso costo del mondo?
Con gli strumenti che ci ha fornito Moretti, si potrebbe mettere la cosa in questi termini: se è vero quel che scrive Ash, in merito alla difficoltà ad essere innovativa dell’economia tedesca, la scelta sembra essere di posizionarsi nel segmento superiore dell’economia tradizionale manifatturiera. I tedeschi sarebbero quei neo-industrialisti verso i quali lo studioso italo-americano è particolarmente caustico. Spiazzati dalla Storia. Al momento si vede poco, ma non tarderebbe a farsi vedere. Detto in altri termini: in un’economia dove il valore aggiunto è concentrato nel breve periodo in cui si riesce a sfuggire alla competizione sul prezzo, perché si ha un prodotto radicalmente nuovo, e nella quale la produzione standard non fa margini, la strada di diventare un’efficiente fabbrica di prodotti standard è quella del declino. Una strategia dalle gambe corte. Anche questo è un segno dei tempi (oltre ad esserlo della forza degli interessi costituiti nel settore delle esportazioni tradizionali e della loro capacità di trasmette le loro priorità di breve termine come visione generale al governo).

Poiché, come ricorda con esercizio di pragmatismo anglosassone Ash, “alla fine l’unica cosa che conta è ciò che funziona”, la sfida alla Germania (alla sua strategia) è di trovare un diverso “policy mix”, che porti all’eurozona investimenti, crescita, occupazione, contenga i costi della disoccupazione ed aumenti il gettito fiscale, in modo da ridurre il debito pubblico. Un mix che dipende anche dalle dinamiche mondiali, che non sono favorevoli.

La cosa è resa più difficile dalla retorica della politica tedesca, che “rimane severamente dogmatica, e spesso suona come una branca della filosofia morale se non della teologia protestante”. La stessa Merkel (figlia di un pastore protestante dell’Est) una volta disse che i paesi del sud devono <<espiare i peccati passati>>.
Anche al di là di questo umore, l’ostacolo più grande è ciò che è condiviso nel paese. La paura più diffusa è di pagare per il sud e quella dell’inflazione. Sembra addirittura, da un sondaggio effettuato, che i tedeschi temino l’inflazione più che di ammalarsi di cancro. Una lezione storica mal appresa (era la deflazione ad avere facilitato l’ascesa di Hitler).
Ci sono poi altri due ostacoli potenti: la Bundesbank e la Corte Costituzionale (che emetterà un verdetto molto atteso sulla mutualizzazione del debito).

Se fallisce l’attuale sforzo di traghettamento lento verso maggiore integrazione pilotata dai governi, l’Europa avrà quindi bisogno di una architettura istituzionale completamente nuova. Del resto Ash ci informa che in Germania è presente un vasto e vivace dibattito su questo tema. Si oscilla tra ipotesi di legittimità sovranazionali, intergovernative o nazionali tramite i Parlamenti. Tra il modello Federale alla tedesca ed il Commonwealt.
Quel che manca è, però, anche la visione; la poesia. Qualcosa che assomigli allo slogan di Willy Brandt <una nazione di buon vicinato, in patria e all’estero>. Ma la Merkel non è donna di parola, e questo è vero per l’intera classe dirigente che usa <parole-lego>, fatte di “frasi prefabbricate di plastica vuota”. È per loro “più facile volare senza aiuto sulla Luna che coniare una frase ad effetto”. In parte ciò succede perché la retorica è piena di fantasmi. In parte perché le persone di talento fanno altro. In parte perché la classe politica è molto provinciale, tanto quanto quella imprenditoriale è cosmopolita. Ciò dipende anche dal cursus onorum nei Lander, tipico di una politica molto decentrata.

La risposta a questo infernale intreccio di problemi non può essere solo in Germania. Ma richiederebbe la ripresa di politiche cooperative in una chiave win-win, che la prevalenza di una logica competitiva (win-lose) a breve termine e fondata su ferro e muscoli (che si escludono, anziché sulla intelligenza che si condivide) rende letteralmente invisibile.
Con la Cina che rallenta (anche senza restrizione creditizia le stime attuali la danno sotto il 7%), e i gravi rischi di instabilità nel quadrante, l’interruzione degli stimoli “non convenzionali” anglosassoni e giapponesi, un modello più equilibrato sarebbe assai urgente. Il recinto mentale in cui sono chiusi gli amici tedeschi andrebbe rotto al più presto.


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