A Parigi, il 5
giugno 1992, all’Istituto Studi Politici
Francois Mitterrand viene intervistato al termine di una Conferenza sull’Europa
e l’Euro. In quel momento è in corso il processo di ratifica del Trattato di
Maastricht che introdurrà la Moneta Unica.
Come tutti ricordiamo nel 1983 il Presidente Francese improvvisamente compì una
svolta a U della politica economica, adottando elementi che oggi tutti
riconoscono come liberali.
Dopo i primi due
anni di politica di sinistra, Mitterrand nel discorso pronunciato
a Figeac il 27 settembre 1982, annunciò la “riunione delle forze
vive” del Paese e modificò il suo atteggiamento verso il mondo dell’impresa, avviando riforme (di cui si incaricherà lo stesso Delors che alcuni anni dopo è
essenziale nella gestazione del Trattato di Maastricht) cosiddette
“dell’offerta”. Riforme rivolte a ridurre i vincoli e liberalizzare l’ingessata
società francese (nella quale trova forma la tradizione dello Stato Nazionale
Burocratico), e la finanza. Questa politica ebbe un obiettivo successo, ma
contribuì a incrementare progressivamente le ineguaglianze e ha certamente contribuito a fare il mondo per come è oggi.
E’ sempre
difficile valutare una politica economica, perché nasce e si forma nella situazione
data. Inoltre leggerla a trenta anni di distanza genera una pericolosa
distorsione percettiva: quella di assumere implicitamente che le cose dovevano
andare così, e che sono quelle scelte che le hanno provocate. Invece il futuro
è sempre aperto, le nostre scelte possono aprire diversi possibili sentieri di
sviluppo, è l’insieme delle decisioni successive e della dinamica che si è
generata ad aver prodotto l’esito.
La svolta di
Mitterrand, è insomma un percorso; il “modello sociale europeo” (quello che a
lungo ha fatto teorizzare in molto l’esistenza di “più capitalismi”, della
“scuola renana”, insieme a quella francese) sarà comunque conservato fino alla
fine del millennio, sia pure contaminato progressivamente con elementi
liberisti. Sotto moltissimi profili è conservato anche adesso, pur sempre sotto
attacco. Sarà comunque solo la svolta degli anni novanta (il Trattato di
Maastricht, la creazione del WTO nel 1995) che farà prevalere definitivamente
la concorrenza, la libertà di azione dei capitali, la centralità delle banche
private, delle borse e dei mercati finanziari sulla vecchia centralità della
gestione pubblica della domanda attraverso alti salari, welfare state,
limitazioni finanziare, redistribuzione fiscale. Naturalmente sono tanti i fattori
(e come vedremo Mitterrand ne ricorderà alcuni nella sua intervista che riporto
sotto), e sarebbe ingeneroso attribuire a una o più scelte politiche l’esito che
hanno preso le vicende: con l’esplosione delle ineguaglianze
e l’incremento dell’instabilità, l’esplosione dei rischi
individuali e sociali, la crisi
sociale, la conseguente crisi
politica, e da ultimo il crack. Con la tendenza alla Stagnazione
Secolare che alcuni temono.
Tuttavia, sembra
di poter nell’insieme concordare con Fitoussi,
sulla tendenziale ostilità tra il principio organizzativo del mercato (che non
sopporta limitazioni di sorta al pieno dispiegarsi del suo principio) e la
democrazia.
La svolta (doppia; quella francese degli anni ottanta e quella europea degli anni novanta che ci
ha portato alla fine nell’Euro e in un sistema finanziario banca-centrico ed
integrato, democraticamente non responsabile) ha alla fine prodotto un sistema
nel quale la finanza è ormai inafferrabile e potentissima, è “in nessun luogo”
e sostanzialmente non tassata; non ha più relazioni chiare con il mondo della
produzione, soprattutto alla scala locale; le società internazionali, ormai
decisive sia per la produzione di ricchezza aggregata sia per gli effetti di
polarizzazione che, come mostra Moretti,
sono in grado di produrre, sono ovunque riuscendo a sfuggire sistematicamente
al tentativo degli Stati Nazionali di ottenerne fedeltà fiscale; mentre la mera
produzione di merci (senza valore aggiunto di distinzione e marca) sono
ormai praticamente senza peso (economico); la classe media è in declino
inarrestabile e sempre più persone sono abbandonate a se stesse. Come abbiamo visto in altri post, infatti, chi si limita a
produrre merci non riesce più a “catturare” valore sufficiente e resta in
posizione subordinata, insieme ai territori nei quali insiste, mentre chi
governa i flussi e determina l’accesso dell’oggetto nel mondo dei simboli di
consumo (riesce a dargli un fascino, una marca distintiva, a valorizzarne
l’innovazione) ne trattiene la gran parte.
In questi trenta
anni, che ci separano dalla doppia svolta di Mitterrand (ma, naturalmente,
anche di altri politici di destra e sinistra, nel campo socialdemocratico
ricorrono i nomi di Blair, Clinton, Schroder, per certi versi D’Alema e Prodi)
un’intera cultura tecnica, ed una compatta ideologia forte di coerenti
rappresentazioni è stata costruita per giustificare questo stato di cose, per
lo più presentandolo come inevitabile, talvolta come “moderno”. E giustificando
gli attori che in esso si muovevano. Le Istituzioni fondamentali del mondo
(FMI, BM, WTO) ed Europee (BCE, Commissione, Consiglio, Parlamento) sono state disegnate
da Trattati vincolanti per servire questo mondo ed essere funzionali ai suoi
attori chiave.
Come abbiamo giàscritto salta agli occhi, in questo sistema, la centralità quasi assoluta della
finanza a-spaziale (i cosiddetti “mercati”) che è posta ormai nel centro stesso
del sistema; prevale chiaramente, come principio organizzativo e legittimante
sulla democrazia. La sua assoluta indispensabilità per il mantenimento
dell’equilibrio determina la marginalità oggettiva delle vecchie Istituzioni (i
Parlamenti a suffragio universale, intanto; e poi i sindacati, le associazioni
datoriali, le varie sfere pubbliche nazionali).
Dato che qualche
giorno fa il vecchio collaboratore di Mitterrand, Francoise Hollande, attuale
Presidente Francese, sembra aver replicato la mossa del 1983 a trenta anni di
distanza, forse potrà essere interessante rileggere qualche brano di
un’intervista al Presidente Francese alla vigilia della seconda (e più
decisiva) svolta.
Come detto siamo
nel 1992, Mitterrand è andato all’Istituto di Studi Politici, dove viene
intervistato al termine di una breve Conferenza.
Domanda: … sono perfettamente d’accordo su tutto
quanto lei ha detto. Anch’io sono per l’Europa, anch’io penso che la Francia è la mia patria e
l’Europa il mio futuro. Su questo siamo d’accordo. Il problema è che
attualmente la questione è sul Trattato di Maastricht. Ma vi è un certo numero
di persone che giudicano … il Trattato obbliga, per entrare nell’Unione
economica e monetarie, ad adeguarsi ad un certo numero di criteri di convergenza
che sono criteri puramente monetaristici. Ora, questa politica monetaristica,
applicata in Francia da dieci anni, ha creato ad oggi tre milioni di
disoccupati. Lei considera che il monetarismo, che la Banca Centrale indipendente,
corrispondano oggi a quell’Europa socialista a cui Lei si è rivolto al momento
dell’elezione del 1981 e di cui ha rinnovato la speranza nel 1988?
Presidente: “Lei
può esporre la Sua
opinione, ma le sarei riconoscente di non esporre la mia in vece mia! In
effetti – parto dalla sua ultima frase – dalla fine della guerra ho approvato
tutti i testi europei: avrei rinnegato me stesso se avessi abbandonato tutto
durante il percorso. E quando ho approvato l’insieme dei Trattati europei,
senza parlare di quelli che ho fatto approvare dal 1981, pensavo (lascio il
giudizio agli altri naturalmente) di conformarmi ai miei impegni; ho sempre
detto all’opinione pubblica francese che avrei condotto la Francia , sulla via della
costruzione europea. Per cui nelle sue parole intravedo una certa falsità. Lei
parla, per stigmatizzarla, di una <<politica monetaristica>>. Ma ha
lei confrontato la politica monetaristica che Lei suppone venga seguita in
Francia, con la politica monetaristica difesa, e a volte praticata (ma non
sempre), dopo Friedman [Milton], sia da Reagan che dalla signora Thatcher? Ha
lei analizzato i risultati di quella politica, sul piano economico e sociale,
in quei paesi? E’ Lei andato a Londra, a Liverpool? Si? Quindi ha visto. E’
andato a Los Angeles? Ha visto. Le sto spiegando, in questo modo, che Lei
definisce abusivamente monetaristica la politica dei governi francesi che io ho
costituito”.
Dunque
Mitterrand, in questa prima parte, nega che la politica da lui portata avanti,
con Delors, dal 1983 al 1992 (per i primi dieci anni) sia liberista. Nega che
abbia prodotto gli effetti di impoverimento e polarizzazione che le politiche
americane e inglesi avrebbero prodotto (e che implicitamente critica, nel
suggerire di fare passeggiate nelle grandi città a guardare la povertà). La
politica francese, sarebbe dunque più equilibrata; un altro modello.
Ma continua: “Inoltre,
Lei si lamenta dei criteri di convergenza, che le sembrano addirsi ad una
società liberale. Ma, caro signore, supponga che la Comunità non esistesse o
che si disfacesse: ciò impedirebbe al dollaro, al marco, allo yen di dominare
l’economia mondiale? Glielo chiedo. Sarebbe forse il governo francese, secondo
il Suo pensiero, in grado di isolarsi dietro le frontiere e di rifiutare la
logica di questa triplice potenza delle tre monete che oggi sono le più forti?
Si sarebbe così salvaguardato l’interesse francese? Non è forse preferibile che
il franco sia diventato una moneta forte, grazie a questa politica che non è
affatto monetaristica? Il franco, in un sistema europeo e in un’unione
economica e monetaria, non avrà forse maggior diritto alla parola,
all’espressione e alla decisione che se fosse isolato in un’economia debole,
lontano dai centri di decisione? E’ la domanda che le pongo”.
Questo è forse
l’argomento centrale, sempre riproposto ed obiettivamente di una certa forza;
non si può rifiutarsi alla competizione in un mondo che è tale. Con la rottura
del sistema di Bretton Woods (1973) la competizione monetaria e commerciale è
diventata così violenta che rende necessario aggregarsi per difendersi. Ci
sono, però, due affermazioni implicite in questo breve brano: il modello
europeo, anche se “non è affatto monetaristico” (in realtà Goodley,
ad esempio, non era d’accordo), non è ottimale. La Francia era, però,
costretta ad adottarlo per non restare isolata. Per avere diritto alla parola
ed essere vicino ai centri della decisione. Il Franco deve associarsi al Marco,
per diventare una “moneta forte” (che sembra quasi un bene in sé). La seconda è
che non si intravede affatto l’oriente e la Cina (eppure siamo nel 1992) in questo orizzonte
strategico. Ci sono solo USA, Germania e Giappone. Sarà invece la Cina , che un decennio dopo, e
quindi nel decennio che si è chiuso, a diventare uno dei motori più potenti
degli effetti di polarizzazione e della spinta in basso dei salari (oltre che
dell’eccesso di rispamio) che sta facendo saltare il sistema e genera la già
citata tendenza alla “Stagnazione secolare”.
Ancora: […] “Ma
io le dico che il cammino verso l’unione economica e monetaria deve condurre
precisamente a meno regole, alla scomparsa delle frontiere, alla scomparsa
delle disparità dei cambi, alla possibilità per i lavoratori di andare a
lavorare dove vorranno, senza impedimenti, da un Paese all’altro, per un loro
maggior profitto.”
Questo breve
manifesto della logica ipercompetitiva di Maastricht è divertente, pochissimi
righi sotto l’orgogliosa affermazione che non sono politiche “monetariste”.
“[…] gli esperti
di Bruxelles stimano che nei prossimi cinque anni si dovrebbe giungere alla
creazione di nuovi posti di lavoro, fra i quattro e cinque milioni. … è con lo
sviluppo di un’economia solida, e comunque moltiplicando i posti di lavoro,
senza cadere nel paradosso, che si riuscirà a dominare la disoccupazione (che
dipende da ben altre ragioni, mi creda, che una politica monetaristica o meno).
Lei avrebbe anche potuto parlare dell’evoluzione delle scienze e delle
tecniche, o della formazione professionale, o della capacità dei giovani di
ogni Paese di imparare nuovi mestieri; tutto ciò sarebbe stato tanto
convincente quanto il riferimento alla teoria monetaristica.
Cosa intendeva
dire allora? Che la Francia
si sottomette alla politica liberista degli altri? Ma Lei è sicuro che ciò che
era possibile in Francia lo sarebbe in Europa? Sembrava impossibile in Francia
che ci fosse un governo socialista!”
Anche qui viene
replicato l’argomento che evidentemente suona centrale nella logica del
Presidente: ci sono forze superiori in campo (e questo è vero), ma la partita è
aperta e giocandola possiamo prevalere (con l’affermazione delle forze
socialdemocratiche) e governarla. In effetti sia in Germania (dove vincerà la SPD ) sia in Inghilterra e
persino in Italia, ci sarà un momento in cui prevarranno, ma il percorso di
liberalizzazione non cambierà. Le forze all’opera sono troppo grandi.
A questo punto l’intervistatore chiede al
Presidente se non crede che “il proseguimento della costruzione europea debba
ora passare attraverso una crescita sostanziale dei poteri del Parlamento
Europeo, soprattutto in materia di codecisione?
A questa domanda
cruciale Mitterrand risponde: “sarebbe impensabile giungere al termine
dell’Unione Politica senza che il Parlamento europeo disponga dei poteri propri
di ogni Parlamento. Siamo in un periodo intermedio: prevediamo in un Trattato,
o in accordi, una situazione che oggi non esiste. E’ in effetti il Consiglio
Europeo che svolge le funzioni dell’esecutivo, lo stesso Consiglio Europeo che
non era neppure previsto nel Trattato di Roma. Ma sono i Capi di Stato e di
Governo che, per il momento, decidono ciò che a loro appare positivo e
rigettano ciò che a loro appare negativo nella costruzione dell’Europa. Lo ripeto:
sì, bisogna accrescere le competenze del Parlamento e quindi la co-decisione.
Questo momento è comunque transitorio, poiché verrà un giorno in cui il
Parlamento europeo dovrà decidere nell’ambito della legge, come avviene in
tutti i paesi democratici. Non siamo ancora a questo punto per la semplice
ragione che questi Trattati sono ancora in gestazione, che il sistema non è
ancora creato; ma una simile ambizione è la nostra, e diventerà realtà non
certamente nei secoli dei secoli, bensì nei prossimi anni.”
Anche in questo
passaggio decisivo il Presidente Francese ammette francamente che gli standard
democratici sono molto carenti, anzi dice esattamente che le decisioni non sono
da “paese democratico”. Esprime l’auspicio che in pochi anni si possa rimediare.
Anche in questo
le cose sono andate diversamente.
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