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venerdì 17 gennaio 2014

Francia, Mitterrand ed Hollande: La storia si ripete?


A Parigi, il 5 giugno 1992, all’Istituto Studi Politici Francois Mitterrand viene intervistato al termine di una Conferenza sull’Europa e l’Euro. In quel momento è in corso il processo di ratifica del Trattato di Maastricht che introdurrà la Moneta Unica. Come tutti ricordiamo nel 1983 il Presidente Francese improvvisamente compì una svolta a U della politica economica, adottando elementi che oggi tutti riconoscono come liberali.
Dopo i primi due anni di politica di sinistra, Mitterrand nel discorso pronunciato a Figeac il 27 settembre 1982, annunciò la “riunione delle forze vive” del Paese e modificò il suo atteggiamento verso il mondo dell’impresa, avviando riforme (di cui si incaricherà lo stesso Delors che alcuni anni dopo è essenziale nella gestazione del Trattato di Maastricht) cosiddette “dell’offerta”. Riforme rivolte a ridurre i vincoli e liberalizzare l’ingessata società francese (nella quale trova forma la tradizione dello Stato Nazionale Burocratico), e la finanza. Questa politica ebbe un obiettivo successo, ma contribuì a incrementare progressivamente le ineguaglianze e ha certamente contribuito a fare il mondo per come è oggi.

E’ sempre difficile valutare una politica economica, perché nasce e si forma nella situazione data. Inoltre leggerla a trenta anni di distanza genera una pericolosa distorsione percettiva: quella di assumere implicitamente che le cose dovevano andare così, e che sono quelle scelte che le hanno provocate. Invece il futuro è sempre aperto, le nostre scelte possono aprire diversi possibili sentieri di sviluppo, è l’insieme delle decisioni successive e della dinamica che si è generata ad aver prodotto l’esito.
La svolta di Mitterrand, è insomma un percorso; il “modello sociale europeo” (quello che a lungo ha fatto teorizzare in molto l’esistenza di “più capitalismi”, della “scuola renana”, insieme a quella francese) sarà comunque conservato fino alla fine del millennio, sia pure contaminato progressivamente con elementi liberisti. Sotto moltissimi profili è conservato anche adesso, pur sempre sotto attacco. Sarà comunque solo la svolta degli anni novanta (il Trattato di Maastricht, la creazione del WTO nel 1995) che farà prevalere definitivamente la concorrenza, la libertà di azione dei capitali, la centralità delle banche private, delle borse e dei mercati finanziari sulla vecchia centralità della gestione pubblica della domanda attraverso alti salari, welfare state, limitazioni finanziare, redistribuzione fiscale. Naturalmente sono tanti i fattori (e come vedremo Mitterrand ne ricorderà alcuni nella sua intervista che riporto sotto), e sarebbe ingeneroso attribuire a una o più scelte politiche l’esito che hanno preso le vicende: con l’esplosione delle ineguaglianze e l’incremento dell’instabilità, l’esplosione dei rischi individuali e sociali, la crisi sociale, la conseguente crisi politica, e da ultimo il crack. Con la tendenza alla Stagnazione Secolare che alcuni temono.
Tuttavia, sembra di poter nell’insieme concordare con Fitoussi, sulla tendenziale ostilità tra il principio organizzativo del mercato (che non sopporta limitazioni di sorta al pieno dispiegarsi del suo principio) e la democrazia.

La svolta (doppia; quella francese degli anni ottanta e quella europea degli anni novanta che ci ha portato alla fine nell’Euro e in un sistema finanziario banca-centrico ed integrato, democraticamente non responsabile) ha alla fine prodotto un sistema nel quale la finanza è ormai inafferrabile e potentissima, è “in nessun luogo” e sostanzialmente non tassata; non ha più relazioni chiare con il mondo della produzione, soprattutto alla scala locale; le società internazionali, ormai decisive sia per la produzione di ricchezza aggregata sia per gli effetti di polarizzazione che, come mostra Moretti, sono in grado di produrre, sono ovunque riuscendo a sfuggire sistematicamente al tentativo degli Stati Nazionali di ottenerne fedeltà fiscale; mentre la mera produzione di merci (senza valore aggiunto di distinzione e marca) sono ormai praticamente senza peso (economico); la classe media è in declino inarrestabile e sempre più persone sono abbandonate a se stesse. Come abbiamo visto in altri post, infatti, chi si limita a produrre merci non riesce più a “catturare” valore sufficiente e resta in posizione subordinata, insieme ai territori nei quali insiste, mentre chi governa i flussi e determina l’accesso dell’oggetto nel mondo dei simboli di consumo (riesce a dargli un fascino, una marca distintiva, a valorizzarne l’innovazione) ne trattiene la gran parte.
In questi trenta anni, che ci separano dalla doppia svolta di Mitterrand (ma, naturalmente, anche di altri politici di destra e sinistra, nel campo socialdemocratico ricorrono i nomi di Blair, Clinton, Schroder, per certi versi D’Alema e Prodi) un’intera cultura tecnica, ed una compatta ideologia forte di coerenti rappresentazioni è stata costruita per giustificare questo stato di cose, per lo più presentandolo come inevitabile, talvolta come “moderno”. E giustificando gli attori che in esso si muovevano. Le Istituzioni fondamentali del mondo (FMI, BM, WTO) ed Europee (BCE, Commissione, Consiglio, Parlamento) sono state disegnate da Trattati vincolanti per servire questo mondo ed essere funzionali ai suoi attori chiave.

Come abbiamo giàscritto salta agli occhi, in questo sistema, la centralità quasi assoluta della finanza a-spaziale (i cosiddetti “mercati”) che è posta ormai nel centro stesso del sistema; prevale chiaramente, come principio organizzativo e legittimante sulla democrazia. La sua assoluta indispensabilità per il mantenimento dell’equilibrio determina la marginalità oggettiva delle vecchie Istituzioni (i Parlamenti a suffragio universale, intanto; e poi i sindacati, le associazioni datoriali, le varie sfere pubbliche nazionali).

Dato che qualche giorno fa il vecchio collaboratore di Mitterrand, Francoise Hollande, attuale Presidente Francese, sembra aver replicato la mossa del 1983 a trenta anni di distanza, forse potrà essere interessante rileggere qualche brano di un’intervista al Presidente Francese alla vigilia della seconda (e più decisiva) svolta.

Come detto siamo nel 1992, Mitterrand è andato all’Istituto di Studi Politici, dove viene intervistato al termine di una breve Conferenza.

Domanda: … sono perfettamente d’accordo su tutto quanto lei ha detto. Anch’io sono per l’Europa, anch’io penso che la Francia è la mia patria e l’Europa il mio futuro. Su questo siamo d’accordo. Il problema è che attualmente la questione è sul Trattato di Maastricht. Ma vi è un certo numero di persone che giudicano … il Trattato obbliga, per entrare nell’Unione economica e monetarie, ad adeguarsi ad un certo numero di criteri di convergenza che sono criteri puramente monetaristici. Ora, questa politica monetaristica, applicata in Francia da dieci anni, ha creato ad oggi tre milioni di disoccupati. Lei considera che il monetarismo, che la Banca Centrale indipendente, corrispondano oggi a quell’Europa socialista a cui Lei si è rivolto al momento dell’elezione del 1981 e di cui ha rinnovato la speranza nel 1988?

Presidente: “Lei può esporre la Sua opinione, ma le sarei riconoscente di non esporre la mia in vece mia! In effetti – parto dalla sua ultima frase – dalla fine della guerra ho approvato tutti i testi europei: avrei rinnegato me stesso se avessi abbandonato tutto durante il percorso. E quando ho approvato l’insieme dei Trattati europei, senza parlare di quelli che ho fatto approvare dal 1981, pensavo (lascio il giudizio agli altri naturalmente) di conformarmi ai miei impegni; ho sempre detto all’opinione pubblica francese che avrei condotto la Francia, sulla via della costruzione europea. Per cui nelle sue parole intravedo una certa falsità. Lei parla, per stigmatizzarla, di una <<politica monetaristica>>. Ma ha lei confrontato la politica monetaristica che Lei suppone venga seguita in Francia, con la politica monetaristica difesa, e a volte praticata (ma non sempre), dopo Friedman [Milton], sia da Reagan che dalla signora Thatcher? Ha lei analizzato i risultati di quella politica, sul piano economico e sociale, in quei paesi? E’ Lei andato a Londra, a Liverpool? Si? Quindi ha visto. E’ andato a Los Angeles? Ha visto. Le sto spiegando, in questo modo, che Lei definisce abusivamente monetaristica la politica dei governi francesi che io ho costituito”.
Dunque Mitterrand, in questa prima parte, nega che la politica da lui portata avanti, con Delors, dal 1983 al 1992 (per i primi dieci anni) sia liberista. Nega che abbia prodotto gli effetti di impoverimento e polarizzazione che le politiche americane e inglesi avrebbero prodotto (e che implicitamente critica, nel suggerire di fare passeggiate nelle grandi città a guardare la povertà). La politica francese, sarebbe dunque più equilibrata; un altro modello.

Ma continua: “Inoltre, Lei si lamenta dei criteri di convergenza, che le sembrano addirsi ad una società liberale. Ma, caro signore, supponga che la Comunità non esistesse o che si disfacesse: ciò impedirebbe al dollaro, al marco, allo yen di dominare l’economia mondiale? Glielo chiedo. Sarebbe forse il governo francese, secondo il Suo pensiero, in grado di isolarsi dietro le frontiere e di rifiutare la logica di questa triplice potenza delle tre monete che oggi sono le più forti? Si sarebbe così salvaguardato l’interesse francese? Non è forse preferibile che il franco sia diventato una moneta forte, grazie a questa politica che non è affatto monetaristica? Il franco, in un sistema europeo e in un’unione economica e monetaria, non avrà forse maggior diritto alla parola, all’espressione e alla decisione che se fosse isolato in un’economia debole, lontano dai centri di decisione? E’ la domanda che le pongo”.

Questo è forse l’argomento centrale, sempre riproposto ed obiettivamente di una certa forza; non si può rifiutarsi alla competizione in un mondo che è tale. Con la rottura del sistema di Bretton Woods (1973) la competizione monetaria e commerciale è diventata così violenta che rende necessario aggregarsi per difendersi. Ci sono, però, due affermazioni implicite in questo breve brano: il modello europeo, anche se “non è affatto monetaristico” (in realtà Goodley, ad esempio, non era d’accordo), non è ottimale. La Francia era, però, costretta ad adottarlo per non restare isolata. Per avere diritto alla parola ed essere vicino ai centri della decisione. Il Franco deve associarsi al Marco, per diventare una “moneta forte” (che sembra quasi un bene in sé). La seconda è che non si intravede affatto l’oriente e la Cina (eppure siamo nel 1992) in questo orizzonte strategico. Ci sono solo USA, Germania e Giappone. Sarà invece la Cina, che un decennio dopo, e quindi nel decennio che si è chiuso, a diventare uno dei motori più potenti degli effetti di polarizzazione e della spinta in basso dei salari (oltre che dell’eccesso di rispamio) che sta facendo saltare il sistema e genera la già citata tendenza alla “Stagnazione secolare”.

Ancora: […] “Ma io le dico che il cammino verso l’unione economica e monetaria deve condurre precisamente a meno regole, alla scomparsa delle frontiere, alla scomparsa delle disparità dei cambi, alla possibilità per i lavoratori di andare a lavorare dove vorranno, senza impedimenti, da un Paese all’altro, per un loro maggior profitto.”

Questo breve manifesto della logica ipercompetitiva di Maastricht è divertente, pochissimi righi sotto l’orgogliosa affermazione che non sono politiche “monetariste”.

“[…] gli esperti di Bruxelles stimano che nei prossimi cinque anni si dovrebbe giungere alla creazione di nuovi posti di lavoro, fra i quattro e cinque milioni. … è con lo sviluppo di un’economia solida, e comunque moltiplicando i posti di lavoro, senza cadere nel paradosso, che si riuscirà a dominare la disoccupazione (che dipende da ben altre ragioni, mi creda, che una politica monetaristica o meno). Lei avrebbe anche potuto parlare dell’evoluzione delle scienze e delle tecniche, o della formazione professionale, o della capacità dei giovani di ogni Paese di imparare nuovi mestieri; tutto ciò sarebbe stato tanto convincente quanto il riferimento alla teoria monetaristica.
Cosa intendeva dire allora? Che la Francia si sottomette alla politica liberista degli altri? Ma Lei è sicuro che ciò che era possibile in Francia lo sarebbe in Europa? Sembrava impossibile in Francia che ci fosse un governo socialista!”

Anche qui viene replicato l’argomento che evidentemente suona centrale nella logica del Presidente: ci sono forze superiori in campo (e questo è vero), ma la partita è aperta e giocandola possiamo prevalere (con l’affermazione delle forze socialdemocratiche) e governarla. In effetti sia in Germania (dove vincerà la SPD) sia in Inghilterra e persino in Italia, ci sarà un momento in cui prevarranno, ma il percorso di liberalizzazione non cambierà. Le forze all’opera sono troppo grandi.

A questo punto l’intervistatore chiede al Presidente se non crede che “il proseguimento della costruzione europea debba ora passare attraverso una crescita sostanziale dei poteri del Parlamento Europeo, soprattutto in materia di codecisione?

A questa domanda cruciale Mitterrand risponde: “sarebbe impensabile giungere al termine dell’Unione Politica senza che il Parlamento europeo disponga dei poteri propri di ogni Parlamento. Siamo in un periodo intermedio: prevediamo in un Trattato, o in accordi, una situazione che oggi non esiste. E’ in effetti il Consiglio Europeo che svolge le funzioni dell’esecutivo, lo stesso Consiglio Europeo che non era neppure previsto nel Trattato di Roma. Ma sono i Capi di Stato e di Governo che, per il momento, decidono ciò che a loro appare positivo e rigettano ciò che a loro appare negativo nella costruzione dell’Europa. Lo ripeto: sì, bisogna accrescere le competenze del Parlamento e quindi la co-decisione. Questo momento è comunque transitorio, poiché verrà un giorno in cui il Parlamento europeo dovrà decidere nell’ambito della legge, come avviene in tutti i paesi democratici. Non siamo ancora a questo punto per la semplice ragione che questi Trattati sono ancora in gestazione, che il sistema non è ancora creato; ma una simile ambizione è la nostra, e diventerà realtà non certamente nei secoli dei secoli, bensì nei prossimi anni.”

Anche in questo passaggio decisivo il Presidente Francese ammette francamente che gli standard democratici sono molto carenti, anzi dice esattamente che le decisioni non sono da “paese democratico”. Esprime l’auspicio che in pochi anni si possa rimediare.
Anche in questo le cose sono andate diversamente.

Ad Hollande andrà meglio?


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