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sabato 18 gennaio 2014

Luigi Zingales, L’Unità d’Italia e l’Unione Europea


Il professore Luigi Zingales, che insegna a Chicago ed è uno dei più rilevanti e famosi economisti liberisti Italiani ed internazionali, autore di libri provocatori come Salvare il capitalismo dai capitalisti, e da posizioni molto critiche verso l’Euro, è stato udito dalla Commissione Finanza del Senato e ha compiuto insieme una difesa dell’idea originale dell’Euro (l’argomento è che avremmo dovuto utilizzare, negli anni dei bassi tassi, il risparmio per ridurre il debito, invece di aumentare la spesa pubblica come hanno fatto i Governi di Berlusconi), e un attacco molto deciso alle banche tedesche (che si gioverebbero di aiuto a noi non concessi).
Oltre a queste interessanti posizioni, e certo non immotivate, ha sostenuto anche un interessantissimo parallelo tra il processo che portò all’Unità d’Italia e quello di Unificazione Economica Europeo. Si tratta, infatti, dell’unico caso conosciuto di unificazione tra numerosi Stati consolidati, prima del tentativo dell’Unione Europea. Le somiglianze sono molte (anche le differenze, per la verità, la prima è che in Europa non è stata compiuta l’unità politica): 150 anni fa sette Stati italiani, che esistevano da secoli ed erano profondamente diversi, furono unificati sotto l’egemonia ed il controllo militare del Regno di Sardegna Sabaudo e la tutela di Francia ed Inghilterra. Furono unificati anche i titoli sovrani del debito. Nel 1861, i Titoli di debito del Regno delle due Sicilie pagavano, nella ricostruzione della storica Stéphanie Collet in un interessante paper, un interesse del 4,3% che determinava uno Spread in proprio favore (erano i più bassi tra i sette) di 140 punti, rispetto alle emissioni papali e piemontesi. E di 160 punti, rispetto alle modeste emissioni Lombarde. Anche in termini di massa debitoria assoluta quella maggiore era piemontese (44% del totale), seguita da quella del papato (29%), al terzo posto quella napoletana (25%) ed infine quella lombarda (2%). Secondo la storica francese (ma, naturalmente, non solo lei, il Regno delle due Sicilie era, insomma, la Germania di oggi: aveva il debito più affidabile, Napoli era la città più importante del Regno d’Italia, aveva ottimi porti e traffici, una discreta struttura industriale ed infrastrutturale). Il Sud aveva più popolazione del Piemonte sabaudo (6.900.000 di abitanti contro 4.200.000), aveva meno debito (411 milioni contro 1.120), un PIL maggiore (2.600 milioni, contro 1.600), un rapporto debito PIL ovviamente migliore ed anche un debito pubblico procapite inferiore, anche i depositi aurei erano superiori e la massa monetaria circolante. Ovviamente in gran parte perché il Piemonte aveva sostenuto numerose guerre. Aveva tanti problemi, ma non era una economia debole, rispetto agli standard dell’epoca.
Fino al 1874 le emissioni di debito unitarie furono a doppia denominazione (Italia-Napoletana, Italia-Piemontese, etc…). Grazie a questa caratteristica la storica ha potuto ricostruire l’andamento del debito e ha dimostrato come, subito dopo l’unità, lo scetticismo circa il successo della difficile operazione (mai più tentata, fino ad oggi) impose un “premio di rischio” comune. Più o meno quel che la Germania oggi teme dall’introduzione degli Eurobond, cui si oppone fermamente.
Nel 1862 i rendimenti comunque si allinearono al 6,9% (erano, come detto in un range dal 4,3 al 5,7), per quelli napoletani, ben 260 punti di spread. Continuarono a salire fino al 1870 (fino a 8,9%), e scesero solo dopo l’annessione di Venezia e Roma, e il trasferimento della capitale. Questo rassicurò gli investitori circa il fatto che l’Unità era irreversibile.
Tre guerre di indipendenza e venti anni di diplomazia molto complessa avevano quindi finalmente creato uno Stato Unitario, ma uno degli strumenti fondamentali era stata proprio l’unificazione dei titoli di debito (e della moneta). Le modalità di unificazione, inoltre, posero le basi della progressiva divaricazione dei sentieri economici e demografici fino alla situazione attuale.

Torniamo un attimo a Zingales, poi approfondiremo questo interessante parallelo, anche l’economista italiano è della stessa opinione di Streeck e di Scharpf, circa il rischio di “meridionalizzazione” del sud Europa (e dell’Italia intera questa volta), se non si attivano strumenti di trasferimento (ad esempio un sussidio di disoccupazione europeo, in modo da interrompere uno dei fattori rilevanti e pro ciclici di espansione del debito sovrano dei paesi in difficoltà) si avrà, secondo le sue stesse parole: “la meridionalizzazione dell'Italia e del Sud Europa, come accadde alle regioni del nostro Mezzogiorno con l'Unità d'Italia. Unità che come quella europea fu un'idea meravigliosa, ma fatta rapidamente e imposta da una piccola elite al resto della nazione. Il risultato fu il dominio politico ed economico del Nord Ovest sul resto dell'Italia, con conseguenze devastanti per le regioni del Sud.”
Nello stesso modo negli anni novanta si è spinto sull’acceleratore dell’unificazione europea, “con il risultato che oggi l'Europa è prevalentemente franco-tedesca, con conseguenze devastanti per il Sud Europa”. 

Nel caso italiano l’unificazione fu ottenuta, infatti, in modo rapido (per via militare e diplomatica) ma a prezzi molto alti in termini di squilibrio. In essa prevalse alla fine la componente monarchica, statalista ed elitista di Cavour e Gioberti, sulla componente libertaria, federalista, e democratica (con differenze) di Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Pisacane. Gli eroi furono quindi rapidamente accantonati (Garibaldi muore a Caprera in volontario esilio nel 1882; Mazzini muore in clandestinità a Pisa nel 1872; Cattaneo morì in Svizzera nel 1869). Carlo Pisacane, che muore nel 1857 a Sapri nel corso del suo disperato tentativo insurrezionale, avrà chiarissimo il punto: “la libertà, nel suo vero aspetto, nel suo vero significato: dritto di eleggersi i propri maestrati, di essere giudicati dà propri conterranei, di esser legislatori di se medesimi, di non sottostare ad alcune determinazione, senza che venga ascoltato il proprio parere, o di eleggersi quale rappresentante .. possono tali condizioni verificarsi senza una precisa nazionalità? … sperano altri che un popolo straniero [il Regno di Sardegna, o “Sabaudo”, evidentemente] ci conquisti per poi donarci libertà, ed è questa delle utopie la più assurda e codarda ad un tempo stesso. Il forte troverà maggior vantaggio nel comandare, che nel francare completamente il debole”. La Rivoluzione, (postumo 1894).

Qualcosa di simile succede anche in Germania (anche rispetto all’oscuramento degli attivisti dell’Est dopo l’unificazione), come vedremo dalla lettura del librodi Giacchè; anche se in direzione in parte diversa (in quel caso il Paese più forte politicamente ed economicamente procede all’annessione del meno forte, con l’assenso delle grandi potenze di equilibrio mondiale e regionale, USA, URSS e Francia) mentre nel caso dell’Unità d’Italia il Paese più forte politicamente (e forse militarmente ma non c’è prova), ma meno forte economicamente, procedette all’annessione con l’assenso delle grandi potenze dell’epoca. 

Siamo di nuovo alla scelta tra la strategia di Garibaldi e quella di Pisacane? Allo scontro di Napoli tra lo stesso Garibaldi e Mazzini e Cattaneo (quando i secondi cercarono di spingere per un federalismo democratico e il generale impose il rispetto dell’accordo con il Re sabaudo e quindi l’annessione di un anno dopo)? Il punto è ancora quello indicato da Mazzini “bisogna sopprimere i privilegi politici concessi alla proprietà, e far sì che tutti contribuiscano all’opera legislativa” (I doveri dell’uomo, XI Questione Economica).

Forse, questa volta, abbiamo l’occasione di far andare diversamente le cose.


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