Il professore
Luigi Zingales, che insegna a Chicago ed è uno dei più rilevanti e famosi
economisti liberisti Italiani ed internazionali, autore di libri
provocatori come Salvare
il capitalismo dai capitalisti, e da posizioni molto critiche
verso l’Euro, è stato udito dalla Commissione Finanza del Senato e ha
compiuto insieme una difesa dell’idea originale dell’Euro (l’argomento è che
avremmo dovuto utilizzare, negli anni dei bassi tassi, il risparmio per ridurre
il debito, invece di aumentare la spesa pubblica come hanno fatto i Governi di
Berlusconi), e un attacco molto deciso alle banche tedesche (che si
gioverebbero di aiuto a noi non concessi).
Oltre a queste
interessanti posizioni, e certo non immotivate, ha sostenuto anche un interessantissimo
parallelo tra il processo che portò all’Unità d’Italia e quello di Unificazione
Economica Europeo. Si tratta, infatti, dell’unico caso conosciuto di
unificazione tra numerosi Stati consolidati, prima del tentativo dell’Unione
Europea. Le somiglianze sono molte (anche le differenze, per la verità, la
prima è che in Europa non è stata compiuta l’unità politica): 150 anni fa sette
Stati italiani, che esistevano da secoli ed erano profondamente diversi, furono
unificati sotto l’egemonia ed il controllo militare del Regno di Sardegna
Sabaudo e la tutela di Francia ed Inghilterra. Furono unificati anche i titoli
sovrani del debito. Nel 1861, i Titoli di debito del Regno delle due Sicilie
pagavano, nella ricostruzione della storica Stéphanie Collet in un interessante
paper,
un interesse del 4,3% che determinava uno Spread in proprio favore (erano i più
bassi tra i sette) di 140 punti, rispetto alle emissioni papali e piemontesi. E
di 160 punti, rispetto alle modeste emissioni Lombarde. Anche in termini di
massa debitoria assoluta quella maggiore era piemontese (44% del totale),
seguita da quella del papato (29%), al terzo posto quella napoletana (25%) ed
infine quella lombarda (2%). Secondo la storica francese (ma, naturalmente, non
solo lei, il Regno delle due Sicilie era, insomma, la Germania di oggi: aveva
il debito più affidabile, Napoli era la città più importante del Regno
d’Italia, aveva ottimi porti e traffici, una discreta struttura industriale ed
infrastrutturale). Il Sud aveva più popolazione del Piemonte sabaudo (6.900.000
di abitanti contro 4.200.000), aveva meno debito (411 milioni contro 1.120), un
PIL maggiore (2.600 milioni, contro 1.600), un rapporto debito PIL ovviamente
migliore ed anche un debito pubblico procapite inferiore, anche i depositi
aurei erano superiori e la massa monetaria circolante. Ovviamente in gran parte
perché il Piemonte aveva sostenuto numerose guerre. Aveva tanti problemi, ma
non era una economia debole, rispetto agli standard dell’epoca.
Fino al 1874 le
emissioni di debito unitarie furono a doppia denominazione (Italia-Napoletana,
Italia-Piemontese, etc…). Grazie a questa caratteristica la storica ha potuto
ricostruire l’andamento del debito e ha dimostrato come, subito dopo l’unità,
lo scetticismo circa il successo della difficile operazione (mai più tentata,
fino ad oggi) impose un “premio di rischio” comune. Più o meno quel che la Germania oggi teme
dall’introduzione degli Eurobond, cui si oppone fermamente.
Nel 1862 i
rendimenti comunque si allinearono al 6,9% (erano, come detto in un range dal
4,3 al 5,7), per quelli napoletani, ben 260 punti di spread. Continuarono a
salire fino al 1870 (fino a 8,9%), e scesero solo dopo l’annessione di Venezia
e Roma, e il trasferimento della capitale. Questo rassicurò gli investitori
circa il fatto che l’Unità era irreversibile.
Tre guerre di
indipendenza e venti anni di diplomazia molto complessa avevano quindi
finalmente creato uno Stato Unitario, ma uno degli strumenti fondamentali era
stata proprio l’unificazione dei titoli di debito (e della moneta). Le modalità
di unificazione, inoltre, posero le basi della progressiva divaricazione dei
sentieri economici e demografici fino alla situazione attuale.
Torniamo un
attimo a Zingales,
poi approfondiremo questo interessante parallelo, anche l’economista italiano è
della stessa opinione di Streeck
e di Scharpf,
circa il rischio di “meridionalizzazione” del sud Europa (e dell’Italia intera
questa volta), se non si attivano strumenti di trasferimento (ad esempio un
sussidio di disoccupazione europeo, in modo da interrompere uno dei fattori
rilevanti e pro ciclici di espansione del debito sovrano dei paesi in
difficoltà) si avrà, secondo le sue stesse parole: “la meridionalizzazione dell'Italia e del Sud Europa, come accadde alle
regioni del nostro Mezzogiorno con l'Unità d'Italia. Unità che come quella
europea fu un'idea meravigliosa, ma fatta rapidamente e imposta da una
piccola elite al resto della nazione. Il risultato fu il dominio politico ed
economico del Nord Ovest sul resto dell'Italia, con conseguenze devastanti
per le regioni del Sud.”
Nello stesso
modo negli anni novanta si è spinto sull’acceleratore dell’unificazione europea,
“con il risultato che oggi l'Europa è
prevalentemente franco-tedesca, con conseguenze devastanti per il Sud Europa”.
Nel caso
italiano l’unificazione fu ottenuta, infatti, in modo rapido (per via militare
e diplomatica) ma a prezzi molto alti in termini di squilibrio. In essa
prevalse alla fine la componente monarchica, statalista ed elitista di Cavour e
Gioberti, sulla componente libertaria, federalista, e democratica (con
differenze) di Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Pisacane. Gli eroi furono quindi rapidamente
accantonati (Garibaldi muore a Caprera in volontario esilio nel 1882; Mazzini
muore in clandestinità a Pisa nel 1872; Cattaneo morì in Svizzera nel 1869). Carlo
Pisacane, che muore nel
Qualcosa di
simile succede anche in Germania (anche rispetto all’oscuramento degli
attivisti dell’Est dopo l’unificazione), come vedremo dalla lettura del librodi Giacchè; anche se in direzione in parte diversa (in quel caso il Paese più
forte politicamente ed economicamente procede all’annessione del meno forte,
con l’assenso delle grandi potenze di equilibrio mondiale e regionale, USA,
URSS e Francia) mentre nel caso dell’Unità d’Italia il Paese più forte
politicamente (e forse militarmente ma non c’è prova), ma meno forte
economicamente, procedette all’annessione con l’assenso delle grandi potenze
dell’epoca.
Siamo di nuovo alla scelta tra la strategia
di Garibaldi e quella di Pisacane? Allo scontro di Napoli tra lo stesso
Garibaldi e Mazzini e Cattaneo (quando i secondi cercarono di spingere per un
federalismo democratico e il generale impose il rispetto dell’accordo con il Re
sabaudo e quindi l’annessione di un anno dopo)? Il punto è ancora quello
indicato da Mazzini “bisogna sopprimere i privilegi politici concessi alla
proprietà, e far sì che tutti
contribuiscano all’opera legislativa” (I
doveri dell’uomo, XI Questione Economica).
Forse, questa
volta, abbiamo l’occasione di far andare diversamente le cose.
Se vuoi restare in contatto:
Se vuoi restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli
su Facebook: alessandro.visalli.9
e su Linkedin: alessandro-visalli
Nessun commento:
Posta un commento