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venerdì 17 gennaio 2014

La questione del porto di Gioia Tauro: potere e conflitti per il riconoscimento


Secondo prassi, a Roma, la Presidenza del Consiglio ed il Ministero degli Esteri hanno concordato con le autorità dell’ONU la partecipazione dell’Italia alle operazioni di smantellamento e distruzione delle armi chimiche siriane. Deciso che il contributo italiano (giusto ed opportuno, nel contesto di una immane tragedia umanitaria) sarebbe stato rappresentato da un piccolo onere economico e dall’utilizzo di un porto per le operazioni di trasbordo di 60 container contenenti le componenti chimiche attive delle ex armi sequestrate, la Presidenza ha deciso di chiedere ai Ministeri Competenti (Infrastrutture in primis, con i pareri di Ambiente, Difesa, Sanità e Interni) l’indicazione di un porto da scegliere tra Ragusa, Taranto, Brindisi, Cagliari, Gioia Tauro.

Una decisione del genere ha diverse dimensioni: la citata competenza a decidere (dunque la dimensione giuridica che sovraintende in uno Stato democratico di diritto alla determinazione di chi ha l’autorità nel tema); la dimensione del rischio sanitario o ambientale (che è ascrivibile al sapere tecnico, ma anche ad importanti dimensioni emotive); la dimensione equitativa (cioè del bilanciamento, secondo giustizia, dei benefici ed oneri tra eguali, nella fattispecie i cittadini residenti).
La procedura seguita, a quanto è dato ricostruire e prestando fede alle dichiarazioni in merito degli attori locali, è terminata con una decisione sul piano tecnico, secondo competenza amministrativa, del tutto ragionevole sotto i profili attivati; ma non ha coinvolto, né in qualità di uditori né per semplice comunicazione e “sentito”, gli enti locali.
Riguardo alla ragionevolezza tecnica il Porto di Gioia Tauro è il più grande ed attivo, l’anno scorso ha movimentato 3.000.000 di teus (container da 20 piedi), con una crescita del 15% rispetto al 2012; di questi 3.000 contenevano materiali chimici classificati come “materie tossiche” in classe 6.1, come quelle in oggetto. Dal punto di vista chimico bisogna notare che se un materiale fosse stato in precedenza componente di un sistema d’arma o solo utilizzato in un processo industriale non fa alcuna differenza (tra l’altro non credo sia il caso di rammentare che gli incidenti industriali hanno sicuramente fatto più morti delle armi chimiche). Comunque i container in oggetto sono 60. Gli altri porti alternativi (Ragusa, Taranto, Brindisi, Cagliari) sono più piccoli e più vicini ai centri densamente abitati. Il porto di Gioia Tauro è “nel deserto” (come sa chi ne conosce la storia e lo ha visitato).

La vicenda è arrivata improvvisamente all’attenzione mediatica, provocando immediata e violenta reazione nelle forze localmente attive. Allo stato sembra di rintracciare l’attivismo di tre tipi di attori: i lavoratori portuali, le amministratori locali, alcune forze politiche di opposizione (sembra solo l'IDV, pare che il M5S abbia espresso posizione favorevole).
1.  I lavoratori portuali sono in agitazione, probabilmente guardando principalmente a due poste: la cassa integrazione (parte degli addetti dello scalo) e lo smantellamento della Concordia (cui presumibilmente aspirano).
2.    I sindaci sono in attività per due poste: la visibilità e la mobilitazione del consenso politico (soprattutto, come vedremo, col tema ad effetto <deciso sulle nostre teste>) e i lavori della Concordia (il Sindaco di Gioia Tauro la evoca apertamente nell’intervista rilasciata);
3.   Il partito IDV probabilmente cerca di rilanciarsi mediaticamente (era praticamente scomparso da mesi).

Ascoltando gli interventi si percepiscono le seguenti parole guida:
-  - “Prevaricazione”, <i comuni non sono stati degnati di attenzione>, le cose sono passate <sopra le nostre teste>, arriva sempre <tutto a noi>, si tratta di <scelte preconfezionate>, prese <in silenzio e nascondendole>, non <siamo cittadini di serie B>;
- -  “rischio”, c’è un <eventuale danno>, è un <pericolo per la salute>, una <bonifica in loco di armi chimiche>, c’è la <possibilità di un incidente>;
-   -  “orgoglio”, non bisogna <farsi schiacciare da Roma>, è il <mio territorio>.

Si percepisce cioè un sentimento profondo sicuramente spontaneo, ma funzionalizzato ad ottenere le proprie poste (le due cose non sono assolutamente in contraddizione). Il sentimento di una distanza tra i Palazzi romani, nei quali dei funzionari ministeriali hanno “cucinato” una decisione tecnica (della quale avevano piena e legittima competenza) che ha conseguenze (peraltro più emotive che pratiche) sulla dimensione locale.

Il sentimento quindi di una identità offesa. Non tanto da questa vicenda minore, quanto dalla storia generale del territorio (è capitato anche a me, tempo fa, di incontrare l’Autorità Portuale di Gioia Tauro ed essere intrattenuto in lamentazioni sui finanziamenti che restano a Roma, i progetti bloccati dal Ministero dell’Ambiente, etc…), che pure ha avuto copiosissimi finanziamenti nazionali negli anni (il porto non è certo stato costruito dai Comuni). Un sentimento che è stato sottovalutato credo a causa dell’esercizio di automatismi burocratici e carenza di sensibilità politica, ma anche per una comprensibile stanchezza di essere sempre fatti oggetto di richieste economiche (in questi anni di “spending review”). Chiediamoci, infatti, che avrebbe significato, nella fase di valutazione comparativa fare dei Tavoli di Concertazione con le Autorità Locali. Una lista di sollecitazioni, di opposizioni strumentali, di minacce di mobilitazione, accompagnate da richieste nei corridoi per quella o quell’altra vecchia partita bloccata (a Gioia Tauro, ad esempio, il vecchio progetto di Sensi). Chiediamoci anche di quanto lieviterebbe il costo di ogni piccolo intervento (questo addirittura della durata di 48 ore), se dovesse essere negoziato con tutti gli interessati non competenti sul piano amministrativo (e di quanto si allungherebbe la detta lista).

Tuttavia alcune delle reazioni sono fondate più profondamente nella sconnessione tra i meccanismi decisionali pubblici e la percezione di sé che gli attori locali condividono. In una certa distanza, che si allarga, tra lo Stato (e ancora più con gli organismi sovranazionali come l’ONU, nella fattispecie) e la vita quotidiana. Ogni e qualsiasi occasione in cui interviene una decisione “altra”, di qualcuno che non appartiene al “noi” locale, è veicolo di questa presa di consapevolezza. Di questo desiderio irresistibile di “posizionarsi contro”.
Non è tanto il caso specifico (anche se la parola “armi”, unita a “chimiche”, certo è potente) che provoca questa eccessiva reazione, ma il vissuto preesistente. Troviamo, nella vicenda, intrecciati ma ben individuabili argomenti di tipo “vocazionale” (legati al futuro atteso ed il significato del presente) nel momento in cui il porto chiede di essere utilizzato per attività ad alto impatto occupazionale (evidentemente per riassorbire i cassintegrati e nuovi lavoratori) nello smantellamento della Concordia; “autoritativi” (decisione estranea e presa dall’alto), nella contestazione della competenza ed il richiamo al “possesso” del territorio; “equitativi” (iniqua distribuzione dei benefici insieme ai danni potenziali o rischi), nella contestazione della distribuzione dei rischi –tutti qui- e dei benefici –non qui-; “detrattivi” (danno potenziale all’ambiente ed alla salute, oltre che –non è chiaro come- alle altre attività in essere), che sono quelli portati più in primo piano.
Nessuno di questi argomenti andrebbe ignorato, tutti dovrebbero trovare replica.
Detto in altro modo, certamente questa vicenda ha soprattutto a che fare con l’esercizio (e la volontà degli attori di aumentarla) della “forza contrattuale” nell’ambito dei “giochi ripetuti” che il territorio pratica con le Autorità nazionali; e dunque senza conoscere questi resta sempre abbastanza oscura all’osservatore esterno.  Però è anche un luogo simbolico nel quale si gioca la grande partita del controllo delle dinamiche di trasformazione del territorio nel contesto di un contemporaneo allungamento della catena delle responsabilità (che è largamente uscita dall’ambito nazionale), e di sfrangiamento della coesione nazionale.

Non è facile dire come si dovrebbe agire. Certo queste improvvise e violente arene sono uno dei luoghi nei quali si gioca il futuro del paese.


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