Secondo prassi, a
Roma, la Presidenza del Consiglio ed il Ministero degli Esteri hanno concordato
con le autorità dell’ONU la partecipazione dell’Italia alle operazioni di
smantellamento e distruzione delle armi chimiche siriane. Deciso che il
contributo italiano (giusto ed opportuno, nel contesto di una immane tragedia
umanitaria) sarebbe stato rappresentato da un piccolo onere economico e dall’utilizzo
di un porto per le operazioni di trasbordo di 60 container contenenti le
componenti chimiche attive delle ex armi sequestrate, la Presidenza ha deciso
di chiedere ai Ministeri Competenti (Infrastrutture in primis, con i pareri di
Ambiente, Difesa, Sanità e Interni) l’indicazione di un porto da scegliere tra
Ragusa, Taranto, Brindisi, Cagliari, Gioia Tauro.
Una decisione
del genere ha diverse dimensioni: la citata competenza a decidere (dunque la
dimensione giuridica che sovraintende in uno Stato democratico di diritto alla
determinazione di chi ha l’autorità nel tema); la dimensione del rischio
sanitario o ambientale (che è ascrivibile al sapere tecnico, ma anche ad
importanti dimensioni emotive); la dimensione equitativa (cioè del
bilanciamento, secondo giustizia, dei benefici ed oneri tra eguali, nella
fattispecie i cittadini residenti).
La procedura
seguita, a quanto è dato ricostruire e prestando fede alle dichiarazioni in
merito degli attori locali, è terminata con una decisione sul piano tecnico, secondo competenza amministrativa, del
tutto ragionevole sotto i profili attivati; ma non ha coinvolto, né in qualità
di uditori né per semplice comunicazione e “sentito”, gli enti locali.
Riguardo alla
ragionevolezza tecnica il Porto di Gioia Tauro è il più grande ed attivo, l’anno
scorso ha movimentato 3.000.000 di teus (container da 20 piedi), con una
crescita del 15% rispetto al 2012; di questi 3.000 contenevano materiali chimici
classificati come “materie tossiche” in classe 6.1, come quelle in oggetto. Dal
punto di vista chimico bisogna notare che se un materiale fosse stato in
precedenza componente di un sistema d’arma o solo utilizzato in un processo
industriale non fa alcuna differenza (tra l’altro non credo sia il caso di
rammentare che gli incidenti industriali hanno sicuramente fatto più morti
delle armi chimiche). Comunque i container in oggetto sono 60. Gli altri porti
alternativi (Ragusa, Taranto, Brindisi, Cagliari) sono più piccoli e più vicini
ai centri densamente abitati. Il porto di Gioia Tauro è “nel deserto” (come sa
chi ne conosce la storia e lo ha visitato).
La vicenda è
arrivata improvvisamente all’attenzione mediatica, provocando immediata e
violenta reazione nelle forze localmente attive. Allo stato sembra di
rintracciare l’attivismo di tre tipi di attori: i lavoratori portuali, le amministratori
locali, alcune forze politiche di opposizione (sembra solo l'IDV, pare che il
M5S abbia espresso posizione favorevole).
1. I lavoratori
portuali sono in agitazione,
probabilmente guardando principalmente a due poste: la cassa integrazione (parte
degli addetti dello scalo) e lo smantellamento della Concordia (cui presumibilmente
aspirano).
2. I sindaci sono in attività per due poste: la visibilità e la
mobilitazione del consenso politico (soprattutto, come vedremo, col tema ad
effetto <deciso sulle nostre teste>) e i lavori della Concordia (il
Sindaco di Gioia Tauro la evoca apertamente nell’intervista rilasciata);
3. Il partito IDV probabilmente cerca di rilanciarsi mediaticamente
(era praticamente scomparso da mesi).
Ascoltando gli
interventi si percepiscono le seguenti parole guida:
- - “Prevaricazione”,
<i comuni non sono stati degnati di attenzione>, le cose sono passate
<sopra le nostre teste>, arriva sempre <tutto a noi>, si tratta di
<scelte preconfezionate>, prese <in silenzio e nascondendole>, non
<siamo cittadini di serie B>;
- - “rischio”, c’è
un <eventuale danno>, è un <pericolo per la salute>, una
<bonifica in loco di armi chimiche>, c’è la <possibilità di un
incidente>;
- - “orgoglio”, non
bisogna <farsi schiacciare da Roma>, è il <mio territorio>.
Si percepisce cioè
un sentimento profondo sicuramente spontaneo, ma funzionalizzato ad ottenere le
proprie poste (le due cose non sono assolutamente in contraddizione). Il
sentimento di una distanza tra i Palazzi romani, nei quali dei funzionari
ministeriali hanno “cucinato” una decisione tecnica (della quale avevano piena
e legittima competenza) che ha conseguenze (peraltro più emotive che pratiche)
sulla dimensione locale.
Il sentimento quindi
di una identità offesa. Non tanto da questa vicenda minore, quanto dalla storia
generale del territorio (è capitato anche a me, tempo fa, di incontrare l’Autorità
Portuale di Gioia Tauro ed essere intrattenuto in lamentazioni sui
finanziamenti che restano a Roma, i progetti bloccati dal Ministero dell’Ambiente,
etc…), che pure ha avuto copiosissimi finanziamenti nazionali negli anni (il
porto non è certo stato costruito dai Comuni). Un sentimento che è stato
sottovalutato credo a causa dell’esercizio di automatismi burocratici e carenza
di sensibilità politica, ma anche per una comprensibile stanchezza di essere
sempre fatti oggetto di richieste economiche (in questi anni di “spending
review”). Chiediamoci, infatti, che avrebbe significato, nella fase di
valutazione comparativa fare dei Tavoli di Concertazione con le Autorità
Locali. Una lista di sollecitazioni, di opposizioni strumentali, di minacce di
mobilitazione, accompagnate da richieste nei corridoi per quella o quell’altra
vecchia partita bloccata (a Gioia Tauro, ad esempio, il vecchio progetto di
Sensi). Chiediamoci anche di quanto lieviterebbe il costo di ogni piccolo
intervento (questo addirittura della durata di 48 ore), se dovesse essere
negoziato con tutti gli interessati non competenti sul piano amministrativo (e
di quanto si allungherebbe la detta lista).
Tuttavia alcune
delle reazioni sono fondate più profondamente nella sconnessione tra i
meccanismi decisionali pubblici e la percezione di sé che gli attori locali
condividono. In una certa distanza, che si allarga, tra lo Stato (e ancora più
con gli organismi sovranazionali come l’ONU, nella fattispecie) e la vita quotidiana.
Ogni e qualsiasi occasione in cui interviene una decisione “altra”, di qualcuno
che non appartiene al “noi” locale, è veicolo di questa presa di
consapevolezza. Di questo desiderio irresistibile di “posizionarsi contro”.
Non è tanto il
caso specifico (anche se la parola “armi”, unita a “chimiche”, certo è potente)
che provoca questa eccessiva reazione, ma
il vissuto preesistente. Troviamo, nella vicenda, intrecciati ma ben
individuabili argomenti di tipo “vocazionale” (legati al futuro atteso ed il
significato del presente) nel momento in cui il porto chiede di essere
utilizzato per attività ad alto impatto occupazionale (evidentemente per
riassorbire i cassintegrati e nuovi lavoratori) nello smantellamento della
Concordia; “autoritativi” (decisione estranea e presa dall’alto), nella contestazione
della competenza ed il richiamo al “possesso” del territorio; “equitativi”
(iniqua distribuzione dei benefici insieme ai danni potenziali o rischi), nella
contestazione della distribuzione dei rischi –tutti qui- e dei benefici –non qui-;
“detrattivi” (danno potenziale all’ambiente ed alla salute, oltre che –non è
chiaro come- alle altre attività in essere), che sono quelli portati più in
primo piano.
Nessuno di
questi argomenti andrebbe ignorato, tutti dovrebbero trovare replica.
Detto in altro
modo, certamente questa vicenda ha soprattutto a che fare con l’esercizio (e la
volontà degli attori di aumentarla) della “forza contrattuale” nell’ambito dei “giochi
ripetuti” che il territorio pratica con le Autorità nazionali; e dunque senza
conoscere questi resta sempre abbastanza oscura all’osservatore esterno. Però è anche un luogo simbolico nel quale si gioca la grande partita del controllo
delle dinamiche di trasformazione del territorio nel contesto di un
contemporaneo allungamento della catena delle responsabilità (che è largamente
uscita dall’ambito nazionale), e di sfrangiamento della coesione nazionale.
Non è facile
dire come si dovrebbe agire. Certo queste
improvvise e violente arene sono uno dei luoghi nei quali si gioca il futuro
del paese.
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