I libri di
Pierre Rosanallon rappresentano sempre una sfida, sono molto densi e ricchi di
posizioni e piccoli ritratti intellettuali; pur non nascondendo affatto la sua
scelta di campo e la provenienza dal campo socialista, l’intellettuale francese
ricerca dei punti di sintesi nuovi. Una sorta di “spazio politico
post-socialdemocratico”, che riesca ad oltrepassare le soluzioni collettiviste
e de-individualizzanti proprie della sintesi socialista.
La presa d’atto
dell’individualismo, che inquadra come segno e destino dei tempi, nel
politologo francese, s’inscrive in quella che mi sembra si possa leggere come
un’interna tensione. Come lo sforzo, si potrebbe dire “disperato” (come a volte si trova a dire Habermas, per descrivere
il suo impegno per sfuggire alla crisi di legittimità, da lui stesso
diagnosticata negli anni settanta, trovando ostinatamente tracce di possibile
auto-emancipazione nel tessuto delle cose e delle dinamiche sociali) di
ripensare la dimensione assicurativa, senza però completamente abbandonarla,
legandola specificatamente a una dimensione “capacitante”; una dimensione che
non schiacci, ma utilizzi, le energie individuali. Superare, quindi, la società dell’indennizzo, della metà del
secolo scorso, in favore di una società
dell’inserimento per la quale questo testo è un mattoncino.
Il progetto è
condotto, però, con gli strumenti dell’analisi storica intepretativa: Furet,
Aron e Foucault, e successivamente Maurice Agulhon. Con le sue stesse parole
(nella presentazione del suo corso al Collegé de France) “la mia ambizione è
quella di pensare la democrazia ripercorrendo il filo della sua storia … la
democrazia è una storia [non la ha]. è assolutamente indissociabile da
un percorso di esplorazione e sperimentazione, di comprensione e di auto
elaborazione.” (R., Il Politico,
Rubettino, p. 13). Lo sforzo, invero arduo, è di “far rivivere la successione
dei <<presenti>> intesi come altrettante esperienze che creano la
nostra storia. Si tratta dunque di ricostruire il modo in cui individui e
gruppi hanno elaborato la propria comprensione delle differenti situazioni, di
reperire i rifiuti e i consensi a partire dai quali essi hanno formulato i loro
obiettivi; si tratta insomma di riscrivere la maniera in cui la loro visione
del mondo ha delimitato e organizzato
l’ambito delle loro azioni”.
Si tratta, cioè,
di una sorta di storia “globale” del “politico”; di mettere a fuoco concetti
politici essenziali (come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza) che possono
essere compresi “soltanto nella prospettiva storica della loro messa alla prova
e del loro tentativo di chiarificazione” (R., p. 24). Questo tentativo s’iscrive
nel contesto di una “restrizione” del politico che è in corso, con
“un’apparente dissoluzione e sparizione che si esprime attraverso la sensazione
di declino della sovranità, la percezione di una scomparsa della volontà
generale e di una crescita parallela del ruolo delle forze del diritto e del
mercato.” (R. p. 36) Si tratta della messa alla prova dei limiti del contratto
sociale, e dell’emergere di una “delusione democratica” che ha naturalmente
anche a che fare con le forze della globalizzazione economica che <ci
prendono alla gola>, modificando lo spazio della democrazia attraverso forme
di <governo> “fuori controllo e parcellizzate si sostituiscono sempre più
ad un esercizio comprensibile e responsabile della sovranità” (R. p.42).
Considerando tutto ciò, il libro che
andiamo a leggere è un’ampia corsa lungo il tema dell’uguaglianza, preceduto da
una breve contestualizzazione e seguita da alcune alquanto vaghe indicazioni, o
tracce di lavoro futuro. Si tratta, però, di un excursus di grande interesse e
fascino che vale le sue 300 pagine.
Per Rosanvallon
la democrazia è vitale quando, oltre ad essere una forma di governo e una
tecnologia di controllo, diventa una “forma di società”. E questa è la
dimensione che oggi “fa sempre meno corpo”. Si determina ormai una sorta di
“lacerazione”, che Rosanvallon non esita a definire come “il fenomeno
principale del nostro tempo, portatore delle più terribili minacce. Infatti, se
dovesse persistere tale situazione, il regime democratico stesso potrebbe
vacillare”. (R., p. 17)
Il motore, anzi
“l’indizio e il motore” di questa
lacerazione è “la crescita delle ineguaglianze”. Si tratta del “tarlo latente”,
che “produce una decomposizione silenziosa del legame sociale e,
simultaneamente della solidarietà”. Questa diagnosi rende importante capire
cosa significhi, in quali conflitti s’iscriva, quali obiettivi serva, il lungo
concetto di <uguaglianza>. Perché il termine, e i fenomeni che denota, ha
attraversato –nella auto comprensione dell’ideale democratico- e nella forma
sociale che determina, molteplici cesure e trasformazioni. Oggi ne ha attraversata un’altra.
Insieme a questa
è stata attraversata una nuova comprensione dell’intero ideale e formate nuove
forme sociali e corpi politici.
Ci sono tre fasi
essenziali:
-
nel XVIII secolo, l’età delle rivoluzioni contro
l’Antico Regime, l’eguaglianza è lotta al “privilegio”, si tratta come vedremo
di una uguaglianza di natura morale, non materiale, delle condizioni;
-
nel XIX secolo, e poi nella prima parte del XX, la cesura della Rivoluzione Industriale,
porta in evidenza nuove forme di ineguaglianza che determinano l’emergere con
forza del tema della povertà. L’eguaglianza diventa di dotazioni ed emerge, nel
conflitto sociale ed intellettuale, la posizione dell’Età della
Redistribuzione;
-
nell’ultimo quarto del XX secolo, ed in questo primo
decennio del XXI, si attua un rovesciamento
che ricorda il XIX (ma l’inizio), emerge una “società della singolarità” che
disconosce il tema della eguaglianza, per la spinta alla competizione.
Andiamo con ordine: la società
rivoluzionaria, sia in Francia come negli Stati Uniti, è ovviamente una società
nella quale la rivoluzione industriale non si è ancora manifestata, il problema
sociale è quello dell’aristocrazia. La figura “che fa problema” non è quella
del ricco (nella debole stabilizzazione della ricchezza, soprattutto in America
si immagina –o ci si illude- che tutto sia revocabile, ed il ricco di oggi
possa essere il povero di domani e viceversa), ma quella del <privilegiato>
(portatore di una differenza non giustificabile). Per comprenderlo Rosanvallon
invita a figurarsi lo “spirito di distinzione” che caratterizzava i nobili
dell’epoca. In sostanza si sentivano quasi un’altra specie, geneticamente
predisposti (per retaggio e trasmissione parentale), a governare. Una sorta di
“qualità sociali” distintive.
Contro quest’auto
percezione, e contro le sue conseguenze istituzionali e normative, insorge la
ripresa di un sentimento per l’uguaglianza, di lunga durata e radicato
nell’insegnamento morale del cristianesimo, che si declina nell’ideale di una
“società di individui indipendenti”, non “vincolati”. Una società nella quale
nessuno debba essere sottomesso alla volontà altrui (anche la forma, allora
minoritaria del “lavoro dipendente” faceva problema). Questa era la questione
sociale negli anni 70-80 del settecento.
In questa
declinazione, per noi non facile da cogliere, il concetto di uguaglianza si
confonde con quello di libertà. Non esiste contraddizione nel declinare “Liberté,
Égalité, Fraternité”. E nel considerare legittima declinazione dell’ideale il
“libero scambio”.
In una società
che non ha ancora subito gli effetti destrutturanti e ristrutturanti della
rivoluzione industriale, la “uguaglianza di mercato” è, infatti, un’istituzione
plausibile di lotta al privilegio. Questo è uno dei punti qualificanti più
importanti (e anche intrinsecamente interessanti per il continuo uso
strumentale che si fa delle fonti, con antistorica e paradossale
misinterpretazione), l’economia politica classica, quella di Adam Smith, è
inseparabile da una sorta di sociologia storica dell’emancipazione. E
dell’indipendenza, funzionale a tale emancipazione dai privilegi non
giustificabili. Si tratta, nel contesto storico settecentesco, di un
liberalismo emancipatore ed egualitario. Il segno politico è esattamente
opposto a quello nel quale è oggi per lo più usato.
Gli illuministi
scozzesi (Rosanvallon si sofferma su John Millar) sviluppano un’accesa polemica
con lo <<stato di dipendenza>> nel quale i contadini del loro tempo
restavano vincolati. Alla terra ed ai padroni. In questa condizione l’espansione
di attività <<proprie>>, da parte di negozianti ed artigiani, è
“favorevole alla libertà e tende a stabilire una forma di governo popolare”. Se
uguaglianza e libertà sono concetti connessi, “l’idea di reciproca utilità era
pronta a rimpiazzare quella di autorità gerarchica, nel pensare la giusta
direzione del mondo” (R., p. 43).
L’enfasi su una
società in cui “ognuno era padrone del suo destino, in quanto responsabile
della sua sussistenza”, si comprende se si fa mente al quadro sociale dell’epoca.
Altrimenti si leggono parole del tutto fuori del quadro di senso nel quale
furono spese.
Condorcet si
troverà a scrivere: “le nostre speranze sul futuro della specie umana possono
ridursi a questi tre punti importanti: la distruzione della disuguaglianza tra
nazioni; il progresso dell’uguaglianza in uno stesso popolo; infine, il
perfezionamento reale dell’Uomo. Questa uguaglianza di fatto, scopo ultimo
dell’arte sociale, che, riducendo anche gli effetti della diversità naturale
delle facoltà, lascia sussistere solo una disuguaglianza utile all’interesse di
tutti, perché faciliterà il progresso della civiltà, dell’istruzione e
dell’industria, senza comportare né indipendenza, né umiliazione, né
impoverimento” (R. p. 45). L’ottimismo dell’epoca lo porta a definire le
disuguaglianze dovute alla ricchezza, all’istruzione ed ai casi della vita come
“destinate a diminuire continuamente”. Questa società d’individui indipendenti
sfocia nel sogno di una repubblica di piccoli contadini ed artigiani, e nella
valutazione della virtù della sobrietà (cui anche Smith è molto legato). Un
elogio che, per Rosanvallon, è funzionale al controllo delle disuguaglianze
anche in Smith, ed alla condanna del lusso che ne consegue. Analoga
preoccupazione si ritrova nell’abate Coyer, in Montesquieu ed in Rousseau.
L’uguaglianza,
insomma, non significa essere tutti eguali, ma
che nessuno possa dominare totalmente un altro. In una prima fase (quella
della rimessa in questione delle gerarchie aristocratiche) il denaro è letto
come “grande livellatore” sociale. In ogni caso l’uguaglianza che è articolata
dal secolo è principalmente di natura morale, e riesce a far retrocedere in
secondo piano la percezione della disuguaglianza materiale.
In questo
contesto, prende forma la grande battaglia di Jackson in America per
l’uguaglianza delle condizioni (come afferma Achille Murat, figlio del re di
Napoli), l’uomo comune, l’avvento di un mondo di simili, in cui una sorta di
senso civico egualitario dominava nella società.
Questo
sentimento comune restò in campo fino al primo trentennio dell’ottocento,
quando gradualmente, e con ovvie differenze nei diversi paesi, ha preso piede
una differenza strutturante diversa: in luogo di quella tra “democratici” e
“aristocratici”, quella tra “ricchi” e “poveri”. La cosa fu graduale,
Rosanvallon la descrive come in tutto il libro saltellando tra gli Stati Uniti
e la Francia ,
nei primi il mito del self made man,
e della funzione riequilibrante dei fallimenti, ancora Murat: “in ogni società
ben organizzata esiste una corrente ascensionale; è formata da quelli che
migliorano la propria posizione sociale […] Esiste anche la corrente
discendente; è composta da quelli che, trovandosi nella scala sociale
fortunosamente al di sopra del rango conferitogli dalla loro operosità e dai
loro talenti, non sanno attenervisi e precipitano […] è nell’interesse della
società che queste due correnti abbiano la totale libertà di azione”. Un testo
straordinario, che esprime il modo in cui la <eguaglianza delle
condizioni> resta connessa alla mobilità che rende secondarie (in quanto
provvisorie) le differenze economiche. E soprattutto articola la
giustificazione di queste sulla base di criteri individuali.
Nel saggio “Fiducia in se stessi”, di un autore
fondamentale come Emerson, un’ode vibrante all’individualismo e all’autonomia,
emerge la fierezza dell’esistenza indipendente come parte essenziale
dell’immaginario democratico. E’ la via di un’uguaglianza-singolarità che rende
possibile sentirsi uguali a tutti gli altri proprio nelle differenze
individuali. Ad esempio, a pagina 27 del suo straordinario testo scrive: “la bontà deve avere un taglio affilato,
altrimenti è nulla. La dottrina dell’odio dovrebbe essere predicata come
contraltare della dottrina dell’amore, quando questa geme e piagnucola. Io
rifuggo padre, madre, moglie e fratello quando il mio genio mi chiama. Sull’architrave
della mia porta vorrei scrivere: talento. E alla fine spero sia qualcosa più di
un talento. E non aspettatevi che vi dica perché cerco o ignoro la compagnia. E
non riparlatemi, come ha fatto oggi un brav’uomo del dovere di mettere tutti i
poveri in condizioni migliori. Sono forse quelli i miei poveri? Io dico a te,
stupido filantropo, che rimpiango il dollaro, il centesimo, la monetina che do
a persone che non mi appartengono e alle quali io non appartengo. C’è al
contrario tutta una categoria di persone dalle quali, per ogni spirituale
affinità, accetterei di essere comprato e venduto: per cui andrei anche in
prigione se fosse necessario. Ma le vostre promiscue carità popolari, le vostre
scuole aperte agli stupidi, la costruzione di case di riunione per i vani scopi
per i quali molte di esse operano; elemosine elargite ai beoni, e le Società di
Assistenza mille volte fallite …”
Interviene a
mutare questo clima (che, però, riemerge carsicamente e viene ripreso in forme
sempre aggiornate soprattutto, ma non solo, nell’imagginario anglosassone) la
rottura della rivoluzione industriale e quindi quello che Rosanvallon chiama
“l’avvento del capitalismo”. Se la storia dell’uguaglianza sin dall’inizio e
sempre è stata la storia di una costante tensione “tra forme di realizzazione e
movimenti di resistenza”, e quindi non ha mai cessato di essere “organizzata
sull’indeterminatezza dell’idea che gli uomini se ne facevano”, e naturalmente
sulle “lotte politiche e le rivendicazioni sociali”, quella della metà
dell’ottocento è la rottura fondamentale: la secondarizzazione delle disparità
economiche diventa non sostenibile, davanti allo spettacolo della loro
esplosione. Autori come Buret, nel 1849, scrivono di “una vera e propria
secessione, quasi una preparazione alla guerra civile”. Il punto è che, con le
sue parole: “nel momento in cui la disuguaglianza viene distrutta nel campo
politico e sociale, eccola che rinasce, nei fatti e nel diritto, con una
potenza che non aveva mai avuto, nel settore industriale”. Parole che oggi
potremmo sottoscrivere sostituendo alla parola “industriale” quella
“finanziario”.
Questa società
divisa (di cui parleranno in tanti), diventa gradualmente la questione che
domina il dibattito. Nasce il termine “pauperismo”. Si moltiplicano i
“Manifesti” (1828, 1839, 1847, 1848, 1864).
Ma prende forma
anche una reazione, che mette a punto i suoi argomenti: Villermè sosterrà che
gli operai sono in condizioni migliori di quanto siano mai stati e che possono
benissimo vivere decorosamente e accantonare risparmi. Se qualcuno non ce la
fa, e vive in slums maleodoranti, è colpa della sua imprevidenza, della
corruzione, del vizio. Il nucleo della soluzione stava quindi nella <buona
condotta> e non nell’aumento dei salari. Anche Buret, segue la stessa strada;
Girardin qualificherà come “barbari” gli operai in rivolta e scriverà “la
miseria è il castigo della pigrizia e del vizio. Ecco gli insegnamenti che ci
dà la Storia ”.
Queste classi sono viziose e pericolose. La stessa cosa nelle inchieste inglesi
cui Marx attingerà. Il punto è sempre istruire e moralizzare.
La
disuguaglianza è “legge del mondo”, inseparabilmente naturale, anzi morale.
Scrive acutamente Rosanvallon: “grazie a questo slittamento, l’ideologia
liberal-conservatrice raggiungeva le concezioni più aristocratiche e
reazionarie della disuguaglianza come motore necessario e positivo del mondo.
In questa corrente è stata teorizzata la contraddizione tra libertà ed
eguaglianza” (R., p. 103). Gli antecedenti sono Necker (1793) e Burke. Il primo
teorizza la preminenza della libertà, perché universalizzante, mentre
l’uguaglianza, in quanto implicante un trasferimento di ricchezze, indica
<parzialità>, è cioè legata all’idea di una divisione sociale. “Questa
tematica della uguaglianza liberticida è stata al centro
dell’ideologialiberal-conservatrice, continuando ad irrigare le giustificazioni
per uno status quo sociale e la resistenza alle idee riformatrici”.
L’altro fronte
di attacco è la similarità (Nietzsche, Berdajev), che recupera il disprezzo
aristocratico per la plebe.
Il termine
successivo lo abbiamo trovato in Emerson: il talento. Un termine che appartiene al registro dell’ordine
naturale, è una disposizione naturale, un’attitudine, una capacità, un’abilità
innata. Dunque nasce una distinzione tra disuguaglianze “artificiali” e
“naturali” (Guizot). La moda per approcci pseudoscientifici come la
“frenologia” o, successivamentem i “test di intelligenza”, l’idea che il merito
naturale possa essere alla fine essere ereditario. La lettura conservatrice di
Darwin.
Dall’altra parte
agiscono preoccupazioni diverse, lo spettro della dissoluzione sociale che fa
dire a Leroux nel 1831, “la società è solo un ammasso di egoismi, non è più un
corpo, sono le membra separate di un cadavere”. Si tratta della presa di
consapevolezza (in alcuni ammantata di nostalgia) di una società atomizzata e
divisa, che porta a mettere sotto accusa la “concorrenza”. Iniziano negli anni
venti i Sansimoniani, vista come matrice di ogni antagonismo e di ogni
ineguaglianza. Come il meccanismo generatore delle sofferenze sociali.
Stessi toni si
ritrovano in Robert Owen, che scrive nel suo Manifesto: “la concorrenza ..
porta necessariamente a una guerra civile velata tra gli individui […] essa
genera ogni male da ogni punto di
vista”. Oppure Furier, che associava al termine quelli di anarchia, spreco,
annientamento, guerra.
Lamennais
scriverà: “con la concorrenza non c’è libertà, poiché blocca i più deboli nello
sviluppo delle loro facoltà e li lascia in balia dei più forti. Con la
concorrenza, non c’è fratellanza, poiché è una lotta”.
L’alternativa
del tempo era l’associazione.
Naturalmente “questa parola era spesso segnata da nostalgie corporative,
radicate in una visione a volte incantata del vecchio mondo dei corporativismi
e del loro spirito di fratellanza” (R., p.121). Chi andava oltre, come Blanc
immaginava una organizzazione del lavoro garantita da uno <<Stato protettivo>>,
quindi interventista, garante attivo e paternalista del funzionamento armonioso
dei <<laboratori sociali>>. Si trattava di ipotesi che intorno al
48 saranno stritolate dalle loro contraddizioni e dal montante comunismo. L’attacco
alle posizioni di Blanc sarà portato da Marx ininterrottamente sino alla Critica del programma di Gotha nel 1875,
cioè per circa trent’anni.
Rosanvallon fa
risalire e fondamenta filosofiche dell’idea comunista di uguaglianza, in Marx,
alle pubblicazioni di Cabet e alla ristampa del Codice della Natura di Morelly, nel 1840; quindi l’opera Code de la communauté di Théodore
Dézamy. Si tratta di valorizzare i concetti di unità e fratellanza. Radicalizzando l’idea giacobina di Unità e
indivisibilità. Scrive Dézamy: “la fratellanza è quel sentimento sublime che
porta gli uomini a vivere come membri di una stessa famiglia, a mescolare in un
unico interesse tutti i diversi desideri, tutta la loro potenza individuale […]
l’unità consiste nell’identificazione indissolubile di tutti gli interessi e di
tutte le volontà”. Si tratta di una qualità strutturale dell’ordine sociale.
Una sorta d’inclusione degli individui in un unico mondo. Rosanvallon la chiama
“uguaglianza di corpo”. Non c’è concorrenza perché “per l’esattezza in questo
quadro non c’è individuo autonomo … era dunque a partire da una semplificazione
dell’organizzazione del genere umano che, in fin dei conti, ci si aspettava di
abolire il regno della concorrenza. <unità> voleva dire soppressione
degli antagonismi, impertinenza della differenziazione, indistinzione.” (R. p.
125)
In questa
lettura, lo slogan che si ritrova nella Critica al Programma di Gotha, “Ognuno
secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!” non è un principio
fondante di diritti individuali. Si trattava di edificare un mondo
deindividualizzato, di bisogni oggettivi, socialmente determinati. Proviamo a
leggere il testo: “in una fase più
elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione
asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il
contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto
soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo
sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive
e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro
pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere
superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue
capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” (Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, Editori
Riuniti, 1978, p. 32). E’ la società, non gli individui che scrive sulle
bandiere.
Si tratta di un
progetto antipolitico, e indubbiamente autoritario, nel quale non c’è spazio
per voci discordanti o comportamenti devianti. Scrive Rosanvallon: “nella
comunità antipolitica, l’uguaglianza è il frutto di una dipendenza e di una
sottomissione comune. Gli uomini e le donne sono simili in quanto soggetti dell’organizzazione razionale e
non in quanto individui autonomi che si fronteggiano” (R., p. 129).
In autori come
Babeuf si trattava di spegnere la molla dell’invidia tramite l’educazione, una
vera riconfigurazione antropologica e la soppressione della proprietà. Di più,
dell’idea stessa di possesso personale. Una idea simile si nutriva dell’idea di
una società dell’abbondanza, dove una ristretta quantità di beni necessari
viene prodotta in grande quantità. L’idea strutturale, che si ritrova ben
formulata in Owen è di un nesso tra abbondanza (di beni di base, per bisogni
“naturali”), frugalità (mancanza di desiderio in beni innaturali o distintivi)
e produttività. In modo che ognuno produca più di quel che è in grado di
consumare, e nessuno desideri di più. Si tratta anche dell’estinzione dell’economia
(scienza della penuria). In un mondo deindividualizzato viene soppressa
radicalmente la concorrenza. Un mondo dell’identico, dove nessuna mediazione è
più necessaria perché tutti si identificano in un unico e medesimo corpo
(Rosanvallon cita il Marx de Lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica e anche le Observations morales di Dom Deschamps
del 1770, come antecedente).
La concorrenza
viene sradicata in questa vasta ed articolata visione su più piani: sul piano
giuridico (eliminazione della proprietà), sociologico ed economico (ordine
comunitario), morale ed antropologico (sradicamento di egoismo ed invidia),
ontologico (eguaglianza assoluta).
La messa in
questione, nel campo socialista, di questa compatta posizione e delle sue conseguenze,
viene fatta risalire a Anthime Corbon (1863) che richiama il legame tra
concorrenza, individualità e libertà. La concorrenza ha “un aspetto necessario
e un altro odioso”, il secondo va canalizzato e riformato, cercando di arrivare
ad una “appropriazione sociale del mercato” e non alla sua soppressione. Sulla
stessa linea Proudhon.
Lo sviluppo di
questo clima, per andare più veloci, è nel nazional-protezionismo, lo sviluppo
di “lavoro sociale” ed il protezionismo verso le importazioni estere, il punto
di agglomerazione diventa la minaccia estera all’economia interna, si tratta
–in qualche misura- anche di una alternativa al socialismo. Il movimento ha il
suo acme negli anni novanta e parte dopo il 1848. L’uguaglianza, trova un altro
punto di sedimentazione, il sentimento di essere uguali come francesi, ed in
America come bianchi (in opposizione ai neri, agli hispanici etc…). Un’uguaglianza-identità
negativa.
A partire dalle
lotte per l’imposta progressiva (che scoppiano, furiose, nel 1914 in Francia) si apre
quello che Rosanvallon chiama “il secolo della redistribuzione”, nel quale
l’ineguaglianza ottocentesca viene ridotta “in modo spettacolare”. Tre grandi
riforme: la citata imposta progressiva, la società assicurativa, la regolazione
collettiva del lavoro.
La prima viene
introdotta al tasso del 2% su poche migliaia di persone (chi guadagna più di
cento volte il salario di un operaio), ma dopo soli dieci anni è arrivata al
60% (nel 1924) Negli Stati Uniti nel 1923 è al 77%, poi scenderà negli anni
venti al 24% del 1929, per poi risalire fortemente, arrivando al 79% nel 1936
ed al 94% nel 1942. “Si è trattato quindi di una vera e propria rivoluzione,
che ha cambiato in profondità la natura delle società capitalistiche avanzate.
Una rivoluzione estremamente rapida: è stata attuata in due o tre decenni, oggi
lo abbiamo dimenticato” (R., p. 172).
Il secondo
fattore (nel quale le riforme di Bismark svolgono un ruolo seminale) è
altrettanto importante: l’introduzione dell’assicurazione sanitaria, e poi del
servizio sanitario universalistico; le pensioni; i redditi di disoccupazione.
Lo Stato Sovrano diventa anche Stato
istitutore del sociale.
Il terzo muta i
rapporti di forza nel mondo del lavoro.
Si tratta
dell’età del riformismo, che allontana lo spettro di una nuova epoca
rivoluzionaria (dopo gli anni ottanta del settecento e la metà del secolo
successivo). Attori centrali sono Bernstein, che chiede di mettere da parte la
prospettiva del prossimo tracollo del capitalismo (né probabile, né imminente)
per concentrarsi sul “sano riformismo”. A suo modo anche Kautsky, la
rivoluzione viene messa tra parentesi.
Il progetto
dell’uguaglianza come identità e omogeneità di popolo viene rimessa all’ordine
del giorno dall’ex socialista massimalista Benito Mussolini. E’ il fascismo, ed
il nazismo, a riprendere il tema dell’omogeneità declinandolo a livello di
popolo. Carl Schmitt identifica “l’uguaglianza democratica come omogenità del
popolo”, un’omogeneità quindi sostanziale. Per lui, “la forza politica della democrazia
si manifesta con la sua capacità di scartare o tenere alla larga lo straniero e
il non-simile, colui che minaccia omogeneità”. Non si tratta di raggiungere un
consenso, un accordo, ma di ottenere un’omogeneità naturale. L’espulsione del
nemico e del diverso ne deriva logicamente (e praticamente, come milioni di
persone scopriranno). Anche qui una visione fondamentalmente antipolitica, che
dava per risolta la questione del sociale.
La caduta dei
fascismi apre a un mondo nel quale l’uguaglianza-ridistribuzione, politica e
basata sul consenso, raggiunge il suo apogeo. Lo “spirito del ’45” è di
generare un’economia diretta da uno Stato liberato dal potere di coloro che
detengono le ricchezze (come scrivono i movimenti del cattolicesimo sociale). I
partiti liberali hanno perso la partita. Esemplari sono le riforme di Attlee,
alla guida del governo laburista inglese dal 1945 al 1951, che in cinque anni
introduce un incremento del potere di acquisto dei salariati del 25%, ed una
riduzione dei profitti del 38%. Il prelievo fiscale medio sui redditi alti
(10.000 sterline, ca. 8.000 persone) arrivò al 76%.
Questa tendenza
si è dispiegata sempre più, fino agli anni settanta del novecento. Rosanvallon
ricorda la valutazione della grande impresa burocratica come acme
dell’efficienza e la teoria morale di John Rawls, come razionalizzazione ex
post dell’assetto dell’epoca.
Il rovesciamento, si ha con la svolta degli
anni ottanta, e la seconda grande mondializzazione (o terza); sembra uno
spettacolare ritorno al passato. Le disuguaglianze sono quasi tornate al
livello della metà dell’ottocento, sono risorte le figure patologiche della
fine del secolo (nazionalismo e xenofobia), secondo Rosanvallon anche l’idea di
nazione è in forte ripresa; “ma, come al tempo di Barrès, non viene rivendicata
per dare un corpo socialmente più consistente al popolo introvabile della
democrazia elettorale, al contrario, viene esaltata per esorcizzare le
difficoltà della costruzione pratica di una società di simili. Ancora una volta
serve per pensare alla comunità in modo semplificato, come unità negativa, come
un’omogeneità che si presuppone ovvia. Tutto questo ha un furioso gusto di una
déja-vu” (R., p. 211). Questi temi li abbiamo incontrati nelle analisi di Bauman,
e della sua discussione sulla “comunità”.
Sono importanti, ma lo stesso Rosanvallon riconosce immediatamente che non può
essere interpretata come una rilettura del passato, anzi un suo ritorno. E’ una
tendenza vasta, che muove dalla crisi dello Stato-provvidenza e da alcuni
fattori storici: “il crollo del comunismo e lo svanire del progetto
rivoluzionario, il riformismo della paura è stato privato delle sue
motivazioni. La memoria delle grandi prove collettive che avevano incarnato in
modo tangibile un rafforzato sentimento di solidarietà è stata ampiamente
cancellata. Ma ci sono altre cause più strutturali che hanno svolto un ruolo
fondamentale. Tre in modo particolare attirano la nostra attenzione: la crisi
meccanica e morale delle istituzioni solidaristiche; l’avvento di un nuovo
capitalismo; le metamorfosi dell’individualismo”.
In particolare,
il lavoro si è individualizzato (su questo si può leggere anche Sennett)
e tutta la società promuove ormai una sorta di “individualismo della
singolarità”; ognuno è invitato a promuovere una sorta di “esistenza pienamente
personale”. La condizione di partenza, e le appartenenze comuni hanno perso
forza ideale.
Una simile
società vede la ripresa dell’ideale dell’uguaglianza delle opportunità
settecentesca, ma in un’ottica radicale.
Una concorrenza generalizzata che prende piede, come ideologia e prassi man
mano che il disincanto democratico prende piede, un’alternativa rispetto alla
debolezza della volontà politica, “o più precisamente perché l’espressione di
questa volontà, così com’era idealizzata, non sembrava più operativa o
socialmente non era più accettata” (R., p.240).
Una cultura ed
un alternativa che non nasce nel ventesimo secolo, ma nel diciottesimo. Ed è
stato concepito, prima della rivoluzione industriale e del suo mondo,
fondandosi su una visione di un commercio “mite”, una buona economia che si
contrapponeva a una cattiva politica del privilegio. Il contesto storico,
politico e sociale era di società fondate su agricoltura e piccolo commercio ed
artigianato, senza grandi industrie e monopoli, strette nella camicia di forza
di rapporti sociali tradizionali, di autorità politiche dispotiche, di
privilegi feudali tramandati. Il “mercato”, per Smith, è un tipo di organizzazione
slegato dall’autorità costituita, che si auto-organizza senza aver bisogno di
direzione delle élite. Sdrammatizzava il confronto tra gli individui,
razionalizzava le loro relazioni, disinnescava la violenza dei rapporti di
forza. Una dimensione morale e sociale, un progetto politico e direi
sovversivo.
Nell’ottocento
nessuna élite conservatrice riprende questi temi, tutte cercheranno tramite
l’ordine politico di sottomettere di nuovo la vita economica.
La ripresa di
Hayek segna invece una discontinuità, l’economista austriaco non cessa in alcun
momento di sottolineare la necessità di continui interventi per rendere
operativa la concorrenza. Questa non è quindi vista come un “ordine naturale”.
Del resto, nella prima parte del novecento, quando scrive, non si può evitare
di avere sotto gli occhi la potenza della trasformazione capitalista
determinata dalla rivoluzione industriale.
Questa società
della concorrenza generalizzata è insomma fondata, per Rosanvallon, su tre
mosse:
-
si fonda su un’antropologia del rischio e
dell’autonomia;
-
istituisce il consumatore come figura centrale e misura
dell’interesse generale;
-
fa della concorrenza la forma sociale centrale, capace
di “instaurare un vero rapporto tra gli uomini”.
La potenza di
questa concezione, nel liberare forze produttive si è rivelata grande, la
difficoltà è che tende a creare (contro gli ideali dei suoi teorici) un gioco
in cui chi vince “prende tutto”. Il risultato è un’enorme concentrazione della
ricchezza; cosa che favorisce effetti di rafforzamento che fanno ampio uso
della manipolazione, della forza, della connivenza e corruzione, dell’astuzia.
Che tende a generare tipi-umani monodimensione (come accusato da Papa
Francesco), e manca di articolare un’adeguata concezione della giustizia.
E’ cioè carente di legittimazione della sua forza.
La conclusione del saggio di
Rosanvallon, terminata questa lunga cavalcata nelle concezioni storiche
dell’uguaglianza durata 260 pagine, e di grande interesse, si muove sul terreno
della filosofia morale contemporanea, recuperando quei ternativi di articolare
una teoria della giustizia post-contrattualista e post-statalista. Richiama,
quindi quelle posizioni, che individuano nell’individuo “capacitato”
l’obiettivo della società. Di una società di eguali nella loro singolarità
individuale. In una singolarità rispetto a quelli che ci circondano. Lo scopo
diventa “in primo luogo fornire agli individui gli strumenti per poter
esprimere la loro singolarità” (R., p. 267).
La
capacitazione, nelle teorie di Amartya Sen e Martha Nussbaum va oltre lo Stato
Assicuratore, per arrivare ad uno Stato Capacitante nel quale sono centrali le
battaglie per il rispetto, la dignità, la non-discriminazione, la possibilità
di costruire la propria vita e definire la propria storia. Ma anche la
“politica dell’amicizia” dell’ultimo Derrida.
Il cantiere è aperto.
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