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lunedì 20 gennaio 2014

George Soros, “Sfide dell’economia mondiale in spostamento”


Su Project Syndacate, un breve intervento del finanziare forse più famoso del mondo, George Soros. Lo stesso che attaccò, con il suo Fondo di Investimento, la Sterlina nel 1992, costringendola ad uscire dallo SME ed a svalutare (la tecnica, molto semplice, fu di vendere allo scoperto –cioè senza averli- 10 miliardi di dollari in sterline, quando la sterlina svalutò le comprò per “coprire” la scommessa e guadagno oltre 1 miliardo).

Mentre finisce il 2013, Soros scrive a dicembre, il quadro appare in chiaroscuro all’autorevole osservatore: le economie più influenti del mondo (meno quella europea) si sono impegnate a rilanciare la crescita, ma restano gravi problemi di ordine politico.
Il Giappone cerca di rilanciare la sue crescita, dopo la bellezza di 25 anni di stagnazione, tramite una espansione monetaria senza precedenti. Come ricorda l’autore “si tratta di un esperimento rischioso: la crescita più rapida potrebbe far salire i tassi di interesse, rendendo i costi del servizio del debito insostenibili”. Il debito Giapponese è il più grande del mondo, molto più del nostro.
Ma il Primo Ministro Shinzo Abe ha scelto di correre questo rischio, rispetto alla certezza di “condannare il Giappone ad una morte lenta”. 
La scelta esattamente opposta viene attuata dall'Unione Europea, che “si sta dirigendo verso il tipo di stagnazione di lunga durata da cui il Giappone sta cercando disperatamente di fuggire”. Come ricorda saggiamente Soros (che è di origine europea, come sappiamo), “la posta in gioco è alta: gli Stati-Nazione possono sopravvivere ad un decennio perduto o più, ma l'Unione Europea, è un'associazione incompleta di Stati-Nazione, può essere facilmente distrutta”. Questo rischio si presenta perché il “design dell’Euro” – che, come noto, è stato modellato sul Marco, nell’ambito di un negoziato Franco/Tedesco- ha un difetto fatale: “ha previsto la creazione di una Banca Centrale comune senza un Tesoro comune”. Ciò significa che i debiti dei singoli Stati sono denominati in una valuta che nessun singolo Paese membro controlla, rendendoli soggetti al rischio di default. Detto da Soros suona come una minaccia.

Come conseguenza del crollo del 2008, comunque, diversi paesi membri sono diventati ultra indebitati, e quindi i premi al rischio hanno reso permanente la divisione della zona Euro in Stati creditori e Stati debitori. Si tratta di un difetto grave, che “avrebbero potuto essere corretto sostituendo obbligazioni dei singoli paesi con degli Eurobond. Purtroppo, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, che riflette in questo il cambiamento radicale che hanno subito gli atteggiamenti [dei cittadini] tedeschi verso l'integrazione europea, ha stabilito che non si può”. In altre parole, per il finanziare ungherese, mentre prima della riunificazione la Germania è stata il motore principale dell'integrazione, ora, appesantita dai costi della riunificazione è diventata un freno. “I contribuenti tedeschi sono determinati per evitare di diventare la tasca profonda dei debitori europei”.
In conseguenza, dopo il crollo del 2008, la Merkel ha insistito che ogni Paese dovrebbe badare proprie istituzioni finanziarie (cosiddetta clausola “no bail-aut”) e che i debiti governativi dovrebbero essere pagati per intero. 
La cosa è seria, per Soros: “senza rendersene conto, la Germania sta ripetendo il tragico errore francese quando dopo la Prima Guerra Mondiale il Primo Ministro Aristide Briand insistette sul rimborso delle riparazioni e portò all’ascesa di Hitler; le politiche di Angela Merkel stanno dando luogo a movimenti estremisti nel resto d'Europa”. In sostanza i debiti di guerra punitivi cui la Germania fu irragionevolmente sottoposta dopo la guerra costrinsero la Repubblica di Weimar a far salire l’inflazione per diluirli. La perdita di controllo del processo generò un periodo di iperinflazione, seguito da stagnazione e deflazione con disoccupazione al 33% a seguito dello shock esterno del ’29, che aiutò in modo decisivo la presa del potere di Hitler, si può confrontare un’analisi di Dylan Grice. Ci torniamo alla fine perché è interessante ricordare.
In sostanza la valutazione di Soros (che su questo campa, come si dice, e pure bene) è che “le attuali disposizioni che disciplinano l'Euro sono qui per restare, perché la Germania farà sempre [solo] il minimo indispensabile per preservare la moneta comune - e perché i mercati e le autorità europee puniranno qualsiasi altro paese che sfidasse queste disposizioni”. Malgrado ciò almeno la fase più acuta della crisi finanziaria è comunque finita. In sostanza perché le Autorità Finanziarie Europee “hanno tacitamente riconosciuto che l'austerità è controproducente e hanno smesso di imporre vincoli fiscali aggiuntivi. Questo ha dato ai paesi debitori po’ di respiro, e, anche in assenza di prospettive di crescita, i mercati finanziari si sono stabilizzati”.

Qui finiscono le buone notizie (se così si possono chiamare) perché le crisi future avranno origine politica. L'UE è diventata talmente ripiegata su se stessa che non può rispondere adeguatamente alle minacce esterne, siano esse provenienti dalla Siria o dall’Ucraina. Questo è un problema che potrebbe essere risolto dalla ripresa della minaccia della Russia che, per reazione, sarebbe in grado di invertire la tendenza prevalente verso la disintegrazione europea (altrimenti evidentemente ineluttabile, nell’analisi di Soros). Del resto la minaccia della Russia è una delle determinanti storiche del processo di unificazione.
Insomma, come risultato, la crisi ha trasformato l'Unione Europea dal “fantastico oggetto” che aveva ispirato l'entusiasmo di tutti, in qualcosa di radicalmente diverso. “Quella che doveva essere un'associazione volontaria, ed alla pari, di Stati che sacrificano parte della loro sovranità per il bene comune - l'incarnazione dei principi di una società aperta - ora è stato trasformato dalla crisi dell'Euro in un rapporto tra Paesi creditori e debitori né volontari né uguali. Infatti, l'Euro potrebbe distruggere l'UE del tutto.”

Spostando il focus, ed anche nel contrasto con l'Europa, gli Stati Uniti stanno riemergendo come la più forte economia del mondo sviluppato. L’energia ottenuta dallo Shale-gas e dal petrolio non convenzionale (sabbie bituminose) gli hanno dato un importante vantaggio competitivo nella produzione in generale e nella petrolchimica in particolare. I settori bancario e delle famiglie hanno fatto qualche progresso nel “deleveraging”. Il “quantitative easing” della FED ha favorito la ripresa dei valori patrimoniali e il mercato immobiliare è migliorato. Con le costruzioni si è abbassata la disoccupazione. 
Tutto molto noto, ma più sorprendentemente, Soros racconta che anche “la polarizzazione della politica americana mostra segni di inversione”. Secondo la sua analisi il sistema bipartitico aveva funzionato ragionevolmente bene per due secoli, sostanzialmente perché entrambe le parti dovevano competere per la “terra di mezzo” nelle elezioni generali. Poi il Partito Repubblicano “è stato catturato da una coalizione di fondamentalisti religiosi e di mercato, in seguito rafforzata dai neo-conservatori, che si muoveva all’estrema-estrema destra”. I democratici hanno quindi cercato di raggiungere la “terra di mezzo”, ed entrambe le parti sono state coinvolte in brogli nei distretti congressuali. Di conseguenza, nelle rispettive primarie di partito gli attivisti hanno dominato. La tendenza era alla radicalizzazione. In questo quadro, però, alla fine, il Tea Party del Partito Repubblicano ha calcato troppo la mano; dopo la recente debacle sul blocco del bilancio (il braccio di ferro perso ad ottobre), ciò che resta del centro del Partito Repubblicano ha iniziato a combattere di nuovo, e questo dovrebbe portare ad un rilancio del sistema bipartitico.

In ogni caso l'incertezza principale, di fronte al mondo di oggi, non è l'Euro ma la direzione futura che prenderà la Cina. Infatti il suo modello di “crescita responsabile”, a causa della sua rapida ascesa, è a “corto di vapore”. Quel modello dipendeva essenzialmente dalla repressione finanziaria del settore delle famiglie, al fine di guidare la crescita verso le esportazioni e gli investimenti. 
“Di conseguenza, il settore delle famiglie è ormai ridotto al 35% del PIL, e il suo risparmio forzato non è più sufficiente a finanziare il modello di crescita attuale. Questo ha portato a un aumento esponenziale dell'uso di varie forme di finanziamento del debito.” Cioè della cosiddetta “finanza ombra” (di cui Soros è probabilmente il massimo esperto mondiale).

Secondo lui “ci sono alcune somiglianze inquietanti con le condizioni finanziarie che hanno prevalso negli Stati Uniti negli anni precedenti il crollo del 2008”. Ma vi è una differenza significativa. “Negli Stati Uniti, i mercati finanziari tendono a dominare la politica, in Cina, lo Stato possiede le Banche e la maggior parte dell'economia, e il Partito comunista controlla le imprese di proprietà statale.”
Dunque è successo che, consapevoli dei pericoli, la Banca Popolare di Cina ha intrapreso a partire dal 2012 politiche per frenare la crescita del debito, “ma quando il rallentamento ha iniziato a causare reali difficoltà all'economia, il Partito ha affermato la sua supremazia”. In altre parole ha fermato la restrizione creditizia prima di perdere consenso.
Nel luglio 2013, la dirigenza ha quindi ordinato all'industria siderurgica di “riavviare i forni e alla PBOC di facilitare il credito. L'economia si è “voltata su una monetina”. Nel mese di novembre, il Terzo Plenum del Comitato Centrale del 18 ° ha annunciato riforme di vasta portata. 
Questi sviluppi sono in gran parte responsabili per il recente miglioramento delle prospettive globali. Secondo la valutazione dell’autore, la leadership cinese ha fatto bene a dare la precedenza alla crescita economica sulle riforme strutturali; perché le riforme strutturali, quando si combinano con l'austerità fiscale, spingono le economie in una spirale deflazionistica. 
Ma c'è comunque un’irrisolta contraddizione nelle politiche attuali della Cina: il riavvio dei forni riaccende anche la crescita esponenziale del debito, che non può essere sostenuta per molto più di un paio di anni.

Il modo ed il tempo di risoluzione di questa contraddizione avrà profonde conseguenze per la Cina e per il mondo. Se riuscirà la transizione di successo in Cina ci saranno riforme politiche e economiche, mentre se fallirà ciò minerà la diffusa fiducia nella leadership politica del paese, con conseguente repressione in patria e confronto militare all'estero. Si tratta dei timori già espressi da altri.

“L'altro grande problema irrisolto è l'assenza di una corretta governance globale. La mancanza di accordo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sta esacerbando le catastrofi umanitarie in paesi come la Siria - per non parlare il permettere il riscaldamento globale a procedere in gran parte senza ostacoli. Ma, in contrasto con l'enigma cinese, che verrà al pettine nei prossimi anni, l'assenza di governance globale potrebbe continuare all'infinito.”


Come, sostanzialmente si vede, il modello tedesco, con la sua restrizione interna e spinta sulle esportazioni assomiglia a quello cinese. Ma c’è una differenza essenziale (nella determinazione delle politiche seguite al momento della verità): il governo cinese ha paura della deflazione e della stagnazione, quello tedesco dell’inflazione.

Dunque torniamo un attimo alla vicenda tedesca storica: secondo Grice sarebbe stata la paura dell’iperinflazione, figlia delle brutte esperienze dell'inizio degli anni venti, che avrebbe condizionato le rigide politiche deflazionistiche della Reichsbank tedesca, all’indomani della crisi del 1929. Infatti, mentre tutti i grandi paesi euro-atlantici abbandonavano il Gold Standard nel periodo post-crisi del 1929, svalutando le rispettive valute per proteggere le rispettive economie interne (quando si svaluta i propri prodotti costano meno all’estero, e quelli stranieri costano di più in patria), la Germania, formalmente già uscitane nel 1931, manteneva comunque una mentalità da parità aurea – con alti tassi d’interesse e politiche deflazionistiche.
Andando a controllare le date, infatti, si vede che nel 1923 l’iperinflazione toccò il massimo picco in Germania. Nel 1924 avvenne la stabilizzazione monetaria che diede vita, nel 1925, ad un’altra recessione; la seconda che subirà la Germania negli anni ‘20. Nel 1926, però, riparte la locomotiva internazionale e il tasso di disoccupazione in Germania scende sotto il 10%. Nel 1929, arriva infine la crisi finanziaria statunitense. L’America inizia, quindi, a dragare i propri aiuti-fondi messi a disposizione della Germania per la sua ricostruzione postbellica.
Il ritiro dei capitali statunitensi nel 1930 getta di nuovo la Germania nell’ennesima recessione economica, nella quale peraltro cade del resto tutto il mondo nel 1931. La disoccupazione tedesca quindi torna a salire.
A questo punto la reazione di Regno Unito, Giappone e Stati Uniti è semplice: dare vita a politiche di svalutazione. La Germania invece no: non svaluta; la Reichsbank lascia alti i tassi d’interesse. La memoria dell’iperinflazione di dieci anni prima è così forte da costringere ideologicamente i banchieri centrali tedeschi a tenere il Marco solido (è un approccio di lungo periodo).
Probabilmente se avessero svalutato vi sarebbe stato un aumento dell’inflazione ma anche una diminuzione della disoccupazione. Nel 1933 invece la disoccupazione tedesca sale al 33%.

Analizzando la dinamica di crescita della disoccupazione nella Germania tra gli anni ’20 e ’30 e i risultati elettorali del NSDAP, il Partito Nazional-Socialista guidato da Hitler, si osserva che non è insomma l’inflazione a spingere il popolo germanico nelle braccia dei nazisti; bensì la mancanza di lavoro.

Nello stesso periodo la Banca d’Inghilterra, grazie a politiche monetarie opposte, mantenne la disoccupazione britannica sotto il 20% e conservò la stabilità politica.


Sembra che dalla Storia non si impari, quando va contro l’interesse di una parte predominante del paese. Non è infatti solo negli Stati Uniti che “i mercati finanziari tendono a dominare la politica”, come scrive giustamente Soros (che se ne intende).
Sarebbe il caso che la politica richiami la sua delega alla finanza e ripeta la “mossa” cinese. Naturalmente nei nostri termini: tramite la democrazia.


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