Su Project
Syndacate, un breve intervento
del finanziare forse più famoso del mondo, George Soros. Lo stesso che
attaccò, con il suo Fondo di Investimento, la Sterlina nel 1992, costringendola
ad uscire dallo SME ed a svalutare (la tecnica, molto semplice, fu di vendere
allo scoperto –cioè senza averli- 10 miliardi di dollari in sterline, quando la
sterlina svalutò le comprò per “coprire” la scommessa e guadagno oltre 1
miliardo).
Mentre finisce
il 2013, Soros scrive a dicembre, il quadro appare in chiaroscuro all’autorevole
osservatore: le economie più influenti del mondo (meno quella europea) si sono
impegnate a rilanciare la crescita, ma restano gravi problemi di ordine
politico.
Il Giappone
cerca di rilanciare la sue crescita, dopo la bellezza di 25 anni di
stagnazione, tramite una espansione monetaria senza precedenti. Come ricorda l’autore
“si tratta di un esperimento rischioso: la crescita più rapida potrebbe far salire
i tassi di interesse, rendendo i costi del servizio del debito insostenibili”.
Il debito Giapponese è il più grande del mondo, molto più del nostro.
Ma il Primo Ministro
Shinzo
Abe ha scelto di correre questo rischio, rispetto alla certezza di “condannare
il Giappone ad una morte lenta”.
La scelta
esattamente opposta viene attuata dall'Unione Europea, che “si sta dirigendo
verso il tipo di stagnazione di lunga durata da cui il Giappone sta cercando
disperatamente di fuggire”. Come ricorda saggiamente Soros (che è di
origine europea, come sappiamo), “la posta in gioco è alta: gli Stati-Nazione possono
sopravvivere ad un decennio perduto o più, ma l'Unione Europea, è un'associazione
incompleta di Stati-Nazione, può essere facilmente distrutta”. Questo rischio
si presenta perché il “design dell’Euro” – che, come noto, è stato modellato
sul Marco, nell’ambito di un negoziato Franco/Tedesco- ha un difetto fatale: “ha
previsto la creazione di una Banca Centrale comune senza un Tesoro comune”. Ciò
significa che i debiti dei singoli Stati sono denominati in una valuta che
nessun singolo Paese membro controlla, rendendoli soggetti al rischio di
default. Detto da Soros suona come
una minaccia.
Come conseguenza
del crollo del 2008, comunque, diversi paesi membri sono diventati ultra
indebitati, e quindi i premi al rischio hanno reso permanente la divisione
della zona Euro in Stati creditori e Stati debitori. Si tratta di un difetto
grave, che “avrebbero potuto essere corretto sostituendo obbligazioni dei
singoli paesi con degli Eurobond. Purtroppo, il Cancelliere tedesco Angela
Merkel, che riflette in questo il cambiamento radicale che hanno subito gli
atteggiamenti [dei cittadini] tedeschi verso l'integrazione europea, ha
stabilito che non si può”. In altre parole, per il finanziare ungherese,
mentre prima della riunificazione la Germania è stata il motore principale
dell'integrazione, ora, appesantita dai costi della riunificazione è diventata un
freno. “I contribuenti tedeschi sono determinati per evitare di diventare la tasca
profonda dei debitori europei”.
In conseguenza,
dopo il crollo del 2008, la Merkel ha insistito che ogni Paese dovrebbe badare
proprie istituzioni finanziarie (cosiddetta clausola “no bail-aut”) e che i
debiti governativi dovrebbero essere pagati per intero.
La cosa è seria,
per Soros: “senza rendersene conto, la Germania sta ripetendo il tragico errore
francese quando dopo la Prima Guerra Mondiale il Primo Ministro Aristide Briand
insistette sul rimborso delle riparazioni e portò all’ascesa di Hitler; le politiche
di Angela Merkel stanno dando luogo a movimenti estremisti nel resto d'Europa”.
In sostanza i debiti di guerra punitivi cui la Germania fu irragionevolmente
sottoposta dopo la guerra costrinsero la Repubblica di Weimar a far salire l’inflazione
per diluirli. La perdita di controllo del processo generò un periodo di iperinflazione,
seguito da stagnazione e deflazione con disoccupazione al 33% a seguito dello shock
esterno del ’29, che aiutò in modo decisivo la presa del potere di Hitler, si
può confrontare un’analisi
di Dylan Grice. Ci torniamo alla fine perché è interessante ricordare.
In sostanza la
valutazione di Soros (che su questo campa, come si dice, e pure bene) è che “le
attuali disposizioni che disciplinano l'Euro sono qui per restare, perché la Germania farà sempre [solo] il
minimo indispensabile per preservare la moneta comune - e perché i mercati e le
autorità europee puniranno qualsiasi altro paese che sfidasse queste
disposizioni”. Malgrado ciò almeno la fase più acuta della crisi finanziaria
è comunque finita. In sostanza perché le Autorità Finanziarie Europee “hanno
tacitamente riconosciuto che
l'austerità è controproducente e hanno smesso di imporre vincoli fiscali
aggiuntivi. Questo ha dato ai paesi debitori po’ di respiro, e, anche in
assenza di prospettive di crescita, i mercati finanziari si sono stabilizzati”.
Qui finiscono le
buone notizie (se così si possono chiamare) perché le crisi future avranno origine politica. L'UE è
diventata talmente ripiegata su se stessa che non può rispondere adeguatamente alle
minacce esterne, siano esse provenienti dalla Siria o dall’Ucraina. Questo
è un problema che potrebbe essere risolto dalla ripresa della minaccia della
Russia che, per reazione, sarebbe in grado di invertire la tendenza prevalente
verso la disintegrazione europea (altrimenti evidentemente ineluttabile, nell’analisi
di Soros). Del resto la minaccia della Russia è una delle determinanti storiche
del processo di unificazione.
Insomma, come
risultato, la crisi ha trasformato l'Unione Europea dal “fantastico oggetto”
che aveva ispirato l'entusiasmo di tutti, in qualcosa di radicalmente diverso. “Quella
che doveva essere un'associazione volontaria, ed alla pari, di Stati che sacrificano
parte della loro sovranità per il bene comune - l'incarnazione dei principi di
una società aperta - ora è stato trasformato dalla crisi dell'Euro in un
rapporto tra Paesi creditori e debitori né
volontari né uguali. Infatti, l'Euro potrebbe distruggere l'UE del
tutto.”
Spostando il
focus, ed anche nel contrasto con l'Europa, gli Stati Uniti stanno riemergendo
come la più forte economia del mondo sviluppato. L’energia ottenuta dallo Shale-gas
e dal petrolio non convenzionale (sabbie bituminose) gli hanno dato un
importante vantaggio competitivo nella produzione in generale e nella
petrolchimica in particolare. I settori bancario e delle famiglie hanno
fatto qualche progresso nel “deleveraging”. Il “quantitative easing” della
FED ha favorito la ripresa dei valori patrimoniali e il mercato
immobiliare è migliorato. Con le costruzioni si è abbassata la disoccupazione.
Tutto molto
noto, ma più sorprendentemente, Soros racconta che anche “la polarizzazione
della politica americana mostra segni di inversione”. Secondo la sua
analisi il sistema bipartitico aveva funzionato ragionevolmente bene per due
secoli, sostanzialmente perché entrambe le parti dovevano competere per la “terra
di mezzo” nelle elezioni generali. Poi il Partito Repubblicano “è stato
catturato da una coalizione di fondamentalisti religiosi e di mercato, in
seguito rafforzata dai neo-conservatori, che si muoveva all’estrema-estrema
destra”. I democratici hanno quindi cercato di raggiungere la “terra di
mezzo”, ed entrambe le parti sono state coinvolte in brogli nei distretti
congressuali. Di conseguenza, nelle rispettive primarie di partito gli attivisti
hanno dominato. La tendenza era alla radicalizzazione. In questo quadro, però,
alla fine, il Tea Party del Partito Repubblicano ha calcato troppo la mano; dopo
la recente debacle sul blocco del bilancio (il braccio di ferro perso ad
ottobre), ciò che resta del centro del Partito Repubblicano ha iniziato a
combattere di nuovo, e questo dovrebbe portare ad un rilancio del sistema
bipartitico.
In ogni caso l'incertezza principale, di fronte al
mondo di oggi, non è l'Euro ma la direzione futura che prenderà la Cina. Infatti il suo modello di “crescita
responsabile”, a causa della sua rapida ascesa, è a “corto di vapore”. Quel
modello dipendeva essenzialmente dalla repressione finanziaria del settore
delle famiglie, al fine di guidare la crescita verso le esportazioni e gli
investimenti.
“Di conseguenza,
il settore delle famiglie è ormai ridotto al 35% del PIL, e il suo risparmio
forzato non è più sufficiente a finanziare il modello di crescita attuale. Questo
ha portato a un aumento esponenziale dell'uso di varie forme di finanziamento
del debito.” Cioè della cosiddetta “finanza ombra” (di cui Soros è
probabilmente il massimo esperto mondiale).
Secondo lui “ci
sono alcune somiglianze inquietanti con le condizioni finanziarie che hanno
prevalso negli Stati Uniti negli anni precedenti il crollo del 2008”. Ma
vi è una differenza significativa. “Negli
Stati Uniti, i mercati finanziari tendono
a dominare la politica, in Cina, lo Stato possiede le Banche e la maggior
parte dell'economia, e il Partito comunista controlla le imprese di proprietà
statale.”
Dunque è
successo che, consapevoli dei pericoli, la Banca Popolare di Cina ha intrapreso
a partire dal 2012 politiche per frenare la crescita del debito, “ma quando il
rallentamento ha iniziato a causare reali difficoltà all'economia, il Partito
ha affermato la sua supremazia”. In altre parole ha fermato la restrizione
creditizia prima di perdere consenso.
Nel luglio 2013,
la dirigenza ha quindi ordinato all'industria siderurgica di “riavviare i forni
e alla PBOC di facilitare il credito. L'economia si è “voltata su una
monetina”. Nel mese di novembre, il Terzo Plenum del Comitato Centrale del
18 ° ha annunciato riforme di vasta portata.
Questi sviluppi sono in gran parte responsabili per
il recente miglioramento delle prospettive globali. Secondo la valutazione dell’autore, la leadership
cinese ha fatto bene a dare la precedenza
alla crescita economica sulle riforme strutturali; perché le riforme
strutturali, quando si combinano con l'austerità fiscale, spingono le economie
in una spirale deflazionistica.
Ma c'è comunque un’irrisolta
contraddizione nelle politiche attuali della Cina: il riavvio dei forni riaccende anche la crescita esponenziale del
debito, che non può essere sostenuta per molto più di un paio di anni.
Il modo ed il
tempo di risoluzione di questa contraddizione avrà profonde conseguenze per la
Cina e per il mondo. Se riuscirà la transizione di successo in Cina ci
saranno riforme politiche e economiche, mentre se fallirà ciò minerà la diffusa
fiducia nella leadership politica del paese, con conseguente repressione in
patria e confronto militare all'estero.
Si tratta dei timori già
espressi da altri.
“L'altro grande
problema irrisolto è l'assenza di una corretta governance globale. La
mancanza di accordo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite sta esacerbando le catastrofi umanitarie in paesi come la
Siria - per non parlare il permettere il riscaldamento globale a procedere in
gran parte senza ostacoli. Ma, in contrasto con l'enigma cinese, che verrà
al pettine nei prossimi anni, l'assenza di governance globale potrebbe
continuare all'infinito.”
Come,
sostanzialmente si vede, il modello tedesco, con la sua restrizione interna e
spinta sulle esportazioni assomiglia a quello cinese. Ma c’è una differenza
essenziale (nella determinazione delle politiche seguite al momento della
verità): il governo cinese ha paura della
deflazione e della stagnazione, quello tedesco dell’inflazione.
Dunque torniamo un attimo alla vicenda tedesca storica: secondo Grice sarebbe stata la paura dell’iperinflazione, figlia delle brutte esperienze dell'inizio degli anni venti, che avrebbe condizionato le rigide politiche deflazionistiche della Reichsbank tedesca, all’indomani della crisi del 1929. Infatti, mentre tutti i grandi paesi euro-atlantici abbandonavano il Gold Standard nel periodo post-crisi del 1929, svalutando le rispettive valute per proteggere le rispettive economie interne (quando si svaluta i propri prodotti costano meno all’estero, e quelli stranieri costano di più in patria), la Germania, formalmente già uscitane nel 1931, manteneva comunque una mentalità da parità aurea – con alti tassi d’interesse e politiche deflazionistiche.
Andando
a controllare le date, infatti, si vede che nel 1923 l’iperinflazione toccò il
massimo picco in Germania. Nel 1924 avvenne la stabilizzazione monetaria che
diede vita, nel 1925, ad un’altra recessione; la seconda che subirà la Germania
negli anni ‘20. Nel 1926, però, riparte la locomotiva internazionale e il tasso
di disoccupazione in Germania scende sotto il 10%. Nel 1929, arriva infine la
crisi finanziaria statunitense. L’America inizia, quindi, a dragare i propri
aiuti-fondi messi a disposizione della Germania per la sua ricostruzione
postbellica.
Il ritiro dei
capitali statunitensi nel 1930 getta di nuovo la Germania nell’ennesima recessione
economica, nella quale peraltro cade del resto tutto il mondo nel 1931. La
disoccupazione tedesca quindi torna a salire.
A questo punto la
reazione di Regno Unito, Giappone e Stati Uniti è semplice: dare vita a
politiche di svalutazione. La Germania invece no: non svaluta; la Reichsbank
lascia alti i tassi d’interesse. La memoria dell’iperinflazione di dieci anni
prima è così forte da costringere ideologicamente i banchieri centrali tedeschi
a tenere il Marco solido (è un approccio di lungo periodo).
Probabilmente se
avessero svalutato vi sarebbe stato un aumento dell’inflazione ma anche una
diminuzione della disoccupazione. Nel
1933 invece la disoccupazione tedesca sale al 33%.
Analizzando la
dinamica di crescita della disoccupazione nella Germania tra gli anni ’20 e ’30
e i risultati elettorali del NSDAP, il Partito Nazional-Socialista guidato da
Hitler, si osserva che non è insomma l’inflazione a spingere il popolo
germanico nelle braccia dei nazisti; bensì la mancanza di lavoro.
Nello stesso
periodo la Banca d’Inghilterra, grazie a politiche monetarie opposte, mantenne
la disoccupazione britannica sotto il 20% e conservò la stabilità politica.
Sembra che dalla
Storia non si impari, quando va contro l’interesse di una parte predominante
del paese. Non è infatti solo negli Stati Uniti che “i mercati finanziari tendono a dominare la politica”, come scrive
giustamente Soros (che se ne intende).
Sarebbe il caso
che la politica richiami la sua delega alla finanza e ripeta la “mossa” cinese.
Naturalmente nei nostri termini: tramite la democrazia.
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