A Madrid, nel
giugno 1930, Keynes pronunciò un breve discorso nel quale si trovò a descrivere
il clima depresso dell’epoca (che somiglia molto al nostro) al quale oppose
subito una visione diversa: “ritengo che questa sia un’interpretazione
estremamente errata di quanto sta accadendo. Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi
di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da
un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata
intensificandosi con un ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a
risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera”.
Questa diagnosi
è sorprendentemente adattabile ai nostri tempi. Indubbiamente anche oggi
l’introduzione sempre accelerata di
nuove tecnologie (cosiddette “labor saving”), che inducono una più profonda
meccanizzazione ed automazione e la gestione standardizzata di informazioni e
conoscenza, stanno espellendo dal mondo del lavoro una quota crescente delle
popolazione in età attiva non abbastanza skillata. Inoltre il mutamento nella
dinamica offerta/domanda (con l’eccesso di persone inoccupate) sposta continuamente
i rapporti di forza, inducendo un abbassamento dei salari. Ne abbiamo, ad
esempio, parlato in questo post.
Il problema,
ovviamente, né negli anni trenta né oggi, è solo che l’efficienza tecnica (cioè
la capacità di produrre di più, con gli stessi mezzi) cresce, perché questo è
un bene; il problema è quando lo fa ad un ritmo più alto di quello in cui il
sistema globalmente riesce a creare nuovo lavoro. Ed inoltre quando il nuovo
lavoro non è accessibile per una quota troppa alta di quelli che hanno perso il
vecchio.
Ma torniamo a
Keynes, nella Conferenza ricorda che, nel 1930 “la depressione che domina nel
mondo, l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i
disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta
accadendo sotto il pelo dell’acqua, cioè di fronte al significato delle
tendenze autentiche del processo”. E qui allarga il discorso.
Quali sono, infatti,
queste “tendenze autentiche”? Sono che “l’umanità
sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”. Nel senso che la
ricchezza è cresciuta enormemente dal 1700, dopo essere rimasta stagnante (in
termini di ricchezza media pro capite) per millenni, e che accelera: la
previsione è che “di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso
sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno”. Infatti, afferma
l’economista inglese, il progresso economico è trainato dall’interesse composto
(cioè dal rendimento dei capitali che, nella conferenza, fa risalire per
l’Inghilterra al tesoro di Francis Drake nel 1580) e dal progresso tecnologico,
che ha preso ad accelerare proprio dal 1700.
Dire questo nel
1930 poteva sembrare temerario, ma per Keynes, non lo è: quella che si viveva era
una “fase di squilibrio transitoria”, causata da una “nuova malattia, .. la disoccupazione tecnologica.” Cioè quella
“disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera [che]
procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi
per la stessa manodopera”.
Dunque, la
previsione di Keynes è che a cento anni di distanza la ricchezza socialmente disponibile sarebbe stata moltiplicata di otto volte. Oggi, nel 2013, siamo a
83 anni da quella data. Restiamo in Italia e verifichiamo: il PIL assoluto e
procapite dal dopoguerra ad oggi si è moltiplicato di oltre sette volte, quindi saremmo vicini alla realizzazione del sogno di Keynes.
Tuttavia,
sembriamo lontanissimi. La ragione è che questa ricchezza, prodotta dal sistema
produttivo esistente, non è socialmente disponibile in modo adeguato. Keynes,
in effetti, ipotizzava che le cose andassero “semplicemente così: sempre più
vaste diventeranno le categorie e i gruppi di persone che in pratica non
conoscono i problemi della necessità economica. Ci si renderà conto della differenza
critica quando questa condizione si sarà a tal punto generalizzata da mutare la
natura del dovere dell’uomo verso il suo simile: infatti l’impegno del fare
verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di
averla il fare a nostro vantaggio.” Per così dire siamo in presenza dell'idea di una espansione della eguaglianza "dal centro". Cioè dell'ampliamento della classe media sino a rappresentare l'intera società.
Ma non corriamo, per capire cosa significa <problemi della necessità economica> bisogna distinguere, dice Keynes tra bisogni inesauribili e “assoluti”. I
secondi sono quelli che sentiamo comunque, anche se i nostri simili ne sono
dotati o meno. Si tratta di mangiare, dormire, avere vestiti, e via dicendo… Gli altri sono i bisogni “relativi”, cioè che “esistono solo in quanto la
soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili.”
Saranno solo i primi ad essere soddisfatti, per l’autore. I secondi (tecnicamente inesauribili) dovranno essere riclassificati, per così dire. Cioè
ripensati non per l’accumulazione di ulteriore ricchezza, ma per “vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Dovranno essere ricondotti a maggiore sobrietà dal riconoscimento della loro vanità.
D’altra parte per chi vorrà lavorare, anche per trovare senso nella vita, dovranno essere distribuite le ore socialmente necessarie per produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni “assoluti”, in modo da soddisfare “il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Diciamo, con “tre ore di lavoro al giorno”. Invece il desiderio di ricchezza, “l’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un pò ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
D’altra parte per chi vorrà lavorare, anche per trovare senso nella vita, dovranno essere distribuite le ore socialmente necessarie per produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni “assoluti”, in modo da soddisfare “il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Diciamo, con “tre ore di lavoro al giorno”. Invece il desiderio di ricchezza, “l’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un pò ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
Quindi,
“rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile.
Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù,
alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli
del campo che non seminano e non filano” (Citazione di Keynes da Matteo 6, 24-34).
Questo testo di
Keynes, nella sua commovente ingenuità, riecheggia, con minore precisione
teutonica (ed amore per la burocrazia) un famoso testo del 1875, nel quale l'ideale dell'uguaglianza futura è articolato <dal basso> e tramite l'auto organizzazione delle lotte associative: “in una fase più
elevata della società …, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice
degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra
lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo
di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo
onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte
le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo
allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società
può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno
secondo i suoi bisogni!” (Karl Marx, Critica
del Programma di Gotha, 1875) Anche qui si trovano alcuni elementi comuni del mito <uguaglianza>: la storia come progresso finalistico, il raggiungimento quindi di uno <stato finale>, la lotta plurisecolare alla subordinazione ed ai privilegi su cui è stato centrato l'illuminismo occidentale, l'impulso antigerarchico, l'idea che l'uomo ad una dimensione debba essere superato nello stato finale da un uomo completo, lo sviluppo delle potenzialità produttive come condizione dell'uguaglianza (una uguaglianza <con uscita in alto>, per così dire), ma nella sobrietà. Eppure lo Stato
burocratico, impolitico, e la società di eguali senza differenze, immaginata da
Marx è lontana da questo sogno di Keynes.
Come è lontano
da questa prospettiva l’associazionismo senza concorrenza, corporativo, di
Fourier e Blanc, che rappresenta un altro grande filone della critica sociale e politica.
Più vicino,
forse, quello della piccola società di individui orgogliosi e liberi dalla
sopraffazione e dal privilegio di Adam Smith e degli illuministi scozzesi. Mi
pare che, però, la forma di uguaglianza liberale che Keynes qui immagina sia
più una frugalità volontaria a pressione sociale “dolce”, forse influenzata
dalla ripresa di temi Oweniani (come la distinzione, che peraltro è anche in
Marx del resto, tra bisogni naturali ed artificiali).
Non sembra di
rintracciare, neanche, l’idea di un ordine comunitario (che, invece, è normalmente
presente nei pensatori religiosi del tema, e di recente nel <movimento per la decrescita> con la sua <uscita laterale>), ma una sorta di edonismo
“spirituale”. Che deve aspettare il suo tempo, la condizione materiale della
sua possibilità: “per almeno cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con
tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel
che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza
devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi
possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno”. Keynes
riconosce l’utilità della concorrenza tra gli uomini, ma solo fino a che la
scarsità rende necessaria l’economia. La “nostra destinazione di beatitudine
economica” ne dissolverà la necessità. Si tratta di un
programma elitista, consapevolmente sognato (del resto è inserito nel testo di una Conferenza nella quale avvia il discorso dalla depressione).
C'è però anche una sorta di <spirito del tempo> in questo discorso del 1930; infatti contemporaneamente
ci sarà un altro programma, che vorrà eliminare la concorrenza e creare una
società di eguali e dell’abbondanza, come omogenità di popolo, e non come
individualità matura e consapevole; il
fascismo.
Trenta anni dopo
Robert Kennedy, nel suo famoso discorso del 18 marzo 1968 all’Università del
Kansas, ritroverà questa ispirazione quando, improvvisamente (il resto del discorso è abbastanza anonimo), pronuncia queste parole: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra
personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,
nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito
nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base
del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento
dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le
nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto
le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che
cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza
per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di
napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare
la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che
la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro
ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della
salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia
dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la
solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà
dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri
tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la
nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra
conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura
tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere
vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di
essere americani.”
Insomma Keynes, mi pare
si possa dire, in questo breve discorso segna una linea a terra con il gesso e
indica di essere da un’altra parte
rispetto al “laissez faire” e la “spietata lotta per la sopravvivenza”, che
questo predilige. In “La fine del laissez-faire” trova le parole più chiare
quando dice: “essa [la sopravvivenza] non guarda al costo della lotta, ma solo
ai vantaggi del risultato finale, i quali si suppongono essere permanenti. Se
lo scopo della vita è di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima
altezza possibile, il modo migliore di raggiungere questo scopo è di lasciare
che le giraffe dal collo più lungo facciano morir di fame quelle dal collo più
corto”. Ma “non è vero che gli individui posseggano una <libertà
naturale> imposta sulle loro attività economiche. Non vi alcun patto o contratto che conferisca
diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo
non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e sociali
coincidano sempre.”
“Non è una
deduzione corretta dei principi di economia che l’interesse egoistico
illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse
egoistico sia generalmente illuminato; più spesso individui che agiscono
separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo
deboli persino per raggiungere questi. L’esperienza non mostra che gli
individui, quando costituiscono un’unità sociale siano sempre di vista meno
acuta di quando agiscono separatamente.”
Sulla base di
queste posizioni, né collettivistiche in senso corporativo né in senso
burocratico-statalista, non individualiste, ma liberali, Keynes traccia quindi (tramite anche tramite l'uso del linguaggio del sogno) una
direzione di uscita dal problema “congiunturale” della depressione, facendo anche uso
dell’avarizia e dell’egoismo, ma ritagliando “i servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali”, cioè quelle
azioni e decisioni che nessuno compie se non le fa lo Stato. I suoi esempi sono
la raccolta, gestione e distribuzione dell’informazione, il risparmio e la sua
facilità o meno di andare all’estero, … Insomma, il
problema è di “realizzare un’organizzazione sociale che sia la più efficiente
possibile, senza offendere le nostre nozioni di un soddisfacente sistema di
vita”.
Anche se
parecchie cose sono andate storte, e, a 80 anni di distanza, la ricchezza creata
è altrettanto indisponibile socialmente di quanto lo era nel 1930 (dunque
l’ideale di molti è stato tradito), questa indicazione resta valida.
Dobbiamo cercare
di affrontare il tema dell’espulsione di troppa parte della popolazione attiva
dal mondo del lavoro, cercando di garantire “un soddisfacente sistema di vita”. E ricordarci di essere umani.
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