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martedì 21 gennaio 2014

John Maynard Keynes "Prospettive economiche per i nostri nipoti"


A Madrid, nel giugno 1930, Keynes pronunciò un breve discorso nel quale si trovò a descrivere il clima depresso dell’epoca (che somiglia molto al nostro) al quale oppose subito una visione diversa: “ritengo che questa sia un’interpretazione estremamente errata di quanto sta accadendo. Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con un ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera”.

Questa diagnosi è sorprendentemente adattabile ai nostri tempi. Indubbiamente anche oggi l’introduzione  sempre accelerata di nuove tecnologie (cosiddette “labor saving”), che inducono una più profonda meccanizzazione ed automazione e la gestione standardizzata di informazioni e conoscenza, stanno espellendo dal mondo del lavoro una quota crescente delle popolazione in età attiva non abbastanza skillata. Inoltre il mutamento nella dinamica offerta/domanda (con l’eccesso di persone inoccupate) sposta continuamente i rapporti di forza, inducendo un abbassamento dei salari. Ne abbiamo, ad esempio, parlato in questo post.
Il problema, ovviamente, né negli anni trenta né oggi, è solo che l’efficienza tecnica (cioè la capacità di produrre di più, con gli stessi mezzi) cresce, perché questo è un bene; il problema è quando lo fa ad un ritmo più alto di quello in cui il sistema globalmente riesce a creare nuovo lavoro. Ed inoltre quando il nuovo lavoro non è accessibile per una quota troppa alta di quelli che hanno perso il vecchio.

Ma torniamo a Keynes, nella Conferenza ricorda che, nel 1930 “la depressione che domina nel mondo, l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua, cioè di fronte al significato delle tendenze autentiche del processo”. E qui allarga il discorso.
Quali sono, infatti, queste “tendenze autentiche”? Sono che “l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”. Nel senso che la ricchezza è cresciuta enormemente dal 1700, dopo essere rimasta stagnante (in termini di ricchezza media pro capite) per millenni, e che accelera: la previsione è che “di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno”. Infatti, afferma l’economista inglese, il progresso economico è trainato dall’interesse composto (cioè dal rendimento dei capitali che, nella conferenza, fa risalire per l’Inghilterra al tesoro di Francis Drake nel 1580) e dal progresso tecnologico, che ha preso ad accelerare proprio dal 1700.
Dire questo nel 1930 poteva sembrare temerario, ma per Keynes, non lo è: quella che si viveva era una “fase di squilibrio transitoria”, causata da una “nuova malattia, .. la disoccupazione tecnologica.” Cioè quella “disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera [che] procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera”.

Dunque, la previsione di Keynes è che a cento anni di distanza la ricchezza socialmente disponibile sarebbe stata moltiplicata di otto volte. Oggi, nel 2013, siamo a 83 anni da quella data. Restiamo in Italia e verifichiamo: il PIL assoluto e procapite dal dopoguerra ad oggi si è moltiplicato di oltre sette volte, quindi saremmo vicini alla realizzazione del sogno di Keynes.
Tuttavia, sembriamo lontanissimi. La ragione è che questa ricchezza, prodotta dal sistema produttivo esistente, non è socialmente disponibile in modo adeguato. Keynes, in effetti, ipotizzava che le cose andassero “semplicemente così: sempre più vaste diventeranno le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica. Ci si renderà conto della differenza critica quando questa condizione si sarà a tal punto generalizzata da mutare la natura del dovere dell’uomo verso il suo simile: infatti l’impegno del fare verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di averla il fare a nostro vantaggio.” Per così dire siamo in presenza dell'idea di una espansione della eguaglianza "dal centro". Cioè dell'ampliamento della classe media sino a rappresentare l'intera società. 

Ma non corriamo, per capire cosa significa <problemi della necessità economica> bisogna distinguere, dice Keynes tra bisogni inesauribili e “assoluti”. I secondi sono quelli che sentiamo comunque, anche se i nostri simili ne sono dotati o meno. Si tratta di mangiare, dormire, avere vestiti, e via dicendo… Gli altri sono i bisogni “relativi”, cioè che “esistono solo in quanto la soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili.” Saranno solo i primi ad essere soddisfatti, per l’autore. I secondi (tecnicamente inesauribili) dovranno essere riclassificati, per così dire. Cioè ripensati non per l’accumulazione di ulteriore ricchezza, ma per “vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Dovranno essere ricondotti a maggiore sobrietà dal riconoscimento della loro vanità.
D’altra parte per chi vorrà lavorare, anche per trovare senso nella vita, dovranno essere distribuite le ore socialmente necessarie per produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni “assoluti”, in modo da soddisfare “il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Diciamo, con “tre ore di lavoro al giorno”. Invece il desiderio di ricchezza, “l’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un pò ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
Quindi, “rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano” (Citazione di Keynes da Matteo 6, 24-34).

Questo testo di Keynes, nella sua commovente ingenuità, riecheggia, con minore precisione teutonica (ed amore per la burocrazia) un famoso testo del 1875, nel quale l'ideale dell'uguaglianza futura è articolato <dal basso> e tramite l'auto organizzazione delle lotte associative: “in una fase più elevata della società …, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” (Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875) Anche qui si trovano alcuni elementi comuni del mito <uguaglianza>: la storia come progresso finalistico, il raggiungimento quindi di uno <stato finale>, la lotta plurisecolare alla subordinazione ed ai privilegi su cui è stato centrato l'illuminismo occidentale, l'impulso antigerarchico, l'idea che l'uomo ad una dimensione debba essere superato nello stato finale da un uomo completo, lo sviluppo delle potenzialità produttive come condizione dell'uguaglianza (una uguaglianza <con uscita in alto>, per così dire), ma nella sobrietà. Eppure lo Stato burocratico, impolitico, e la società di eguali senza differenze, immaginata da Marx è lontana da questo sogno di Keynes.
Come è lontano da questa prospettiva l’associazionismo senza concorrenza, corporativo, di Fourier e  Blanc, che rappresenta un altro grande filone della critica sociale e politica.

Più vicino, forse, quello della piccola società di individui orgogliosi e liberi dalla sopraffazione e dal privilegio di Adam Smith e degli illuministi scozzesi. Mi pare che, però, la forma di uguaglianza liberale che Keynes qui immagina sia più una frugalità volontaria a pressione sociale “dolce”, forse influenzata dalla ripresa di temi Oweniani (come la distinzione, che peraltro è anche in Marx del resto, tra bisogni naturali ed artificiali).
Non sembra di rintracciare, neanche, l’idea di un ordine comunitario (che, invece, è normalmente presente nei pensatori religiosi del tema, e di recente nel <movimento per la decrescita> con la sua <uscita laterale>), ma una sorta di edonismo “spirituale”. Che deve aspettare il suo tempo, la condizione materiale della sua possibilità: “per almeno cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno”. Keynes riconosce l’utilità della concorrenza tra gli uomini, ma solo fino a che la scarsità rende necessaria l’economia. La “nostra destinazione di beatitudine economica” ne dissolverà la necessità. Si tratta di un programma elitista, consapevolmente sognato (del resto è inserito nel testo di una Conferenza nella quale avvia il discorso dalla depressione).

C'è però anche una sorta di <spirito del tempo> in questo discorso del 1930; infatti contemporaneamente ci sarà un altro programma, che vorrà eliminare la concorrenza e creare una società di eguali e dell’abbondanza, come omogenità di popolo, e non come individualità matura e consapevole; il fascismo.

Trenta anni dopo Robert Kennedy, nel suo famoso discorso del 18 marzo 1968 all’Università del Kansas, ritroverà questa ispirazione quando, improvvisamente (il resto del discorso è abbastanza anonimo), pronuncia queste parole: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.”

Insomma Keynes, mi pare si possa dire, in questo breve discorso segna una linea a terra con il gesso e indica di essere da un’altra parte rispetto al “laissez faire” e la “spietata lotta per la sopravvivenza”, che questo predilige. In “La fine del laissez-faire” trova le parole più chiare quando dice: “essa [la sopravvivenza] non guarda al costo della lotta, ma solo ai vantaggi del risultato finale, i quali si suppongono essere permanenti. Se lo scopo della vita è di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo migliore di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morir di fame quelle dal collo più corto”. Ma “non è vero che gli individui posseggano una <libertà naturale> imposta sulle loro attività economiche. Non vi  alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre.”
“Non è una deduzione corretta dei principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato; più spesso individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per raggiungere questi. L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente.”

Sulla base di queste posizioni, né collettivistiche in senso corporativo né in senso burocratico-statalista, non individualiste, ma liberali, Keynes traccia quindi (tramite anche tramite l'uso del linguaggio del sogno) una direzione di uscita dal problema “congiunturale” della depressione, facendo anche uso dell’avarizia e dell’egoismo, ma ritagliando “i servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali”, cioè quelle azioni e decisioni che nessuno compie se non le fa lo Stato. I suoi esempi sono la raccolta, gestione e distribuzione dell’informazione, il risparmio e la sua facilità o meno di andare all’estero, … Insomma, il problema è di “realizzare un’organizzazione sociale che sia la più efficiente possibile, senza offendere le nostre nozioni di un soddisfacente sistema di vita”.

Anche se parecchie cose sono andate storte, e, a 80 anni di distanza, la ricchezza creata è altrettanto indisponibile socialmente di quanto lo era nel 1930 (dunque l’ideale di molti è stato tradito), questa indicazione resta valida.
Dobbiamo cercare di affrontare il tema dell’espulsione di troppa parte della popolazione attiva dal mondo del lavoro, cercando di garantire “un soddisfacente sistema di vita”. E ricordarci di essere umani.


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