Qualche giorno
fa il Presidente Hollande ha sorpreso tutti adottando una “svolta”
a destra, che ricorda in qualche modo quella di Mitterrand, richiamando la
Francia a politiche “dal lato dell’offerta”, rivolte a ridurre il costo del
lavoro per le imprese e contenere le spese pubbliche. In questo modo si spera
che la ripresa dell’offerta di prodotti competitivi farà alzare la domanda.
Si tratta della
vecchia idea di Say, sulla quale è costruita buona parte della ideologia neo-liberale:
che se produco qualcosa e lo vendo, i soldi andranno a qualcuno (azionisti,
fornitori, lavoratori) e questi li spenderanno. Dunque la domanda complessiva
nel paese salirà insieme all’offerta. Un’idea
che è così semplice da essere irresistibile.
Le idee semplici
sono affascinanti, hanno una loro bellezza. E noi amiamo la bellezza. Poi sono
economiche, ci consentono di passare oltre, di concentrarci su ciò che più
conta (organizzare la nostra prossima vacanza al mare, ad esempio).
Purtroppo, a volte,
sono ingannatrici. Uno dei meccanismi di fallacia più comuni è di non rendere
evidenti le loro condizioni di validità. Qui si presuppone: che il sistema sia
chiuso, che il tempo e lo spazio non contino, che la media sia rappresentativa,
che le modalità di produzione ed organizzazione siano statiche. Queste
condizioni, più o meno, nel settecento potevano essere presupposte meglio
(diciamo), ma oggi siamo in un altro secolo.
Rispettivamente,
il sistema è tutt’altro che chiuso, i
flussi di uomini, merci e capitali (in ordine crescente) sono ingentissimi. In
particolare i capitali, letteralmente, scompaiono a vista (per cui i famigerati
margini, volerebbero su qualche piazza finanziaria coreana).
D’altra parte se
la domanda, per qualche attore cruciale, risale dopo tre anni, dall’inizio
delle politiche di “offerta” o dopo sei mesi non è che sia la stessa cosa. Lo potrebbe essere se il conto in
banca consente di aspettare. Ma non è propriamente così per tutti. Quindi, se
riduco i salari oggi, e contengo i trasferimenti e le protezioni, e poi tra tre
anni si ha l’espansione, nel frattempo qualcuno resta fuori, perde la propria
vita, erode le proprie speranze, non fa dei figli, disimpara a fare qualcosa,
viene attratto dall’area della criminalità, si radicalizza politicamente, …
Scegliete voi la combinazione.
Terza
considerazione, lo spazio non è isotropo
e continuo. E’ rugoso. E tende a determinare concentrazioni e rarefazioni.
Dunque le attività si addensano, rafforzandosi vicendevolmente con la stessa
mossa con la quale si rarefanno, indebolendo il tessuto economico, sociale,
politico di territori (in Francia nel nord, in particolare, nelle aree di
coltura del “lepenismo”). Questi fenomeni non sono socialmente, economicamente
e politicamente neutrali.
La media (esemplare la favola di Trilussa
sul pollo) può far contento qualche statistico e qualche politico superficiale,
ma devasta la vita di quelli che sono con zero polli. Poco interessa che la
media faccia due polli a testa, conta che
ognuno ne abbia uno.
Non siamo più
nel settecento. La tecnologia ha un
enorme dinamismo, e generalmente lavora in direzione di aumentare l’intensità
di capitale sul lavoro (cioè più macchine e automazione e meno lavoratori), e
la produttività (cioè più prodotti per meno lavoratori). Dunque aumentare la
produttività e generare più competitività (non è detto siano sinonimi), può
accelerare la perdita di posti del lavoro e l’indebolimento delle condizioni
competitive di alcuni (con conseguente riduzione dei salari ed indebolimento
della domanda in alcuni segmenti e
territori).
Dunque abbiamo
questa bella idea. Così levigata e perfetta. Facciamo guadagnare di più agli
imprenditori, e questi, assumendo nuovi lavoratori, risolveranno il problema
sociale ed economico del paese. All’Associazione
Industriali l’idea è piaciuta.
Ma a Murer, no.
Il nostro è Professore di Finanza alla Sorbona e scrive un breve intervento
nel quale contesta che il Patto di Responsabilità, proposto da Hollande, possa
generare “ripresa del margine” (cioè guadagnare di più per unità di prodotto),
in modo da ampliare produzione e assunzioni. Conferma che per le società
francesi il “margine” sia un problema. Infatti nel settore industriale il
margine è al suo livello più basso dal 1983.
Ma è
particolarmente basso nell’industria manifatturiera, che genera il 12% del PIL
francese (e scende, anche se meno nel complessivo industria+servizi). Bisognerebbe
quindi concentrare le azioni su questa e non diluirle. Inoltre il problema del
margine per l’industria è, in gran parte, una questione di competitività nei
confronti dell’estero; in particolare verso la Germania (e di recente anche la
Spagna a causa della riduzione reale dei salari, generata dalla disoccupazione
e dalla dura austerità). Si tratta, per Murer, della stessa causa. In Spagna i
salari si sono ridotti per effetto dell’accresciuta concorrenza nel mondo del
lavoro (e delle politiche nella stessa direzione); mentre in Germania,
lentamente dal 2004 per effetto delle riforme Hartz 4.
In proposito
Olivier Berruyer ha pubblicato questo grafico.
In esso si legge
la riduzione o incremento dei salari reali in Germania, dal 2000 al 2010,
diviso per “decili”. Il 1° decile (i salari più bassi, quelli del 10% più
svantaggiato) sono calati del 20%, e iniziano a calare subito, ma accelerano
progressivamente dal 2002. Nel 2006 si arrestano e riprendono a scendere nel
2008, con la crisi. Il 2° e 3° decile perde il 15%, con un andamento diverso:
cade velocemente fino al 2004 e poi si stabilizza. Il 4° e 5° decile (salari
medio-bassi) scendono del 10 e 5% rispettivamente, ma in modo più dolce ed uniforme.
I salari da 6° decile in su (con
eccezione del 10°, salari alti) si muove in fascio, aumentando fino al 2004,
per poi scendere nei quattro anni seguenti (ma leggermente) e risalire dopo. Il
10° percentile scende di più e sale di più. Si muove in modo più marcato nelle
stesse tendenze.
Insomma, il mercato del lavoro tedesco si è
polarizzato e la crisi del 2008 ha accentuato le tendenze.
Dato che la
Francia (come l’Italia) era nel frattempo “impigliata nell’Euro”, non poteva
sfuggire “agli attacchi di queste politiche di deflazione salariale”,
svalutando la moneta. Si è trattato di un “dumping” ostile che non è stato
contrastato dagli organismi comunitari (colpevolmente).
Ma a questo
problema di competitività si aggiunge ormai quello della distruzione della
crescita, esacerbata dalle politiche di austerità. Queste politiche di austerità
imposte ai paesi del sud, ma irragionevolmente (sul piano macroeconomico)
praticate anche al Nord, in condizioni del tutto diverse, genera effetti a
cascata. Ormai colpisce anche i mercati emergenti, dato che l’Europa
rappresenta ancora il 25% del PIL mondiale. Dunque, con un effetto di
rafforzamento, la crescita rallenta anche in questi paesi. Ne consegue che le
società francesi che esportano restano danneggiate non solo dalla domanda
interna stagnante (ogni impresa esporta e vende sul mercato locale,
normalmente) ma anche dalla domanda mondiale che rallenta.
Il resto del
Nord America cresce al 2% dal 2009, ma la sua competitività è protetta (dal
costo energetico e dalla politica monetaria più espansiva). Per queste ragioni
la crescita statunitense ha portato “poco profitto” per la Francia e non
compensa le altre perdite.
E’ questo il
contesto nel quale Hollande propone una “maschera di ossigeno” per le imprese
francesi. Purtroppo questo “soffio di aria fresca” non può durare a lungo, “perché
in un’economia capitalista, una mancanza di crescita in ultima analisi, porta
alla guerra dei prezzi e quindi dei margini”. Ci si accalca per prendere l’ultima pagnotta.
In sostanza,
quel che questa politica “sembra ignorare” è che, semplicemente, “le imprese
producono di più quando c'è la domanda, in quanto le imprese investono [solo] quando
c'è la domanda, le aziende assumono quando c'è richiesta!”. Non c’è altro modo,
senza domanda, non ci saranno assunzioni, e abbassare i contributi previdenziali
resterà senza applicazione per mancanza di richiesta; dato che gli imprenditori
che hanno buone ragioni per essere attenti a non investire senza opportunità. Anzi questo “indebolirà ulteriormente la
domanda, causando la recessione”.
Né aiuta se, allo stesso tempo (e non in un secondo
momento, quando la ripresa si è affermata) Hollande riduce le spese dello
Stato. Come si sa l’ordine, il tempo, con cui si fanno le cose ha quasi più
importanza, in economia, delle cose che si fanno. Se sottraggo risorse,
riducendo la spesa dello Stato e quindi gli incassi di qualcuno (sia esso un
lavoratore che resta a casa, o un’impresa che perde un appalto), quando l’economia
non offre altro (e dunque il lavoratore non è riassunto e l’impresa chiude),
ottengo una perdita di economia che si ribalta subito in minori entrate per lo
Stato stesso (tra l’altro annullando il risparmio, come si vede abbondantemente
bene in Italia).
Con le parole di
Murer: “la riduzione degli sprechi è lodevole e nessuno può biasimarlo, ma deve
essere fatto nel tempo giusto. Poiché la spesa pubblica è una domanda per
le aziende ed è distribuita in salari e consumi”. Anche questo taglio della
spesa pubblica sarà quindi recessivo, e potrebbe causare una recessione a lungo
termine. In queste condizioni i margini aziendali si deteriorano (non
migliorano) e tutto sarà stato per niente.
Per il
professore della Sorbona ciò che andrebbe invece fatto è trovare soluzioni
al problema della competitività della Francia lasciando l'Euro. Si tratta di una soluzione (operare sul cambio e
non sui prezzi reali interni) che è “molto più indolore” di queste politiche
controproducenti in fase di recessione. Come afferma Jacques Sapir si potrebbe
generare in Francia una crescita di rimbalzo del 4 o 5% per almeno due anni ed un
surplus importante del gettito fiscale. Tale eccedenza potrà essere
distribuita in parte come tagli fiscali alle aziende che sono oggi tassate
eccessivamente. In un contesto di crescita del 4-5% i tagli alla spesa
pubblica di 30 miliardi, sarebbe assorbibile ed utile.
“L'uscita dall'Euro
sarebbe come ridurre le tasse sui salari”.
Inoltre, nel
contesto di una uscita dell'Euro la Francia potrebbe permettersi, grazie allo
stimolo del 20% alle esportazioni che si genererebbe, di abbassare le imposte
sui salari più bassi, lasciando temporaneamente il deficit attuale, dal momento
che nessuno costringerà Francia a controllare il suo deficit in tempi di crisi.
Insomma, la
mossa di Hollande rischia di fare solo più profonda la trappola nella quale
siamo.
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