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mercoledì 22 gennaio 2014

Philippe Murer, “Perché il Patto di Responsabilità ci porterà alla recessione”


Qualche giorno fa il Presidente Hollande ha sorpreso tutti adottando una “svolta” a destra, che ricorda in qualche modo quella di Mitterrand, richiamando la Francia a politiche “dal lato dell’offerta”, rivolte a ridurre il costo del lavoro per le imprese e contenere le spese pubbliche. In questo modo si spera che la ripresa dell’offerta di prodotti competitivi farà alzare la domanda.
Si tratta della vecchia idea di Say, sulla quale è costruita buona parte della ideologia neo-liberale: che se produco qualcosa e lo vendo, i soldi andranno a qualcuno (azionisti, fornitori, lavoratori) e questi li spenderanno. Dunque la domanda complessiva nel paese salirà insieme all’offerta. Un’idea che è così semplice da essere irresistibile.

Le idee semplici sono affascinanti, hanno una loro bellezza. E noi amiamo la bellezza. Poi sono economiche, ci consentono di passare oltre, di concentrarci su ciò che più conta (organizzare la nostra prossima vacanza al mare, ad esempio).

Purtroppo, a volte, sono ingannatrici. Uno dei meccanismi di fallacia più comuni è di non rendere evidenti le loro condizioni di validità. Qui si presuppone: che il sistema sia chiuso, che il tempo e lo spazio non contino, che la media sia rappresentativa, che le modalità di produzione ed organizzazione siano statiche. Queste condizioni, più o meno, nel settecento potevano essere presupposte meglio (diciamo), ma oggi siamo in un altro secolo.
Rispettivamente, il sistema è tutt’altro che chiuso, i flussi di uomini, merci e capitali (in ordine crescente) sono ingentissimi. In particolare i capitali, letteralmente, scompaiono a vista (per cui i famigerati margini, volerebbero su qualche piazza finanziaria coreana).
D’altra parte se la domanda, per qualche attore cruciale, risale dopo tre anni, dall’inizio delle politiche di “offerta” o dopo sei mesi non è che sia la stessa cosa. Lo potrebbe essere se il conto in banca consente di aspettare. Ma non è propriamente così per tutti. Quindi, se riduco i salari oggi, e contengo i trasferimenti e le protezioni, e poi tra tre anni si ha l’espansione, nel frattempo qualcuno resta fuori, perde la propria vita, erode le proprie speranze, non fa dei figli, disimpara a fare qualcosa, viene attratto dall’area della criminalità, si radicalizza politicamente, … Scegliete voi la combinazione.
Terza considerazione, lo spazio non è isotropo e continuo. E’ rugoso. E tende a determinare concentrazioni e rarefazioni. Dunque le attività si addensano, rafforzandosi vicendevolmente con la stessa mossa con la quale si rarefanno, indebolendo il tessuto economico, sociale, politico di territori (in Francia nel nord, in particolare, nelle aree di coltura del “lepenismo”). Questi fenomeni non sono socialmente, economicamente e politicamente neutrali.
La media (esemplare la favola di Trilussa sul pollo) può far contento qualche statistico e qualche politico superficiale, ma devasta la vita di quelli che sono con zero polli. Poco interessa che la media faccia due polli a testa, conta che ognuno ne abbia uno.
Non siamo più nel settecento. La tecnologia ha un enorme dinamismo, e generalmente lavora in direzione di aumentare l’intensità di capitale sul lavoro (cioè più macchine e automazione e meno lavoratori), e la produttività (cioè più prodotti per meno lavoratori). Dunque aumentare la produttività e generare più competitività (non è detto siano sinonimi), può accelerare la perdita di posti del lavoro e l’indebolimento delle condizioni competitive di alcuni (con conseguente riduzione dei salari ed indebolimento della domanda in alcuni segmenti e territori).

Dunque abbiamo questa bella idea. Così levigata e perfetta. Facciamo guadagnare di più agli imprenditori, e questi, assumendo nuovi lavoratori, risolveranno il problema sociale ed economico del paese. All’Associazione Industriali l’idea è piaciuta.

Ma a Murer, no. Il nostro è Professore di Finanza alla Sorbona e scrive un breve intervento nel quale contesta che il Patto di Responsabilità, proposto da Hollande, possa generare “ripresa del margine” (cioè guadagnare di più per unità di prodotto), in modo da ampliare produzione e assunzioni. Conferma che per le società francesi il “margine” sia un problema. Infatti nel settore industriale il margine è al suo livello più basso dal 1983.

Ma è particolarmente basso nell’industria manifatturiera, che genera il 12% del PIL francese (e scende, anche se meno nel complessivo industria+servizi). Bisognerebbe quindi concentrare le azioni su questa e non diluirle. Inoltre il problema del margine per l’industria è, in gran parte, una questione di competitività nei confronti dell’estero; in particolare verso la Germania (e di recente anche la Spagna a causa della riduzione reale dei salari, generata dalla disoccupazione e dalla dura austerità). Si tratta, per Murer, della stessa causa. In Spagna i salari si sono ridotti per effetto dell’accresciuta concorrenza nel mondo del lavoro (e delle politiche nella stessa direzione); mentre in Germania, lentamente dal 2004 per effetto delle riforme Hartz 4.
In proposito Olivier Berruyer ha pubblicato questo grafico.

In esso si legge la riduzione o incremento dei salari reali in Germania, dal 2000 al 2010, diviso per “decili”. Il 1° decile (i salari più bassi, quelli del 10% più svantaggiato) sono calati del 20%, e iniziano a calare subito, ma accelerano progressivamente dal 2002. Nel 2006 si arrestano e riprendono a scendere nel 2008, con la crisi. Il 2° e 3° decile perde il 15%, con un andamento diverso: cade velocemente fino al 2004 e poi si stabilizza. Il 4° e 5° decile (salari medio-bassi) scendono del 10 e 5% rispettivamente, ma in modo più dolce ed uniforme.  I salari da 6° decile in su (con eccezione del 10°, salari alti) si muove in fascio, aumentando fino al 2004, per poi scendere nei quattro anni seguenti (ma leggermente) e risalire dopo. Il 10° percentile scende di più e sale di più. Si muove in modo più marcato nelle stesse tendenze.

Insomma, il mercato del lavoro tedesco si è polarizzato e la crisi del 2008 ha accentuato le tendenze.

Dato che la Francia (come l’Italia) era nel frattempo “impigliata nell’Euro”, non poteva sfuggire “agli attacchi di queste politiche di deflazione salariale”, svalutando la moneta. Si è trattato di un “dumping” ostile che non è stato contrastato dagli organismi comunitari (colpevolmente).

Ma a questo problema di competitività si aggiunge ormai quello della distruzione della crescita, esacerbata dalle politiche di austerità. Queste politiche di austerità imposte ai paesi del sud, ma irragionevolmente (sul piano macroeconomico) praticate anche al Nord, in condizioni del tutto diverse, genera effetti a cascata. Ormai colpisce anche i mercati emergenti, dato che l’Europa rappresenta ancora il 25% del PIL mondiale. Dunque, con un effetto di rafforzamento, la crescita rallenta anche in questi paesi. Ne consegue che le società francesi che esportano restano danneggiate non solo dalla domanda interna stagnante (ogni impresa esporta e vende sul mercato locale, normalmente) ma anche dalla domanda mondiale che rallenta.
Il resto del Nord America cresce al 2% dal 2009, ma la sua competitività è protetta (dal costo energetico e dalla politica monetaria più espansiva). Per queste ragioni la crescita statunitense ha portato “poco profitto” per la Francia e non compensa le altre perdite.

E’ questo il contesto nel quale Hollande propone una “maschera di ossigeno” per le imprese francesi. Purtroppo questo “soffio di aria fresca” non può durare a lungo, “perché in un’economia capitalista, una mancanza di crescita in ultima analisi, porta alla guerra dei prezzi e quindi dei margini”. Ci si accalca per prendere l’ultima pagnotta.
In sostanza, quel che questa politica “sembra ignorare” è che, semplicemente, “le imprese producono di più quando c'è la domanda, in quanto le imprese investono [solo] quando c'è la domanda, le aziende assumono quando c'è richiesta!”. Non c’è altro modo, senza domanda, non ci saranno assunzioni, e abbassare i contributi previdenziali resterà senza applicazione per mancanza di richiesta; dato che gli imprenditori che hanno buone ragioni per essere attenti a non investire senza opportunità. Anzi questo “indebolirà ulteriormente la domanda, causando la recessione”.

Né aiuta se, allo stesso tempo (e non in un secondo momento, quando la ripresa si è affermata) Hollande riduce le spese dello Stato. Come si sa l’ordine, il tempo, con cui si fanno le cose ha quasi più importanza, in economia, delle cose che si fanno. Se sottraggo risorse, riducendo la spesa dello Stato e quindi gli incassi di qualcuno (sia esso un lavoratore che resta a casa, o un’impresa che perde un appalto), quando l’economia non offre altro (e dunque il lavoratore non è riassunto e l’impresa chiude), ottengo una perdita di economia che si ribalta subito in minori entrate per lo Stato stesso (tra l’altro annullando il risparmio, come si vede abbondantemente bene in Italia).
Con le parole di Murer: “la riduzione degli sprechi è lodevole e nessuno può biasimarlo, ma deve essere fatto nel tempo giusto. Poiché la spesa pubblica è una domanda per le aziende ed è distribuita in salari e consumi”. Anche questo taglio della spesa pubblica sarà quindi recessivo, e potrebbe causare una recessione a lungo termine. In queste condizioni i margini aziendali si deteriorano (non migliorano) e tutto sarà stato per niente. 

Per il professore della Sorbona ciò che andrebbe invece fatto è trovare soluzioni al problema della competitività della Francia lasciando l'Euro. Si tratta di una soluzione (operare sul cambio e non sui prezzi reali interni) che è “molto più indolore” di queste politiche controproducenti in fase di recessione. Come afferma Jacques Sapir si potrebbe generare in Francia una crescita di rimbalzo del 4 o 5% per almeno due anni ed un surplus importante del gettito fiscale. Tale eccedenza potrà essere distribuita in parte come tagli fiscali alle aziende che sono oggi tassate eccessivamente. In un contesto di crescita del 4-5% i tagli alla spesa pubblica di 30 miliardi, sarebbe assorbibile ed utile.
“L'uscita dall'Euro sarebbe come ridurre le tasse sui salari”.
Inoltre, nel contesto di una uscita dell'Euro la Francia potrebbe permettersi, grazie allo stimolo del 20% alle esportazioni che si genererebbe, di abbassare le imposte sui salari più bassi, lasciando temporaneamente il deficit attuale, dal momento che nessuno costringerà Francia a controllare il suo deficit in tempi di crisi. 


Insomma, la mossa di Hollande rischia di fare solo più profonda la trappola nella quale siamo.


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