A Chicago, nel giugno del 1931, John
Maynard Keynes, tenne una Conferenza alla Harris Foundation. In essa si
espresse contro l’ipotesi che la crisi (“la più grande catastrofe economica del
mondo moderno”) sia il preludio al crollo del capitalismo (come i comunisti
sostenevano) ma sicuramente sia una “fase di svolta radicale”. Il testo è
tratto da “Come uscire dalla Crisi”, edito
da Laterza, ed. 2004, le pagine sono riferite a questa edizione.
Prima di proseguire la lettura, una
notazione di metodo, leggiamo un testo di ottanta anni fa, di esso sono
rilevanti diverse cose: il ruolo nello sviluppo del corpus disciplinare; l’impatto
sui contemporanei e dunque sulla dinamica della vicenda storica economica; la
testimonianza di un modo di reagire a schemi di pensiero, di proporne altri, di
articolare un punto di vista ed un set di valori. Quel che ci interessa di più
è l’ultima prospettiva. Non una o l’altra ricetta o proposta che,
inevitabilmente è invecchiata, nel senso che era immaginata per una situazione
radicalmente diversa. Come è ovvio Keynes, se vivesse oggi (oltre a non essere il
se stesso di allora) proporrebbe cose diverse, sul piano delle politiche
economiche e delle analisi tecniche. Ma, probabilmente, ragionerebbe sulla base
di uno schema valoriale simile e di opposizioni analoghe.
Il nostro avvia il suo ragionamento
sostenendo che <abbiamo il destino nelle nostre mani> e dunque per
emergere dalla crisi (evitando una lunga stagnazione, che rappresenta l’esito
inerziale più probabile). Questo enunciato preliminare rappresenta il
principale punto di crinale, i sistemi sociali ed economici non sono una sorta
di “fenomeno naturale” che non va alterato dalla hybris progettuale umana. Al
contrario, Keynes, intende che si tratta di assetti artificiali e fatti dall’uomo,
che esso ha il potere ed il diritto di dirigere. Su questo punto riecheggia la
polemica sull’illuminismo.
Quanto
alle cause l’economista inglese le richiama al periodo 24-29,
nel quale l’uscita dalle turbolenze della guerra (Prima Guerra Mondiale, 15-18)
dopo la sua conclusione, il Trattato, i riaggiustamenti delle relazioni
economiche internazionali, il ristabilimento della fiducia, portò ad una “caratteristica
dominante”: “una straordinaria volontà di indebitarsi ad alti saggi di
interesse, allo scopo di intraprendere nuovi investimenti reali”. Tassi
straordinariamente alti. Nel quinquennio 1924-29, negli Stati Uniti, furono
costruite il doppio degli edifici civili fatto nel quinquennio precedente (e di
quello successivo). La stessa cosa per gli edifici industriali. Inoltre furono
acquistati enormi volumi di titoli
stranieri (anche mediocri).
Vale la pena (perché la somiglianza con
quanto è successo fino al 2008 –ma anche ora- è grande) riprendere questo
passaggio: “in larga misura gli Stati Uniti agirono, in questa generosa
politica di prestiti all’estero, come canale per i risparmi dei più cauti paesi
europei, che avevano meno fiducia nella propria prosperità di quanta ne avesse
l’America. Cosicché l’emissione di titoli stranieri fu spesso finanziata
largamente con fondi a breve termine che il resto del mondo, mosso da
considerazioni basate sulla sicurezza e sulla liquidità, stava depositando a
New York”.
Molti paesi si indebitarono grandemente
(e la Germania è tra queste, cosa rilevante perché è una delle cause della
Guerra successiva), nel solo 1925 prese in prestito 100 milioni di dollari. Una
parte di questo boom diede seguito ad investimenti valutati male (e dunque
infruttuosi), ma comunque “il mondo si arricchì enormemente grazie allo
sviluppo dell’edilizia nel quinquennio 1925-29”.
Oltre al settore delle costruzioni gli
investimenti (con un tasso, come detto doppio o triplo del normale) si concentrarono
sull’elettrificazione e i trasporti. Come effetto molti beni (come le derrate
alimentari) crebbero dell’8% all’anno, e materie prime e beni manufatti del 9%.
Richiamando concetti altrove
espressi a questo punto Keynes afferma che “qualche altro quinquennio di
attività simile ci avrebbe in realtà potuto portare vicini all’Eldorado
economico, dove sarebbero stati soddisfatti tutti i nostri ragionevoli bisogni
materiali” (K, p. 38).
Ora, alcuni sostengono che ciò abbia
portato tendenze inflattive (Keynes si dichiara in disaccordo) ma, soprattutto,
che la “sbornia” sia il peccato che la crisi paga. Questa posizione moralistica
è il punto di attacco centrale della Conferenza: “sembra una straordinaria
sciocchezza pensare che questa meravigliosa esplosione di energia produttiva
sia stata preludio all’impoverimento e alla depressione. Alcuni spiriti austeri
e puritani la considerano una nemesi inevitabile, e nel contempo desiderabile,
di una crescita così spropositata, come essi la definiscono: una nemesi dell’animo
speculativo dell’uomo. Sarebbe, essi ritengono, una vittoria per il Dio mammone
della malvagità se così tanta prosperità non fosse successivamente bilanciata
da una bancarotta universale”. Dunque le cose andranno per il meglio quando la “liquidazione
prolungata” sarà completata. Anche se la signora Merkel non era ancora nata
(mentre suo padre predicatore protestante lo era), sembra di sentire
riecheggiare la sua posizione.
Keynes nega decisamente che questa
posizione sia corretta. “Non accetto
questa opinione”. La spiegazione delle perdite non è nel livello troppo elevato
degli investimenti passati, ma nella cessazione attuale. Infatti il declino degli investimenti fu preceduto da
quello dei profitti industriali a sua volta generato da alcune cause specifiche
(saggio d’interesse troppo alto rispetto al rendimento, che genera un effetto a
cascata sui rendimenti, i prezzi, il credito). Quel modello che successivamente
Minsky formalizzerà.
E che prevede che “se il volume degli investimenti cade allora necessariamente
anche il livello dei profitti diminuisce”. In base alla sua dimostrazione, che
ometto e che fa riferimento ad un sistema chiuso, “un boom è generato da un
eccesso di investimento rispetto al risparmio e una crisi da un eccesso di
risparmio rispetto all’investimento”. Chi critica il capitalismo, come sistema
di crescita a debito (sfruttamento del futuro) e il suo destino come “stato
stazionario”, ha in mente questo schemino.
Ne discendono due conseguenze importanti:
“è impossibile ristabilire la piena occupazione se non si ricostituiscono prima
i profitti industriali” e “non si possono ricostituire se prima non si agisce
positivamente sul volume degli investimenti”. L’unica alternativa “teorica” è
un aumento dei consumi a spese dei risparmi, “una campagna allo spreco, che nel
momento in cui ognuno è nervoso e incerto e osserva il deprezzamento del valore
dei suoi titoli è molto improbabile si realizzi, indipendentemente da fatto che
[non] sia desiderabile” (K, p. 45).
Ora, balla nella mente una obiezione
(che, in effetti, è un presupposto per così dire nel retro del cervello ancora
oggi- ben nascosto ma molto radicato-): “nel passato si era soliti credere all’esistenza
di un’armonia prestabilita, in grado di garantire l’uguaglianza tra risparmi e
investimenti. Se noi affidiamo i nostri risparmi ad una banca – si diceva – questa
li utilizzerà e puntualmente essi troveranno la strada verso l’industria e l’investimento.
Ma sfortunatamente le cose non stanno così. Anzi ritengo che sicuramente questo
non avvenga e che siano proprio gli squilibri tra risparmi ed investimenti a
generare la fluttuazioni dei profitti, della produzione e dell’occupazione”.
A questo punto Keynes, nella 3°
Conferenza (l’evento era in tre giorni) passa ad illustrare “la via della
ripresa”. Dall’analisi discende naturalmente che “il problema della ripresa è quello di ristabilire il volume degli
investimenti”. O facendo scendere il saggio di interesse fino a che nuovi
progetti diventeranno redditivi, oppure far riprendere la fiducia nel futuro
(cioè nei prezzi e volumi futuri). Le due cose sono connesse. Il nodo è “riportare
i prezzi ad un più elevato modello”.
Su questo crinale si scontra con la
posizione opposta (che oggi prevale nella UE) di far calare i prezzi fino a raggiungere un nuovo equilibrio. Keynes su
questo punto auspica una “veemente polemica”, sino a “dal conflitto delle idee
emerga qualcosa di utile”. Una posizione metodologica che appoggio ed approvo.
Con le sue parole: “vogliamo allora che
i prezzi si rialzino in modo da tornare alla parità con quelli che alcuni mesi
fa consideravamo essere normali livelli degli stipendi, dei salari ed in
generale del reddito? O vogliamo ridurre i nostri redditi alla parità con l’attuale
livello del prezzo all’ingrosso delle materie prime?”
Le ragioni che militano (oltre a quelle
tecniche) nella direzione di volere una “riflazione” e non una “deflazione” dei
prezzi, per Keynes, sono la stabilità
sociale e la concordia. Tentare un taglio ampio di gran parte dei salari e
dei prezzi all’ingrosso significa, infatti “scuotere l’ordine sociale alle sue
fondamenta” (K, p. 51). E se lo facessimo tutti otterremmo un effetto equivalente
alla più sostenibile politica opposta.
La seconda ragione è la giustizia sociale, considerando il peso
dell’indebitamento monetario. Il nuovo equilibrio “in basso”, infatti, amplia l’indebitamento
monetario. Dunque minaccia la stabilità dei contratti. E potrebbe portare ad
una “generale insolvenza” e ne scaturirebbe la necessità di una “bancarotta
generalizzata”.
Inoltre si tratta di definire l’obiettivo:
se è “porre rimedio alla disoccupazione” bisogna far sì che si ricostituiscano
i profitti. Certo, e questo Keynes non lo esplicita, se l’obiettivo è “rientrare
dei propri crediti” la cosa cambia. Far scendere i prezzi li amplifica in termini di valore reale.
Abbiamo quasi finito. L’azione preminente,
in questa situazione la deve fare il “banchiere centrale” per aumentare il
volume degli investimenti.
Kaynes propone tre linee di condotta:
- Restaurare la fiducia sia di chi presta (perché abbassi il “premio di rischio” e dunque il tasso), sia di chi riceve (perché chieda).
- · Avviare nuove costruzioni direttamente da parte dello Stato (che si indebita a costi molto bassi e può avere una prospettiva lunga). Ma ci sono “difficoltà pratiche”: “non è facile ideare in breve tempo schemi che siano concepiti con saggezza ed efficienza e che possano essere applicati con rapidità su scala effettivamente ampia. Così mentre approvo l’idea, sono riluttante a usare in pratica solo questo metodo, senza beneficiare del contributo degli altri strumenti.” (K, p.55) Ipotesi recentemente riproposta da Summers.
- · Ridurre il saggio di interesse a lungo termine. Questo vale soprattutto per case, servizi pubblici e trasporti (mentre è meno rilevante per gli investimenti produttivi, che ne sono meno influenzati). Infatti in questi settori “ogni caduta del saggio di interesse porterà una nuova fascia di progetti nella sfera della praticabilità”. Per fare questo (che è “il primo obiettivo dell’attività creditizia”, cioè “allineare il saggio di interesse a lungo termine al livello consentito dalle possibilità tecniche della nostra epoca, così da avvicinare il più possibile la domanda di nuovi beni capitali al volume corrente di risparmi della comunità”) sono disponibili tre strumenti: aumentare la quantità di attività liquide attraverso “operazioni di mercato aperto” da parte della Banca Centrale (quella che corrisponde al Quantitative Easing contemporaneo); abbassare il saggio di remunerazione dei depositi (recentemente proposto da Krugman e dal FMI); aumentare l’attrattività degli investimenti (che riporta al primo punto).
Dunque nel 1931, nel grande cantiere
della crisi, le idee e le posizioni hanno un’area familiare. Anche oggi la
contrapposizione tra chi pensa che “abbiamo il destino nelle nostre mani”, e
chi crede (pur senza dirlo esplicitamente) che bisogna solo attendere che la
dinamica “naturale” faccia il suo corso è viva.
Anche oggi veniamo da una fase di
investimenti massivi e di surriscaldamento di valori e prezzi (basti ricordare,
a chi l’avesse scordato, le quotazioni del petrolio oltre i 120 $ del 2007,
quelle di tutte le altre materie prime e dei prodotti alimentari che facevano
gridare alla FAO); come veniamo da flussi finanziari anomali tra paesi “risparmiatori”
(Giappone, Germania, Cina) e paesi “consumatori” (USA in primis).
Anche oggi molta parte di questi
investimenti, nella fase di boom sono stati male accorti (in Europa la polemica
più rilevante è con la Spagna).
Anche oggi la finanza non fa il suo mestiere
di rimettere in circolo i risparmi.
Soprattutto, anche oggi è presente la
posizione moralista di chi vorrebbe far pagare con l’austerità gli “eccessi”
degli anni passati. Le “cicale” che si sono indebitate andrebbero purgate dei
loro peccati (una volta alla stessa Merkel sfuggì una dichiarazione simile).
Ed è presente quella che è la ragione
centrale di tante posizioni (nella Conferenza, ma in altro contesto Keynes
dice: “i desideri sono i padri dei pensieri”): salvaguardare i crediti e non i redditi ed il lavoro, reagendo allo
scollamento tra prezzi e costo dei fattori di produzione facendo scendere i
primi fino ad un nuovo equilibrio “basso”. Riducendo, quindi, salari e redditi
e per questa via tutti i prezzi (case, materie prime, servizi). La discussione
che Keynes fa di questa posizione (ora la sostiene la BCE) è veemente. E’ per
lui evidente che questa è la strada della “generale insolvenza” e della “bancarotta”.
Tra i due punti di equilibrio via “reflazione” o via “deflazione” militano in
favore del primo ragioni di stabilità e
giustizia sociale.
Decidendo di agire, e non di aspettare,
ed avendo quale obiettivo centrale “porre rimedio alla disoccupazione” (e non
rientrare dei prestiti concessi), Keynes propone le sue linee di condotta che
salvo i dettagli e le tecniche- sono ancora quelle che abbiamo davanti: Summers
propone un grande piano di investimenti produttivi; Krugman un tasso reale
negativo per costringere la liquidità ad impegnarsi in investimenti; la FED e
la Banca Centrale Giapponese sono state impegnate ad aumentare le attività
liquide.
Ma, al di là delle tecniche, ciò che
conta è decidere (anche con una sana “veemente polemica” –peraltro in corso-)
quale è il nostro obiettivo?
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