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giovedì 23 gennaio 2014

John Maynard Keynes, “Un’analisi economica della disoccupazione”


A Chicago, nel giugno del 1931, John Maynard Keynes, tenne una Conferenza alla Harris Foundation. In essa si espresse contro l’ipotesi che la crisi (“la più grande catastrofe economica del mondo moderno”) sia il preludio al crollo del capitalismo (come i comunisti sostenevano) ma sicuramente sia una “fase di svolta radicale”. Il testo è tratto da “Come uscire dalla Crisi”, edito da Laterza, ed. 2004, le pagine sono riferite a questa edizione.
Prima di proseguire la lettura, una notazione di metodo, leggiamo un testo di ottanta anni fa, di esso sono rilevanti diverse cose: il ruolo nello sviluppo del corpus disciplinare; l’impatto sui contemporanei e dunque sulla dinamica della vicenda storica economica; la testimonianza di un modo di reagire a schemi di pensiero, di proporne altri, di articolare un punto di vista ed un set di valori. Quel che ci interessa di più è l’ultima prospettiva. Non una o l’altra ricetta o proposta che, inevitabilmente è invecchiata, nel senso che era immaginata per una situazione radicalmente diversa. Come è ovvio Keynes, se vivesse oggi (oltre a non essere il se stesso di allora) proporrebbe cose diverse, sul piano delle politiche economiche e delle analisi tecniche. Ma, probabilmente, ragionerebbe sulla base di uno schema valoriale simile e di opposizioni analoghe.


Il nostro avvia il suo ragionamento sostenendo che <abbiamo il destino nelle nostre mani> e dunque per emergere dalla crisi (evitando una lunga stagnazione, che rappresenta l’esito inerziale più probabile). Questo enunciato preliminare rappresenta il principale punto di crinale, i sistemi sociali ed economici non sono una sorta di “fenomeno naturale” che non va alterato dalla hybris progettuale umana. Al contrario, Keynes, intende che si tratta di assetti artificiali e fatti dall’uomo, che esso ha il potere ed il diritto di dirigere. Su questo punto riecheggia la polemica sull’illuminismo.
Quanto alle cause l’economista inglese le richiama al periodo 24-29, nel quale l’uscita dalle turbolenze della guerra (Prima Guerra Mondiale, 15-18) dopo la sua conclusione, il Trattato, i riaggiustamenti delle relazioni economiche internazionali, il ristabilimento della fiducia, portò ad una “caratteristica dominante”: “una straordinaria volontà di indebitarsi ad alti saggi di interesse, allo scopo di intraprendere nuovi investimenti reali”. Tassi straordinariamente alti. Nel quinquennio 1924-29, negli Stati Uniti, furono costruite il doppio degli edifici civili fatto nel quinquennio precedente (e di quello successivo). La stessa cosa per gli edifici industriali. Inoltre furono acquistati enormi volumi di titoli  stranieri (anche mediocri).
Vale la pena (perché la somiglianza con quanto è successo fino al 2008 –ma anche ora- è grande) riprendere questo passaggio: “in larga misura gli Stati Uniti agirono, in questa generosa politica di prestiti all’estero, come canale per i risparmi dei più cauti paesi europei, che avevano meno fiducia nella propria prosperità di quanta ne avesse l’America. Cosicché l’emissione di titoli stranieri fu spesso finanziata largamente con fondi a breve termine che il resto del mondo, mosso da considerazioni basate sulla sicurezza e sulla liquidità, stava depositando a New York”.
Molti paesi si indebitarono grandemente (e la Germania è tra queste, cosa rilevante perché è una delle cause della Guerra successiva), nel solo 1925 prese in prestito 100 milioni di dollari. Una parte di questo boom diede seguito ad investimenti valutati male (e dunque infruttuosi), ma comunque “il mondo si arricchì enormemente grazie allo sviluppo dell’edilizia nel quinquennio 1925-29”.
Oltre al settore delle costruzioni gli investimenti (con un tasso, come detto doppio o triplo del normale) si concentrarono sull’elettrificazione e i trasporti. Come effetto molti beni (come le derrate alimentari) crebbero dell’8% all’anno, e materie prime e beni manufatti del 9%.
Richiamando concetti altrove espressi a questo punto Keynes afferma che “qualche altro quinquennio di attività simile ci avrebbe in realtà potuto portare vicini all’Eldorado economico, dove sarebbero stati soddisfatti tutti i nostri ragionevoli bisogni materiali” (K, p. 38).

Ora, alcuni sostengono che ciò abbia portato tendenze inflattive (Keynes si dichiara in disaccordo) ma, soprattutto, che la “sbornia” sia il peccato che la crisi paga. Questa posizione moralistica è il punto di attacco centrale della Conferenza: “sembra una straordinaria sciocchezza pensare che questa meravigliosa esplosione di energia produttiva sia stata preludio all’impoverimento e alla depressione. Alcuni spiriti austeri e puritani la considerano una nemesi inevitabile, e nel contempo desiderabile, di una crescita così spropositata, come essi la definiscono: una nemesi dell’animo speculativo dell’uomo. Sarebbe, essi ritengono, una vittoria per il Dio mammone della malvagità se così tanta prosperità non fosse successivamente bilanciata da una bancarotta universale”. Dunque le cose andranno per il meglio quando la “liquidazione prolungata” sarà completata. Anche se la signora Merkel non era ancora nata (mentre suo padre predicatore protestante lo era), sembra di sentire riecheggiare la sua posizione.

Keynes nega decisamente che questa posizione sia corretta. “Non accetto questa opinione”. La spiegazione delle perdite non è nel livello troppo elevato degli investimenti passati, ma nella cessazione attuale. Infatti  il declino degli investimenti fu preceduto da quello dei profitti industriali a sua volta generato da alcune cause specifiche (saggio d’interesse troppo alto rispetto al rendimento, che genera un effetto a cascata sui rendimenti, i prezzi, il credito). Quel modello che successivamente Minsky formalizzerà. E che prevede che “se il volume degli investimenti cade allora necessariamente anche il livello dei profitti diminuisce”. In base alla sua dimostrazione, che ometto e che fa riferimento ad un sistema chiuso, “un boom è generato da un eccesso di investimento rispetto al risparmio e una crisi da un eccesso di risparmio rispetto all’investimento”. Chi critica il capitalismo, come sistema di crescita a debito (sfruttamento del futuro) e il suo destino come “stato stazionario”, ha in mente questo schemino. 
Ne discendono due conseguenze importanti: “è impossibile ristabilire la piena occupazione se non si ricostituiscono prima i profitti industriali” e “non si possono ricostituire se prima non si agisce positivamente sul volume degli investimenti”. L’unica alternativa “teorica” è un aumento dei consumi a spese dei risparmi, “una campagna allo spreco, che nel momento in cui ognuno è nervoso e incerto e osserva il deprezzamento del valore dei suoi titoli è molto improbabile si realizzi, indipendentemente da fatto che [non] sia desiderabile” (K, p. 45). 
Ora, balla nella mente una obiezione (che, in effetti, è un presupposto per così dire nel retro del cervello ancora oggi- ben nascosto ma molto radicato-): “nel passato si era soliti credere all’esistenza di un’armonia prestabilita, in grado di garantire l’uguaglianza tra risparmi e investimenti. Se noi affidiamo i nostri risparmi ad una banca – si diceva – questa li utilizzerà e puntualmente essi troveranno la strada verso l’industria e l’investimento. Ma sfortunatamente le cose non stanno così. Anzi ritengo che sicuramente questo non avvenga e che siano proprio gli squilibri tra risparmi ed investimenti a generare la fluttuazioni dei profitti, della produzione e dell’occupazione”.

A questo punto Keynes, nella 3° Conferenza (l’evento era in tre giorni) passa ad illustrare “la via della ripresa”. Dall’analisi discende naturalmente che “il problema della ripresa è quello di ristabilire il volume degli investimenti”. O facendo scendere il saggio di interesse fino a che nuovi progetti diventeranno redditivi, oppure far riprendere la fiducia nel futuro (cioè nei prezzi e volumi futuri). Le due cose sono connesse. Il nodo è “riportare i prezzi ad un più elevato modello”.
Su questo crinale si scontra con la posizione opposta (che oggi prevale nella UE) di far calare i prezzi fino a raggiungere un nuovo equilibrio. Keynes su questo punto auspica una “veemente polemica”, sino a “dal conflitto delle idee emerga qualcosa di utile”. Una posizione metodologica che appoggio ed approvo.
Con le sue parole: “vogliamo allora che i prezzi si rialzino in modo da tornare alla parità con quelli che alcuni mesi fa consideravamo essere normali livelli degli stipendi, dei salari ed in generale del reddito? O vogliamo ridurre i nostri redditi alla parità con l’attuale livello del prezzo all’ingrosso delle materie prime?” 
Le ragioni che militano (oltre a quelle tecniche) nella direzione di volere una “riflazione” e non una “deflazione” dei prezzi, per Keynes, sono la stabilità sociale e la concordia. Tentare un taglio ampio di gran parte dei salari e dei prezzi all’ingrosso significa, infatti “scuotere l’ordine sociale alle sue fondamenta” (K, p. 51). E se lo facessimo tutti otterremmo un effetto equivalente alla più sostenibile politica opposta.
La seconda ragione è la giustizia sociale, considerando il peso dell’indebitamento monetario. Il nuovo equilibrio “in basso”, infatti, amplia l’indebitamento monetario. Dunque minaccia la stabilità dei contratti. E potrebbe portare ad una “generale insolvenza” e ne scaturirebbe la necessità di una “bancarotta generalizzata”. 
Inoltre si tratta di definire l’obiettivo: se è “porre rimedio alla disoccupazione” bisogna far sì che si ricostituiscano i profitti. Certo, e questo Keynes non lo esplicita, se l’obiettivo è “rientrare dei propri crediti” la cosa cambia. Far scendere i prezzi li amplifica in termini di valore reale.

Abbiamo quasi finito. L’azione preminente, in questa situazione la deve fare il “banchiere centrale” per aumentare il volume degli investimenti.
Kaynes propone tre linee di condotta:
  •          Restaurare la fiducia sia di chi presta (perché abbassi il “premio di rischio” e dunque il tasso), sia di chi riceve (perché chieda).
  • ·     Avviare nuove costruzioni direttamente da parte dello Stato (che si indebita a costi molto bassi e può avere una prospettiva lunga). Ma ci sono “difficoltà pratiche”: “non è facile ideare in breve tempo schemi che siano concepiti con saggezza ed efficienza e che possano essere applicati con rapidità su scala effettivamente ampia. Così mentre approvo l’idea, sono riluttante a usare in pratica solo questo metodo, senza beneficiare del contributo degli altri strumenti.” (K, p.55) Ipotesi recentemente riproposta da Summers.
  • ·     Ridurre il saggio di interesse a lungo termine. Questo vale soprattutto per case, servizi pubblici e trasporti (mentre è meno rilevante per gli investimenti produttivi, che ne sono meno influenzati). Infatti in questi settori “ogni caduta del saggio di interesse porterà una nuova fascia di progetti nella sfera della praticabilità”. Per fare questo (che è “il primo obiettivo dell’attività creditizia”, cioè “allineare il saggio di interesse a lungo termine al livello consentito dalle possibilità tecniche della nostra epoca, così da avvicinare il più possibile la domanda di nuovi beni capitali al volume corrente di risparmi della comunità”) sono disponibili tre strumenti: aumentare la quantità di attività liquide attraverso “operazioni di mercato aperto” da parte della Banca Centrale (quella che corrisponde al Quantitative Easing contemporaneo); abbassare il saggio di remunerazione dei depositi (recentemente proposto da Krugman e dal FMI); aumentare l’attrattività degli investimenti (che riporta al primo punto).



Dunque nel 1931, nel grande cantiere della crisi, le idee e le posizioni hanno un’area familiare. Anche oggi la contrapposizione tra chi pensa che “abbiamo il destino nelle nostre mani”, e chi crede (pur senza dirlo esplicitamente) che bisogna solo attendere che la dinamica “naturale” faccia il suo corso è viva.
Anche oggi veniamo da una fase di investimenti massivi e di surriscaldamento di valori e prezzi (basti ricordare, a chi l’avesse scordato, le quotazioni del petrolio oltre i 120 $ del 2007, quelle di tutte le altre materie prime e dei prodotti alimentari che facevano gridare alla FAO); come veniamo da flussi finanziari anomali tra paesi “risparmiatori” (Giappone, Germania, Cina) e paesi “consumatori” (USA in primis).
Anche oggi molta parte di questi investimenti, nella fase di boom sono stati male accorti (in Europa la polemica più rilevante è con la Spagna).
Anche oggi la finanza non fa il suo mestiere di rimettere in circolo i risparmi.

Soprattutto, anche oggi è presente la posizione moralista di chi vorrebbe far pagare con l’austerità gli “eccessi” degli anni passati. Le “cicale” che si sono indebitate andrebbero purgate dei loro peccati (una volta alla stessa Merkel sfuggì una dichiarazione simile).
Ed è presente quella che è la ragione centrale di tante posizioni (nella Conferenza, ma in altro contesto Keynes dice: “i desideri sono i padri dei pensieri”): salvaguardare i crediti e non i redditi ed il lavoro, reagendo allo scollamento tra prezzi e costo dei fattori di produzione facendo scendere i primi fino ad un nuovo equilibrio “basso”. Riducendo, quindi, salari e redditi e per questa via tutti i prezzi (case, materie prime, servizi). La discussione che Keynes fa di questa posizione (ora la sostiene la BCE) è veemente. E’ per lui evidente che questa è la strada della “generale insolvenza” e della “bancarotta”. Tra i due punti di equilibrio via “reflazione” o via “deflazione” militano in favore del primo ragioni di stabilità e giustizia sociale.

Decidendo di agire, e non di aspettare, ed avendo quale obiettivo centrale “porre rimedio alla disoccupazione” (e non rientrare dei prestiti concessi), Keynes propone le sue linee di condotta che salvo i dettagli e le tecniche- sono ancora quelle che abbiamo davanti: Summers propone un grande piano di investimenti produttivi; Krugman un tasso reale negativo per costringere la liquidità ad impegnarsi in investimenti; la FED e la Banca Centrale Giapponese sono state impegnate ad aumentare le attività liquide.

Ma, al di là delle tecniche, ciò che conta è decidere (anche con una sana “veemente polemica” –peraltro in corso-) quale è il nostro obiettivo?



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