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giovedì 23 gennaio 2014

Wolfgang Streeck: “L’Europa come becchino della democrazia nazionale”, tre interviste.


Su alcune testate olandesi e tedesche sono recentemente uscite tre interviste al sociologo tedesco Wolfgang Streeck, animatore da sinistra del dibattito sull’Europa, e al centro di una garbata ma decisa polemica con Jurgen Habermas. Essenzialmente l’oggetto della contesa è se il deficit (che entrambi riconoscono gravissimo) di democrazia che il pratico funzionamento dei meccanismi europei determina (con l’attrazione della sovranità in una zona opaca) sia superabile con “più” o “meno” Europa. Habermas sostiene generosamente la prima posizione, Streeck la seconda.

Nella Intervista a De Groene Amsterdamme, il mite professore dell’Istituto Max Planck di Colonia si infervora quando si tocca il tema della democrazia tradita. Le sue parole diventano piene di una “indignazione accuratamente pesata”. Secondo la sua valutazione, infatti, la democrazia è ridotta alla sola “scatola vuota” del voto, su nulla da scegliere. I Parlamenti sono stati svuotati di ogni prerogativa che conta, persino i bilanci si devono far approvare prima a Bruxelles. Le decisioni veramente importanti sono rese immuni alle pressioni democratiche. L’Europa è dunque “il becchino della democrazia nazionale”. Una cosa molto simile a quella che, ad esempio sosteneva Peter Mair. Ed una posizione che equivale a dire che Dio si sta muovendo nella direzione sbagliata, e che dunque è ancora tabù in Germania nei “buoni ambienti”. Come ricorda l’intervista, lo stesso Habermas (certamente un amico di lungo corso della democrazia deliberativa, o radicale), lo ha accusato di “nostalgia” per lo Stato Nazione. Di qui la vera differenza tra i due: credere o non nella sopravvissuta possibilità di recuperare la democrazia a livello sovranazionale.

Questo cruciale punto è ricordato così nell’intervista: “negli anni ottanta sono venuto spesso a Bruxelles per produrre i Rapporti per un’Unione Sociale. Jacques Delors, Presidente della Commissione Europea, [in quegli anni] ha venduto come segue la politica [proposta]. In un primo momento bisognava creare un mercato europeo. Ma poiché i mercati non possono stare in piedi da soli – <un mercato non può amare> diceva sempre Delors – sarebbe sorta la necessità di creare un sistema sociale per regolamentare il mercato. Questo è stato un grosso errore. Della cosiddetta dimensione sociale del progetto europeo non resta nulla, assolutamente nulla di sinistra”. E fin dagli anni settanta, per Streeck, la cosa va così. Si solleva sempre la speranza di un ulteriore tempo, un supplementare, nel quale porre la questione sociale.
Per questo il sociologo tedesco, alla fine, non vuole più partecipare a quello che ormai considera solo un auto-inganno. Quello che Habermas propone è quel che Streeck chiama “prinzip hoffnung” (“principio della speranza”), un nuovo governo europeo. Un desiderio senza speranza, anzi un mondo sottosopra: “se il mercato non ascolta la democrazia, allora non bisognerebbe modificare la democrazia, come fa Habermas, per renderla coerente con la globalizzazione neoliberista. Io suggerisco il contrario, organizzare di nuovo i mercati insieme alla democrazia”. Oggi siamo al punto che tanti predicano contro il sistema democratico, proclamandolo finito. Una retorica che suona tanto anni venti e trenta.

Il modello che, per Streeck, funzionava meglio era quello del cosiddetto “capitalismo renano”, che grazie ai suoi alti salari e garanzie, non “malgrado” esse, risultava contemporaneamente più equo ed efficace. Gli alti salari, infatti, costringevano le imprese a investire in innovazione per risparmiare lavoro e questa è stata la base che ha consentito la crescita delle aziende esportatrici ad alta intensità di conoscenza. Di questo la Germania beneficia ancora oggi (che il basso livello dei salari ha nel frattempo indotto una drastica riduzione degli investimenti). Si tratta chiaramente di un modello che ha bisogno di mercati di sbocco per prodotti di alta gamma e di una pressione dal basso costante. L’allentamento di questa (e la minaccia di delocalizzazione in Ungheria, Polonia, Cina, come fatto da molte case) ha indotto la rottura di questo modello ed ha innestato il ciclo ad alta redditività del capitale degli ultimi dieci anni. Questo ciclo ha generato immensi profitti e grandi riserve, ma ha anche progressivamente lasciato invecchiare le infrastrutture.
Streeck, in questo contesto ricorda come la storia economica sia ironica. Negli anni novanta la crisi del modello renano, portò a immaginare la riconversione verso il mercato finanziario (che faceva le fortune di Wall Street e della City), le forti resistenze politiche (Associazioni Industriali e sindacati) ostacolarono la transizione, fino a che al giro di ruota dell’espansione del regime degli scambi internazionali (come abbiamo visto altrove raddoppiato ogni dieci anni, a partire dagli ottanta), la struttura industriale, resa più efficiente dagli investimenti provocati indirettamente dagli alti costi del personale fino al 2003, e più redditiva dalle successive riforme Hartz (che li hanno abbassati) è esplosa con la crisi del 2008 e il deflusso dei crediti che ha ucciso la concorrenza. Ad esempio, confrontando il PIL Italiano e tedesco dal 1999 al 2013, si vede come crescano in modo simile fino al 2005, quando inizia divergere per accelerare dal 2010.

Questa esplosione si è verificata, dall’Intervista a The Current Moment, perché la moneta comune ha garantito le industrie esportatrici contro il rischio di svalutazioni competitive negli altri mercati concorrenti Europei (Italiani in particolare) e al contempo tutelato un tasso di cambio favorevole. Quindi ha generato condizioni macroeconomiche ottimali per un’economia fortemente esportatrice.
Nel contesto della globalizzazione, cioè della libertà di muovere capitali poco tassati ovunque nel mondo, di investire dove si vuole e di vendere le merci prodotte ovunque, con bassi livelli di barriere tariffarie e normative, questa condizione genera una sorta di “doppia sovranità”, cui i governi democraticamente responsabili ed i Parlamenti devono rispondere, una sovranità riferita ai cittadini su scala locale e ai mercati su scala globale. Tra le due –per Streeck- quella che ha più forza è la seconda. È questa condizione che genera la sospensione della democrazia nel momento in cui entra in conflitto con la valorizzazione del capitale. E che la lascia senza alternativa che ridurre le spese (quando sarebbe teoricamente possibile alzare quelle al profitto, ottenendo una migliore distribuzione delle risorse sociali).
In base a questa analisi ci sono poche speranze. Per ristabilire condizioni equilibrate l’austerità andrebbe mantenuta per almeno una ventina di anni (con grandi difficoltà di tenuta per i paesi bersaglio) e accompagnata da trasferimenti compensativi dal nord (con altrettante difficoltà di consenso).
L’alleanza che difende questa soluzione disperata è quella tra industrie esportatrici del Nord (e sindacati) e classi medie del sud, con le loro élite statali. Le prime vogliono continuare a tenere i paesi mediterranei nella “trappola monetaria in cui si sono trasferiti da soli quando hanno aderito alla moneta comune”, per sfruttarne i mercati di sbocco e soprattutto per evitare il rischio delle svalutazioni competitive a loro danno. Le seconde vogliono proteggere i loro risparmi in Euro e sono affezionati alle “vaghe promesse” di mobilità individuale e sostegno collettivo. Si sentono più al sicuro.
Questa trappola, con la sofferenza che comporta, indurrà progressivi rancori nord-sud, sempre maggiore uso di stereotipi (cui lo stesso Streeck non è esente), e svuotamento della democrazia.

Dalla terza Intervista, rilasciata al Goethe Institute, si apprezza la sottolineatura del “guinzaglio corto” che a suo parere Bruxelles terrà sempre verso i paesi del sud (in cambio di sempre insufficienti contentini), e del rischio per la democrazia dell’attrazione dei modelli orientali. Ovviamente allo scopo di rientrare dei capitali prestati (stimabili in ca. 1.000 miliardi di risparmi tedeschi dal 2002 al 2010) con gli interessi (vedi anche qui).

Sul piano delle soluzioni lo studioso tedesco, sostanzialmente indica (l’espansione monetaria in corso non è una soluzione perché “compra tempo” al prezzo di gonfiare nuove bolle) quella di:
-         tassare la ricchezza (“restrizione fiscale”, di recente proposta anche da Reinhart e Rogoff);
-         sospendere la democrazia e procedere a restrizioni di servizi e spese (ampiamente in corso);
-         “arrabbiarsi” e alzare la pressione dal basso.
-         cambiare gioco e disconnettersi (afferma di vedere “con interesse” alle ipotesi di neo-romanticismo legate alla letteratura sulla “bassa crescita”, o de-crescita).


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