Su alcune
testate olandesi e tedesche sono recentemente uscite tre interviste al
sociologo tedesco Wolfgang
Streeck, animatore da sinistra del dibattito sull’Europa, e al centro di
una garbata ma decisa polemica con Jurgen
Habermas. Essenzialmente l’oggetto della contesa è se il deficit (che
entrambi riconoscono gravissimo) di democrazia che il pratico funzionamento dei
meccanismi europei determina (con l’attrazione della sovranità in una zona
opaca) sia superabile con “più” o “meno” Europa. Habermas sostiene
generosamente la prima posizione, Streeck la seconda.
Nella Intervista a De Groene Amsterdamme, il mite
professore dell’Istituto Max Planck di Colonia si infervora quando si tocca il
tema della democrazia tradita. Le sue
parole diventano piene di una “indignazione accuratamente pesata”. Secondo la
sua valutazione, infatti, la democrazia è ridotta alla sola “scatola vuota” del
voto, su nulla da scegliere. I Parlamenti sono stati svuotati di ogni
prerogativa che conta, persino i bilanci si devono far approvare prima a Bruxelles. Le decisioni
veramente importanti sono rese immuni alle pressioni democratiche. L’Europa è
dunque “il becchino della democrazia
nazionale”. Una cosa molto simile a quella che, ad esempio sosteneva Peter
Mair. Ed una posizione che equivale a dire che Dio si sta muovendo nella
direzione sbagliata, e che dunque è ancora tabù in Germania nei “buoni
ambienti”. Come ricorda l’intervista, lo stesso Habermas (certamente un amico
di lungo corso della democrazia deliberativa, o radicale), lo ha accusato di
“nostalgia” per lo Stato Nazione. Di qui la vera differenza tra i due: credere o non nella sopravvissuta possibilità di
recuperare la democrazia a livello sovranazionale.
Questo cruciale punto è ricordato così
nell’intervista: “negli anni ottanta sono venuto spesso a Bruxelles per
produrre i Rapporti per un’Unione Sociale. Jacques Delors, Presidente della
Commissione Europea, [in quegli anni] ha venduto come segue la politica
[proposta]. In un primo momento bisognava creare un mercato europeo. Ma poiché
i mercati non possono stare in piedi da soli – <un mercato non può amare>
diceva sempre Delors – sarebbe sorta la necessità di creare un sistema sociale
per regolamentare il mercato. Questo è stato un grosso errore. Della cosiddetta
dimensione sociale del progetto europeo non resta nulla, assolutamente nulla di
sinistra”. E fin dagli anni settanta, per Streeck, la cosa va così. Si solleva
sempre la speranza di un ulteriore tempo, un supplementare, nel quale porre la
questione sociale.
Per questo il sociologo tedesco, alla
fine, non vuole più partecipare a quello che ormai considera solo un
auto-inganno. Quello che Habermas propone è quel che Streeck chiama “prinzip
hoffnung” (“principio della speranza”), un nuovo governo europeo. Un desiderio
senza speranza, anzi un mondo sottosopra: “se il mercato non ascolta la
democrazia, allora non bisognerebbe modificare la democrazia, come fa Habermas,
per renderla coerente con la globalizzazione neoliberista. Io suggerisco il
contrario, organizzare di nuovo i mercati insieme alla democrazia”. Oggi siamo
al punto che tanti predicano contro il sistema democratico, proclamandolo
finito. Una retorica che suona tanto anni
venti e trenta.
Il modello che, per Streeck, funzionava
meglio era quello del cosiddetto “capitalismo renano”, che grazie ai suoi alti
salari e garanzie, non “malgrado” esse, risultava contemporaneamente più equo
ed efficace. Gli alti salari, infatti, costringevano le imprese a investire in
innovazione per risparmiare lavoro e questa è stata la base che ha consentito la crescita delle aziende esportatrici ad
alta intensità di conoscenza. Di questo la Germania beneficia ancora
oggi (che il basso livello dei salari ha nel frattempo indotto una drastica
riduzione degli investimenti). Si tratta chiaramente di un modello che ha
bisogno di mercati di sbocco per prodotti di alta gamma e di una pressione dal
basso costante. L’allentamento di questa (e la minaccia di delocalizzazione in
Ungheria, Polonia, Cina, come fatto da molte case) ha indotto la rottura di
questo modello ed ha innestato il ciclo ad alta redditività del capitale degli
ultimi dieci anni. Questo ciclo ha generato immensi profitti e grandi riserve,
ma ha anche progressivamente lasciato invecchiare le infrastrutture.
Streeck, in questo contesto ricorda come
la storia economica sia ironica. Negli anni novanta la crisi del modello
renano, portò a immaginare la riconversione verso il mercato finanziario (che
faceva le fortune di Wall Street e della City), le forti resistenze politiche
(Associazioni Industriali e sindacati) ostacolarono la transizione, fino a che
al giro di ruota dell’espansione del regime degli scambi internazionali (come
abbiamo visto altrove raddoppiato ogni dieci anni, a partire dagli ottanta), la
struttura industriale, resa più efficiente dagli investimenti provocati
indirettamente dagli alti costi del personale fino al 2003, e più redditiva
dalle successive riforme Hartz (che li hanno abbassati) è esplosa con la crisi
del 2008 e il deflusso dei crediti che ha ucciso la concorrenza. Ad esempio,
confrontando il PIL Italiano e tedesco dal 1999 al 2013, si vede come crescano
in modo simile fino al 2005, quando inizia divergere per accelerare dal 2010.
Questa esplosione si è verificata, dall’Intervista
a The Current Moment, perché la moneta comune ha garantito le industrie esportatrici
contro il rischio di svalutazioni competitive negli altri mercati concorrenti
Europei (Italiani in particolare) e al contempo tutelato un tasso di cambio
favorevole. Quindi ha generato condizioni macroeconomiche ottimali per un’economia
fortemente esportatrice.
Nel contesto della
globalizzazione, cioè della libertà di muovere capitali poco tassati ovunque
nel mondo, di investire dove si vuole e di vendere le merci prodotte ovunque,
con bassi livelli di barriere tariffarie e normative, questa condizione genera
una sorta di “doppia sovranità”, cui
i governi democraticamente responsabili ed i Parlamenti devono rispondere, una
sovranità riferita ai cittadini su scala locale e ai mercati su scala globale.
Tra le due –per Streeck- quella che ha più forza è la seconda. È questa
condizione che genera la sospensione della democrazia nel momento in cui entra
in conflitto con la valorizzazione del capitale. E che la lascia senza
alternativa che ridurre le spese (quando sarebbe teoricamente possibile alzare
quelle al profitto, ottenendo una migliore distribuzione delle risorse
sociali).
In base a questa analisi ci sono poche speranze. Per ristabilire condizioni equilibrate l’austerità andrebbe
mantenuta per almeno una ventina di anni (con grandi difficoltà di tenuta per i
paesi bersaglio) e accompagnata da trasferimenti compensativi dal nord (con
altrettante difficoltà di consenso).
L’alleanza che difende questa
soluzione disperata è quella tra industrie esportatrici del Nord (e sindacati)
e classi medie del sud, con le loro élite statali. Le prime vogliono continuare
a tenere i paesi mediterranei nella “trappola monetaria in cui si sono
trasferiti da soli quando hanno aderito alla moneta comune”, per sfruttarne i
mercati di sbocco e soprattutto per evitare il rischio delle svalutazioni
competitive a loro danno. Le seconde vogliono proteggere i loro risparmi in
Euro e sono affezionati alle “vaghe promesse” di mobilità individuale e
sostegno collettivo. Si sentono più al sicuro.
Questa trappola, con la
sofferenza che comporta, indurrà progressivi rancori nord-sud, sempre maggiore
uso di stereotipi (cui lo stesso Streeck non è esente), e svuotamento della
democrazia.
Dalla terza Intervista,
rilasciata al Goethe Institute, si apprezza la sottolineatura del
“guinzaglio corto” che a suo parere Bruxelles terrà sempre verso i paesi del
sud (in cambio di sempre insufficienti contentini), e del rischio per la
democrazia dell’attrazione dei modelli orientali. Ovviamente allo scopo di
rientrare dei capitali prestati (stimabili in ca. 1.000 miliardi di risparmi
tedeschi dal 2002 al 2010) con gli interessi (vedi anche qui).
Sul piano delle soluzioni lo studioso tedesco, sostanzialmente indica
(l’espansione monetaria in corso non è una soluzione perché “compra tempo” al
prezzo di gonfiare nuove bolle) quella di:
-
tassare la ricchezza (“restrizione fiscale”,
di recente proposta
anche da Reinhart e Rogoff);
-
sospendere la democrazia e procedere a
restrizioni di servizi e spese (ampiamente in corso);
-
“arrabbiarsi” e alzare la pressione dal basso.
-
cambiare gioco e disconnettersi (afferma di
vedere “con interesse” alle ipotesi di neo-romanticismo legate alla letteratura
sulla “bassa crescita”, o de-crescita).
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