Notevole articolo
di Mark Weisbrot, Direttore del Centro per la Ricerca Politica ed Economica a
Washington, su The Guardian sulla comparazione tra la reazione delle
Istituzioni di governo USA ed Europee alla crisi.
L’autore disegna
una tesi un poco a senso unico, ma molto espressiva e sostanzialmente corretta.
Almeno nel senso che cattura uno dei fattori cruciali.
La comparazione
parte da una semplice costatazione: la recessione americana è durata due anni,
quella europea più del doppio. La prima è finita nel giugno 2009, la seconda
(forse) ora. La disoccupazione ufficiale in Europa è al 12%, negli USA al 6,7%,
anche qui la metà. Nel sud Europa è oltre il 25% mentre giovanile in Europa
oltre il 50%. Sono numeri inaccettabili (l’autore scrive “intolerable”, che
significa qualcosa di diverso; dunque diciamo: “inaccettabili e intollerabili”).
Ora, come
ricorda Weisbrot, gli USA erano l’epicentro della crisi finanziaria, e
ovviamente l’incidenza della finanza nell’economia è alta (solo in Inghilterra
è comparabile). Ma gli USA hanno reagito con politiche diverse: “la più
importante era la politica monetaria: la Federal Reserve ha
abbassato i tassi di interesse a breve termine a zero circa nel 2008 e li ha
tenuti lì da allora. La Fed
ha inoltre segnalato la sua intenzione di mantenere questi tassi di interesse a
questi livelli per un lungo periodo”. Inoltre si è avventurata in un “territorio
inesplorato”, con tre turni di “quantitative easing”, più di $ 2TN di creazione
di moneta. Gli effetti sono stati l’abbassamento dei tassi di interesse a
lungo termine, compreso il tasso cruciale dell’interesse sul mutuo casa, che ha
aiutato il recupero del mercato immobiliare.
Nella zona Euro,
dopo qualche iniziale stimolo nelle stesse aree, hanno praticato la contrazione
dei budget molto più di quanto abbiano pure fatto gli Stati Uniti [sotto
pressione dei Repubblicani]. L’autore ricorda in proposito che il Fondo
Monetario Internazionale (FMI) ha dimostrato
una chiara correlazione (Figura
6) tra questo inasprimento fiscale e la ridotta crescita del PIL.
Diciamo che
tutto questo lo sapevamo. Ma qui l’autore fa uno scatto: “la domanda è: perché i nostri fratelli e sorelle europee sono stati
così sfortunati da essere sottoposti ad una politica economica molto più
brutale di quella che abbiamo vissuto negli Stati Uniti?”
La risposta che
l’autore propone è “la responsabilità [accountability], o la sua mancanza, nelle
persone e nelle Istituzioni che producono le decisioni”.
In Europa la
responsabilità della determinazione ed implementazione delle politiche
economiche è in capo alla cosiddetta “Troika” - la Banca Centrale Europea (BCE), la Commissione Europea ,
e (più di recente) il FMI. Si tratta di tre Enti molto meno responsabili
per i residenti della zona euro - in particolare, ma non solo, per quelli dei
paesi “vittime” (Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Italia) – rispetto a
quanto (anche se relativamente inspiegabili) sono per gli americani la Federal Reserve , il
Congresso degli Stati Uniti e il “Ramo Esecutivo”.
Come ricorderemo
la BCE è
equivalente alla FED, ma meno dipendente dal Parlamento e meno impegnata
statutariamente per la crescita, la Commissione Europea
è un organismo di secondo livello formato dai delegati degli Stati Membri
(proposti dai Governi e approvati dai Parlamenti), il Fondo Monetario
Internazionale è un Ente Pubblico finanziato dagli Stati aderenti e costituito
nel dopoguerra. Nell’elenco dunque abbiamo una sostituzione: ci sono due
istituti finanziari, ed un organismo a livello di Governo nella Troika, mentre
c’è il Parlamento negli USA. Questo fa una enorme differenza.
Infatti, come
mostra bene l’autore, “le autorità europee hanno perseguito un programma
politico”; cioè hanno (e del tutto esplicitamente, ascoltando le dichiarazioni)
“usato la crisi per promuovere certe <riforme> che i cittadini dei paesi
vittime non avrebbero mai votato”. Lo abbiamo scritto tante volte, ad
esempio con Scharpf,
con Streeck, con
Mair, con Piketty,
ma Weisbrot ricorda che “non è una teoria della cospirazione: Exhibit A è
una rassegna di 67 relazioni del FMI sui 27 paesi dell'Unione Europea durante i
quattro anni dal 2008 fino al 2011. Questi rapporti, basati su consultazioni
con i rispettivi governi, mostrano un modello molto coerente: ridurre le dimensioni del governo, di
ridurre il potere contrattuale del lavoro, tagliare la spesa per pensioni e
sanità e aumentare l'offerta di lavoro.”
Lo abbiamo più
volte richiamato, il punto (ci si può riferire al chiarissimo ragionamento di Bini
Smaghi) è che la democrazia è un ostacolo: se si deve superare
drasticamente il modello del welfare state espansivo, nel quale –ricorda Bini
Smaghi- per decenni si era tentato di “combinare crescita con equità senza
danneggiare né l’una né l’altro” (p.183), infatti va fatto necessariamente senza l’assenso delle vittime. Quel che,
secondo l’autore, va compreso è infatti che il welfare non è più compatibile
con la competitività dei sistemi economici occidentali. Insomma, Bini Smaghi
sostiene esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque anche tra
democrazia popolare e crescita.
Sulla base di
idee simili, che sono ampiamente condivise –anche se non sempre con tanta
onestà- nel establishment economico sovranazionale e nelle elité
internazionalizzate nazionali; in tutti i 27 paesi, il FMI ha raccomandato la
contrazione del bilancio, con i tagli alla spesa generalmente favoriti sugli
aumenti delle tasse. In 14 paesi ha fornito il consiglio di tagliare la sanità. In
22 dei 27 paesi ha consigliato di tagliare le pensioni. Nella metà dei paesi,
il FMI ha anche dato consigli sulla riduzione della tutela
dell'occupazione. Quindi di ridurre l'ammissibilità dei pagamenti
invalidità o tagliare l’indennità di disoccupazione, innalzare l'età
pensionabile, e decentrare la contrattazione collettiva.
Questa
intenzione politica “ci dice perché la
BCE ha permesso che crisi finanziarie ripetute e gravi nella
zona euro abbiano preso il loro pedaggio per quasi tre anni”. Solo a
luglio 2012 il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha pronunciato quelle famose
tre parole – “Whatever It Takes” - che, seguite un paio di settimane più tardi
dal nuovo programma “operazioni definitive monetarie”, ha posto fine alla
minaccia di tracollo finanziario.
Secondo l’autore
“fino ad allora”, le Autorità Europee “hanno visto la crisi come un'opportunità
per attuare le loro <riforme> favorite”, quelle che non passavano in
condizioni normali al vaglio dei Parlamenti. Come il FMI ha del resto
scritto in un rapporto del
2009 (pdf): “L'esperienza
storica indica che i consolidamenti fiscali di successo sono stati spesso
lanciati nel bel mezzo della recessione economica o durante le prime fasi di
recupero”.
L'esperienza
della zona Euro mostra, insomma, quanto peggio si può fare (rispetto alle già
demenziali politiche di contenimento del Congresso USA) “quando le persone
perdono gran parte del loro controllo sulle più importanti le politiche
economiche del loro governo”.
Il che è
naturale, perché se -fuori del gergo economicista-, l’idea fondamentale è
che non si può avere più la crescita se
si ha la democrazia popolare, ne consegue che le scelte necessarie devono
essere prese fuori della democrazia.
Dunque ovviamente
gli Organi di Controllo non devono dipendere dalla politica (che è chiaramente
in difficoltà a far prevalere la crescita sull’equità), e bisogna introdurre
“vincoli esterni” (alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare). Quale
migliore occasione della crisi economica più grave del secolo?
L’Unione Europea
si è trasformata così in un modo per evitare la democrazia.
Evitare la
democrazia significa anche evitare di dover giustificare con argomenti
pubblici, e ragioni pretendibili, le proprie scelte. Evitare di esplicitare le
proprie assunzioni, le teorie, le conseguenze. Rende possibile, senza troppi
disturbi, alle Organizzazioni di proseguire la propria interna programmazione
ed applicare le proprie soluzioni preformate.
Impedisce che
dalla discussione possa scaturire qualche elemento di disturbo, che qualcuno
chieda conto del fallimento (se la crisi è un’occasione, essa cosa è?). Che
qualcuno possa sospettare che il treno sia deragliato, e che forse prima di
rimetterlo sui binari sarebbe utile capire perché.
In un post
forse troppo barocco (come mi dicono e sarà vero) di qualche giorno fa mi
chiedevo se questa incapacità di decidere in modo innovativo, se questo
ripetere lo stesso “mantra” (“ridurre lo Stato”) in tutte le occasioni, se
questa impermeabilità non di una o due Organizzazioni ma di tutto un ambiente,
non nascondesse uno spiazzamento strutturale. Se l’intera cultura tecnica, compatta ideologia e coerenti
rappresentazioni che questi Organismi esprimono, attraverso la volontà di
fare a meno dell’ingombrante democrazia popolare e dei suoi Istituti, non
indichi proprio quella centralità, quasi assoluta, della finanza a-spaziale (i
cosiddetti “mercati”) nel centro stesso del sistema, quella sua
indispensabilità per il mantenimento dell’equilibrio, quella marginalità
oggettiva delle vecchie Istituzioni nate dai conflitti locali del secolo
precedente (i Parlamenti a suffragio universale, sindacati, associazioni
datoriali, varie sfere pubbliche nazionali) e delle forze sociali che ad esse
si riferiscono, che porta con se –si potrebbe dire automaticamente- la
“vittimizzazione” dei non-rappresentati.
In questa
lettura il legame essenziale delle Organizzazioni citate e delle elitè che in
esse si muovono e rappresentano, rende letteralmente invisibile ad esse l’ipotesi che il treno sia deragliato. Dal loro
punto di vista è una tappa per rifornimento. Impossibile prendere in
considerazione che abbia impattato sui
suoi limiti intrinseci un modello di sfruttamento sociale ed ambientale
potente ma molto squilibrante. Un modello che ha fatto esplodere le
ineguaglianze sociali fino ad erodere sia la capacità di auto sostentamento
economico sia quello della coesione sociale. Che ha proceduto ad effetti di
polarizzazione e densificazione, esattamente simmetrici ai processi di
marginalizzazione e rarefazione.
In questa
volontà di sottrarsi al confronto in pubblico, e di esercitare un’astuzia, una
dissimulazione si esprime al meglio un’intera cultura che, come avevamo
scritto, si è sviluppata in frontale opposizione ai fallimenti della precedente
gestalt egemone (cioè all’approccio del welfare, eletto a primario nemico), ed ha
ormai una fortissima inerzia. Tende automaticamente a riprodurre le proprie
ricette, ormai diventate dogma.
La cosa non è
disincarnata, è anche l’effetto pratico e materiale di un’immensa massa di
potere e denaro che naturalmente determina un’enorme capacità di gestione dell’informazione,
della costruzione di senso e dei relativi veicoli. Una capacità di inquadrare
ogni nuovo problema in vecchie soluzioni che non può essere in alcun modo
sottovalutato.
Ma proprio
questo effetto, per molti versi naturale, rende assolutamente necessario di
applicare l’intelligenza della democrazia. Di sottoporsi al vaglio
dell’argomento pubblico, di calarsi nella dinamica del consenso.
Scorciatoie,
come quella preferita dalla Troika, di presentare le ricette come
“inevitabili”, di farlo nel momento dell’emergenza, di farlo con documenti
“riservati” e costruiti in stanze chiuse, oltre ad essere inaccettabili, sono anche intollerabili
nei loro effetti.
Calarsi nel
processo democratico, al contrario, significherebbe rendere plurale la
decisione; incorporare in essa in modo visibile un necessario contenuto
emotivo, capace di sollecitare lealtà; produrre e rafforzare valori sociali,
implementandone la condivisione; interpretare la storia comune, ridefinirla,
alla luce delle nuove sfide e della situazione; creare alleanze (o scinderne di
esistenti e non più attuali o rappresentative); delimitare il conflitto.
Alcuni temi sui
quali riflettere potrebbero essere:
-
il malfunzionamento essenziale della finanza (in
particolare bancaria) nell’adempiere suo ruolo di mediazione tra risparmio ed
impieghi produttivi, che ha avuto sin dal medioevo, la tendenza di questa di
risucchiare la liquidità ed il risparmio senza restituirla ad usi produttivi;
-
lo scollamento tra la crescita della produttività e
l’occupabilità o la rendita del lavoro, che ha provocato nel tempo la
stagnazione della quota distribuita ai salari ed al lavoro nella gran parte
della piramide sociale e quindi la carenza strutturale di domanda interna auto
sostenuta (non a debito);
-
lo spaccamento della società in enclave incomunicanti
ed il rifiuto della parte fortunata di condividere le sue ricchezze tornate peraltro
a livelli ottocenteschi;
-
la prevalenza della competizione e dell’egoismo sulla
cooperazione e solidarietà, senza la quale la società precipita nel caos e
nell’odio.
Se questi temi
(insieme alla consapevolezza che il treno è deragliato) venissero portati nella
sfera pubblica, anziché essere ignorati nelle segrete stanze, il processo, per
quanto articolato e rischioso, avrebbe il pregio, in questo momento impagabile,
di fissare la definizione dei valori sociali che si condividono e di diventare
matrice di nuova società.
Viceversa
procederemo su questa strada ad occhi chiusi, fino a che le “vittime” magari si
prenderanno la loro vendetta.
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