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venerdì 17 gennaio 2014

Mark Weisbrot, “Perché l’Economia europea ha fatto peggio di quella degli Stati Uniti?”


Notevole articolo di Mark Weisbrot, Direttore del Centro per la Ricerca Politica ed Economica a Washington, su The Guardian sulla comparazione tra la reazione delle Istituzioni di governo USA ed Europee alla crisi.

L’autore disegna una tesi un poco a senso unico, ma molto espressiva e sostanzialmente corretta. Almeno nel senso che cattura uno dei fattori cruciali.
La comparazione parte da una semplice costatazione: la recessione americana è durata due anni, quella europea più del doppio. La prima è finita nel giugno 2009, la seconda (forse) ora. La disoccupazione ufficiale in Europa è al 12%, negli USA al 6,7%, anche qui la metà. Nel sud Europa è oltre il 25% mentre giovanile in Europa oltre il 50%. Sono numeri inaccettabili (l’autore scrive “intolerable”, che significa qualcosa di diverso; dunque diciamo: “inaccettabili e intollerabili”).
Ora, come ricorda Weisbrot, gli USA erano l’epicentro della crisi finanziaria, e ovviamente l’incidenza della finanza nell’economia è alta (solo in Inghilterra è comparabile). Ma gli USA hanno reagito con politiche diverse: “la più importante era la politica monetaria: la Federal Reserve ha abbassato i tassi di interesse a breve termine a zero circa nel 2008 e li ha tenuti lì da allora. La Fed ha inoltre segnalato la sua intenzione di mantenere questi tassi di interesse a questi livelli per un lungo periodo”. Inoltre si è avventurata in un “territorio inesplorato”, con tre turni di “quantitative easing”, più di $ 2TN di creazione di moneta. Gli effetti sono stati l’abbassamento dei tassi di interesse a lungo termine, compreso il tasso cruciale dell’interesse sul mutuo casa, che ha aiutato il recupero del mercato immobiliare. 
Nella zona Euro, dopo qualche iniziale stimolo nelle stesse aree, hanno praticato la contrazione dei budget molto più di quanto abbiano pure fatto gli Stati Uniti [sotto pressione dei Repubblicani]. L’autore ricorda in proposito che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha dimostrato una chiara correlazione (Figura 6) tra questo inasprimento fiscale e la ridotta crescita del PIL.

Diciamo che tutto questo lo sapevamo. Ma qui l’autore fa uno scatto: “la domanda è: perché i nostri fratelli e sorelle europee sono stati così sfortunati da essere sottoposti ad una politica economica molto più brutale di quella che abbiamo vissuto negli Stati Uniti?

La risposta che l’autore propone è “la responsabilità [accountability], o la sua mancanza, nelle persone e nelle Istituzioni che producono le decisioni”. 
In Europa la responsabilità della determinazione ed implementazione delle politiche economiche è in capo alla cosiddetta “Troika” - la Banca Centrale Europea (BCE), la Commissione Europea, e (più di recente) il FMI. Si tratta di tre Enti molto meno responsabili per i residenti della zona euro - in particolare, ma non solo, per quelli dei paesi “vittime” (Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Italia) – rispetto a quanto (anche se relativamente inspiegabili) sono per gli americani la Federal Reserve, il Congresso degli Stati Uniti e il “Ramo Esecutivo”.
Come ricorderemo la BCE è equivalente alla FED, ma meno dipendente dal Parlamento e meno impegnata statutariamente per la crescita, la Commissione Europea è un organismo di secondo livello formato dai delegati degli Stati Membri (proposti dai Governi e approvati dai Parlamenti), il Fondo Monetario Internazionale è un Ente Pubblico finanziato dagli Stati aderenti e costituito nel dopoguerra. Nell’elenco dunque abbiamo una sostituzione: ci sono due istituti finanziari, ed un organismo a livello di Governo nella Troika, mentre c’è il Parlamento negli USA. Questo fa una enorme differenza.

Infatti, come mostra bene l’autore, “le autorità europee hanno perseguito un programma politico”; cioè hanno (e del tutto esplicitamente, ascoltando le dichiarazioni) “usato la crisi per promuovere certe <riforme> che i cittadini dei paesi vittime non avrebbero mai votato”. Lo abbiamo scritto tante volte, ad esempio con Scharpf, con Streeck,  con Mair, con Piketty, ma Weisbrot ricorda che “non è una teoria della cospirazione: Exhibit A è una rassegna di 67 relazioni del FMI sui 27 paesi dell'Unione Europea durante i quattro anni dal 2008 fino al 2011. Questi rapporti, basati su consultazioni con i rispettivi governi, mostrano un modello molto coerente: ridurre le dimensioni del governo, di ridurre il potere contrattuale del lavoro, tagliare la spesa per pensioni e sanità e aumentare l'offerta di lavoro.”
Lo abbiamo più volte richiamato, il punto (ci si può riferire al chiarissimo ragionamento di Bini Smaghi) è che la democrazia è un ostacolo: se si deve superare drasticamente il modello del welfare state espansivo, nel quale –ricorda Bini Smaghi- per decenni si era tentato di “combinare crescita con equità senza danneggiare né l’una né l’altro” (p.183), infatti va fatto necessariamente senza l’assenso delle vittime. Quel che, secondo l’autore, va compreso è infatti che il welfare non è più compatibile con la competitività dei sistemi economici occidentali. Insomma, Bini Smaghi sostiene esistere un trade-off tra equità e crescita, e dunque anche tra democrazia popolare e crescita.

Sulla base di idee simili, che sono ampiamente condivise –anche se non sempre con tanta onestà- nel establishment economico sovranazionale e nelle elité internazionalizzate nazionali; in tutti i 27 paesi, il FMI ha raccomandato la contrazione del bilancio, con i tagli alla spesa generalmente favoriti sugli aumenti delle tasse. In 14 paesi ha fornito il consiglio di tagliare la sanità. In 22 dei 27 paesi ha consigliato di tagliare le pensioni. Nella metà dei paesi, il FMI ha anche dato consigli sulla riduzione della tutela dell'occupazione. Quindi di ridurre l'ammissibilità dei pagamenti invalidità o tagliare l’indennità di disoccupazione, innalzare l'età pensionabile, e decentrare la contrattazione collettiva.

Questa intenzione politica “ci dice perché la BCE ha permesso che crisi finanziarie ripetute e gravi nella zona euro abbiano preso il loro pedaggio per quasi tre anni”. Solo a luglio 2012 il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha pronunciato quelle famose tre parole – “Whatever It Takes” - che, seguite un paio di settimane più tardi dal nuovo programma “operazioni definitive monetarie”, ha posto fine alla minaccia di tracollo finanziario.
Secondo l’autore “fino ad allora”, le Autorità Europee “hanno visto la crisi come un'opportunità per attuare le loro <riforme> favorite”, quelle che non passavano in condizioni normali al vaglio dei Parlamenti. Come il FMI ha del resto scritto in un rapporto del 2009 (pdf): “L'esperienza storica indica che i consolidamenti fiscali di successo sono stati spesso lanciati nel bel mezzo della recessione economica o durante le prime fasi di recupero”.

L'esperienza della zona Euro mostra, insomma, quanto peggio si può fare (rispetto alle già demenziali politiche di contenimento del Congresso USA) “quando le persone perdono gran parte del loro controllo sulle più importanti le politiche economiche del loro governo”.

Il che è naturale, perché se -fuori del gergo economicista-, l’idea fondamentale è che non si può avere più la crescita se si ha la democrazia popolare, ne consegue che le scelte necessarie devono essere prese fuori della democrazia
Dunque ovviamente gli Organi di Controllo non devono dipendere dalla politica (che è chiaramente in difficoltà a far prevalere la crescita sull’equità), e bisogna introdurre “vincoli esterni” (alcuni già presenti, altri da costituzionalizzare). Quale migliore occasione della crisi economica più grave del secolo?
L’Unione Europea si è trasformata così in un modo per evitare la democrazia.

Evitare la democrazia significa anche evitare di dover giustificare con argomenti pubblici, e ragioni pretendibili, le proprie scelte. Evitare di esplicitare le proprie assunzioni, le teorie, le conseguenze. Rende possibile, senza troppi disturbi, alle Organizzazioni di proseguire la propria interna programmazione ed applicare le proprie soluzioni preformate.
Impedisce che dalla discussione possa scaturire qualche elemento di disturbo, che qualcuno chieda conto del fallimento (se la crisi è un’occasione, essa cosa è?). Che qualcuno possa sospettare che il treno sia deragliato, e che forse prima di rimetterlo sui binari sarebbe utile capire perché.

In un post forse troppo barocco (come mi dicono e sarà vero) di qualche giorno fa mi chiedevo se questa incapacità di decidere in modo innovativo, se questo ripetere lo stesso “mantra” (“ridurre lo Stato”) in tutte le occasioni, se questa impermeabilità non di una o due Organizzazioni ma di tutto un ambiente, non nascondesse uno spiazzamento strutturale. Se l’intera cultura tecnica, compatta ideologia e coerenti rappresentazioni che questi Organismi esprimono, attraverso la volontà di fare a meno dell’ingombrante democrazia popolare e dei suoi Istituti, non indichi proprio quella centralità, quasi assoluta, della finanza a-spaziale (i cosiddetti “mercati”) nel centro stesso del sistema, quella sua indispensabilità per il mantenimento dell’equilibrio, quella marginalità oggettiva delle vecchie Istituzioni nate dai conflitti locali del secolo precedente (i Parlamenti a suffragio universale, sindacati, associazioni datoriali, varie sfere pubbliche nazionali) e delle forze sociali che ad esse si riferiscono, che porta con se –si potrebbe dire automaticamente- la “vittimizzazione” dei non-rappresentati.

In questa lettura il legame essenziale delle Organizzazioni citate e delle elitè che in esse si muovono e rappresentano, rende letteralmente invisibile ad esse l’ipotesi che il treno sia deragliato. Dal loro punto di vista è una tappa per rifornimento. Impossibile prendere in considerazione che abbia impattato sui suoi limiti intrinseci un modello di sfruttamento sociale ed ambientale potente ma molto squilibrante. Un modello che ha fatto esplodere le ineguaglianze sociali fino ad erodere sia la capacità di auto sostentamento economico sia quello della coesione sociale. Che ha proceduto ad effetti di polarizzazione e densificazione, esattamente simmetrici ai processi di marginalizzazione e rarefazione.

In questa volontà di sottrarsi al confronto in pubblico, e di esercitare un’astuzia, una dissimulazione si esprime al meglio un’intera cultura che, come avevamo scritto, si è sviluppata in frontale opposizione ai fallimenti della precedente gestalt egemone (cioè all’approccio del welfare, eletto a primario nemico), ed ha ormai una fortissima inerzia. Tende automaticamente a riprodurre le proprie ricette, ormai diventate dogma.
La cosa non è disincarnata, è anche l’effetto pratico e materiale di un’immensa massa di potere e denaro che naturalmente determina un’enorme capacità di gestione dell’informazione, della costruzione di senso e dei relativi veicoli. Una capacità di inquadrare ogni nuovo problema in vecchie soluzioni che non può essere in alcun modo sottovalutato.

Ma proprio questo effetto, per molti versi naturale, rende assolutamente necessario di applicare l’intelligenza della democrazia. Di sottoporsi al vaglio dell’argomento pubblico, di calarsi nella dinamica del consenso.

Scorciatoie, come quella preferita dalla Troika, di presentare le ricette come “inevitabili”, di farlo nel momento dell’emergenza, di farlo con documenti “riservati” e costruiti in stanze chiuse, oltre ad essere inaccettabili, sono anche intollerabili nei loro effetti.
Calarsi nel processo democratico, al contrario, significherebbe rendere plurale la decisione; incorporare in essa in modo visibile un necessario contenuto emotivo, capace di sollecitare lealtà; produrre e rafforzare valori sociali, implementandone la condivisione; interpretare la storia comune, ridefinirla, alla luce delle nuove sfide e della situazione; creare alleanze (o scinderne di esistenti e non più attuali o rappresentative); delimitare il conflitto.

Alcuni temi sui quali riflettere potrebbero essere:
-          il malfunzionamento essenziale della finanza (in particolare bancaria) nell’adempiere suo ruolo di mediazione tra risparmio ed impieghi produttivi, che ha avuto sin dal medioevo, la tendenza di questa di risucchiare la liquidità ed il risparmio senza restituirla ad usi produttivi;
-          lo scollamento tra la crescita della produttività e l’occupabilità o la rendita del lavoro, che ha provocato nel tempo la stagnazione della quota distribuita ai salari ed al lavoro nella gran parte della piramide sociale e quindi la carenza strutturale di domanda interna auto sostenuta (non a debito);
-          lo spaccamento della società in enclave incomunicanti ed il rifiuto della parte fortunata di condividere le sue ricchezze tornate peraltro a livelli ottocenteschi;
-          la prevalenza della competizione e dell’egoismo sulla cooperazione e solidarietà, senza la quale la società precipita nel caos e nell’odio.

Se questi temi (insieme alla consapevolezza che il treno è deragliato) venissero portati nella sfera pubblica, anziché essere ignorati nelle segrete stanze, il processo, per quanto articolato e rischioso, avrebbe il pregio, in questo momento impagabile, di fissare la definizione dei valori sociali che si condividono e di diventare matrice di nuova società.


Viceversa procederemo su questa strada ad occhi chiusi, fino a che le “vittime” magari si prenderanno la loro vendetta.



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