Chiariva James
G. March, eminente studioso di Teoria delle Organizzazioni e Psicologia
sociale, collega di Herbert Simon negli studi sulla razionalità, nel 1988, che
le organizzazioni vanno in cerca di nuove strade, quando le performance non
soddisfano le attese ed emergono difficoltà, ma spesso le azioni che si intraprendono sono guidate dalle soluzioni e non dai problemi. I cambiamenti sono,
insomma, indotti dalle soluzioni preesistenti e non dai problemi specifici del caso. Soprattutto quando la
situazione è complessa, i nessi di causalità sono ambigui e le tecniche
applicabili molteplici, la spinta a riapplicare una soluzione che ha
funzionato, e i cui effetti sono familiari, è molto forte.
C’è anche un
altro motivo: le organizzazioni devono cambiare, perché fermarsi è contrario alla
percezione di sé come efficace e dinamica. E’, insomma, un fallimento. “Le
organizzazioni sono combinazioni complesse di attività, scopi e significati”,
tuttavia sono debolmente collegate e coerenti al loro interno: “il
comportamento ha un legame debole con le intenzioni; le azioni di un segmento
dell’organizzazione sono debolmente collegate, con quelle svolte in un’altra
parte di quest’ultima; le decisioni di oggi si legano vagamente a quelle che
saranno prese domani” (in Decisioni ed
Organizzazioni, p. 187).
Dunque spesso le
soluzioni vincenti tornano, in cerca di
nuovi problemi.
D’altra parte
qui si sta parlando di Governi, e di Organismi Intergovernativi come l’Unione
Europea. Si tratta in realtà dell’assemblaggio di numerose e grandi organizzazioni,
che hanno assetto e natura istituzionale. Dunque una notevole inerzia (in parte
voluta e progettata), e di un grado di opacità molto alto.
I Governi e le
Istituzioni non vivono nel vuoto. Sono letteralmente immersi in un tessuto di
relazioni e continuamente assediati da stakeholders; continuamente scrutate da
sfere pubbliche occhiute; continuamente pungolate a rispondere e dare conto.
Chi vive intorno
al governo, trae beneficio dalle sue scelte od omissioni, cerca continuamente
di influenzarlo e di imporre le proprie priorità ed esigenze come collettive.
Molto spesso una dinamica di successo riesce in questo modo a rafforzarsi e
stabilizzarsi. Una data politica avvantaggia alcuni, questi acquistano spazio e
dimensione, entrano in possesso d’ingenti risorse, che utilizzano per
assicurarsi che la politica non cambi. Che il loro interesse sia percepito come
“interesse generale”. Alla prima occasione cercano di ripetere il gioco. In
fondo sono loro che hanno il potere; rappresentano il “sistema di azione” più
efficace.
Allora la
“soluzione”, che giova al sistema di azione più forte, torna in cerca di nuovi
problemi.
Abbiamo un
esempio in Italia di questa dinamica nella tendenza di cedere alle pressioni di
imprese poco efficienti per farsi proteggere con svalutazioni per tutti gli
anni settanta ed ottanta; ne abbiamo, però, uno molto più recente e che ci
riguarda molto da vicino nella vicenda raccontata da Vladimiro Giacchè nel suo libro.
Il 9 novembre
del 1989, mentre March aveva appena finito di scrivere, a Berlino il muro
veniva travolto (con 24 ore di anticipo) da folle che, ormai senza ostacolo,
sciamavano felici nella parte Ovest.
Che cosa era
successo? L’intero impero sovietico, abbastanza improvvisamente, stava
crollando sotto la spinta di un crollo morale ed organizzativo senza
precedenti. Nell’arco di pochissimi mesi tutti i paesi del Patto di Varsavia
defezionarono. La Germania
dell’Est era stata per quaranta anni separata da quella dell’Ovest. Si era
presentata alle olimpiadi (nelle quali aveva vinto tantissime medaglie), aveva
avuto i suoi ambasciatori. Era uno Stato riconosciuto e mediamente stimato.
Aveva un’economia fortemente diretta alle esportazioni (esportava il 50% nei
paesi del Patto), come ovvio completamente pubblica. Tutte le aziende erano
“del popolo”. La disoccupazione era proibita dalla Costituzione.
Giacchè ci
dimostra che, pur avendo notevoli problemi per lo stato generale del Blocco
Sovietico che era in disfacimento da tempo, la sua economia non era “alla
bancarotta”. Il debito pubblico era molto basso, ed anche quello privato (di
gran lungo inferiore a quello Occidentale). I debiti verso l’occidente
ammontavano a 12 miliardi di dollari. La produttività era bassa, inferiore del
45% a quella della Germania Federale.
Tuttavia la
situazione non era politicamente
sostenibile. L’intero mondo sovietico si stava disfacendo a velocità crescente
(mentre Gorbaciov cercava di gestire la transizione). Il 7 febbraio 1990 il
Segretario di Stato Americano, James Baker, andò a Mosca e ottenne dal
Segretario Generale Sovietico l’autorizzazione a lasciare unificare le due
germanie. In quei giorni, presumibilmente erano stati tenuti contatti frenetici
tra i governi occidentali, per concordare tale possibilità. Risulta, infatti,
da altre ricostruzioni concertazioni in corso tra il Governo Inglese, quello
Francese (Mitterrand) e Italiano (Andreotti), con il Cancelliere Khol.
Fatto sta che
molto rapidamente, con l’attiva presenza di Wolfgang Schauble, allora Ministro
dell’Interno, viene definita una Unione Monetaria, che sarebbe stata seguita da
un Trattato di Unificazione. L’Unione Monetaria è decretata a partire dal 1
luglio 1990.
Subito dopo il
nuovo Governo dell’Est (che ha fatto seguito a libere elezioni nelle quali i
Partiti dell’Ovest, facendo una massiccia e costosa campagna elettorale,
avevano preso il controllo degli omologhi rapidamente formati all’Est), in due
mesi promulgò un nuovo sistema di leggi fotocopiato da quello dell’Ovest.
L’Unione
Monetaria convertirà, in una mattina, i marchi dell’Est in marchi unitari
secondo un concambio così definito: prezzi, stipendi, pensioni 1:1; patrimoni e
debiti 1:2 (cioè dimezzano). La ricchezza cumulata dei cittadini dell’est passa
così da 193 miliardi di marchi a 129 miliardi. Immediatamente si ebbe una
gigantesca svalutazione delle merci importate. Infatti il coefficiente di
conversione che si era sempre usato (ed in base al quale si trovava, ad
esempio, una lattina di coca cola) era 1:4,4. Quindi la lattina di coca cola,
la mattina dopo costava il 450% in meno.
Quindi tutte le aziende dell’est, improvvisamente esposte alla concorrenza immediata
di quelle dell’Ovest si trovarono irrimediabilmente fuori mercato. Come scrisse
Hans Modrow “l’Unione Monetaria spezzò il collo all’economia della RDT”.
Dopo questo
evento drammatico l’Unione Politica era ovviamente irreversibile. In questi
termini, ci racconta Giacchè, viene raccontata da tutti. Ad esempio da Richard
Schroder della SPD dell’Est: “La rapida Unione Monetaria fu opportuna per
motivi non economici, ma politici”. Di fatto, utilizzando l’art. 23 della
Costituzione Occidentale, viene stipulato un nuovo Trattato sull’unificazione
politica che assorbe i singoli Lander.
Il primo passo
era quindi stato fatto, ed anche il secondo. Ora bisognava definire altri due
aspetti: la ristrutturazione della struttura industriale pubblica e la
definizione dei debiti privati delle aziende. Infatti nell’economia dell’Est le
aziende che erano dello Stato, come le Banche, avevano un complesso sistema di
finanziamento e di indebitamento nominale che rappresentava una semplice
“partita di giro”.
Il primo
problema fu affrontato trasferendo la proprietà di tutte le aziende di Stato
dell’Est ad una società pubblica, la Treuhandanstalt.
Una società potentissima, che con rapidità straordinaria e
procedure forzate privatizzò praticamente l’intera economia dell’Est nell’arco
di pochissimi anni. La società ebbe tre Presidenti, di cui uno ucciso dalla
RAF. Malgrado il compito nominale fosse ristrutturare e tutelare le aziende
pubbliche, i tecnici della società le giudicarono tutte irrecuperabili. E per
lo più le vendettero a prezzi molto bassi ai loro concorrenti dell’Ovest. Di
fatto solo 1/10 delle aziende fu giudicato “risanabile”. La cosa più o meno
funzionava così: il Commissario entrava, verificava le condizioni, e
normalmente privatizzava. A consuntivo Giacchè ci racconta che l’87% delle
imprese privatizzate (che erano il 90% del totale) fu venduto ad aziende della
Germania Ovest, il 7% ad acquirenti stranieri, solo il 6% a imprenditori
dell’Est (o manager dell’impresa). In genere le imprese vendute più rapidamente
erano banche, assicurazioni, catene alberghiere, imprese elettriche, raffinerie
di zucchero (c’erano quote europee), cioè imprese operanti in monopolio locale.
Lo Stato accompagnava la privatizzazione con un contributo pubblico alla
ristrutturazione (senza obblighi di conservare l’occupazione); dunque le altre
imprese privatizzate furono comprate per i contributi, o per acquisire immobili
e terreni, o per eliminare concorrenti. Viene fatto qualche esempio: Cantieri
Warnow comprati per 1 milione e dotati di contributi pubblici per 1.528
milioni. La compagnia aerea riceve offerte da British Airways, è appetibile.
Viene chiusa e gli “slot” dati a Lufthansa. Complessivamente i ricavi per lo
Stato Tedesco furono di 73 miliardi di marchi (34 miliardi di euro), per
privatizzare aziende che avevano 4.000.000 di dipendenti (solo le aste delle
frequenze Umts frutteranno 50 miliardi). Però lo Stato spese 154 miliardi di
marchi di spese di risanamento, 44 miliardi per bonifiche ambientali, 34
miliardi di “altri costi”, e 101 miliardi per coprire i “vecchi debiti”.
Si, perché
l’altra vicenda significativa è quella dei vecchi debiti. Come detto erano
figurativi, ma nel frattempo le banche creditrici erano state privatizzate.
Dunque ne pretesero la restituzione fino all’ultimo marco.
Nell’operazione
si persero ca. 2.500.000 posti di lavoro.
In un’annessione
che si rispetti, da che mondo e mondo, i dominatori occupano tutti i posti di
responsabilità e riducono i vinti allo stato di sottoposti. Li delegittimano.
Se potè succedere ai nobili romani in epoca tardo imperiale, figuriamoci ai
tedeschi dell’Est, che avevano lo stimma di “comunisti”. Dunque partì una vasta
operazione di criminalizzazione che portò a procedimenti penali, per
collaborazionismo, per oltre 100.000 cittadini. Giacchè ci racconta episodi
francamente ridicoli (se non fossero tragici), come quello di un Funzionario
della Stasi che, in mancanza di meglio, fu condannato per aver ucciso due
poliziotti nel ’31 (cioè: un comunista che viene condannato perché ha ucciso due persone, sessanta anni prima). O il caso Wolf
(eminente scrittrice tedesca orientale) o lo stesso caso Merkel (sfiorata in
alcuni libri).
Fu
sostanzialmente liquidato l’intero ceto intellettuale dell’Est, incluso chi si era opposto al regime.
La
colonizzazione, che seguì all’annessione, portò conseguenze economiche profonde
a vantaggio dell’Ovest: una quasi completa deindustrializzazione,
l’eliminazione di un potenziale concorrente (i land dell’Est sono storicamente
uno dei cuori industriali della Germania), la creazione di un mercato
controllato e sottoposto nel quale vendere le proprie merci, un flusso
emigratorio continuo di forza lavoro qualificata. Per l’Est, simmetricamente,
comportò la riduzione del tenore di vita, la denatalità, l’esplosione della
disoccupazione, lo spopolamento (se ne andarono ca. 4.000.000 di persone,
mentre 2.000.000 arrivarono ad occupare i posti di prestigio e direzionali). Tipicamente
se ne andarono i giovani, per lo più donne e qualificate.
L’Ovest vide invece
quello che si può certamente qualificare come “un imponente stimolo
keynesiano”, il trend di crescita dell’economia fece un salto stimato
dall’Istituto di Halle nel 7% in più di PIL rispetto al trend nei successivi
sette anni. Tra il 1980 ed il 1989 la crescita cumulata era stata del 18,1%
(1,8% all’anno), nel 1990 il Pil cresce del 4,5% e nel 1991 del 3,2%.
Una cosa appare,
però, particolarmente importante per il prosieguo delle vicende europee:
tramite l’annessione dell’Est la
Germania è subentrata nella posizione dominante che aveva
nell’area orientale dell’Europa. Si tratta di un mercato (che successivamente
in parte entrerà nell’Unione Europea) di 100 milioni di persone. Oggi sono la
periferia dell’hub industriale tedesco ed ospitano le reti di subfornitura.
Anche grazie a questa operazione l’export tedesco è passato dal 23% del PIL del
1995 al 51,9% del PIL nel 2012. Un dato assolutamente abnorme.
Gli effetti
sulla ricchezza personale furono altrettanto grandi: i profitti delle società
per azioni crebbero del 75%, il patrimonio di 300 miliardi di marchi. Il numero
dei milionari del 40%, la ricchezza delle famiglie all’Ovest raddoppiò.
Ormai, però,
sono passati tredici anni. Dunque che è successo nel seguito? Qui l’analisi di
Giacchè è particolarmente impietosa: una completa mezzogiornificazione.
Han-Werner Sinn, si trovò a dire: “invece di un miracolo economico, è sorto un
secondo mezzogiorno in Europa, una regione economica zoppicante, che non riesce
a connettersi alle regioni più sviluppate del Paese”. La regione ha un deficit
commerciale del 45% (il Sud Italia lo ha del 12,5%) e per quasi metà la
popolazione vive di sussidi. Una regione che riceve trasferimenti per il 4% del
PIL tedesco e li dovrà ricevere ancora per decenni (forse 30 anni).
Vladimiro
Giacchè conclude il testo evidenziando che “la storia della fine della Rdt è
anche la nostra storia. … La configurazione attuale del capitalismo europeo e
dei rapporti di forza interni ad esso è semplicemente impensabile senza
l’annessione della Rdt”.
I motivi sono:
la nuova centralità geopolitica (anzi, la recuperata centralità); la decisione
connessa di “imbrigliare” il marco tedesco con l’Unione Monetaria. Una
decisione che probabilmente ne era anzi la condizione posta nella trattativa tra Francia e Germania.
Inoltre l’Unione
Monetaria tedesca è la prova generale, la meccanica, la matrice dell’Unione
dell’Euro. Come quella spinge verso le altre forme di unificazione. Ma con un
imprevisto: la crisi dei mutui subprime del 2008. Che ha creato condizioni
macroeconomiche sfavorevoli, imponendo sacrifici che probabilmente faranno
saltare il programma.
In effetti alla
luce di questo racconto sono più chiare alcune dinamiche poco comprensibili (e
che, infatti, gli osservatori esterni –in particolare americani- faticano molto
a comprendere):
- le favole e le paure che hanno nutrito l’opinione pubblica tedesca in questi tredici anni, nel racconto di un’unificazione condotta “per generosità” dalla CDU di Kohl, ma che è costata e costa ingenti trasferimenti;
- i miti e l’orgoglio di un Paese che fa il suo dovere, ed ha riconquistato una centralità ed un successo grazie ai suoi meriti ed alla sua parsimonia;
- i ricordi ed il potere, delle elité industriali e finanziarie, strettamente alleate, che hanno conquistato sterminati nuovi territori nel 1990, ottenendo in premio la decuplicazione della loro forza, e lo sbilanciamento a loro favore di tutti i rapporti di forza;
- il desiderio, di ripetere la “soluzione” su altri “problemi”;
Nessuno di
questi elementi è corretto: le favole
sono tali, mentre le paure sono
immotivate; l’orgoglio sarà anche
giustificato, ma non in questa vicenda (che dovrebbe, casomai, sollevare il
sentimento contrario); il potere è
reale, ma non è una bella cosa e non è utile all’intera società tedesca e,
tanto meno, europea.
Un’economia
nella quale una componente (l’industria di esportazione e le banche private) ha
fruito di un tale stimolo e si è espansa in modo abnorme e velocissimo è malata; come un drogato ha bisogno
sempre di essere iperstimolata, e si nutre di tutte le energie. Il risultato è
la contrazione eccessiva dei mercati interni, e dei salari, lo sfruttamento esasperato, ed
un concetto sbagliato di ciò che è utile. Ma il risultato è anche la forza di
imporre tale punto di vista al Governo Federale e, tramite questo, all'Europa.
Dunque, visto
che ognuno desidera il suo bene e
ricorda ciò che lo ha procurato, la meccanica dell’annessione dell’Est (unione
monetaria sbilanciata, annessione, distruzione industriale, rimborso forzato
dei debiti, abbassamento dei salari, occupazione del mercato interno per
sfruttarne i consumi) è diventata la “soluzione” che cerca nuovi “problemi”.
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Facendo uso di alcune utili e gradite conversazioni su altri social network partiti da questo post, provo a precisare il mio pensiero (che non è quello dell'autore del libro che consiglio vivamente di leggere):
RispondiElimina- Ovviamente bisogna ricordare che la situazione geopolitica nella quale la vicenda si avvia è molto delicata, tra il 1998 ed il 1991 si spende la fase acuta della crisi sovietica, nessuno poteva sapere se la finestra di opportunità strategica aperta dalla debolezza sovietica si sarebbe richiusa (magari con un governo golpista che, sotto minaccia delle armi atomiche, intervenisse a bloccare le aperture). La finestra di opportunità andava colta.
- Una volta che si assume che l'economia dell'Est deve essere integrata in quella dell'Ovest, e che va fatto subito, c'è obiettivamente un problema. Si tratta di mettere tigre e gazzella nello stesso recinto. L'economie dell'Est non era preparata a competere per sue modalità obiettive di costruzione e logica (inutile, credo ricordare cosa sia il socialismo reale). Tuttavia più gradualità (cioè, ad esempio, un cambio diverso e reti di protezione, gradualmente rimosse, come anche parziali depenalizzazioni per il passato) avrebbe aiutato a ridurre l'impatto negativo. L'alternativa più radicale, e per noi migliore sarebbe stata l'accettazione della proposta di Mitterrand di due germanie nell'Unione Europea.
- Dopo l'Unificazione (o l'Annessione, come giustamente dice l'autore) l'economia tedesca ha comunque stentato per diversi anni (anche perché ne stava sostenendo le spese ingenti dal lato pubblico), fino a che l'Euro, nel 2002 (1999-2002) ne risollevò le sorti grazie al cambio favorevole alle sue esportazioni.
Quel che mi pare interessante è la simmetria, come sottolinea Giacchè, tra lo schema dell'anschluss e il funzionamento reale dell'Euro nelle attuali condizioni di crisi (ma anche prima). Lo svantaggio monetario, l'occupazione del mercato, l'estensione delle reti di subfornitura, l'immediato rientro dei debiti, il rifiuto di ammorbidire ed i flussi migratori. E' una meccanica "naturale" (nel senso che discende da sé, senza programmazione centralizzata da rapporti di forza nel contesto di una regolazione permissiva), ma non è l'unica soluzione possibile. E' quella che gli attori centrali, la cui forza è stata accresciuta dall'anschluss, vedono come naturale. E che hanno la capacità di imporre.
In questo senso è una "soluzione", creata per un problema (quello di unificare due paesi artificialmente divisi da una guerra, in fretta prima che non si potesse più fare) che -avendo funzionato bene per alcuni- viene riproposta come paradigma implicito di un problema del tutto diverso (integrare stati sovrani separati da secoli di storia e cultura, senza alcuna necessità di accelerazione particolare).