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lunedì 27 gennaio 2014

Michael Spence, “le sfide reali alla crescita”


Il Premio Nobel, Michael Spence, che abbiamo già recensito, ha scritto un significativo intervento su Project Syndacate, nel quale evidenzia come nelle economie avanzate la normale ripresa ciclica sia fa ancora attendere, pur in presenza di un vastissimo danno patrimoniale dall’inizio della crisi del 2008. E malgrado ormai l’effetto della riduzione della leva finanziaria sulla domanda interna sia del tutto evidente nei suoi effetti recessivi. Si tratta, del resto, di un effetto ovvio, dato che una parte della crescita e della domanda degli anni passati era trainata dal debito.

Tuttavia la sorpresa, per gli osservatori mainstream come Spence, è che “anche con il deleveraging ormai a buon punto, l'effetto positivo [atteso] sulla crescita e l'occupazione è deludente”. In altre parole, non ha funzionato l’austerità espansiva teorizzata da Alesina. Come evidenzia Spence, al contrario anche negli Stati Uniti la crescita del PIL rimane ben al di sotto quello che, fino a poco tempo fa, era stato visto come il suo tasso potenziale, “e quella in Europa è trascurabile”.
Del resto anche l’occupazione rimane bassa ed è in ulteriore ritardo rispetto alla già modesta crescita del PIL; questo delle riprese senza occupazione è, in realtà, un modello di comportamento che ha cominciato ad essere osservato almeno tre recessioni fa, ma che è diventato più evidente con ogni recupero. Infatti, nella maggior parte delle economie avanzate, il settore dei beni “commerciabili” (diretti alle esportazioni) ha generato una crescita dell'occupazione molto limitata - un problema che si è presentato dal 2008, ma che normalmente era “risolto” a vantaggio della domanda domestica, “impiegando un sacco di persone nel settore non-tradable (governo, sanità, edilizia, e al dettaglio)”. In altre parole, creando occupazione in modo diretto od indiretto per effetto di mirate politiche pubbliche redistributive.

Questo problema, del mancato recupero della disoccupazione, è –per Spence- peraltro accentuato dalle tendenze negative nella distribuzione del reddito che hanno preceduto la crisi e sono sopravvissute ad essa. Secondo i dati che il premio nobel americano presenta, negli Stati Uniti ad esempio, il divario tra la media del reddito (pro-capite) e quello mediano è cresciuto fino a più di $ 20.000. Quindi i guadagni di reddito e di crescita del PIL sono stati, per lo più, concentrati nel “quartile” superiore della distribuzione. Inoltre, prima della crisi “l'effetto ricchezza”, prodotta dai prezzi elevati delle attività e dai corrispondenti alti margini, era mitigato dalla pressione al ribasso sui consumi dovuto alla distribuzione ineguale; dal 2008, sono intervenuti i tassi di interesse molto bassi ed il quantitative easing, che hanno prodotto notevoli guadagni che, data la debole performance economica, probabilmente non dureranno. Infine la crescente concentrazione della ricchezza, insieme con una qualità educativa molto irregolare, sta contribuendo a declini costanti nella mobilità economica intergenerazionale, cosa che a sua volta, minaccia la coesione sociale e politica.

Anche per Spence le tecnologie che risparmiano lavoro, e spostano i modelli occupazionali nel settore tradable dell'economia globale, sono importanti fattori di disuguaglianza. Infatti le offerte di lavoro ai colletti blu-bianco e di routine stanno scomparendo, mentre l’occupazione a basso valore aggiunto nel settore tradable si sta muovendo nelle economie in via di sviluppo. E’ la dinamica fotografata da Moretti: gli assemblaggi e la manifattura si sposta dove maggiore flessibilità della manodopera e minore costo (ed incentivi, o vantaggi fiscali) la rendono marginalmente più conveniente; la direzione, il controllo ed il design (con il suo portato di professionisti ad alto reddito) resta negli “hub” innovativi in occidente.
Queste potenti forze gemelle, che concentrano e polarizzano, hanno quindi sconvolto l'equilibrio di lungo periodo nel mercato del lavoro delle economie avanzate; con troppa istruzione e troppe competenze investite tuttora in un modello di crescita “fuori moda”. Tutto questo naturalmente causa angoscia, sgomento e confusione, “ma la stagnazione nei paesi avanzati non è inevitabile - anche se richiede il superamento di una serie scoraggiante di sfide.”

In primo luogo, per Spence la strada non era del tutto sbagliata; “le aspettative sono -o sono state- in linea con la realtà”. Ci vuole infatti tempo a manifestarsi per il pieno impatto delle politiche di deleveraging, di riequilibrio strutturale, e per superare le carenze delle immobilizzazioni materiali e immateriali tramite nuovi investimenti. “Nel frattempo, coloro che stanno sopportando il peso dei costi di transizione - i disoccupati ei giovani - hanno bisogno di sostegno; e quelli di noi che sono più fortunati dovrebbero sostenerne i costi”. In caso contrario, l'intenzione dichiarata di ripristinare modelli di crescita sostenibili mancherà di credibilità; e resterà sottoquotata la capacità di fare scelte difficili, ma importanti.

In secondo luogo, realizzare il potenziale di crescita completo richiede che il modello largamente presente oggi, in cui il settore pubblico è “underinvestment” deve essere invertito. Un passaggio dalla dipendenza patologica dal consumo a credito, alla crescita trainata dagli investimenti è cruciale, e deve cominciare con il settore pubblico. In altre parole, Spence spezza una lancia per l’avvio di coraggiose politiche strutturali di investimento (anche pubblico), in luogo della prosecuzione “dell’acquisto di tempo”, tramite il sovraindebitamento pubblico e privato ad esclusivo sostegno dei consumi. Bisogna ridurre il livello di droga monetaria nel sistema, ripristinare modelli di gestione del rischio più prudenti, riequilibrare i sistemi economici non sostenibili (ad esempio, perché troppo “esteroflessi” o troppo “introversi”), aumentare la dotazione infrastrutturale. In questa congiuntura di sfiducia e bassa domanda aggregata farlo tramite l’azione di stimolo pubblico. Non è molto diverso da quel che propone Summers in altri interventi.

Per Spence, in terzo luogo il modo migliore per utilizzare la capacità fiscale residua dei paesi avanzati è di ripristinare gli investimenti pubblici, nel contesto di un piano di stabilizzazione credibile pluriennale. Questo è un percorso di crescita migliore di quello che si basa sulla leva finanziaria, cioè sui tassi d’interesse bassi ed i prezzi delle attività elevati, per stimolare la domanda interna oltre il suo livello di recupero naturale. Infatti “non tutta la domanda è creata uguale”, il rischio degli stimoli solo finanziari è di promuovere la crescita dei prezzi speculativi su asset non produttivi o poco efficienti (le cosiddette “bolle”). Abbiamo, invece, bisogno di ottenere il livello adeguato di crescita e la giusta composizione economica.
In parte nelle economie flessibili, come quella degli Stati Uniti, è già in corso un importante cambiamento strutturale verso la domanda esterna, necessario perché l’economia era troppo “introversa”. Le esportazioni, infatti, stanno crescendo rapidamente (superando la crescita delle importazioni), grazie alla riduzione dei costi energetici, alle nuove tecnologie che favoriscono la ri-localizzazione, e ad un tasso di cambio effettivo reale in calo (cioè il dollaro in deprezzamento nominale, insieme a ridotti salari interni una corrispondente crescita del reddito alla quota capitale, e maggiore inflazione nei principali partner commerciali, cioè nei paesi in via di sviluppo). Nel caso americano alla fine, questi cambiamenti strutturali compensano un perdurante livello più basso (ma più sostenibile, perché meno basato sul debito) dei consumi rispetto al reddito; a meno che gli aumenti non appropriati della domanda interna mandino in corto circuito il processo.

In quarto luogo, le economie con rigidità strutturali devono adottare misure per rimuoverli. Tutte le economie devono essere più adattabili ai cambiamenti strutturali, al fine di sostenere la crescita; la flessibilità diventa sempre più importante, nel modificare modelli di crescita difettosi, perché riguarda la velocità di recupero.

Infine, la leadership è necessaria per costruire il consenso intorno ad un nuovo modello di crescita e la ripartizione degli oneri necessari per implementarlo con successo. Molti paesi in via di sviluppo spendono un sacco di tempo “in una stalla”, l'equilibrio della non-crescita, e poi improvvisamente passano a una più positiva. Non vi è nulla di automatico. In tutti i casi la leadership efficace è il catalizzatore. Così, mentre possiamo aspettarci sempre un processo pluriennale di riequilibrio per colmare il divario tra la crescita effettiva e quella potenziale, esattamente quanto tempo ci vorrà dipende dalle scelte politiche e dalla velocità di aggiustamento strutturale. 

Nell'Europa meridionale, per esempio, il processo per Spence richiederà più tempo, perché ci sono più componenti mancanti di recupero. Ma il ritardo nell'individuare le sfide, e nel rispondere, sembra abbastanza lungo quasi ovunque. Una posizione simile a quella già espressa in passato sulla stessa testata. E con elementi simili a quella di Raghuram Rajan (anche se con una apprezzabile maggiore enfasi sulla necessità di promuovere investimenti anche pubblici). Se la deformazione della domanda, da parte di politiche pubbliche miopi (essenzialmente fondate sul credito e quindi sul valore di alcuni asset come le case, e consumi su cui impostare debiti) ha generato una situazione di dipendenza dalla prosecuzione di queste, la soluzione non è continuare fino alla prossima bolla, ma riportare l’equilibrio tra settori economici (rivolti all’esportazione ed al mercato interno, ed entro questo) ad un assetto “sostenibile” ed “inclusivo”. Un compito di lunga lena.

Nella conclusione Spence precisa che si può fare poco per intervenire sui “fattori tecnologici e demografici” che sono alla base del potenziale riflusso della crescita, e che scorrono su più lunghi (multi-decade) scadenze, descritti nell’ipotesi della “stagnazione secolare”; secondo lui “non c'è davvero alcun modo di influenzare queste forze”. Ma si può invece affrontare il problema immediato: ripristinare un modello di crescita flessibile e inclusiva che consente di ottenere almeno tutto ciò che la tendenza permette nei potenziali di crescita.


La controversia è soprattutto su come farlo.

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