Il Premio Nobel,
Michael Spence, che abbiamo già recensito, ha scritto un significativo intervento
su Project Syndacate, nel quale evidenzia come nelle economie avanzate la
normale ripresa ciclica sia fa ancora attendere, pur in presenza di un
vastissimo danno patrimoniale dall’inizio della crisi del 2008. E malgrado ormai
l’effetto della riduzione della leva finanziaria sulla domanda interna sia del
tutto evidente nei suoi effetti recessivi. Si tratta, del resto, di un effetto
ovvio, dato che una parte della crescita e della domanda degli anni passati era
trainata dal debito.
Tuttavia la
sorpresa, per gli osservatori mainstream come Spence, è che “anche con il deleveraging
ormai a buon punto, l'effetto positivo [atteso] sulla crescita e l'occupazione
è deludente”. In altre parole, non ha funzionato l’austerità espansiva
teorizzata da Alesina. Come evidenzia Spence, al contrario anche negli Stati
Uniti la crescita del PIL rimane ben al di sotto quello che, fino a poco tempo
fa, era stato visto come il suo tasso potenziale, “e quella in Europa è
trascurabile”.
Del resto anche
l’occupazione rimane bassa ed è in ulteriore ritardo rispetto alla già modesta
crescita del PIL; questo delle riprese senza occupazione è, in realtà, un
modello di comportamento che ha cominciato ad essere osservato almeno tre
recessioni fa, ma che è diventato più evidente con ogni recupero. Infatti,
nella maggior parte delle economie avanzate, il settore dei beni “commerciabili”
(diretti alle esportazioni) ha generato una crescita dell'occupazione molto
limitata - un problema che si è presentato dal 2008, ma che normalmente era “risolto”
a vantaggio della domanda domestica, “impiegando un sacco di persone nel
settore non-tradable (governo, sanità, edilizia, e al dettaglio)”. In altre
parole, creando occupazione in modo diretto od indiretto per effetto di mirate
politiche pubbliche redistributive.
Questo problema,
del mancato recupero della disoccupazione, è –per Spence- peraltro accentuato
dalle tendenze negative nella distribuzione del reddito che hanno preceduto la
crisi e sono sopravvissute ad essa. Secondo i dati che il premio nobel
americano presenta, negli Stati Uniti ad esempio, il divario tra
la media del reddito (pro-capite) e quello mediano è
cresciuto fino a più di $ 20.000. Quindi i guadagni di reddito e di crescita
del PIL sono stati, per lo più, concentrati nel “quartile” superiore della
distribuzione. Inoltre, prima della crisi “l'effetto ricchezza”, prodotta
dai prezzi elevati delle attività e dai corrispondenti alti margini, era mitigato
dalla pressione al ribasso sui consumi dovuto alla distribuzione ineguale; dal
2008, sono intervenuti i tassi di interesse molto bassi ed il quantitative
easing, che hanno prodotto notevoli guadagni che, data la debole performance
economica, probabilmente non dureranno. Infine la crescente concentrazione
della ricchezza, insieme con una qualità educativa molto irregolare, sta
contribuendo a declini costanti nella mobilità economica intergenerazionale, cosa
che a sua volta, minaccia la coesione sociale e politica.
Anche per Spence
le tecnologie che risparmiano lavoro, e spostano i modelli occupazionali nel
settore tradable dell'economia globale, sono importanti fattori di
disuguaglianza. Infatti le offerte di lavoro ai colletti blu-bianco e di
routine stanno scomparendo, mentre l’occupazione a basso valore aggiunto nel
settore tradable si sta muovendo nelle economie in via di sviluppo. E’ la
dinamica fotografata da Moretti:
gli assemblaggi e la manifattura si sposta dove maggiore flessibilità della
manodopera e minore costo (ed incentivi, o vantaggi fiscali) la rendono
marginalmente più conveniente; la direzione, il controllo ed il design (con il
suo portato di professionisti ad alto reddito) resta negli “hub” innovativi in
occidente.
Queste potenti
forze gemelle, che concentrano e polarizzano, hanno quindi sconvolto l'equilibrio
di lungo periodo nel mercato del lavoro delle economie avanzate; con troppa
istruzione e troppe competenze investite tuttora in un modello di crescita “fuori
moda”. Tutto questo naturalmente causa angoscia, sgomento e confusione, “ma la stagnazione
nei paesi avanzati non è inevitabile - anche se richiede il superamento di una
serie scoraggiante di sfide.”
In primo luogo, per Spence la strada non
era del tutto sbagliata; “le aspettative sono -o sono state- in linea con la
realtà”. Ci vuole infatti tempo a manifestarsi per il pieno impatto delle
politiche di deleveraging, di riequilibrio strutturale, e per superare le
carenze delle immobilizzazioni materiali e immateriali tramite nuovi investimenti. “Nel
frattempo, coloro che stanno sopportando il peso dei costi di transizione - i
disoccupati ei giovani - hanno bisogno di sostegno; e quelli di noi che sono
più fortunati dovrebbero sostenerne i costi”. In caso contrario,
l'intenzione dichiarata di ripristinare modelli di crescita sostenibili mancherà
di credibilità; e resterà sottoquotata la capacità di fare scelte difficili, ma
importanti.
In secondo luogo, realizzare il
potenziale di crescita completo richiede che il modello largamente presente
oggi, in cui il settore pubblico è “underinvestment” deve essere
invertito. Un passaggio dalla dipendenza patologica dal consumo a credito,
alla crescita trainata dagli investimenti è cruciale, e deve cominciare con il settore pubblico. In altre parole, Spence
spezza una lancia per l’avvio di coraggiose politiche strutturali di investimento
(anche pubblico), in luogo della prosecuzione “dell’acquisto
di tempo”, tramite il sovraindebitamento pubblico e privato ad esclusivo
sostegno dei consumi. Bisogna ridurre il livello di droga monetaria nel
sistema, ripristinare modelli di gestione del rischio più prudenti,
riequilibrare i sistemi economici non sostenibili (ad esempio, perché troppo “esteroflessi”
o troppo “introversi”), aumentare la dotazione infrastrutturale. In questa
congiuntura di sfiducia e bassa domanda aggregata farlo tramite l’azione di
stimolo pubblico. Non è molto diverso da quel che propone Summers
in altri interventi.
Per Spence, in
terzo luogo il modo migliore per utilizzare la capacità fiscale residua dei
paesi avanzati è di ripristinare gli
investimenti pubblici, nel contesto di un piano di stabilizzazione
credibile pluriennale. Questo è un percorso di crescita migliore di quello
che si basa sulla leva finanziaria, cioè sui tassi d’interesse bassi ed i
prezzi delle attività elevati, per stimolare la domanda interna oltre il suo
livello di recupero naturale. Infatti “non tutta la domanda è creata uguale”,
il rischio degli stimoli solo finanziari è di promuovere la crescita dei prezzi
speculativi su asset non produttivi o poco efficienti (le cosiddette “bolle”). Abbiamo,
invece, bisogno di ottenere il livello adeguato di crescita e la giusta
composizione economica.
In parte nelle
economie flessibili, come quella degli Stati Uniti, è già in corso un
importante cambiamento strutturale verso la domanda esterna, necessario perché l’economia
era troppo “introversa”. Le
esportazioni, infatti, stanno crescendo rapidamente (superando la crescita
delle importazioni), grazie alla riduzione dei costi energetici, alle nuove
tecnologie che favoriscono la ri-localizzazione, e ad un tasso di cambio
effettivo reale in calo (cioè il dollaro in deprezzamento nominale, insieme a ridotti
salari interni una corrispondente crescita del reddito alla quota capitale,
e maggiore inflazione nei principali partner commerciali, cioè nei paesi in via
di sviluppo). Nel caso americano alla fine, questi cambiamenti strutturali
compensano un perdurante livello più basso (ma più sostenibile, perché meno
basato sul debito) dei consumi rispetto al reddito; a meno che gli aumenti non
appropriati della domanda interna mandino in corto circuito il processo.
In quarto luogo, le economie con
rigidità strutturali devono adottare misure per rimuoverli. Tutte le
economie devono essere più adattabili ai cambiamenti strutturali, al fine di
sostenere la crescita; la flessibilità diventa sempre più importante, nel
modificare modelli di crescita difettosi, perché riguarda la velocità di
recupero.
Infine, la leadership è necessaria per
costruire il consenso intorno ad un nuovo modello di crescita e la ripartizione
degli oneri necessari per implementarlo con successo. Molti paesi in via
di sviluppo spendono un sacco di tempo “in una stalla”, l'equilibrio della non-crescita,
e poi improvvisamente passano a una più positiva. Non vi è nulla di
automatico. In tutti i casi la leadership efficace è il catalizzatore. Così,
mentre possiamo aspettarci sempre un processo pluriennale di riequilibrio per colmare
il divario tra la crescita effettiva e quella potenziale, esattamente quanto
tempo ci vorrà dipende dalle scelte politiche e dalla velocità di aggiustamento
strutturale.
Nell'Europa
meridionale, per esempio, il processo per Spence richiederà più tempo, perché
ci sono più componenti mancanti di recupero. Ma il ritardo
nell'individuare le sfide, e nel rispondere, sembra abbastanza lungo quasi
ovunque. Una posizione simile a quella già
espressa in passato sulla stessa testata. E con elementi simili a quella di
Raghuram Rajan
(anche se con una apprezzabile maggiore enfasi sulla necessità di promuovere
investimenti anche pubblici). Se la deformazione della domanda, da parte di
politiche pubbliche miopi (essenzialmente fondate sul credito e quindi sul
valore di alcuni asset come le case, e consumi su cui impostare debiti) ha
generato una situazione di dipendenza dalla prosecuzione di queste, la
soluzione non è continuare fino alla prossima bolla, ma riportare l’equilibrio tra
settori economici (rivolti all’esportazione ed al mercato interno, ed entro
questo) ad un assetto “sostenibile” ed “inclusivo”. Un compito di lunga lena.
Nella conclusione
Spence precisa che si può fare poco per intervenire sui “fattori tecnologici e
demografici” che sono alla base del potenziale riflusso della crescita, e che scorrono
su più lunghi (multi-decade) scadenze, descritti nell’ipotesi della “stagnazione
secolare”; secondo lui “non c'è davvero alcun modo di influenzare queste
forze”. Ma si può invece affrontare il problema immediato: ripristinare un
modello di crescita flessibile e
inclusiva che consente di ottenere almeno tutto ciò che la tendenza permette
nei potenziali di crescita.
La controversia
è soprattutto su come farlo.
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