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domenica 12 gennaio 2014

Victor Constacio, VicePresidente BCE, “Discorso sull’Euro: abbiamo sbagliato tutto (o quasi)”


L’8 gennaio 2013, in Grecia, è stato pubblicato un discorso tenuto a maggio 2013 presso la Borsa di Grecia da Victor Constancio, Vicepresidente della BCE. Ci sono diverse componenti interessanti nel discorso di Constacio, ma di queste una delle maggiori è la confutazione di alcune “narrazioni” errate sulla crisi dell’Eurozona, ad esserlo di più.


Per il banchiere, infatti, il principale motore della crisi è presente nel settore finanziario e non in politiche fiscali sbagliate, debito sovrano eccessivo o perdita di competitività dovuto al costo del lavoro. Il nucleo della crisi non è nei fattori indicati, che contano meno, ma in squilibri diventati insostenibili di flussi di capitali dal “core” verso la periferia. Quando si è verificato l’arresto sono, infatti, diventati insostenibili.
Questo identico racconto è ormai fatto da molti, da ultimo lo abbiamo visto in Scharpf, ma mi sembra egualmente interessante il fatto che a maggio lo ha detto anche la BCE, tramite il suo Vicepresidente. Più in particolare, la prima ipotesi, che la crisi dipenda da indebitamento pubblico, spese fuori controllo e perdita di competitività del lavoro, è confutata con evidenze indiscutibili (tra l’altro, come è noto, il debito cala in tutti i paesi del sud prima del 2008). Con le stesse parole di Constacio: “io sostengo che per avere un quadro più preciso sulle cause della crisi bisogna guardare al di là delle politiche fiscali; ovvero gli squilibri originati principalmente dalla crescita delle spese nel settore privato, a loro volta finalizzate dai settori bancari dei prestiti e dei paesi mutuatari”.
Inoltre, mentre il debito pubblico scendeva, quello privato è cresciuto del 27%. Soprattutto in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), Portogallo (49%). E’ solo dopo la crisi finanziaria che aumenta il debito pubblico. E ciò a causa del crollo delle entrate fiscali e delle spese sociali. Infine, sono da considerare gli effetti ri retroazione tra i sistemi bancari locali ed i sistemi sovrani.
Ma, e anche qui senza sorprese, i finanziamenti sono arrivati da attività transfrontaliere (cioè da flussi creditizi da nord a sud). Sono le esposizioni delle banche periferiche ad essere aumentate (sono quintuplicate), rispetto a quelle dei paesi “core”.
Inoltre hanno contribuito a rendere difficile controllare la situazione cose come:
  1. le regole sulla libera circolazione dei capitali;
  2. l’obiettivo di parità tra sistemi bancari;
  3. la “fede nell’efficienza dei presunti mercati auto-equilibranti”;
  4. l’idea che un arresto improvviso (tipico dei paesi emergenti) non potesse verificarsi in economie avanzate.
Inoltre bisogna considerare che il boom del credito “non è stato perfettamente ottimizzato da agenti privati razionali”. Dal lato della domanda, a causa di un ottimismo esagerato nella salita dei prezzi (meccanismo delle bolle). Dal lato dell’offerta invece non sono stati rispettati i parametri di rischio creditizio (prestiti “temerari”). E’ in effetti questo che ha portato al surriscaldamento dei prezzi (che ha contribuito a far salire i salari in senso relativo ed a mettere fuori mercato le esportazioni secondo il meccanismo in ultimo raccontato da Scharpf).
Da ultimo, la relazione mostra come attraverso il sistema bancario il contagio si sia sviluppato tra banca e banca, verso i bilanci pubblici e le imprese. Creando un “effetto domino” irresistibile.

Tornando sulle cause culturali il Vicepresidente della BCE, con una franchezza insolita per un banchiere centrale riconosce che erano sbagliati i presupposti, in particolare questi due:
  • In primo luogo, che il settore privato è sostanzialmente stabile e auto-correttivo, composto da agenti completamente razionali che ottimizzano sempre inter-temporalmente, mediante la conoscenza delle future distribuzioni di probabilità, all’infinito i ritorni economici e le variabili”. Una ipotesi, questa dell’”agente razionala” che ha lunga storia in economia, ma che –se viene presa in modo dogmatico, come una descrizione del mondo, e quindi usata per prevederlo- genera delle conseguenze importanti, “in una visione siffatta, nessun default è ammesso o nessuna pericolosa <bolla> sarebbe possibile”. Per cui “Solo il settore pubblico potrebbe creare instabilità”. Questa è la tesi centrale di tanta economica liberista, ed ha conseguenze enormi “di conseguenza, si supponeva che il <Patto di stabilità e di crescita> fosse sufficiente a garantire la stabilità”.
  • In secondo luogo, che la finanza non aveva impatto sulle fluttuazioni dell’economia reale”. Per quanto possa sembrare incredibile ad ascoltarlo oggi, questo è il presupposto sul quale la Commissione Delors (come sappiamo e abbiamo visto, composta solo di banchieri) impostò la revisione delle Istituzioni europee. Dal punto di vista della dottrina, dice Constacio, “dopo la scuola del Real Business Cycle, l’ipotesi di aspettative razionali e il paradigma di ottimizzazione intertemporale, il denaro e la finanza sono stati considerati non più rilevanti”.

Tutta la modellazione economica, sulla base della quale sono prese le decisioni e stabilite le politiche (ad esempio il tasso di cambio che la precedente guida della BCE tenne assurdamente alto nella prima fase della crisi) risentiva di questa esclusione: “mentre il denaro strisciò dentro al nuovo modello di macro attraverso l’introduzione delle rigidità di salari e prezzi, consentendo di valutare gli effetti sull’economia reale a breve termine della politica monetaria, la finanza continua a rimanere invisibile con l’ipotesi di mercato efficiente garantendo un’affidabile piombatura dell’economia reale”. In altre parole: “le banche e i mercati dei capitali non sono state considerate fonti endogene di instabilità che possano avere effetti sull’economia reale. Erano assenti dai modelli macroeconomici”.

Per me, che non sono uno specialista, e dunque non sono abituato all’idea, queste affermazioni tutte le volte che le leggo mi fanno l’effetto di un urbanista che voglia imporre il suo disegno ovunque, senza guardare il mondo nel quale si calano (e ci sono esempi in gran quantità). Un misto di cecità ed arroganza (un terzo cecità, due terzi arroganza).

In ogni caso questo ha influenzato le autorità nazionali, “per le quali i flussi di capitali sono stati considerati come risultanti dall’ottimizzazione auto-equilibrante dei mercati”, ed ha impedito alle autorità di vigilanza nazionali (le Banche Centrali Nazionali, come la Banca d’Italia) di avere gli strumenti per affrontarli. Esse, sono state, infatti, spogliate dei poteri di controllare e regolare i flussi transfrontalieri. “Le autorità di vigilanza nazionali erano manchevoli di strumenti per contenere i flussi di capitali privati”. Infatti, “oltre a una Moneta Unica con una sola Banca Centrale e un Freno Fiscale (SGP), l’architettura istituzionale iniziale dell’Unione Monetaria era minimalista: la governance delle politiche economiche e finanziarie è rimasta saldamente di competenza nazionale in quanto i paesi avrebbero dovuto assicurare la funzione di assorbimento degli shock da soli. Non c’era un quadro per affrontare l’accumulo di rischi sistemici.” 

Sarebbero punti su cui riflettere attentamente, ma passando dall’analisi alla valutazione delle cose da fare, il Banchiere centrale torna subito più controllato; per lui “questo background rende chiaro la necessità di riformare, sia la teoria e i modelli economici sia l’architettura istituzionale dell’EMU [European Monetary Union]”. Quindi di avviare l’Unione Bancaria, allo scopo di attenuare pregiudizi nazionali e separare meglio le banche dai loro debiti sovrani. In questa direzione il Meccanismo di Vigilanza Unico (SSM: Single Supervisory Mechanism). Quindi il Fondo di Risoluzione (negoziato a dicembre).
Poi arriva la parte forse più irritante, l’apologia necessaria (altrimenti si dovrebbe dimettere) delle “altre riforme … per completare il disegno minimalista iniziale dell’Unione Monetaria”. “Completare” è un verbo appropriato (anche se lo usa in senso opposto), perché si tratta delle riforme che rendono più forte la presa dell’Unione Monetaria sulle politiche economiche (evidentemente ancora giudicate fonte di squilibri).

Secondo il nostro banchiere: “il riconoscimento che il settore privato ha svolto un ruolo chiave nel generare squilibri ha fornito il razionale per la creazione formale di una Procedura per gli Squilibri Macroeconomici [Macroeconomic Imbalances Procedure]. Questa procedura monitora e promuove misure tempestive per evitare la costruzione di instabilità macroeconomiche negli Stati Membri”. Ma soprattutto, “l’architettura di bilancio è stata anche rafforzata da diversi nuovi atti legislativi tra cui il rinforzato Patto di Crescita e Stabilità [Stability and Growth Pact] e il cosiddetto Fiscal Compact.”
Infine, “in ambito della politica monetaria, la liquidità adeguata fornita dalla BCE al settore bancario e la creazione dell’Outright Monetary Transactions (OMT) ha ridotto in modo cruciale i rischi che possano minacciare l’area dell’euro, ed ha fatto guadagnare tempo per l’efficace attuazione delle riforme.”

Nel seguito Victor Constacio, che parla davanti alla Banca Centrale greca, passa a difendere gli altri elementi dell’impostazione tradizionale di Bruxelles: le “riforme strutturali”, la creazione di avanzi di bilancio, lo sforzo di rendere “sostenibile” (per chi?) i debiti nel lungo periodo.

Con le sue parole:
  • “Anche se il driver principale della crisi era situato principalmente nel settore bancario, gli squilibri fiscali e macroeconomici che ne sono emersi sono reali e devono essere affrontati. Mentre il nuovo quadro di governance che ho appena descritto può aiutare, un contributo fondamentale deve avvenire a livello dei singoli Stati Membri. Uno sforzo determinato a correggere gli squilibri economici e finanziari è necessariamente accompagnato da riforme strutturali che miglioreranno le prospettive di crescita. Per fortuna, un tale sforzo è già stato fatto da numerose nazioni e i risultati raggiunti sono per molti versi abbastanza significativi.”
  • “Dall’esplosione della crisi del debito sovrano, la maggior parte dei Paesi, in particolare quelli dei paesi in difficoltà, hanno intrapreso notevoli sforzi di adeguamento fiscale. Sulla base delle previsioni economiche di primavera 2013 della Commissione Europea, la Grecia ha migliorato il suo saldo primario strutturale di oltre 10,6 punti percentuali tra il 2009 e il 2012. Irlanda (6,6), Portogallo (5,7) e Italia (3,1) hanno anche intrapreso azioni di adeguamento sostanziali, che sono ben al di sopra della media del 2,2% nell’area dell’euro. La Spagna è vicino alla media. Tuttavia, sono necessari ulteriori sforzi in molti Paesi per portare i livelli di debito pubblico a una situazione più sostenibile, anche in vista delle sfide a lungo termine, tra cui l’invecchiamento.”
  • “Gli alti e crescenti costi a lungo termine relativi all’invecchiamento (che comprendono le pensioni, i costi sanitari e di assistenza a lungo termine, cambiamenti di sussidi di disoccupazione e le spese di istruzione) rappresentano un onere per le finanze pubbliche nel lungo termine. Sotto l’ipotesi di politiche invariate, vale a dire senza che ulteriori riforme pensionistiche saranno intraprese, il Rapporto sull’invecchiamento della Commissione [Commission’s Ageing Report] proietta il totale della spesa pubblica legata all’invecchiamento ad aumentare in media del 3,6% del PIL nella zona euro tra il 2010 e il 2060, di cui il 1,4% del PIL è legato alla spesa pensionistica. Tuttavia, è proprio nel campo delle riforme per contenere il peso a lungo termine dell’invecchiamento della popolazione sulla spesa pubblica che i paesi sotto stress hanno già compiuto aggiustamenti. Italia e Portogallo, per esempio, hanno un aumento della spesa legata all’invecchiamento trascurabile. Altri Paesi sotto stress come la Grecia, la Spagna e l’Irlanda sono già in un gruppo di paesi classificati come di rischio medio, mentre in 7 paesi dell’area dell’Euro, cioè la Finlandia, Slovacchia, Malta, Cipro, Belgio, Slovenia e il Lussemburgo, la spesa dovrebbe aumentare superiore al 6%.”
  • “Passando agli aggiustamenti sul lato della competitività, misurata mediante il tasso di cambio reale [REER] in relazione al costo unitario del lavoro [ULC], i progressi sono stati significativi, i miglioramenti dal 2008 hanno più che compensato le perdite accumulate dal 1999. I Paesi hanno migliorato la loro posizione di competitività sia rispetto al resto del mondo sia all’interno della zona Euro. Secondo gli indicatori di competitività armonizzati sulla base dei costi unitari del lavoro, Irlanda (-19% dal 1999) ha visto la regolazione più forte, mentre l’Italia (-0,2%) ha mostrato la regolazione più limitata tra i paesi in difficoltà. Grecia (-9%), Spagna (-9,5%) e Portogallo (-6,6%) registrano miglioramenti significativi.”
  • “Il recente documento della Commissione europea 2013 Spring Forecast prevede che per quest’anno, con l’eccezione della Grecia che avrà un deficit di appena -1,1% del PIL, tutti gli altri Paesi sotto stress saranno in surplus delle partite correnti. E’ importante sottolineare che questo risultato non è solo la conseguenza della recessione e minori importazioni, ma è anche il risultato di una performance abbastanza dinamica delle esportazioni di beni e servizi, vicino o al di sopra della media dell’area dell’euro, di nuovo essendo la Grecia l’eccezione. Tuttavia, l’adeguamento significativo compiuto dai Paesi sotto stress è stato ottenuto a costi elevati in termini di crescita e, in particolare, in alcuni casi, in termini di disoccupazione.”


Malgrado il prezzo pagato in termini di sofferenza economica e disoccupazione, per il Vicepresidente della BCE “ora non è il momento di cambiare rotta in un modo che potrebbe disfare quanto è stato realizzato”.
Ciò soprattutto perché “l’obiettivo finale di continuare a rassicurare i mercati circa la sostenibilità futura del debito non può essere abbandonato.”
Questa frase, spesa con indifferenza per quante volte è stata ripetuta in questi ultimi venti anni, vorrei segnarla in rosso. L’obiettivo “finale” della governance pubblica dei sistemi economici europei non è lo sviluppo umano e sociale, non è la creazione di una società più equa, non è la garanzia del diritto ad un lavoro adeguato e dignitoso, non è la riduzione delle ineguaglianze ingiuste, non è la lotta ai privilegi ingiustificati, non è la garanzia della coesione sociale, non è la promozione della libertà e della capacità umana, … E’ rassicurare i mercati che i debiti saranno pagati? Cioè è garantire a chi ha prestato soldi che li avrà restituiti, costi quel che costi?
Anche se tutti gli altri scopi falliranno (questo significa “obiettivo finale”)? Anche se per pagare i debiti si avrà il degrado antropologico e sociale dell’Europa, anche se la società diventerà ancora più ingiusta, anche se nessuno lavorerà più, anche se le ineguaglianze esploderanno (e più di così), anche se i privilegi resteranno impuniti, anche se la società esploderà, …?

In realtà i paraocchi professionali e gli interessi costitutivi, impediscono al signor Constacio (che sarà sicuramente una brava persona) di vedere anche solo sullo sfondo queste obiezioni, per lui l’unica cosa che conta è che i rendimenti e gli spread scendano e il rating salga.

Riguardo alla crescita economica (che, bontà sua, contribuirebbe a dare beneficio al “processo di riequilibrio”), individua quattro elementi:
  • “In primo luogo, un approccio più coordinato delle politiche macroeconomiche a livello dell’area dell’euro per conseguire una maggiore crescita della domanda.”
  • “In secondo luogo, le riforme strutturali anche nei paesi in surplus per aumentare la crescita e facilitare un processo di riequilibrio più comprensivo.”
  • “In terzo luogo, l’introduzione di Programmi Contrattuali con i mezzi per sostenere l’attuazione delle riforme strutturali nei Paesi sotto stress, che dovrebbe essere parte di una prossima proposta della Commissione.”
  • “In quarto luogo, spero che ci sarà una futura decisione di attuare a livello dell’area dell’Euro quello che viene definito nella relazione del presidente Van Rompuy <Verso un’autentica Unione economica e monetaria> come <…. la creazione di un potere fiscale per facilitare l’adeguamento agli shock economici. Questo potrebbe assumere la forma di un meccanismo di tipo assicurativo tra i paesi dell’area dell’Euro per tamponare grandi shock economici specifici del singolo Paese. Tale funzione dovrebbe garantire una forma di solidarietà fiscale esercitata su cicli economici, migliorando la resistenza della zona Euro nel suo insieme e riducendo i costi finanziari e di uscita associati agli aggiustamenti macroeconomici>.

Nelle conclusioni annuncia un programma a dieci anni per completare l’architettura di Maastricht che “è risultata inadeguato nel contesto dei mercati finanziari ormai altamente integrati”. L’idea è che “un UEM stabile deve essere costruita su quattro pilastri: unione finanziaria, unione fiscale, unione economica e unione politica.”
I quattro “pilastri” sono così orientati:
  • supervisionare e stabilizzare il mercato finanziario unico.
  • guidare le politiche fiscali.
  • coordinare la politica economica, garantire la competitività e favorire la crescita sostenibile.
  • impegnarsi maggiormente con i cittadini nel progetto europeo.

Nessuna parola sullo sviluppo umano e sociale, o l’equità. Evidentemente questi obiettivi restano sul livello nazionale. Cioè restano in nessun luogo (dato che il livello nazionale è ristretto al rango di potere locale, come un Comune o una Regione).


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Si tratta di una vera e propria mutazione essenziale degli scopi pubblici. Del pieno successo finale dell’idea di superare l’età della “Grande società”.


Quel che colpisce è, in particolare, il silenzio.

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