Su Project Syndicate un articolo
inviato direttamente dal premier Giapponese Shinzo Abe. Intanto è interessante
che il leader della seconda (o terza) economia mondiale scriva direttamente ad
un sito di dibattito economico (sia pure più che autorevolmente alimentato)
riconoscendone il ruolo nel formare ed orientare opinione.
Quindi il merito dell’articolo, che non
nasconde (anzi ostenta) l’orgoglio di chi ha fatto cambiare rotta, dopo venti
anni di stagnazione, ad una vasta area economica con una ricetta coraggiosa ed
innovativa. Abe sostiene, in questo articolo, che la crescita accelererà per
effetto degli effetti di una concertazione condotta da settembre tra il
Governo, le imprese ed i leader sindacali (quindi una cosa “vecchio stile”) il
cui risultato è di alzare i salari.
Si, “alzare”.
Esattamente l’opposto di quanto la
Troika continua a proporre all’Europa, come unico modo di competere con Cina,
India, Malesia, Indonesia, etc…
Ma…? Dove è il Giappone?
Non solo è sullo stesso pianeta, ma è
proprio a fianco della Cina.
Eppure Abe scrive: “rimettere in
moto un circolo virtuoso nel quale salari più alti potessero portare ad una
crescita più robusta”. Salari più alti per una crescita “più robusta”. Credo
che la parola chiave sia qui quest’ultima. I Ministri delle Finanze, dell’Economia
e del Lavoro ed i loro consulenti economici, evidentemente pensano che una
crescita fondata su salari bassi sia “gracile”, probabilmente non stabile,
fragile, rischiosa. Dall’altra parte del tavolo sedevano miti del sistema
industriale mondiale (molto forte nelle esportazioni), come il capo di Toyota
Motors.
Ma quale era la situazione? Abe ce la racconta così: a
seguito di una pressione deflazionista che è durata un decennio (quello nel
quale noi rischiamo di entrare ora) il livello dei salari “era rimasto in
territorio negativo” e il livello degli stipendi era calato del 0,8% all’anno. Nel
frattempo negli USA era cresciuto del 3,3% e del 2,8% in Francia. In termini
assoluti era passato da un totale cumulato di spese per salari di 279 miliardi
di Yen a 244. I salari, e dunque le spese dei lavoratori avevano perso 34,3 Miliardi
(al netto della piccola quota di risparmi comunque mancati). Per questo il
premier aveva lanciato la “Abenomics” (forte espansione monetaria).
L’opinione di Abe è che “solo quando questa tendenza
sarà invertita l’economia del Giappone potrà riprendere un percorso di crescita
di lungo termine”. Abbiamo, quindi una seconda qualificazione: la crescita con
salari più alti è più “robusta” e più “di lungo termine”. Cioè può essere più
stabile.
Naturalmente, Abe lo sottolinea
implicitamente, sono necessarie alcune condizioni per rendere possibile questa
azione sui salari, senza perdere (ma anzi guadagnando) competitività e
stabilità:
-
Riportare la capitalizzazione media al livello dei
migliori concorrenti (e il Premier ricorda, infatti, come il rapporto di
capitale proprio fosse nelle aziende giapponesi inferiore del 20-30% a quello
delle aziende Europee ed USA), in modo da non costringerle a sovraindebitarsi
(e dunque assorbire troppe risorse per servire il debito);
-
“riavviare” la spiche collettiva del Giappone. Cosa
che porta anche il vantaggio di attrarre nuovi capitali.
Sono “le prime due frecce” dell’Abenomics, “un’audace politica monetaria e una politica fiscale flessibile”. È però necessaria, secondo Abe, una “terza freccia”, cioè “un insieme di politiche volte a promuovere gli investimenti privati, in modo che la crescita della produttività sostenga una ripresa del Giappone a lungo termine”. E’ la più difficile, passa per nuove leggi, per la partecipazione ai negoziati per l’Accordo Commerciale Trans-Pacifico (TPP), all’introduzione di zone appositamente deregolamentate, cioè per tutti i mezzi disponibili.
Ma, in questo elenco di “politiche dell’offerta”,
improvvisamente Abe introduce un concetto antico:
“solo quando la connessione mancante tra i salari e la
redditività aziendale sarà ripristinata, finalmente gli investimenti in case,
in automobili e altri beni durevoli e i consumi delle famiglie in generale,
libereranno il Giappone dalla deflazione, e metteranno la sua economia su un
percorso di crescita sostenuta”. Cioè solo quando l’incremento di redditività
(cioè di beni prodotti a parità di input) avrà ripristinato un rapporto
proporzionale con i salari pagati. Quella “connessione” che è mancata negli
ultimi trenta anni, perché le politiche dominanti immaginavano (con esercizio
di pensiero magico) che fosse solo l’offerta a creare la domanda (io produco,
qualcuno comprerà), sarà ricreata. Solo allora i consumi delle famiglie giapponesi (e non quelli dei tedeschi,
che si rifiutano, o degli americani, sempre generosi, ma già occupati a
comprare prodotti europei) creeranno la domanda stabile che possa riattivare
gli investimenti.
Si tratta di un anello di retroazioni che gira al
contrario. Infatti Abe fa l’esempio dell’Olanda. Con una certa perfidia ricorda
l’accordo di concertazione tra Governo, Imprese e Sindacati che negli anni
ottanta decise di sostenere l’occupazione e contenere l’inflazione galoppante
abbassando i salari. 1982, “Accordo di Wassenaar”.
E dichiara che “il Giappone sta
assistendo alla nascita di un simile Accordo Nazionale, o meglio, dell’Accordo Olandese
in senso inverso: l'idea condivisa
che il governo, le grandi industrie e i lavoratori dovrebbero collaborare per aumentare salari
e bonus (facilitando gli incentivi che potrebbero migliorare la produttività)”.
Naturalmente è uno schema volontario,
che però sta già facendo salire i salari nel paese.
Un Accordo che “continuerà a tenere l'economia del Giappone su una percorso di crescita sostenibile”.
Se vuoi restare in contatto:
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