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giovedì 13 febbraio 2014

Crediti e Debiti: partire dalla verità.


A maggio 2013, Victor Constacio, Vicepresidente della BCE (che è l’unico riconoscibile “sovrano” della crisi) ammetteva che il principale motore della crisi europea è da rintracciare in flussi finanziari insostenibili dal “cuore” (cioè dalla Germania) verso la “periferia” (noi, la Spagna, l’Irlanda, la Grecia, etc.). Non sono quindi responsabili quei fattori che sono ossessivamente al centro delle politiche pubbliche e della retorica mediatica: il debito pubblico (da cui lo sforzo di ridurre la spesa), la perdita di competitività del lavoro (da cui il contenimento dei salari e la distruzione delle protezioni), le spese fuori controllo. Tanto meno cose come “la corruzione”.
Tutti questi fattori sono talvolta presenti, ma non sono centrali. O sono più effetto che causa. Farei un’eccezione per “la corruzione” che potrebbe essere storicamente una causa, salvo andare a cercarla altrove.

Nel cruciale periodo 2001-2007, durante il quale sono state poste le basi della crisi, tutti i finanziamenti che hanno spinto la crescita dei paesi della “periferia” (che in genere crescevano più del “core”, come si ricorda dalla Spagna, dall’Irlanda, dalla stessa Grecia) sono arrivati da attività transfrontaliere (da flussi creditizi da nord a sud). E, come ricorda il funzionario della BCE, si è registrata una crescita delle esposizioni delle banche periferiche verso quelle “core” di cinque volte.

Questo è il problema al centro della crisi. Le banche Tedesche e Francesi rivogliono i loro soldi. E si tratta di centinaia di miliardi. Alla fine la cosa è semplice: un default le farebbe fallire.

Ma perché la BCE, nel contesto di un sistema bancario che si voleva integrato, ha lasciato che le cose procedessero sino al punto che uno shock esterno (e cioè in presenza di una cosa certa, della quale solo il momento poteva essere incerto) avrebbe messo tutti in una situazione senza uscita? Constacio dice che si tratta di regole sbagliare e mancanza di poteri, precisamente:
  • 1.      le regole sulla libera circolazione dei capitali;
  • 2.      l’obiettivo di parità tra sistemi bancari;
  • 3.      la “fede nell’efficienza dei presunti mercati auto-equilibranti” (cioè l’assunto centrale dell’economia liberista mainstream);
  • 4.      l’idea che un arresto improvviso (tipico dei paesi emergenti) non potesse verificarsi in economie avanzate.


Poiché non si impara mai dall’esperienza, quando la lezione va contro i propri interessi (o quelli dei nostri amici), candidamente viene quindi ammesso che il boom del credito non è stato “ottimizzato” da “agenti razionali” (l’assunto base della teoria), a causa di un ottimismo esagerato nella salita dei prezzi (cioè del classico meccanismo delle bolle, noto almeno dagli anni trenta) mentre “dal lato dell’offerta” non sono stati rispettati i parametri di rischio creditizio (sono stati attivati prestiti “temerari” dei quali, peraltro, ora si pretende la restituzione).
Quindi la tanto sbandierata “perdita di competitività” è solo un effetto indiretto di una maggiore inflazione, a sua volta causata da questo surriscaldamento dei prezzi (che ha contribuito a far salire i salari in senso relativo ed a mettere fuori mercato le esportazioni secondo il meccanismo in ultimo raccontato da Scharpf).
Detto con parole diverse: in un sistema economico in cui i capitali si muovono liberamente (difetto n.1), ma che ha un unico tasso di interesse ufficiale e moneta (difetto n.2), se un paese riceve flussi di prestiti (perché li paga di più) e li usa per i consumi e gli investimenti non produttivi, quindi importa più di quanto esporta, non altera più il cambio (non apprezza il marco, nella fattispecie, rispetto alla lira); l’unico effetto che resta è quindi che sale la sua inflazione interna (stanno aumentando i consumi, per questo importa troppo) e questo ha molti effetti connessi. Tra i più importanti c’è che abbassa il tasso “reale” (dato da tasso ufficiale meno l’inflazione) e rende automaticamente ancora più conveniente indebitarsi per i consumatori, cosa che a sua volta fa crescere ancora i consumi, e questi i prezzi. Questo circolo vizioso autorafforzante si intreccia con il suo simmetrico: chi sta esportando, non perde valore di moneta ma incassa somme ingenti che (se ha uno squilibrio simmetrico ed esporta più di quanto importa, cioè spende) non trovano impieghi sufficienti in patria (o interessanti); allora esporta i capitali eccedentari che ha ricavato, prestandoli a chi sta comprando le sue merci. Gli presta cioè i soldi per comprare le merci che gli vende 
Naturalmente si sta enormemente arricchendo: precisamente si stanno arricchendo gli industriali e le banche che intermediano il flusso del “risparmio”. Poi gli speculatori (ad esempio gli immobiliaristi) fino a che non restano con il “cerino” in mano.

A ben vedere non è una cosa strana: si tratta della versione europea del rapporto Cina-USA che ha fatto la fortuna della Cina per anni e che ha sostenuto la pace sociale negli Stati Uniti (lo abbiamo incontrato nella lettura dei libri di Rajan, Spence, Stiglitz), ma con una differenza: le monete agiscono (in teoria, perché la Cina l’ha attivamente manipolata) da bilanciere e tendono a riequilibrarlo. Anche in Cina la festa sta, peraltro, per finire ed i conti stanno per essere “portati al tavolo”.

Detto ancora diversamente sono le banche private del paese “forte” che vincono due volte in questo meccanismo, aumentano la raccolta (perché le industrie esportano) e trovano clienti all’estero in abbondanza. Non si tratta di un meccanismo dove c’è uno “sano” che presta ed uno “vizioso” che consuma. C’è solo uno che vende ed uno che compra; uno che si arricchisce ed uno che si indebita.
Come visto, dalle stessa parole della BCE, c’è un problema: se va avanti per molti anni alla fine hanno tanti crediti (si stima oltre 1.000 miliardi solo per quelle tedesche), e sono all’estero; che succede se uno shock asimmetrico mette in difficoltà i loro clienti indebitati?
Ovviamente succede che le banche si trasmettono gli input di debito/credito attraverso il sistema bancario e di qui alle imprese, ma infine –dato che le banche vanno salvate - verso i bilanci pubblici. Creando un “effetto domino” irresistibile.

Tornando sulle cause culturali il Vicepresidente della BCE, con una franchezza insolita per un banchiere centrale riconosce che erano sbagliati i presupposti, in particolare questi due:
  • 1.      “In primo luogo, che il settore privato è sostanzialmente stabile e auto-correttivo, composto da agenti completamente razionali che ottimizzano sempre inter-temporalmente, mediante la conoscenza delle future distribuzioni di probabilità, all’infinito i ritorni economici e le variabili”. Una ipotesi, questa dell’”agente razionale” che ha lunga storia in economia, ma che –se viene presa in modo dogmatico, come una descrizione del mondo, e quindi usata per prevederlo- genera delle conseguenze importanti, “in una visione siffatta, nessun default è ammesso o nessuna pericolosa <bolla> sarebbe possibile”. Per cui “Solo il settore pubblico potrebbe creare instabilità”. Questa è la tesi centrale di tanta economica liberista nella versione ad esempio di Chicago, ed ha conseguenze enormi “di conseguenza, si supponeva che il <Patto di stabilità e di crescita> fosse sufficiente a garantire la stabilità”.
  • 2.      “In secondo luogo, che la finanza non aveva impatto sulle fluttuazioni dell’economia reale”. Per quanto possa sembrare incredibile ad ascoltarlo oggi, questo è il presupposto sul quale la Commissione Delors (come sappiamo, composta solo di banchieri) impostò la revisione delle Istituzioni europee. Dal punto di vista della dottrina, dice Constacio, “dopo la scuola del Real Business Cycle, l’ipotesi di aspettative razionali e il paradigma di ottimizzazione intertemporale, il denaro e la finanza sono stati considerati non più rilevanti”.


La questione è che tutta la modellazione economica, sulla base della quale sono prese le decisioni e stabilite le politiche (ad esempio il tasso di cambio che la precedente guida della BCE tenne assurdamente alto nella prima fase della crisi) risentiva di questa esclusione: “mentre il denaro strisciò dentro al nuovo modello di macro attraverso l’introduzione delle rigidità di salari e prezzi, consentendo di valutare gli effetti sull’economia reale a breve termine della politica monetaria, la finanza continua a rimanere invisibile con l’ipotesi di mercato efficiente garantendo un’affidabile piombatura dell’economia reale”. In altre parole: “le banche e i mercati dei capitali non sono state considerate fonti endogene di instabilità che possano avere effetti sull’economia reale. Erano assenti dai modelli macroeconomici”.
Intendiamoci, questa spiegazione puramente cognitiva delle motivazioni degli errori è largamente autoassolutoria (intendo che tende a farci dimenticare che qui non si parla di fare una pubblicazione universitaria, ma di determinare la direzione di flussi di centinaia di miliardi, di lasciar fare o frenare enormi profitti, di decidere chi deve subire perdite colossali, con conseguenti distruzioni di carriere personali e immensi patrimoni), ma in attesa di notizie dalle fonti competenti la lasceremo per buona.

Questo è, però, il centro del problema. Per superarlo ci vuole un totale rivolgimento della logica e dei Trattati. Bisogna riportare entro termini di responsabilità sociale la ricerca del rischio (il cui sfruttamento a ben vedere è il motore del profitto finanziario, ci torneremo), e bisogna focalizzare nelle scelte e nelle politiche chi guadagna e chi perde.
Inoltre occorre considerare un quadro internazionale che non lascia spazio a politiche “impoverisci il vicino” condotte in modo particolarmente naif senza neppure avere la necessaria forza militare. La cosa si può vedere, infatti, in chiave storica in modo brutalmente semplice: una economia rivolta all’esportazione, che tiene compresso il mercato interno per garantire elevati profitti agli industriali e ad il sistema finanziario, ha bisogno di tenere aperti i mercati di sbocco. Aperti con la forza. Anche se esportando negli altri paesi crea disoccupazione e distruzione della struttura industriale locale. Si tratta del cosiddetto “mercantilismo”, cioè della teoria economica dell’età dell’imperialismo.
Ma questa forza, tradizionalmente era militare. Oggi solo gli USA dispongono (ed usano) tale leva. L’Europa non ne dispone (ed infatti il suo cambio è sopravvalutato e la sua economia fatica), se non verso paesi molto deboli. Dispone al più di un certo grado di “soft power”.
Ma ne dispone la Germania nei nostri confronti. Si tratta di una forza amministrativa, invece che militare, ma l’esito è simile. Ci costringe a comprare i suoi prodotti con i suoi soldi (cioè indebitandoci).


E’ possibile partire da questa consapevolezza nel disegnare le soluzioni?

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