Sono state
scritte tante cose di Grillo ed il successo, strepitoso, del Movimento Cinque
Stelle che è la sua creatura. Per lo più ostili, a volte entusiastiche.
Vorrei sottrarmi a
questo obbligo. Non voglio avere una posizione, ho amici su entrambe le sponde.
Il M5S è per me un fenomeno straordinario, un
evento storico. Indica, come uno specchio, un nuovo assetto. Un nuovo
equilibrio che cresce da qualche parte, che prende forma e inizia ad
aggregarsi. Che Grillo non ha progettato, non ha credo neppure “pensato”. Al
massimo il contrario.
Si tratta, per
me, di una posizione trovata, quasi
per caso assorbendo l’umore del paese. Trovata, anticipo, lasciandosi guidare
da una tecnica e dal suo istinto. Ma questo non è preciso, ciò che viene
assorbito e condensato è l’umore, il linguaggio, i lemmi, gli enunciati, i
blocchi emotivi di un nuovo popolo
che si sta separando nel paese. Che
si incrocia nei bar, nelle strade, nei negozi dietro i banconi, negli uffici
spesso cambiati, a spasso nei giardini, di fronte ad una partita di calcio o
nelle sue curve. Un popolo certamente arrabbiato, vittimizzato, stanco di
sentirsi inutile, sprecato, rigettato, isolato e capace di riconoscersi. Questo
“popolo” ha costruito se stesso intorno a un’identificazione negativa; “non”,
per differenza dal potere, dalla politica, dalla finanza, dalla grande impresa,
dalla globalizzazione, dalla tecnologia industriale, dalle <caste>, dal
denaro.
Mi pare che
questo contrappasso (ben meritato) della volontà impersonale, del capitalismo
trionfante fine novecentesco (e inizio nuovo millennio) stia trovando solo ora, con trenta anni circa di
sedimentazione, forma in una cultura. Questa “cultura” appare agli occhi ed
alle orecchie di quelli che una volta sarebbero stati chiamati <gli
integrati>, dei colti e formati, dei tranquilli, di chi non cambia spesso
lavoro, di chi ha l’orizzonte sereno di un percorso tracciato, o delle risorse
per farsi il futuro che si vuole, delle mie, strana ed un poco aliena. Appare
sconnessa, contraddittoria, mal costruita, oscura e per certi versi temibile,
pericolosa. Intendiamoci, anche io sotto alcuni profili la considero tale.
Alcuni dei “materiali” di montaggio mi appaiono “nemici”. E li combatterò.
Ma non si
capisce nulla se non si vede che in questo c’è del nuovo. Si rischia di fare la
fine di De Maistre con la Rivoluzione
Francese. Di trovarsi alla corte di Alessandro di Russia.
Dato che
un’aristocrazia schiavista ed imperialista resta tale, anche quando ha come
nemico Napoleone, io vorrei restare in equilibrio. Allora tornerei qui, Grillo
non costruisce il suo movimento, lo trova
a tentoni e per tentativi. Si tratta della storia di una co-evoluzione. Più che
un progetto un adattamento.
L’imprenditore
dell’intrattenimento Giuseppe Pietro Grillo, nato nel 1948 e dunque ad oggi
sessantacinquenne, ha una lunga storia. E’ sulla scena con successo dal 1976
(trentacinque anni), quando incontra Pippo Baudo e poi partecipa a Fantastico,
fa un bel pezzo di strada con quel geniaccio di Ricci e fiuta già alla metà
degli anni ottanta il cambio di umore del paese. Lo sgretolamento del consenso
verso il pentapartito e verso la politica apparentemente onnipotente del
Partito Socialista (a lungo suo bersaglio favorito). Negli anni novanta diventa
iconoclasta nei confronti della pubblicità (riprendendo ed assorbendo temi del
movimento no-global, in quegli anni la novità più forte sulla scena), poi della
tecnologia (la distruzione dei computer in scena, ma anche la lotta ai farmaci,
agli inceneritori) e le grandi aziende (ad esempio l’attacco alle
multinazionali o alle grandi aziende di Stato italiane, “Energia e Informazione” del 1995, “Cervello” e “Apocalisse
morbida”), la campagna contro la Parmalat (e dunque il tema della finanza). Poi
l’ingresso in politica, l’incontro con l’imprenditore ed ex manager
pubblicitario Gianroberto Casaleggio, il blog, i “Vaffa Day” e l’accellerazione impressionante in pochi anni. Il tema
che diventa centrale della <casta> (chiaramente ripreso dal fortunatissimo
libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella “La Casta. Così i politici sono diventati intoccabili”,
del 2007).
Questa
evoluzione non manca di una sua logica, di una progressiva radicalizzazione, di
un accumularsi di temi, ma credo sia una sorta di “spugna”. L’elemento più
costante, in essa è morale. Anzi
moralistico. E’ uno schema noi-loro che proietta nel nemico di turno ogni
bruttura ed ogni colpa, lo fa responsabile del dolore e dell’insuccesso, del
fallimento. Lo rende balsamo delle ferite.
Quel che
l’imprenditore dello spettacolo Grillo, con il suo straordinario fiuto, con la
sua pelle rabdomantica, ha fatto è prendere la forma che sentiva addensarsi fuori
di sé. Farsi specchio di queste tensioni, e dargli voce. L’esercizio tecnico
del web, l’abile applicazione di tecniche evidenti di marketing “multilevel”
(esprimo frammenti non connessi, per “colpire” di volta in volta pubblici
diversi, contando sul fenomeno della focalizzazione percettiva, in base al
quale io “sento” effettivamente solo quel che mi interessa e non colgo la
contraddizione con altro che non mi tocca), su cui Pubblitalia e Berlusconi ha
costruito la sua ventennale fortuna politica (ma anche prima televisiva), è
solo applicazione tecnica e amplificazione. Il contributo di Casaleggio
all’impresa è, per me. sopravvalutato.
Ciò che gonfia le vele è
la capacità di non avere forma e di prendere tutte le forme,
contemporaneamente. E’ la tecnica dello spettacolo. E’ la società che in esso
si rispecchia e il nuovo popolo che si muove dentro questi <frame>.
Confesso, io non
guardo da anni la televisione (salvo episodicamente e in genere su internet),
ho sempre odiato i varietà sin da bambino, e di rado guardato i Talk Show. Ma
gli spettacoli di Grillo negli anni ottanta mi piacevano. L’uomo è simpatico (a
me) e non cambio su questo parere. Anche ora che è una via di mezzo tra Gesù
Cristo e la Bocca
della Verità.
Però questo
fenomeno straordinario del Movimento Cinque Stelle, con la sua capacità di
addensare i sentimenti, le parole d’ordine e le pulsioni, di una parte
crescente della società messa al margine, mi affascina. E mi affascina che
questa clamorosa solidificazione di vapori diffusi, sia avvenuta intorno a
quello che appare come un’impresa più che
un progetto politico. Che si sia fatta guidare dall’utilità, più che da un
programma di società futura. Che non sia un disegno, una proposta di ideale
società, di organizzazione. Che sia più una raccolta di pezzi già presenti
(alcuni con dense costruzioni politiche, sociali e culturali, al loro interno)
e di giustapposizione. La tecnica della
spugna direi.
Mi pare, che ci
sia, qui uno sguardo nuovo. Che tendenzialmente non approvo ma che determina
una situazione che spiazza e cambia il terreno. Lo fa slittare.
Potrebbe essere
l’ascesa di un “nuovo popolo”.



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