Prendo lo spunto
da un interessante articolo
di Sonia Alonso, ricercatrice di scienze sociali a Berlino, sul sito della London School of Economics nel quale lei
sostiene che sarebbe in essere una sorta di gioco
delle parti tra gli attori politici nazionali e quelli europei. La sua
valutazione è che i governi nazionali della periferia e del core presentano intenzionalmente ai loro elettori e
cittadini le decisioni come necessarie ed imposte, per evitare di prenderne la
responsabilità.
Si trova ad
essere attivata una sorta di “democrazia senza scelte”, in particolare nei
GIIPS. Il racconto che ci viene proposto è che i governi nazionali, in quanto
membri dell’Unione Europea non hanno scelta ad accettare una politica (i
programmi di austerità) alla fine imposta da “una combinazione di istituzioni
europee non elette, membri creditori degli Stati e mercati internazionali”. L’autodifesa
sarebbe che “i governi nazionali non hanno autonomia politica e per questo, a
sua volta, necessariamente mancano alternative politiche”.
Dall’altra parte
i paesi “Core” vedono queste politiche come conseguenza auto-inflitta di
leggerezze condotte nella fase dell’ “Euro credibile” (cioè prima della crisi
del credito internazionale). La spesa “oltre i propri mezzi”, condotta a causa
del credito facile che fluiva –in cerca di migliori rendimenti- dai
risparmiatori del nord, in altre parole, avrebbe generato insostenibili livelli
di debito pubblico e privato. Abbiamo già numerose volte contrastato questa
visione, e da ultimo lo ha fatto Habermas
qualche giorno fa davanti allo stato maggiore della SPD, dunque non ci
dilungheremo.
Questa visione
ha comunque la conseguenza che aiutare ora i paesi PIIGS significa incentivare
l’azzardo morale in seguito (chi sa di essere salvato è meno attento a non
mettersi nei guai). Dunque non c’è alternativa a “fare il proprio dovere”.
Il problema con
questo racconto TINA (“There is No alternative”) è che è molto comodo sia per i
leader politici dei PIIGS sia del “Core”. Entrambi tendono a presentare a casa
le scelte che prendono in comune nel Consiglio Europeo come “necessarie”. Ed a
scaricarne la responsabilità su una decisionalità tecnica e non politica.
Invece si tratta di una posizione politica di compromesso tra interessi (o, se
si vuole, di un investimento politico assunto in via prospettica). Ogni Stato
avrebbe infatti comunque la possibilità di sottrarsi, sia mobilitando la
clausola “minacce imminenti alla stabilità e salute”, sia uscendo dal club.
L’analista
sostiene, fondamentalmente, che i rappresentanti degli Stati hanno
contemporaneamente “due cappelli”: quello nazionale, che mettono a casa, e
quello europeo, che mettono in Consiglio. Il secondo cappello li spinge ad
assumere un punto di vista collettivo e garantire, in quella sede,
l’accettazione nazionale alle decisioni comuni. Una sorta di “doppia lealtà”
che però viene nascosta quando sono ognuno singolarmente davanti alla propria
opinione pubblica. Allora “essi si dichiarano impotenti”, affermano che la
politica economica è stata “loro imposta da Bruxelles e dai loro partner
europei”, senza riuscire a riconoscere il ruolo che hanno comunque svolto. In
altre parole, la paura “di essere lasciati fuori dal tavolo delle [future] trattative”
li paralizza. Il che, tutto sommato è comprensibile, nel quadro di una
valutazione della crisi come passeggera.
Il problema è
che i Governi dei GIIPS, mentre continuano a ravvisare la necessità di far
parte del Tavolo delle trattative nel Consiglio Europeo, non prendono la piena
responsabilità per questo. Tornati a casa, infatti, non dicono perché
avevano bisogno di essere lì, né chiedono alle loro popolazioni se devono
restare. Invece, mostrano solo il loro “cappello nazionale” e “presentano
la situazione TINA come un'imposizione dall'esterno”.
Anche dal punto
di vista dei Governi “Core”, la decisione di presentare la cosa come un azzardo
morale, “dopo dieci anni pieni di collettivo free-riding sulle regole dell'UEM”,
è politica, e guidata da interessi interni, non europei. Cioè dalla necessità
di conservare il consenso interno.
La crisi dipende
quindi da questa prevalenza del Consiglio sugli altri organi Europei (ed in
particolare sul Parlamento Europeo) e dalla prevalenza di un punto di vista
nazionalista agito in modo poco coraggioso. Invece potrebbe essere meglio
affrontata se l’intreccio di interessi nazionali a breve termine e di interessi
collettivi europei (e, anche interessi nazionali prospettici) fosse mostrata
nella sua complessa interdipendenza alla
sfera pubblica europea. Cioè ai cittadini europei nel contesto di una nuova
centralità del Parlamento e dei suoi organi.
Lo ribadiva
anche Habermas qualche giorno fa: “le elité politiche devono rinunciare a
politiche europee realizzate senza l’avvallo dell’elettorato, rinunciando anche
al mix populistico tra attacchi continui a Bruxelles e retoriche europeiste
della domenica. […] per una democrazia sovranazionale ancorata agli Stati
Nazionali, non serve un popolo europeo bensì individui che abbiano imparato a
essere contemporaneamente sia cittadini d’uno Stato sia cittadini europei.
Cittadini che potrebbero partecipare alla formazione della volontà politica
europea nei contesti nazionali se anche i media fossero all’altezza delle
responsabilità”.

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