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venerdì 7 febbraio 2014

La crisi Europea è una crisi politica, non economica


Prendo lo spunto da un interessante articolo di Sonia Alonso, ricercatrice di scienze sociali a Berlino, sul sito della London School of Economics nel quale lei sostiene che sarebbe in essere una sorta di gioco delle parti tra gli attori politici nazionali e quelli europei. La sua valutazione è che i governi nazionali della periferia e del core presentano intenzionalmente ai loro elettori e cittadini le decisioni come necessarie ed imposte, per evitare di prenderne la responsabilità. 

Si trova ad essere attivata una sorta di “democrazia senza scelte”, in particolare nei GIIPS. Il racconto che ci viene proposto è che i governi nazionali, in quanto membri dell’Unione Europea non hanno scelta ad accettare una politica (i programmi di austerità) alla fine imposta da “una combinazione di istituzioni europee non elette, membri creditori degli Stati e mercati internazionali”. L’autodifesa sarebbe che “i governi nazionali non hanno autonomia politica e per questo, a sua volta, necessariamente mancano alternative politiche”. 
Dall’altra parte i paesi “Core” vedono queste politiche come conseguenza auto-inflitta di leggerezze condotte nella fase dell’ “Euro credibile” (cioè prima della crisi del credito internazionale). La spesa “oltre i propri mezzi”, condotta a causa del credito facile che fluiva –in cerca di migliori rendimenti- dai risparmiatori del nord, in altre parole, avrebbe generato insostenibili livelli di debito pubblico e privato. Abbiamo già numerose volte contrastato questa visione, e da ultimo lo ha fatto Habermas qualche giorno fa davanti allo stato maggiore della SPD, dunque non ci dilungheremo.
Questa visione ha comunque la conseguenza che aiutare ora i paesi PIIGS significa incentivare l’azzardo morale in seguito (chi sa di essere salvato è meno attento a non mettersi nei guai). Dunque non c’è alternativa a “fare il proprio dovere”.

Il problema con questo racconto TINA (“There is No alternative”) è che è molto comodo sia per i leader politici dei PIIGS sia del “Core”. Entrambi tendono a presentare a casa le scelte che prendono in comune nel Consiglio Europeo come “necessarie”. Ed a scaricarne la responsabilità su una decisionalità tecnica e non politica. Invece si tratta di una posizione politica di compromesso tra interessi (o, se si vuole, di un investimento politico assunto in via prospettica). Ogni Stato avrebbe infatti comunque la possibilità di sottrarsi, sia mobilitando la clausola “minacce imminenti alla stabilità e salute”, sia uscendo dal club.

L’analista sostiene, fondamentalmente, che i rappresentanti degli Stati hanno contemporaneamente “due cappelli”: quello nazionale, che mettono a casa, e quello europeo, che mettono in Consiglio. Il secondo cappello li spinge ad assumere un punto di vista collettivo e garantire, in quella sede, l’accettazione nazionale alle decisioni comuni. Una sorta di “doppia lealtà” che però viene nascosta quando sono ognuno singolarmente davanti alla propria opinione pubblica. Allora “essi si dichiarano impotenti”, affermano che la politica economica è stata “loro imposta da Bruxelles e dai loro partner europei”, senza riuscire a riconoscere il ruolo che hanno comunque svolto. In altre parole, la paura “di essere lasciati fuori dal tavolo delle [future] trattative” li paralizza. Il che, tutto sommato è comprensibile, nel quadro di una valutazione della crisi come passeggera.

Il problema è che i Governi dei GIIPS, mentre continuano a ravvisare la necessità di far parte del Tavolo delle trattative nel Consiglio Europeo, non prendono la piena responsabilità per questo. Tornati a casa, infatti, non dicono perché avevano bisogno di essere lì, né chiedono alle loro popolazioni se devono restare. Invece, mostrano solo il loro “cappello nazionale” e “presentano la situazione TINA come un'imposizione dall'esterno”.
Anche dal punto di vista dei Governi “Core”, la decisione di presentare la cosa come un azzardo morale, “dopo dieci anni pieni di collettivo free-riding sulle regole dell'UEM”, è politica, e guidata da interessi interni, non europei. Cioè dalla necessità di conservare il consenso interno.

La crisi dipende quindi da questa prevalenza del Consiglio sugli altri organi Europei (ed in particolare sul Parlamento Europeo) e dalla prevalenza di un punto di vista nazionalista agito in modo poco coraggioso. Invece potrebbe essere meglio affrontata se l’intreccio di interessi nazionali a breve termine e di interessi collettivi europei (e, anche interessi nazionali prospettici) fosse mostrata nella sua complessa interdipendenza alla sfera pubblica europea. Cioè ai cittadini europei nel contesto di una nuova centralità del Parlamento e dei suoi organi.


Lo ribadiva anche Habermas qualche giorno fa: “le elité politiche devono rinunciare a politiche europee realizzate senza l’avvallo dell’elettorato, rinunciando anche al mix populistico tra attacchi continui a Bruxelles e retoriche europeiste della domenica. […] per una democrazia sovranazionale ancorata agli Stati Nazionali, non serve un popolo europeo bensì individui che abbiano imparato a essere contemporaneamente sia cittadini d’uno Stato sia cittadini europei. Cittadini che potrebbero partecipare alla formazione della volontà politica europea nei contesti nazionali se anche i media fossero all’altezza delle responsabilità”.  

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