Domenica è stato
approvato di misura il Referendum promosso dall’UDC, partito di estrema destra che si
batte da anni contro gli stranieri e l’immigrazione (anche giornaliera) per
motivi di lavoro in Svizzera. La civile, democratica, Svizzera.
L’iniziativa aveva
in particolare di mira gli immigrati italiani nel Canton Ticino (nel quale il referendum
è stato approvato dal 70% dei votanti) che sono il 15% ca. del totale, ca.
300.000 persone cui aggiungere altre 65.000 lavoratori “transfrontalieri”. Il
fenomeno complessivo vede crescere dal 2007 ad oggi, in questi cinque anni, di
80.000 persone l’anno la popolazione (8 milioni di abitanti) svizzera. Ca. 1%
all’anno.
In sostanza il
tasso di nuovi immigrati per lavoro avrebbe raggiunto il 5% della popolazione
svizzera (quindi una percentuale maggiore sulla popolazione attiva), iniziando
a creare problemi di sostituzione nel contesto di un’economia che, se pur
ricca, comincia ad essere stagnante.
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| Manifesto dell'UDC al Referendum Svizzero |
Marcello Foa, su
Il
Giornale, dice che il sentimento che ha spinto questo successo è molto
più profondo, si tratta del sentimento offeso di non riuscire più a “controllare
il proprio destino”. Dell’erosione di “consuetudini e contratti sociali”, in
particolare nel mondo del lavoro. L’apertura all’Europa, nella chiusa e gelosa
Svizzera (da secoli un mondo a parte nel cuore dell’Europa), promossa tramite
singoli Trattati bilaterali, starebbe generando un “senso di smarrimento”. L’integrazione
del Mercato Comune, che presuppone inscindibilmente l’apertura alla
concorrenza, la libera circolazione dei capitali, delle informazioni (di qui l’attacco
concentrico al segreto bancario elvetico), delle merci e delle persone,
determina una trasformazione sociale che starebbe mostrando i suoi limiti. Più precisamente i suoi costi.
Tuttavia, come
ricorda anche Schulz, nella Dichiarazione
Ufficiale che ha rilasciato, la libera circolazione degli uomini non è
separabile da quella delle merci. “… Il Governo
svizzero ha ora da capire quali conclusioni trae dal referendum e se è
possibile rendere questa decisione compatibile con i suoi impegni
internazionali, in particolare i suoi accordi con l'UE. L'UE onorerà i
suoi impegni verso la Svizzera e si aspetta i suoi partner facciano lo stesso. La
Svizzera gode i benefici del mercato interno, [ma] la libertà di circolazione è
un pilastro fondamentale del mercato interno. La decisione del popolo svizzero
e le preoccupazioni espresse hanno bisogno di un'adeguata analisi e di tranquille
reazioni razionali. La Svizzera rimane un partner fondamentale per
l'Unione Europea”.
Almeno non è
separabile nel quadro del disegno dell’Unione Europea come la conosciamo. Di
qui l’implicita minaccia (di escluderla dal mercato comune interno) che il
Presidente del Parlamento Europeo avanza.
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| Manifesto dell'UDC |
Tuttavia la
Svizzera non è la sola ad esprimere questo disagio. L’Inghilterra ha preso
misure ed altre ne prenderà, la stessa Germania esprime fastidio, rappresentato
dalla strana norma sui pedaggi autostradali (che devono pagare solo i cittadini
comunitari non tedeschi), i paesi del Nord (Belgio in primis) stanno
rumoreggiando ed espellendo in alcuni casi i cittadini comunitari senza lavoro.
Sotto la spinta
della crisi, cioè, si muove un sentimento forte. La teoria liberale schematizza
la questione in modo volutamente elementare: se c’è disponibilità ad emigrare è
perché le risorse umane sono sottoutilizzate, se c’è capacità di occupare
altrove in modo idoneo (che significa semplicemente derivante dall’incontro di
una offerta con una domanda) allora vuol dire che c’era una domanda non
soddisfatta al livello di prezzo (del lavoro) raggiungibile. Facendo incontrare
questa domanda (di occupare a prezzi più bassi, ad esempio) con l’offerta di
occupabilità (disponibile a quei prezzi) si determina semplicemente una
migliore, e più efficiente, allocazione delle risorse. Specificatamente dei “fattori
produttivi”. Dunque si produrrà di più a
costi più bassi a vantaggio di tutti.
Questa è
matematica. Elementare.
Peccato che gli
uomini non siano fatti di numeri. Chi viene in un nuovo paese non ha legami,
non è amico, si deve fare spazio. Entra in un tessuto sociale e relazionale, lo
“tende”, sposta qualcun altro, dilata e sfilaccia. Poi viene assorbito, la cosa
si ricuce. Può anche uscirne un tessuto più forte. Ma ci vuole tempo, ci vuole
ordine e gradualità. Ci vogliono politiche attive di accoglienza. Ci vuole un progetto
sociale.
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| Manifesto dell'UDC |
Che non sia
quello del “dumping” miope ed a corto raggio di chi pensa solo che con un
robusto flusso, costante, si abbassa il costo del lavoro perché vengono posti
sotto ricatto i lavoratori locali creando un’alternativa. Se questo è l’unico
progetto la reazione del referendum svizzero è comprensibile (sarei per dire
appropriata). La difesa della propria identità può essere una cosa pericolosa,
una pulsione a chiudersi, ma essere ridotti a matematica e contabilità può
essere peggio.
Prima che sia
tardi, questo referendum andrebbe preso per avviare una riflessione non
episodica su cosa vogliamo che sia l’Europa.



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