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lunedì 10 febbraio 2014

Riflettere sull’integrazione Europea: il referendum svizzero


Domenica è stato approvato di misura il Referendum promosso  dall’UDC, partito di estrema destra che si batte da anni contro gli stranieri e l’immigrazione (anche giornaliera) per motivi di lavoro in Svizzera. La civile, democratica, Svizzera.  
L’iniziativa aveva in particolare di mira gli immigrati italiani nel Canton Ticino (nel quale il referendum è stato approvato dal 70% dei votanti) che sono il 15% ca. del totale, ca. 300.000 persone cui aggiungere altre 65.000 lavoratori “transfrontalieri”. Il fenomeno complessivo vede crescere dal 2007 ad oggi, in questi cinque anni, di 80.000 persone l’anno la popolazione (8 milioni di abitanti) svizzera. Ca. 1% all’anno.
In sostanza il tasso di nuovi immigrati per lavoro avrebbe raggiunto il 5% della popolazione svizzera (quindi una percentuale maggiore sulla popolazione attiva), iniziando a creare problemi di sostituzione nel contesto di un’economia che, se pur ricca, comincia ad essere stagnante.

Manifesto dell'UDC al Referendum Svizzero

Marcello Foa, su Il Giornale, dice che il sentimento che ha spinto questo successo è molto più profondo, si tratta del sentimento offeso di non riuscire più a “controllare il proprio destino”. Dell’erosione di “consuetudini e contratti sociali”, in particolare nel mondo del lavoro. L’apertura all’Europa, nella chiusa e gelosa Svizzera (da secoli un mondo a parte nel cuore dell’Europa), promossa tramite singoli Trattati bilaterali, starebbe generando un “senso di smarrimento”. L’integrazione del Mercato Comune, che presuppone inscindibilmente l’apertura alla concorrenza, la libera circolazione dei capitali, delle informazioni (di qui l’attacco concentrico al segreto bancario elvetico), delle merci e delle persone, determina una trasformazione sociale che starebbe mostrando i suoi limiti. Più precisamente i suoi costi.
Tuttavia, come ricorda anche Schulz, nella Dichiarazione Ufficiale che ha rilasciato, la libera circolazione degli uomini non è separabile da quella delle merci. “… Il Governo svizzero ha ora da capire quali conclusioni trae dal referendum e se è possibile rendere questa decisione compatibile con i suoi impegni internazionali, in particolare i suoi accordi con l'UE. L'UE onorerà i suoi impegni verso la Svizzera e si aspetta i suoi partner facciano lo stesso. La Svizzera gode i benefici del mercato interno, [ma] la libertà di circolazione è un pilastro fondamentale del mercato interno. La decisione del popolo svizzero e le preoccupazioni espresse hanno bisogno di un'adeguata analisi e di tranquille reazioni razionali. La Svizzera rimane un partner fondamentale per l'Unione Europea”.
Almeno non è separabile nel quadro del disegno dell’Unione Europea come la conosciamo. Di qui l’implicita minaccia (di escluderla dal mercato comune interno) che il Presidente del Parlamento Europeo avanza.

Manifesto dell'UDC

Tuttavia la Svizzera non è la sola ad esprimere questo disagio. L’Inghilterra ha preso misure ed altre ne prenderà, la stessa Germania esprime fastidio, rappresentato dalla strana norma sui pedaggi autostradali (che devono pagare solo i cittadini comunitari non tedeschi), i paesi del Nord (Belgio in primis) stanno rumoreggiando ed espellendo in alcuni casi i cittadini comunitari senza lavoro.
Sotto la spinta della crisi, cioè, si muove un sentimento forte. La teoria liberale schematizza la questione in modo volutamente elementare: se c’è disponibilità ad emigrare è perché le risorse umane sono sottoutilizzate, se c’è capacità di occupare altrove in modo idoneo (che significa semplicemente derivante dall’incontro di una offerta con una domanda) allora vuol dire che c’era una domanda non soddisfatta al livello di prezzo (del lavoro) raggiungibile. Facendo incontrare questa domanda (di occupare a prezzi più bassi, ad esempio) con l’offerta di occupabilità (disponibile a quei prezzi) si determina semplicemente una migliore, e più efficiente, allocazione delle risorse. Specificatamente dei “fattori produttivi”. Dunque si produrrà di più a costi più bassi a vantaggio di tutti.
Questa è matematica. Elementare.

Peccato che gli uomini non siano fatti di numeri. Chi viene in un nuovo paese non ha legami, non è amico, si deve fare spazio. Entra in un tessuto sociale e relazionale, lo “tende”, sposta qualcun altro, dilata e sfilaccia. Poi viene assorbito, la cosa si ricuce. Può anche uscirne un tessuto più forte. Ma ci vuole tempo, ci vuole ordine e gradualità. Ci vogliono politiche attive di accoglienza. Ci vuole un progetto sociale.
Manifesto dell'UDC
Che non sia quello del “dumping” miope ed a corto raggio di chi pensa solo che con un robusto flusso, costante, si abbassa il costo del lavoro perché vengono posti sotto ricatto i lavoratori locali creando un’alternativa. Se questo è l’unico progetto la reazione del referendum svizzero è comprensibile (sarei per dire appropriata). La difesa della propria identità può essere una cosa pericolosa, una pulsione a chiudersi, ma essere ridotti a matematica e contabilità può essere peggio.


Prima che sia tardi, questo referendum andrebbe preso per avviare una riflessione non episodica su cosa vogliamo che sia l’Europa.

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