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mercoledì 19 febbraio 2014

Martin Schulz, Intervista da Lilli Gruber: il generale nel suo labirinto.


Il 17 febbraio Martin Schulz, attuale Presidente del Parlamento Europeo, socialdemocratico e candidato per il PSE all’importante ruolo di Presidente della Commissione Europea, ha rilasciato una intervista per La 7, trasmissione Otto e mezzo”, alla giornalista televisiva Lilli Gruber.
In questa intervista sono stati affrontati i temi delle riforme strutturali, dell’austerità e della posizione della Germania. Sul finire è stata posta la questione dell’Euro e delle incipienti elezioni europee.

L’esponente socialdemocratico ha avuto cura, in tutta l’intervista, di segnalare la sua distanza dalla posizione della Cancelliera Angela Merkel e delle forze che ne sostengono la linea, sia in Germania sia in diversi paesi del nord Europa. Una linea che riassume in questo modo: “dobbiamo decidere se vogliamo continuare a difendere la teoria che bisogna soltanto fare dei tagli ai bilanci pubblici e improvvisamente torneranno gli investitori dall’estero. Questo non succede”. Si tratta della cosiddetta ipotesi della “austerità espansiva”, secondo la quale migliorando l’efficacia della spesa e la sostenibilità del debito, essenzialmente tramite riduzioni del perimetro dello Stato e liberazione delle forze spontanee dell’economia, si rafforzerà la fiducia degli investitori nella sostenibilità a lungo termine della situazione e questa fiducia creerà le condizioni per il ritorno degli investimenti. A quel punto il flusso di investimenti privati, nuovamente copioso, genererà i guadagni di efficienza e di attività che “dal lato dell’offerta” rimetterà in moto domanda, occupazione e sviluppo.
Si tratta di una teoria attraente, perché coglie molti piccioni con poche fave: completa il lungo percorso della liberalizzazione dello Stato (che economisti ed operatori, ancora legati alla crisi da stagflazione degli anni settanta, vedono come centrale), anzi dallo Stato; promette incrementi di efficienza “sostenibili” (cioè autoindotti); ottiene che la finanza, senza bisogno di controlli e di riforme, ricominci a lavorare per l’economia produttiva; massimizza il rendimento del capitale, senza passare per le odiate redistribuzioni, tassazioni progressive o per il default. L’austerità è infatti solo dal lato dello Stato (cioè dei servizi erogati) e del lavoro (che deve diventare competitivo per via di deflazione). Ovviamente si tratta di piccioni per tavole altolocate.
L’idea è un poco la solita: <datemi i soldi che io so come si usano, poi potrete lavorare per me>.

La proposta che Schulz oppone è descritta così: “investire nella ricerca, nello sviluppo, nella banda larga per le aree rurali (agenda digitale), e far vedere che ci occupiamo dei giovani, della loro formazione e del lavoro”. Per fare questo bisogna estrarre le spese per investimento dal conto del deficit (e quindi anche dal parametro deficit/pil al 3%). Questo investimento sul futuro è l’unico modo di gestire il debito, il cui consolidamento a lungo termine è giusto. Ma che senza crescita, credito alle imprese, e lavoro, è impossibile da gestire. Dunque, riassume Schulz, “come la maggior parte del Parlamento ritengo che il consolidamento a lungo termine è giusto, ma bisogna insieme rafforzare la capacità di spesa della gente e dei giovani”.

Su questo tema di “rafforzare la capacità di spesa” (che è un termine alquanto ambiguo, in quanto si può ottenere ovviamente sia per via di riduzione dei prezzi sia per via di aumento dei salari, dal “lato dell’offerta” o da “quello della domanda”) torna spesso. L’ipotesi più plausibile è che intenda la seconda via, nell’intervista infatti il Presidente Schulz fa riferimento all’aumento del salario minimo imposto nella trattativa per la Larga Coalizione, e specifica che questo “contribuisce al riequilibrio dello squilibrio macroeconomico”.
Con questa battuta Schulz reitera la sua accettazione della posizione di chi sostiene che l’eccesso di esportazioni (o meglio la debolezza delle importazioni e della domanda interna) della Germania e dei suoi partner del Nord sia fonte di squilibri che generano o aggravano la crisi. Ma non ci torna nell’intervista. Invece sottolinea il punto di battaglia politica con la posizione della destra, che vede correttamente molto più allargata della sola Merkel.

In un altro momento, su domanda della Gruber, difende l’impegno della Germania per la conservazione dell’Euro (che sino ad ora è costato ca. 700 mld di aiuti al sistema finanziario e bancario, di cui 400 spesi dalla Germania). Purtroppo all’obiezione della giornalista che questa azione è stata condotta anche perché le banche tedesche erano “esposte”, Schulz (fingendo di non capire il termine) risponde “ma non erano in crisi”. Certamente su questo cruciale passaggio si poteva essere meno reticenti e spiegare che il trasferimento del debito privato delle banche del sud Europa nei bilanci pubblici (via “salvataggio”) di tutta Europa (ovviamente incluso quello della Germania Federale) è stato reso “necessario” dallo stato di creditore a rischio perdita di investimento del sistema bancario del nord. In altre parole, come abbiamo visto numerose volte (ad esempio in Scharpf ed in Sapir, e più di recente in Minenna), il problema era comune. Se io non posso restituirti il prestito tu non lo puoi incassare e subisci una perdita.

Ha invece ragione Schulz a ricordare come le tavole imbandite siano troppo sbilanciate. E i sacrifici imposti solo per salvare “mercati” e creditori. In altre parole, lo Stato deve ridurre il suo perimetro quando si tratta di servizi e lavoro, ma lo deve ampliare se bisogna salvare i “risparmi”. Ovviamente perché si tratta per lo più di gruppi diversi.

Sull’uscita dall’Euro Schulz, in modo assolutamente prevedibile, ha invece espresso una posizione di totale chiusura. “Sarebbe un onere per tutti”. La ragione è perfettamente in linea con la valutazione tedesca, cioè con lo stile e lo sguardo tedesco sull’economia: “l’Euro è una valuta stabile, ha un cambio con il dollaro di 1,6. Abbiamo il più basso tasso di inflazione (forse troppo basso) di sempre. L’Euro è stabile e distruggerlo porterebbe ad una catastrofe economica, credo.”
A parte il “credo” finale, segno di obiezioni che hanno attraversato fulmineamente il suo “foro interiore”, e che manifestano anche all’esterno la controversia di cui è evidentemente cosciente, Schulz richiama, in questa accorata posizione il classico impegno tedesco per la “stabilità”, l’ostilità per “l’inflazione”. Impegno che è razionalmente perseguito dalle elité tedesche, in chiave più congiunturale, anche in ragione della crisi demografica incipiente, che li obbliga a garantire la salvaguardia dei risparmi accumulati, indispensabili per sostenere lo stile di vita futuro. In altre parole, la Germania è psicologicamente come un cinquantacinquenne che inizia ad essere più sensibile alla protezione dei suoi risparmi che all’incremento del suo stipendio, sapendo che avrà bisogno tra breve di garantirsi il futuro senza lavorare. Lo scambio eventuale patrimonio/lavoro (ad esempio via inflazione, o tramite un cambio meno forte) lo terrorizza.
Dunque per Schulz, “non dobbiamo chiedere una valuta debole, dobbiamo evitare che ci siano gli squilibri nell’area della valuta”. Questa uscita illumina il tenore delle obiezioni che il “credo” faceva intravedere: il Presidente del Parlamento Europeo è cosciente che i 500 milioni di cittadini vivono in nazioni molto diverse, hanno stili di vita e competenza multiformi, hanno tradizioni istituzionali, amministrative divergenti, hanno cultura e filosofia diversa, e sa che questa differenza –tradotta nel funzionamento economico e negli assetti strutturali- determina disfunzionamenti molto gravi. Ma delle due alternative di trovare un punto di convergenza tra “l’Europa Tedesca” (che in modo malizioso la Gruber evocava all’inizio) e l’ambiente amministrativo-economico mediterraneo, o di rompere il cancello dell’Euro, sceglie il sogno. Nel contesto di una crisi acuta (e dopo aver lui stesso ricordato in più occasioni che non c’è tempo), individua la soluzione di “cambiare taglia” a tutti, diventando uguali, anziché quella di “confezionare abiti diversi”.

A questo punto l’intervistatrice mette la mano nel piatto e chiede se la strada della “svalutazione interna” sia sostenibile per l’Italia.
A questa domanda Schulz risponde che non lo è, e anche che in effetti “se venisse introdotta la lira l’economia italiana ne trarrebbe vantaggio. La moneta non sarebbe competitiva”. Questa distinzione tra “economia” (cioè forse produzione di nuova ricchezza) e “moneta” (cioè forse capitale e risparmi accumulati, in termini di potere di acquisto immagino) è abbastanza intrigante.

In piena autocontraddizione a questo punto Schulz conclude: “non dobbiamo svalutare, ma abbiamo bisogno di più potere di acquisto e lavoro”. Dunque la BCE deve continuare a tenere altissimo il cambio dell’Euro con il Dollaro, cosa che rende non competitive le nostre merci verso il resto del mondo ed ostacola seriamente le nostre esportazioni (ma, certo, aumenta il potere di acquisto di televisori, telefonini, computer e tutto ciò che non fabbrichiamo ma compriamo dall’estero), ma insieme dobbiamo aumentare il potere di acquisto (ovviamente quello con effetti interni, non a vantaggio solo di cinesi, giapponesi o americani, cioè in termini reali) ed il lavoro. Più o meno ciò significherebbe o indebitandosi (ma mi pare di poterlo escludere, se non per gli investimenti, certo non per i consumi) o alzando i salari a danno del profitto.
Il problema, vorrei chiedere, è che in presenza di piena mobilità dei capitali e delle merci come si chiude l’equazione (quindi avendo possibilità, ad esempio per un italiano, di spostare i suoi capitali dove il lavoro costa meno e importare quindi le merci prodotte, avendo anche il vantaggio non marginale di avere utili all’estero, ogni riferimento ad importanti aziende manifatturiere è puramente casuale)? Certo se delle tre “libertà” alla base dei Trattati (di movimento dei capitali, delle merci e degli uomini) venisse ristretta l’una o l’altra (delle prime due), allora la protezione del mercato interno che ne deriverebbe potrebbe forse tollerare una moneta forte e cambi fissi interni. E potrebbe dare il tempo di armonizzare di più “gli squilibri”. Poiché, però, la revisione del Trattato di Lisbona, non sembra essere né plausibile né all’orizzonte, la cosa non mi è molto chiara.

Resta chiaro che Schulz è nel suo labirinto. Speriamo trovi la strada, perché altrimenti l’<Europa pragmatica> che desidera non si sa dove sia.


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