Il 17 febbraio
Martin Schulz, attuale Presidente del Parlamento Europeo, socialdemocratico e
candidato per il PSE all’importante ruolo di Presidente della Commissione Europea,
ha rilasciato una
intervista per La 7, trasmissione Otto e mezzo”, alla giornalista
televisiva Lilli Gruber.
In questa
intervista sono stati affrontati i temi delle riforme strutturali, dell’austerità
e della posizione della Germania. Sul finire è stata posta la questione dell’Euro
e delle incipienti elezioni europee.
L’esponente
socialdemocratico ha avuto cura, in tutta l’intervista, di segnalare la sua
distanza dalla posizione della Cancelliera Angela Merkel e delle forze che ne
sostengono la linea, sia in Germania sia in diversi paesi del nord Europa. Una linea
che riassume in questo modo: “dobbiamo decidere se vogliamo continuare a
difendere la teoria che bisogna soltanto fare dei tagli ai bilanci pubblici e
improvvisamente torneranno gli investitori dall’estero. Questo non succede”. Si
tratta della cosiddetta ipotesi della “austerità
espansiva”, secondo la quale migliorando l’efficacia della spesa e la
sostenibilità del debito, essenzialmente tramite riduzioni del perimetro dello
Stato e liberazione delle forze spontanee dell’economia, si rafforzerà la
fiducia degli investitori nella sostenibilità a lungo termine della situazione
e questa fiducia creerà le condizioni per il ritorno degli investimenti. A quel
punto il flusso di investimenti privati, nuovamente copioso, genererà i
guadagni di efficienza e di attività che “dal lato dell’offerta” rimetterà in
moto domanda, occupazione e sviluppo.
Si tratta di una
teoria attraente, perché coglie molti piccioni con poche fave: completa il
lungo percorso della liberalizzazione dello Stato (che economisti ed operatori,
ancora
legati alla crisi da stagflazione degli anni settanta, vedono come
centrale), anzi dallo Stato; promette
incrementi di efficienza “sostenibili” (cioè autoindotti); ottiene che la
finanza, senza bisogno di controlli e di riforme, ricominci a lavorare per l’economia
produttiva; massimizza il rendimento del capitale, senza passare per le odiate redistribuzioni,
tassazioni progressive o per il default. L’austerità è infatti solo dal lato
dello Stato (cioè dei servizi erogati) e del lavoro (che deve diventare
competitivo per via di deflazione). Ovviamente
si tratta di piccioni per tavole altolocate.
L’idea è un poco
la solita: <datemi i soldi che io so come si usano, poi potrete lavorare per
me>.
La proposta che
Schulz oppone è descritta così: “investire
nella ricerca, nello sviluppo, nella banda larga per le aree rurali (agenda
digitale), e far vedere che ci occupiamo dei giovani, della loro formazione e
del lavoro”. Per fare questo bisogna estrarre le spese per investimento dal
conto del deficit (e quindi anche dal parametro deficit/pil al 3%). Questo
investimento sul futuro è l’unico modo di gestire il debito, il cui
consolidamento a lungo termine è giusto. Ma che senza crescita, credito alle
imprese, e lavoro, è impossibile da gestire. Dunque, riassume Schulz, “come la maggior parte del Parlamento ritengo
che il consolidamento a lungo termine è giusto, ma bisogna insieme rafforzare
la capacità di spesa della gente e dei giovani”.
Su questo tema
di “rafforzare la capacità di spesa”
(che è un termine alquanto ambiguo, in quanto si può ottenere ovviamente sia per
via di riduzione dei prezzi sia per via di aumento dei salari, dal “lato dell’offerta”
o da “quello della domanda”) torna spesso. L’ipotesi più plausibile è che
intenda la seconda via, nell’intervista infatti il Presidente Schulz fa
riferimento all’aumento del salario minimo imposto nella trattativa per la Larga
Coalizione, e specifica che questo “contribuisce al riequilibrio dello
squilibrio macroeconomico”.
Con questa
battuta Schulz reitera
la sua accettazione della posizione
di chi sostiene che l’eccesso di esportazioni (o meglio la debolezza delle
importazioni e della domanda interna) della Germania e dei suoi partner del
Nord sia fonte di squilibri che generano o aggravano la crisi. Ma non ci torna
nell’intervista. Invece sottolinea il punto di battaglia politica con la
posizione della destra, che vede correttamente molto più allargata della sola
Merkel.
In un altro
momento, su domanda della Gruber, difende l’impegno della Germania per la
conservazione dell’Euro (che sino ad ora è costato ca. 700 mld di aiuti al
sistema finanziario e bancario, di cui 400 spesi dalla Germania). Purtroppo all’obiezione
della giornalista che questa azione è stata condotta anche perché le banche
tedesche erano “esposte”, Schulz (fingendo di non capire il termine) risponde “ma non erano in crisi”. Certamente su
questo cruciale passaggio si poteva essere meno reticenti e spiegare che il
trasferimento del debito privato delle banche del sud Europa nei bilanci
pubblici (via “salvataggio”) di tutta Europa (ovviamente incluso quello della
Germania Federale) è stato reso “necessario” dallo stato di creditore a rischio
perdita di investimento del sistema bancario del nord. In altre parole, come
abbiamo visto numerose volte (ad esempio in Scharpf
ed in Sapir,
e più di recente in Minenna),
il problema era comune. Se io non posso restituirti
il prestito tu non lo puoi incassare e subisci una perdita.
Ha invece
ragione Schulz a ricordare come le tavole imbandite siano troppo sbilanciate. E
i sacrifici imposti solo per salvare “mercati” e creditori. In altre parole, lo
Stato deve ridurre il suo perimetro quando si tratta di servizi e lavoro, ma lo
deve ampliare se bisogna salvare i “risparmi”. Ovviamente perché si tratta per
lo più di gruppi diversi.
Sull’uscita dall’Euro
Schulz, in modo assolutamente prevedibile, ha invece espresso una posizione di
totale chiusura. “Sarebbe un onere per
tutti”. La ragione è perfettamente in linea con la valutazione tedesca, cioè
con lo stile e lo sguardo tedesco sull’economia: “l’Euro è una valuta stabile, ha un cambio con il dollaro di 1,6.
Abbiamo il più basso tasso di inflazione (forse troppo basso) di sempre. L’Euro
è stabile e distruggerlo porterebbe ad una catastrofe economica, credo.”
A parte il “credo”
finale, segno di obiezioni che hanno attraversato fulmineamente il suo “foro
interiore”, e che manifestano anche all’esterno la controversia di cui è
evidentemente cosciente, Schulz richiama, in questa accorata posizione il classico
impegno tedesco per la “stabilità”, l’ostilità per “l’inflazione”. Impegno che
è razionalmente perseguito dalle elité
tedesche, in chiave più congiunturale, anche in ragione della crisi demografica
incipiente, che li obbliga a garantire la salvaguardia dei risparmi accumulati,
indispensabili per sostenere lo stile di vita futuro. In altre parole, la
Germania è psicologicamente come un cinquantacinquenne che inizia ad essere più
sensibile alla protezione dei suoi risparmi che all’incremento del suo
stipendio, sapendo che avrà bisogno tra
breve di garantirsi il futuro senza lavorare. Lo scambio eventuale
patrimonio/lavoro (ad esempio via inflazione, o tramite un cambio meno forte)
lo terrorizza.
Dunque per
Schulz, “non dobbiamo chiedere una valuta
debole, dobbiamo evitare che ci siano gli squilibri nell’area della valuta”.
Questa uscita illumina il tenore delle obiezioni che il “credo” faceva intravedere: il Presidente del Parlamento Europeo è
cosciente che i 500 milioni di cittadini vivono in nazioni molto diverse, hanno
stili di vita e competenza multiformi, hanno tradizioni istituzionali,
amministrative divergenti, hanno cultura e filosofia diversa, e sa che questa
differenza –tradotta nel funzionamento economico e negli assetti strutturali-
determina disfunzionamenti molto gravi. Ma delle due alternative di trovare un
punto di convergenza tra “l’Europa Tedesca” (che in modo malizioso la Gruber
evocava all’inizio) e l’ambiente amministrativo-economico mediterraneo, o di rompere
il cancello dell’Euro, sceglie il sogno. Nel contesto di una crisi acuta (e
dopo aver lui stesso ricordato in
più occasioni che non c’è tempo), individua la soluzione di “cambiare
taglia” a tutti, diventando uguali, anziché
quella di “confezionare abiti diversi”.
A questo punto l’intervistatrice
mette la mano nel piatto e chiede se
la strada della “svalutazione interna” sia sostenibile per l’Italia.
A questa domanda
Schulz risponde che non lo è, e anche
che in effetti “se venisse introdotta la
lira l’economia italiana ne trarrebbe vantaggio. La moneta non sarebbe
competitiva”. Questa distinzione tra “economia” (cioè forse produzione di
nuova ricchezza) e “moneta” (cioè forse capitale e risparmi accumulati, in
termini di potere di acquisto immagino) è abbastanza intrigante.
In piena
autocontraddizione a questo punto Schulz conclude: “non dobbiamo svalutare, ma abbiamo bisogno di più potere di acquisto e
lavoro”. Dunque la BCE deve continuare a tenere altissimo il cambio dell’Euro
con il Dollaro, cosa che rende non competitive le nostre merci verso il resto
del mondo ed ostacola seriamente le nostre esportazioni (ma, certo, aumenta il
potere di acquisto di televisori, telefonini, computer e tutto ciò che non fabbrichiamo ma compriamo dall’estero), ma insieme dobbiamo aumentare il potere di
acquisto (ovviamente quello con effetti interni, non a vantaggio solo di
cinesi, giapponesi o americani, cioè in termini reali) ed il lavoro. Più o meno
ciò significherebbe o indebitandosi
(ma mi pare di poterlo escludere, se non per gli investimenti, certo non per i
consumi) o alzando i salari a danno del
profitto.
Il problema,
vorrei chiedere, è che in presenza di
piena mobilità dei capitali e delle merci come si chiude l’equazione (quindi
avendo possibilità, ad esempio per un italiano, di spostare i suoi capitali
dove il lavoro costa meno e importare quindi le merci prodotte, avendo anche il
vantaggio non marginale di avere utili all’estero, ogni riferimento ad
importanti aziende manifatturiere è puramente casuale)? Certo se delle tre “libertà”
alla base dei Trattati (di movimento dei
capitali, delle merci e degli uomini) venisse ristretta l’una o
l’altra (delle prime due), allora la protezione del mercato interno che ne
deriverebbe potrebbe forse tollerare una moneta forte e cambi fissi interni. E
potrebbe dare il tempo di armonizzare di più “gli squilibri”. Poiché, però, la
revisione del Trattato di Lisbona, non sembra essere né plausibile né all’orizzonte,
la cosa non mi è molto chiara.
Resta chiaro che Schulz è nel suo labirinto. Speriamo trovi la strada, perché altrimenti l’<Europa
pragmatica> che desidera non si sa dove sia.

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