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martedì 11 febbraio 2014

Industrialimo e mercantilismo


Al centro della crisi economica, e politica, europea è un groviglio di interessi, teorie ed equivoci. Per comprenderlo meglio può essere utile rileggere un articolo del 2010 di Sergio De Nardis su La voce.info, e un più recente articolo dello stesso autore su Nomisma.
Nel primo articolo, dall’evocativo titolo “Se la locomotiva va nella direzione sbagliata”, veniva messa in questione, prima che lo facesse fragorosamente il Tesoro americano, lo sbilanciamento di oltre il 7% della bilancia commerciale tedesca. Malgrado la vulgata che vede come “virtuosi” quelli che esportano e “viziosi” quelli che importano (perché consumano), e simmetricamente “sano” chi risparmia mentre chi si indebita sarebbe in “colpa”, avere un eccesso di esportazioni (come di risparmio) non è una posizione morale: è generatore di tensioni. Nei rapporti economici non ci può essere infatti uno che esporta se non c’è qualcuno che importa, non ci può essere chi vende se qualcuno non compra, non ci può essere chi risparmia ed impiega i capitali prestandoli se nessuno si indebita. La posizione morale di entrambi i contraenti è in linea di principio eguale. Chi presta può essere un saggio imprenditore o uno strozzino, chi risparmia può essere previdente o avaro, chi consuma può essere un dissolutore o solo vivere, chi vende uno sfruttatore e chi compra un prigioniero o viceversa. L’eventuale connotazione morale dipende dalla situazione e dai rapporti di forza tra le parti.

Il modello trainato dall’export industriale tedesco è sbilanciato a favore di qualcuno e a danno di altri. Questo sbilanciamento si traduce in potere (non ultimo tramite il denaro che accumula). De Nardis evidenzia come l’avanzo commerciale tedesco nasca da un incremento di produttività (output a parità di fattori produttivi) che in Germania tra il 2002 ed il 2007 è salita del 19%, rispetto a quella degli altri settori dell’economia. Questa tendenza si è avuta anche nell’eurozona, ma solo del 6%. Quel che è successo è che la politica (le riforme Schroder) ha interrotto il meccanismo previsto in ogni libro di testo di economia, impedendo che riequilibrasse “naturalmente” i fattori di successo competitivo dell’industria tedesca e portasse ad un nuovo equilibrio. Il miglioramento della competitività avrebbe dovuto andare, infatti, a vantaggio dei lavoratori del settore industriale rivolto all’esportazione (traducendosi, in normali condizioni competitive, in maggiori salari). E tramite questi si sarebbe quindi ribaltato sugli altri lavoratori (anche tramite un effetto imitazione, causato dalla difesa dei propri lavoratori migliori) dei settori meno competitivi. In questo modo si sarebbe creata una spinta inflattiva (i maggiori redditi interni avrebbero spinto i prezzi) che avrebbe a sua volta determinato una tendenza al riequilibrio con i “partner”.
Sotto la spinta degli interessi di un settore industriale e finanziario molto forte (e di sindacati compiacenti) coscientemente la leadership tedesca ha, invece, inceppato questo meccanismo, per garantire maggiori surplus al sistema industriale ed evitare che il riequilibrio, verso i suoi competitori interni ed esterni, si producesse. La redditività aggiuntiva, catturata dagli industriali, ha generato un enorme risparmio del sistema Germania (Flassbeck stimava in 180 miliardi all’anno) che si è trasmesso (grazie alla minore inflazione nel contesto di tassi nominali eguali) alle economie più deboli, sotto forma di capitali speculativi. Questi capitali, in oltre dieci anni, hanno creato quegli squilibri nell’assetto debitorio europeo (con le Banche tedesche che prestavano temerariamente, con finalità speculative, e quelle dei PIIGS che li impiegavano nelle “bolle”) che ora, in presenza dell’arresto ed inversione dei flussi per uno shock esterno, sta facendo crollare il castello (di carte).

Sono cose note, mi premeva sottolineare che la radice di questo squilibrio insano è il salario nel settore industriale tedesco che invece di salire, al crescere della produttività, è sceso del 14,5%; facendo scendere del 10% in modo generale salari e prezzi tedeschi. Questo significa, che negli ultimi venti anni si è avuta in Germania una enorme modifica dei rapporti di forza rappresentati dalla distribuzione delle ricchezze (dato che ciò che non viene distribuito all’economia “reale”, tramite salari o investimenti in impianti che sono stati contemporaneamente stagnanti, si accumula in risparmi finanziari e di qui parte in cerca di rendimenti a breve termine nel nuovo contesto dell'economia globale iperfinanziarizzata).

Uno dei problemi è che “in un’area pienamente integrata e senza tassi di cambio” queste scelte si scaricano su di noi. Cioè, traducono in impulsi depressivi e sovrarappresentano l’importanza della manifattura.

Questa vera e propria ipnosi, che spinge a vedere solo gli interessi degli industriali (e, tra questi, solo quelli di una piccola parte dedita alla competizione internazionale), costringe tutti i paesi europei ad un “riequilibrio” agito solo dal lato della contrazione dei salari, dei mercati interni, dei prezzi e tramite l’espansione della disoccupazione.
Operare solo sul versante della competizione internazionale, e quindi dando enfasi solo all’incremento di competitività nel settore dei beni “tradable” (cioè della manifattura per le esportazioni), oltre le considerazioni molte volte espresse sulla impossibilità (in attesa di scoprire città su Marte) di condurre tutti la stessa politica mercantilista (a meno, naturalmente, di avere tante portaerei in più), implica anche la contrazione del potere di acquisto dei consumatori. Infatti se anche l’incremento di produttività, non distribuito ai lavoratori, porta ad una riduzione del prezzo delle BMW e dei televisori, non bisogna dimenticare che oltre il 60% della spesa individuale è rivolta a servizi, distribuzione e public utilities (bollette). Queste restano alte, non guadagnano dalla maggiore competizione esterna e in senso relativo crescono (come vediamo tutti benissimo).

La radice dei nostri problemi è dunque nello sbilanciamento dei rapporti di forza economici e sociali che si è determinata negli ultimi venti anni (ma anche nei venti precedenti), nel contesto di una sempre maggiore integrazione. Una integrazione, che invece di tendere a riequilibrare i sistemi economici ha avuto il risultato di esasperare gli squilibri.

Dunque è una strada radicalmente sbagliata, che andrebbe invertita.

Nei paesi in surplus andrebbe condotta una politica strutturale di segno esattamente opposto a quella promossa con tanto zelo. Aumentare l’efficienza nei servizi e non nell’industria, alzare i salari e riequilibrare i rapporti di forza, favorire l’incremento dell’inflazione (nel secondo articolo si parla di 3% per alcuni anni, per Krugman anche di più). Rendere meno rapidi ed integrati i sistemi finanziari (soprattutto ora che la strada della protezione della BCE è stata sbarrata dalla Corte Costituzionale Tedesca).


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