Si legge che
nell’irrituale e quasi senza precedenti (solo nel caso di Monti, che però lo
ricevette, mentre qui si è andati in Banca) incontro tra un Presidente del
Consiglio Incaricato (sotto riserva) e un Governatore della Banca d’Italia, sia
stato richiesta “continuità” nella politica economica. Ciò in base alla
valutazione che non ci sono le condizioni per richiedere modifiche alla linea
BCE-Commissione (che per ora, è noto, significa Merkel-BCE), sforamenti del
ridicolo parametro del 3% del deficit/PIL, modifiche delle priorità. Nella visione
della tecnocrazia finanziaria nazionale, ed europea, la credibilità nei confronti
dei “mercati” è il principale bene pubblico da salvaguardare, il che lascia
unica via quella della riduzione di una spesa pubblica che è già tra le più
basse d’Europa (il Piano Cottarelli parla di 32 miliardi in tre anni, 2 punti
di PIL) allo scopo, si dice in via Nazionale, di utilizzare le risorse per
ridurre il costo del lavoro (anzi si parla di “pressione fiscale sui fattori
produttivi”, che è più ampio). In questo modo si libererebbero risorse per gli
imprenditori che potrebbero investirle in innovazione. Vorrei sapere in che cinema si dà questo film.
Quel che abbiamo
visto da almeno una ventina di anni sono imprenditori che portano tutti gli
utili nelle divisioni finanziarie delle aziende, o direttamente a casa, e
comprano prodotti mirabolanti ad altissimo rendimento e senza rischi. Nella competizione
tra le aziende finanziarie ed i mercati concorrenziali commerciali per attrarre i capitali liberati nel profitto
abbiamo sempre visto stravincere le prime. E c’è senso. Perché se io devo
investire nella mia linea produttiva per produrre in Italia una merce, sapendo che
sono aperto alla competizione delle merci di tutto il mondo, che nel tempo dell’ammortamento
dell’investimento potrei vedere arrivare i prodotti di un megainvestimento
cinese (o indonesiano, coreano, quel che volete) contemporaneamente avviato che
mi mette fuori mercato, e sono prudente, ci penso. Ma se solo con un clic
(senza rompermi la testa con Piani Industriali, spendere cifre in consulenze,
stare a fare cento riunioni, esitare, sudare, non dormire la notte, ripensare)
posso mettere i soldi al sicuro, ben divisi su varie piazze finanziarie, in
parte magari investiti nella megafabbrica coreana, perché non farlo? E se,
grazie all’acquisto di collaterali ben strutturati, mi raccontano che non ho
nessun rischio, ed un rendimento superiore al mio utile industriale. Peraltro
non tassato?
Già più efficace
sarebbe l’utilizzo, pure citato, delle risorse per ridurre la parte dei
lavoratori del cosiddetto “cuneo fiscale”. Perché in mano a lavoratori a stipendio
medio/basso (quasi tutti) qualche centinaio di euro (ca. 200/mese al massimo)
si tradurrebbe quasi interamente in consumi. Ed una parte di questi sono spesi
per beni e servizi prodotti dall’industria italiana.
D’altra parte (e
già Monti fece questo errore tecnico, poi riconosciuto persino dal FMI) ridurre
la spesa di 2 punti PIL direttamente provoca un calo del PIL di almeno 3 punti.
Allora tutta la questione si riduce a come di ricolloca la spesa. Tra l’altro
anche nel senso della ripartizione tra i comparti economici.
Intendiamoci, la
spesa pubblica è bassa (inferiore a quella tedesca e francese, per dire) ma
mediamente inefficiente (non che quella degli altri sia efficientissima).
Dunque si può migliorare e si può riposizionare.
Allora io farei
un passo indietro per riguadagnare contesto, stiamo parlando del Presidente del
Consiglio incaricato che si è imposto sulla scena per via politica. Non per il
tradizionale percorso di cooptazione graduale dell’etablishment politico-economico
italiano.
Di un politico
la cui esplosiva ed irresistibile ascesa è stata provocata dalla sintonia con
un umore profondo del paese, condiviso con l’opinione pubblica dell’intero
occidente, stanco della impotenza e della inefficacia della politica nel
governo delle dinamiche economiche sovranazionali. Stanco della mancanza
assoluta di capacità di governo.
Un politico che
ha saputo intercettare, e volgere in positivo, quella “democrazia della sfiducia”
(Rosanvallon)
che stravince nel mercato politico e sociale contemporaneo. Un politico, mi
ripeto, che è riuscito a determinare un consenso molto largo a causa della
sua calibrata ed intelligente mancanza di forma e insieme novità esibita. Al
suo #cambioverso.
Un politico che
di fronte al suo
bivio ha forse preso la direzione sbagliata, ma che ora deve giocare la
partita.
Ora il vero potere del nostro tempo, l’autentica
sovranità, richiama lo scolaro dopo le feste. Gli ricorda il grembiulino e lo
invita a sedersi al suo posto. Terza fila a destra.
Sinceramente
questa è la questione dirimente, se mai ce ne è stata una. CHI è sovrano? I
mercati, ed i loro sacerdoti/servitori di via Nazionale o di Francoforte, o i
cittadini che vogliono qualcosa di diverso?
Se potessi
inviterei Matteo Renzi a fare molta attenzione. Il suo futuro politico si
decide tra oggi e domani. E con esso una parte del nostro destino. Avremo “tempi
interessanti” (come dice Zizek) da vivere se non riusciamo a riportare a
ragione gli animali dei mercati.

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