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giovedì 6 febbraio 2014

Matteo Renzi di fronte al suo bivio.


Matteo Renzi mi pare di fronte al suo bivio: accedere al “luogo” più simbolico della nostra cultura (la decisione) o conservare la mobilità liquida che oggi “funziona” (tacitamente), per raccogliere ancora più forza? Entrare al Governo o andare al Voto?
Restare a lungo sul bagnasciuga di questa alternativa potrebbe significare perdere il tempo. Il nostro tempo, fatto di spezzoni svelti, microimmagini, frasette, assenza di congiunzioni, articoli determinativi singolari, smemoratezza, fastidio, ira, paura.
Prendere una via potrebbe significare morire. Diventare una statua di cera tra le altre.

Il 9 dicembre avevo tentato un Post rischioso, sull’onda del successo alle primarie avevo buttato giù, in fretta, le impressioni che si raccoglievano in me sul “fenomeno Renzi”. Riprendendo quell’istantanea alla luce degli eventi (il più rilevante è il lancio della riforma elettorale e del lavoro), mi pare di intravedere che delle cinque spinte che individuavo alcune stanno arrivando al nodo della loro intrinseca contraddizione (erano il <nuovo>, l’<assenza di forma>, la <debolezza esibita>, il <vincente>, il <seguito opportunista>). Sia chiaro, la contraddizione è il sale della vita e la materia della politica. Ma si abita meglio nel tempo delle cinque crisi (sociale, economica, politica, della razionalità, europea) quando non si sciolgono i nodi. Quando si può essere contemporaneamente, per orecchie ed occhi diversi:
·         uno <nuovo>, che non ha mai partecipato dei fallimenti e della manifesta inadeguatezza della decisionalità e dei suoi attori, ma anche un <vincente> del futuro. Uno che “farà”, che “troverà” la chiave.
·         Quando si riesce a <non avere forma>, in modo che ognuno possa vedervi la propria (somma astuzia, o fortuna), e avere insieme un seguito di chi ha fin troppa <forma>. Cioè del notabilato della seconda repubblica, del personale politico delle sue ultime stagioni, dei “colonnelli” che (legittimamente) vogliono vivere.
·         Quando si riesce essere <debole>, un “vicino di casa” o un uomo “qualsiasi”, ed anche un <leader> cui affidarsi.

Sicuramente abitare questo non-luogo della crisi consente (come evidenziava Lazar) di “saltare” i corpi intermedi, la cui pesantezza delegittimata è irreversibilmente segnata dall’abbandono della Storia, accedendo direttamente al tribunale dei cittadini. Appellandosi, cioè, singolarmente al loro “foro interiore” e chiedendo un’adesione e apertura di credito individuale. Potenza dei media molecolari contemporanei, della riduzione delle nostre vite e delle nostre organizzazioni a spezzoni sconnessi. Della paura che ci prende a confrontarci da soli con la durezza del mondo ipercompetitivo del liberalismo trionfante (e disfunzionale).
Tuttavia il tempo di questa posizione di rendita è trascorso. Mentre per Grillo ancora dura, ancora per lui possono correre generosi “tempi supplementari”, per Matteo Renzi è giunto il momento della <forma>.

In altre parole, quelle risposte che il 9 dicembre attendevo (credo non da solo) dal farsi della vicenda, si avvicinano a grandi passi. La declinazione del dilemma italiano come separazione/diarchia tra il governo della quotidianità (affidato a Letta) e il lancio delle Riforme (autoattribuito) incontra i suoi propri fantasmi. Si affaccia, dietro un pallido velo, il duplice rischio di bloccare l’azione del governo, schiacciandola –anche involontariamente- sulla debolezza di uno stato di attesa dell’esito delle “partite” in corso, e insieme di catturare le riforme nel gioco del potere quotidiano –anche reattivo-. In altre parole, di ricevere da una parte l’attacco congiunto parlamentare di chi intende difendere il Governo (che si percepisce delegittimato) e anche di chi è stato sconfitto sulle Riforme, e dall’altra di operare oggettivamente per rendere inefficace l’azione di un Governo non sentito come “amico”. O non abbastanza.
Questi fantasmi costringono a muovere. Come un esercito la cui immobilità genera logoramento, la forza accumulata dalle cinque spinte deve muovere per conservare l’impeto. Altrimenti si disperderà con velocità di gran lunga maggiore di quella che ha messo a riunirsi. Anche il ruolo conquistato non sarà argine sufficiente. Non credo sia il caso ricordare la storia del PD e la sua vocazione ad uccidere i leader.

Ma “muovere” significa dare forma all’intercettazione del disincanto/disinvestimento emotivo e alla raccolta dei temi e frammenti. Si tratta di una cosa difficilissima. Quasi una contraddizione in termini.

Il punto è che la dea “necessità” ormai lo chiede. Andare alle decisioni significa, quindi, prendere coscientemente un enorme rischio. Quello di fare il passo ed entrare in uno dei due sentieri divergenti:
·         O forzare le Riforme, chiudere la legge elettorale e andare immediatamente al voto (diciamo subito dopo le Europee), lasciando il governo nel suo labirinto.
·         Oppure prendere la leadership del Governo, come alcuni chiedono, e rischiare nel gioco della decisione. In quel luogo simbolico potentissimo in cui si possono distruggere le reputazioni (o si possono fare). Con le elezioni europee imminenti e il semestre italiano il momento potrebbe essere fecondo.

Ma certo il rischio di bruciarsi è altissimo.
Purtroppo è presente in ogni direzione, e stare fermo sul bivio, per chi si è presentato come “attivo” e “nuovo” non è più un’opzione disponibile. Giulio Cesare il 10 gennaio del 49 “iniziò l’azione”. Che farà Matteo?

Il tempo scorre e la pazienza manca.


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