Su La
Repubblica una breve recensione del libro “La diversità come ricchezza — Ovvero: a che serve l'Europa”, del Ministro Padoan in cui dichiara la necessità di
un <Nuovo contratto per l’Europa>. Un ambizioso nuovo “Patto” tra i paesi
del “Nord calvinista” (in questa etichetta onnicomprensiva ed evocativa, anche
se storicamente imprecisa, mette evidentemente la Germania ed i suoi
alleati, dall’Olanda alla Polonia) e il “Sud cattolico” (qui troviamo Italia,
Francia, Spagna e Grecia).
Secondo il
recensore, per Padoan si tratta di “scambiare” (è dunque una forma di “patto”
di natura commerciale, non identitario o basato sul riconoscimento ed il
sostegno, cioè la solidarietà), “il rafforzamento dell’Unione Bancaria con
l’allentamento dei vincoli di bilancio” (contenuti in Contratti di Programma).
Dunque abbiamo già nella prima frase l’indicazione di uno strano accordo:
malgrado la parola ambiziosa di “patto” (e l’ancora più alta caratterizzazione
in base all’identità religiosa e culturale più profonda), qui si propone un
semplice negozio, uno scambio, tra due poste che a prima vista
sono entrambe richieste dal sud. L’Unione
Bancaria è il terreno di un aspro scontro tra chi la vorrebbe ampia e
rapida, per condividere i rischi di salvataggio bancari, diluendoli su una base
più ampia e chi, come la
Germania , la vuole rinviare e caricare in prima battuta sui
rispettivi paesi, per timore di doverne sopportare il maggior peso. Così andò
il primo
negoziato di dicembre e così sta andando avanti. L’allentamento del vincolo
di bilancio è un’ovvia richiesta dei paesi del sud. In realtà Padoan sta
proponendo, e poi diventa chiaro, di sottoporsi volontariamente al meccanismo
coercitivo dei Contractual Arrangement
(che nessuno vuole, e che è una sorta di neocolonialismo
autoritario umiliante per uno Stato Sovrano) in cambio della vera Unione
Bancaria dotata di risorse comuni.
Ma andiamo
avanti, l’Italia (va beh un poco di ambizione ci vuole) per il Ministro deve
“guidare” un processo di cambiamento che porti diverse ed importanti cose: in
primo luogo “ricchezza e lavoro”
(peccato per l’ordine), quindi “fiducia e
solidarietà”. E’ proprio vero che scrive un economista, perché l’ordine di
uno scienziato sociale sarebbe stato: “solidarietà”,
“fiducia”, “lavoro (e dignità)”, “ricchezza”. Diciamo comunque che la lista
va bene.
Il libro sarebbe
stato scritto prima di diventare Ministro (ma comunque è pubblicato ora, dunque
è condiviso dall’attuale persona) e svilupperebbe un duplice attacco: agli “euro
entusiasti” (specie, peraltro, in via di estinzione che andrebbe accuratamente
protetta come testimonianza di una strana subcultura un tempo dominante) e agli
“euroscettici”. Tra l’altro l’autore, gentilmente, qualifica “miti” entrambi,
ma mentre i primi sono solo “falsi”, i secondi sono “folli”. L’attacco sarà quindi
anche bifronte ma non equo.
Dopo il richiamo
del sogno di unificazione ed armonizzazione nord-sud (che, ad andar bene,
potrebbe richiedere secoli, come in ogni esempio noto), Padoan propone
un’agenda di otto punti:
1- Un'unione bancaria forte, che possa contare
su un'adeguata messa in comune delle risorse per la soluzione della crisi(…)
2- Una politica di consolidamento fiscale che
vada oltre l'austerità, dove la velocità di riduzione del debito sia
ragionevole, e la cui articolazione, in termini di tasse e di spese, sia
orientata alla crescita e all'equità sociale.
3- Una politica di riforme strutturali per migliorare
qualità e quantità della crescita, e per accrescere lo stimolo all'innovazione.
4- Una riallocazione delle risorse del Bilancio
Europeo a favore di innovazione e crescita.
5- Il completamento del mercato interno tramite
la liberalizzazione dei servizi.
6- La creazione di uno spazio dell'innovazione
europea che preveda l'introduzione di un brevetto europeo e la messa in rete
dei sistemi di ricerca nazionali.
7- Un accordo commerciale transatlantico, che
moltiplicherebbe le spinte alla crescita della produttività.
8- La creazione di un mercato comune
dell'energia (…)
Il meccanismo
negoziale immaginato come detto sarebbe basato sullo scambio tra Accordi
Contrattuali (pacchetti di riforme imposte in cambio di allentamenti o
contribuzioni) con l’Unione Bancaria. Probabilmente questa ultima è considerata
dall’economista la chiave di volta per riattivare il fondamentale “anello di
trasmissione” della politica monetaria (cioè la capacità di erogare credito da
parte delle banche commerciali). Peccato che anche dove non si sono generati i
colli di bottiglia caratteristici dell’area Euro, ed al nord (anche se non
“calvinista”) questa trasmissione sia inceppata. In effetti probabilmente bisogna
sostituirla.
Comunque,
malgrado la parsimonia dell’analisi, Padoan termina la sua proposta con la
parte che trovo più sconcertante: un simile accordo, o Patto, dovrebbe avvenire
sotto tutela di un padrone benevolo (ovvero
di una nazione egemone), “più solido e lungimirante”. Gli esempi sono storici:
evidentemente immagino l’egemone Napoleone con i suoi riluttanti “alleati”
continentali; oppure l’egemone Inghilterra, con i suoi “clienti”, talvolta
cannoneggiati; o, ancora, l’egemone e lungimirante America, con i suoi saltuari
colpetti nei cortili di casa e le guerricciole periferiche; ma anche, si
potrebbe citare, l’egemone Unione Sovietica con gli “alleati” talvolta
schiacciati sotto i cingoli del “Patto di Varsavia”.
In assenza di tale fortuna (e purtroppo
non avendo più la generosa disponibilità del duo Germania-Francia), resta
l’ipotesi che il Patto sia preso tra molti paesi che esercitino una leadership
congiunta. Cioè “un gruppo di Paesi tra i quali non può mancare l'Italia, uno
dei soci fondatori della Comunità economica europea, creata nel 1957 e sciolta
nel 1993 per dar vita all'attuale Unione Europea”. Ma, di nuovo la Storia , mostrerebbe che un
accordo multipolare è possibile solo in forma solidaristica e cooperativa, cioè
se permane: “la volontà di condividere un progetto comune di lungo periodo, la
disponibilità di tutti ad adattare le proprie priorità per lavorare
all'obiettivo comune, la disponibilità di tutti a mantenere sempre aperto il
dialogo reciproco”.
In effetti
questo è l’auspicio di Beck
e di Habermas,
ma richiederebbe esattamente l’ordine delle priorità invertito (“solidarietà”, per cui “fiducia”, “lavoro e dignità” quindi “ricchezza”).
Forse l’economista non se ne avviene, accecato dalle sue deformazioni
professionali, ma è tutto un altro mondo.
Bisogna rovesciare il tavolo
dell’economicismo egoista e rimettere democrazia e politica al centro della
scena.
Forse “non è
impossibile che ciò accada in Europa”, ma certo bisogna farne di strada.
Una strada che
potrebbe partire dall’Agenda (cioè dalla sua critica e ridefinizione); quindi
riguardiamola:
1- Un'unione bancaria forte, che possa contare
su un'adeguata messa in comune delle risorse per la soluzione della crisi (…) è
un tema giusto ed importante, ma prima di questo, o insieme, occorre ridefinire
in profondità la missione pubblica del sistema bancario privato e pubblico. Il
monopolio nella creazione e distribuzione della ricchezza-denaro è un
compito di grandissima responsabilità e immenso potere, è indispensabile
riportarlo sotto controllo democratico.
2- Una politica di consolidamento fiscale che
vada oltre l'austerità, dove la velocità di riduzione del debito sia
ragionevole, e la cui articolazione, in termini di tasse e di spese, sia
orientata alla crescita e all'equità sociale. E’ un obiettivo giusto, ma
l’enfasi sul debito è ancora eccessiva, ciò che bisogna ottenere è che il
debito sia sotto controllo, non necessariamente che sia ridotto. Diventa più
importante definire meccanismi d’indipendenza dai mercati e di protezione dagli
eccessi speculativi che non ridurre quantitativamente il numeratore di un
rapporto che non ha necessariamente un significato.
3- Una politica di riforme strutturali per
migliorare qualità e quantità della crescita, e per accrescere lo stimolo
all'innovazione, si tratta di una necessità, ma l’ordine delle priorità è
sbagliato ed economicista; le riforme più urgenti sono quelle per aumentare la
solidarietà e la coesione sociale, la fiducia reciproca e nel futuro. Senza
questa infrastruttura non può esserci crescita umana, sociale e neppure
economica. Sarebbe il caso, su questo punto, per il Ministro se chiedesse un’udienza
in Vaticano.
Oppure, laicamente, si soffermasse a riflettere sui fini.
4- Una riallocazione delle risorse del Bilancio
Europeo a favore di innovazione e crescita. Anche qui le risorse del
Bilancio vanno certamente riallocate, ma in favore di coesione, efficienza
(anche energetica), innovazione e crescita umana e sociale come risultato delle
precedenti.
5- Il completamento del mercato interno tramite
la liberalizzazione dei servizi. Questo obiettivo è complesso e ampiamente
discutibile. I servizi vanno resi inclusivi, universali ed efficienti. Non
necessariamente privati. Stupisce che un economista con tradizioni di sinistra
non comprenda la dinamica dei beni comuni. In ogni caso questo è un tema
politico sul quale l’espressione deve essere lasciata all’azione dei Parlamenti
entro il dibattito pubblico. Non è una questione principalmente economica e
meno che mai tecnica (anche se ha ovvie, e numerose implicazioni tecniche che
vanno discusse).
6- La creazione di uno spazio dell'innovazione
europea che preveda l'introduzione di un brevetto europeo e la messa in rete
dei sistemi di ricerca nazionali. Questo punto sembra di minore generalità
dei precedenti, ma comunque ha la sua notevole importanza, anche e non solo per
l’assoluta rilevanza del tema dei diritti
intellettuali nel determinare distribuzioni ed ineguaglianze.
7- Un accordo commerciale transatlantico, che
moltiplicherebbe le spinte alla crescita della produttività. Questa questione è altamente
controversa. Non è scontato che porterebbe vantaggi alla produttività e
potrebbe farlo a danno della protezione dell’ambiente e della diversità. Le
ritrosie della Germania sul punto sembrano ben fondate.
8- La creazione di un mercato comune
dell'energia (…) Il mercato comune sull’energia è un obiettivo vecchio,
sempre riproposto ma è un obiettivo di settore, anche qui la generalità minore
non si spiega.
In definitiva,
soprattutto se l’accordo non deve nascere dalla sottomissione ad una potenza
egemone, ma dalla cooperazione tra alleati solidali, bisogna rimettere per
prima cosa sulle sue gambe il discorso. Non “ricchezza e lavoro”, quindi “fiducia
e solidarietà”, ma “solidarietà”
(tra popoli ed entro le nazioni), “fiducia”
(nel futuro e reciproca), “lavoro e
dignità”, quindi “ricchezza e
crescita umana e sociale”.
Questi obiettivi, potrebbero essere
articolati politicamente, e sulla spinta di una rinnovata e vitale democrazia
rimuovere i vincoli che impediscono una vera unione solidale.
Ma allora
“l’Agenda” dovrebbe più essere:
A-
riformare
l’Unione, promuovendo un vero Welfare Europeo universalista, e la solidarietà
tra i popoli, tramite politiche comuni verso l’accoglienza, la circolazione, i
diritti comuni, l’istruzione europea, una fiscalità armonizzata;
B-
riformare il
mercato del lavoro, e l’economia produttiva, garantendo salari minimi
europei adeguati e dignitosi, procedure di sostegno ed indirizzo per gli
inoccupati. Politiche volte a riequilibrare i rapporti di forza in direzione di
una maggiore dignità e garanzia a chi lavora e produce;
C-
ripensare la
trasmissione finanziaria ed il ruolo del sistema bancario nel contesto di
una economia giusta e solidale;
D-
ridefinire, anche
tramite una Conferenza sul Debito Europea, il modello di gestione del debito
pubblico e privato, modificando in profondità la missione della BCE e dello
stesso sistema creditizio;
E-
riportare alla
sfera di discussione e della determinazione democratica, nelle sedi
appropriate, i temi comuni, surrettiziamente fatti propri negli anni
dalla tecnocrazia europea, come quello dei “beni comuni” (e quindi dei servizi
locali) su cui più volte si sono espressi i cittadini;
F-
riportare ad una
regolazione condivisa e secondo regole comuni, i particolari settori di
interscambio come la ricerca (che
deve essere pubblica e comune, con un’accurata e prudente regolazione
dell’istituto del brevetto), l’energia
(che deve essere libera, distribuita, efficiente e quanto più possibile legata
al modello dei prosumers e degli aggregatori);
G-
ricondurre
l’accordo TTIP ad una sfera di assoluta trasparenza e discussione
democratica, sottraendolo alle pressioni delle lobbies ed alle tentazioni
imperiali;
H-
ripensare il
bilancio Europeo, rafforzandolo, sulla base di tali priorità.
Questa “Agenda”,
od una simile, avrebbe sufficiente ambizione da sfuggire alla critica che
Munchau fa sul suo blog, riportato in Voci
dall’Estero di proporre tanti punti per predisporsi al solito
compromesso al ribasso, accondiscendente di fatto ai desideri della egemone
Germania.
Sinceramente il
momento chiede molto più coraggio, e
discontinuità.
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