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domenica 29 giugno 2014

Hermann Scheer il potenziale di trasformazione delle energie rinnovabili.


Sin dall’inizio di questo blog ho il programma di affrontare una quarta crisi: quella ecologica. Il nostro tempo è caratterizzato da una perdita complessiva di equilibrio che si manifesta insieme sul terreno economico e sociale. E’ in effetti il nostro rapporto con il mondo artificiale, socialmente determinato, nel quale viviamo (cioè nasciamo, ci formiamo, cresciamo e moriamo) che perde stabilità ed equilibrio, determinando quel senso d’incertezza, paura e offesa che agita le nostre società e cerca soddisfazione. Questa ricerca, questa ira (che cerca sempre nuovi bersagli, fuoriuscendo dai vecchi “contenitori” che non riescono più a contenerla), genera la terza instabilità; quella politica. Una reazione, un adattamento, a questa ira e a questo dolore è contenuta nelle forme di populismo politico che contraddistinguono il nostro tempo: nella ricerca di sempre nuovi capri espiatori da esporre alla pubblica gogna. Da uccidere ritualmente.
Naturalmente quello politico non è l’unico “populismo” sulla scena: c’è quello giudiziario, quello mediatico, quello direttamente auto organizzato nei movimenti di self-help. In un certo senso questo è un movimento naturale e contiene anche elementi positivi, in questa direzione richiamo la lettura di Rosanvallon e di Crouch.

C’è, tuttavia, una quarta dimensione di crisi (o un quarto modo di leggerla) che va affrontata per definire il nostro stato: quella determinata dalla perdita di stabilità ed equilibrio con il mondo fisico intorno a noi. Non farlo può portare a cercare sfogo, a ricercare margini di manovra e isole di maggiore sfruttamento al fine di dare sollievo alle tre crisi; aumentando cioè lo sfruttamento dell’ambiente. Ci sono segnali insistenti in questa direzione; dall’inizio della crisi del 2008, in particolare in Europa, si assiste infatti ad un continuo sforzo di riconfigurare l’agenda a danno dei temi ambientali. Uno sforzo di dirigere l’ira deviandola verso di essi (e verso le relative politiche, accusate di essere troppo onerose e addirittura parassitarie), di cercare sollievo alla crisi economica riducendo le protezioni ambientali.

Ma nessuna soluzione può essere costruita senza affrontare insieme le quattro crisi.

Per avviare l’esplorazione della crisi ecologica, allora, inizieremo dalla lettura di due libri importanti, di Hermann Scheer, che fino alla morte nel 2010 è stato tra i leader più rispettati del movimento ambientalista tedesco. Il politico tedesco scrive nel 1999 “Autonomia energetica. Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili. Un testo che esce in Italia nel 2006 con la prefazione di Gianni Silvestrini,

In esso Scheer si chiede perché lo sviluppo delle energie rinnovabili, di fronte al rischio di esaurimento delle risorse, distruzione dell’equilibrio climatico, instabilità delle forniture e perdita della capacità di governare i nostri destini economici e sociali, sia così incerto. Cercare spiegazioni solo nel potere del sistema energetico convenzionale interessato alla sua autoconservazione (e prigioniero della sua catena di approvvigionamento con i suoi intrecci economici, sociali, politici e tecnici) non è sufficiente. Ciò che orienta il complesso decisionale, e l’umore dell’opinione pubblica, è più profondo: il problema è di “natura mentale”. Le energie rinnovabili non sono realmente percepite come una prospettiva fattibile. Si tratta, per Scheer, dell’effetto di alcuni assiomi discutibili, ma generalmente presi per veri:
-          il potenziale disponibile è insufficiente;
-          è comunque necessario molto tempo;
-          restano necessarie le grandi centrali per dare equilibrio e stabilità alla fornitura;
-          si può ridurre molto e virtualmente annullare l’impatto sull’ambiente delle centrali convenzionali;
-          sono gli impianti rinnovabili a doversi adattare alla rete distributiva esistente e non il contrario;
-     in ogni caso bisogna salvaguardare gli investimenti effettuati in fonti fossili, in quanto infrastruttura essenziale di interesse nazionale;
-          le energie rinnovabili sono comunque troppo costose, e dipendono dalle sovvenzioni.

Questi enunciati, ed altri, individuano uno schema che imprigiona il potenziale trasformativo della rivoluzione energetica in un contesto di gradualismo, compatibilità subalterna con le fonti fossili e concentrate, continuità con uno schema di approvvigionamento globalmente integrato.

Ciò che Scheer invita a focalizzare è che le modalità di alimentazione energetica da fonte fossile sono in realtà “nemici strutturali” delle emergenti produzioni di energia naturale, rinnovabile, distribuita. Si tratta di una vera e propria nuova piattaforma energetica, che unisce il vantaggio di essere infinitamente replicabile a quella di essere territorialmente autosufficiente (su idonee scale).
Oltrepassando i dati forniti da Scheer sullo stato di avanzamento della generazione elettrica da rinnovabili (che dal 2004, data di ultima revisione, hanno fatto passi da gigante) uno dei nodi messi in evidenza dall’ambientalista tedesco è che la generazione distribuita, cioè realizzata con piccole centrali, da pochi kW a pochi MW, distribuite sul territorio in prossimità dei centri di consumo, anziché da grandi centrali da centinaia di MW (o migliaia) distribuite su dorsali di trasporto in alta tensione, ha il decisivo vantaggio di ottenere il necessario bilanciamento della tensione in modo più sicuro e con meno ridondanza. Infatti l’uscita di servizio di una grande centrale a carbone da 2.000 MW potrebbe sottoporre la rete ad uno stress che non è replicabile con l’uscita casuale di un certo numero di centrali distribuite. Naturalmente aiuta in questa direzione la definizione di un mix equilibrato di fonti (dato che alcune sono spente di notte, oppure quando restano senza risorse non programmabili ma in parte prevedibili) e, più di recente, di sistemi di accumulo.
Un sistema distribuito è più efficiente, infatti, essenzialmente per le seguenti ragioni:
-          richiede meno trasformazioni di tensione, e quindi meno dispersioni di energia;
-       quando si valuti l’utilizzo termico questa efficienza è ancor più esaltata, non richiedendo estrazione, importazione commercializzazione e trasporto di vettori energetici sino al punto di utilizzo;
-     non sono prodotti tutti quei danni ambientali, in termini di inquinamento e alterazioni climatica e microclimatica, che inducono costi enormi sia sul sistema sanitario e la qualità della vita, sia sul nostro stesso futuro.

Del resto storicamente le strutture centralizzate di approvvigionamento energetico nacquero dallo scontro culturale ed imprenditoriale tra Edison e Westinghouse, ognuno dei quali propugnava una soluzione. Per Edison era meglio produrre l’energia termica ed elettrica necessaria presso i luoghi di consumo, pagando il prezzo di dover trasportare il combustibile in loco; per Westinghouse era preferibile fornirla tramite elettrodotti.
La scelta finale fu razionale in relazione alle tecnologie allora disponibili, ma oggi sarebbe presa in direzione opposta. Infatti la fornitura gratuita, tramite raggi solari che cadono sulle nostre teste o vento sulle nostre facce, è naturalmente distribuita.

Chiaramente ormai le reti ci sono, e dunque l’implementazione di forme di generazione distribuita, pur sfruttando risorse gratuite, ne riduce lo sfruttamento. La conseguenza è a Scheer chiarissima, e lo vediamo bene anche in questi giorni in cui un DL del Governo ha reintrodotto parte dei costi di sistema anche a chi si auto produce l’energia: “le reti preesistenti sono sfruttate tanto meno quanto più si diffonde la produzione e l’approvvigionamento decentralizzati dell’energia elettrica. Quindi i costi che l’utente della rete deve pagare aumentano quando la rete non viene più cofinanziata da chi non la usa più o la usa solo a regime ridotto”. (p. 61)



Alcuni anni dopo, nel 2010, lo stesso Hermann Scheer scrive un altro importante libro sulla riconversione del sistema energetico, “Imperativo Energetico. Come realizzare la completa riconversione del nostro sistema energetico”. In esso sottolinea come gli operatori tradizionali siano in questi anni passati attraverso tre atteggiamenti verso la transizione energetica e le energie rinnovabili:
-          l’atteggiamento “ciondolo d’oro”, quando la produzione da rinnovabili era da tutti vista come una opzione marginale, fascinosa, da appuntarsi come un gioiello per far vedere di avere una coscienza. In questa direzione ENEL, ad esempio, realizzò la prima centrale fotovoltaica a terra su grande superficie (da ca un MW);
-          l’atteggiamento “cavallo bianco”, quando diventa un mercato lucroso ma ancora non pericoloso, e allora bisogna utilizzarlo per recuperare margini di profittabilità. In questo senso è stata realizzata ENEL Green Power;
-     l’atteggiamento “Word”, quando, ed è questa fase, si accorgono con sconcerto che non c’è compatibilità e quindi nasce il contrasto. Sta nascendo un uovo dominatore del mercato, e il vecchio (la macchina da scrivere) cerca di resistere.

E’ inevitabile che gradualmente le compagnie energetiche debbano ridimensionare il loro parco termoelettrico, ma la trasformazione non si ridurrà ad una sostituzione con grandi centrali industriali da rinnovabili (ENEL produzione con ENEL Green Power), dovranno in effetti diminuire i kWh venduti in rete, quindi la cosiddetta produzione “contendibile”. In Germania, ricorda Scheer ci sono (nel 2010) un milione di impianti fotovoltaici domestici e sono tutti kWh che non vengono prelevati dalla rete, trasportati, prodotti in centrali. Inoltre, dato che le offerte sono accettate sul mercato in ordine di prezzo decrescente, questa riduzione di richiesta (e l’offerta da rinnovabili a prezzo zero per ragioni strutturali) determina una tendenza alla riduzione del prezzo.
Queste sono le ragioni per cui stiamo entrando in “fase word” e gli operatori tradizionali sono in allarme rosso. Succede quel che ricordava il Mahatma Gandhi: <Prima ti ignorano, poi di deridono, poi ti combattono, infine vinci>.
Non appena si entra in questa fase (che per ora è aperta in Germania e in Italia, forse negli USA), dice l’autore “si arriva al punto: la sostituzione delle energie atomiche e fossili riguarda direttamente la struttura del sistema energetico tradizionale e presenta stretti legami con il sistema produttivo, le abitudini di consumo, i sistemi economici e le istituzioni politiche vigenti” (p.21). Si tratta di una fase ibrida nel quale il progetto consolidato si confronta con un sistema radicalmente alternativo che in effetti non ha bisogno di lui.
Quello che si presenta sulla scena è un vero e proprio conflitto strutturale, perché il sistema energetico tradizionale, che è perfettamente funzionante e fortemente radicato in tutti i luoghi della decisione, ha una struttura organizzativa sviluppata lungo una rete unidirezionale. Non è possibile lasciarla invariata sostituendo l’elemento centrale “impianto termoelettrico” con impianti diffusi di piccola taglia senza avere effetti a cascata. Ci sono, e si vede benissimo, importanti effetti sui prezzi e la redditività delle infrastrutture di trasporto dalle quali dipende l’intera struttura aziendale.

Si comprende bene, quindi, come i grandi gruppi energetici, di fronte al rischio di veder diventare obsoleti prima del tempo ingenti investimenti non ancora ammortizzati reagiscano come se fosse (e lo è) questione di vita e di morte. Di qui il tentativo di indurre rallentamento, rinvii, di guadagnare tempo.
Tra gli argomenti più utilizzati troviamo i seguenti:
-          il cambiamento deve essere internazionale e armonico;
-          è necessario disporre di “ponti” energetici convenzionali (in Germania il gas);
-          gli incentivi sono da rifiutare in quanto ingerenza in dinamiche di mercato;

Nel seguito del libro Scheer si impegna a contrastare l’idea che si debba procedere solo attraverso accordi internazionali vincolanti (difficili da ottenere e per loro natura costruiti su compromessi minimi), con il risultato che spesso i target “minimi” vengono presi per obbiettivi massimi dopo i quali fermare l’azione di sostegno. Quindi sulla presunta necessità di centrali a carico costante (che se troppo alte diventano concorrenti dirette delle rinnovabili); sull’ipotesi (che ha visto incentivi massicci) della cattura della CO2 nelle centrali a carbone (tecnica CCS).

In un contesto di generazione diffusa da rinnovabili, dato che il “combustibile” è gratuito (sole e vento), il necessario stoccaggio deve essere compiuto dopo la produzione, anziché prima come nei sistemi che valorizzano una risorsa fossile di grande valore, che è trasportata da grandi distanze. Dunque il cosiddetto “carico di base” si può ottenere con procedure di accumulo di energia dirette ed indirette.
Un altro esempio di strategia di disturbo, per l’autore, è lo sviluppo delle “supergrid” e dei progetti di produzione di dimensioni “europee”, come Desertec (produzione di energia in nord Africa) ed il grande eolico on shore del Mare del Nord. Simili progetti rafforzano la posizione dominante delle grandi utility protagoniste attuali del sistema elettrico e per questo sono promossi. La ragione per la quale questa non è la strada è che (in particolare il progetto in Nord Africa) perpetua la condizione di dipendenza e fragilità degli approvvigionamenti, oltre ad incontrare significative difficoltà di costo e temporali.
Invece le caratteristiche più importanti delle energie rinnovabili sono la gratuità della fonte e la disponibilità decentrata e immediata. Inoltre sono inesauribili e non inquinanti. Una delle caratteristiche più importanti è dunque l’interazione spaziale tra la produzione immediata, lo stoccaggio e l’utilizzo dell’energia. In effetti questa caratteristica rende questa famiglia di tecnologie altamente indifferenti alla scala, e le rende strumenti di accelerazione della trasformazione flessibile. Qui l’idea di Scheer è che queste tecnologie si possano trasformare in “catalizzatori per rapporti di distribuzione, modalità di produzione e strutture economiche più sociali.” (p.169) In effetti “rompono” il sistema, generando potenziali di autonomia e indipendenza, garantiscono certezza e sicurezza di approvvigionamento energetico e adattamento alle condizioni locali di produzione e sviluppo.

Le battaglie per garantire l’adattamento che andrebbero allora combattute per l’autore sono: favorire integrazioni plurifonte, per stabilizzare e rendere più prevedibile la produzione; remunerare l’energia consumata per fasce orarie e zone, in modo da incentivare lo stoccaggio infra-giornaliero e l’adattamento territoriale tra produzione e consumo; garantire la possibilità di fare proprie reti in modo da favorire a livello territoriale il modello prosumers (energia prodotta e consumata in loco).
Anche le frequenti obiezioni in riferimento all’impatto sul paesaggio trascurano il contributo decisivo delle rinnovabili in generale alla tutela del clima e dunque dello stesso paesaggio. Occorre in altre parole passare dalla tutela passiva a quella attiva.

Naturalmente tutto quanto illustrato da Scheer non va interpretato semplicemente come un’apologia per i “piccoli” impianti contro i “grandi”, perché nel settore delle rinnovabili anche un grande impianto è comunque alla scala del consumo locale (ad esempio di una piccola area industriale). Succede qualcosa del genere di quanto è avvenuto con la rivoluzione informatica, quando sistemi distribuiti e decentrati si sono sostituiti ai grandi mainframe in cui si era specializzata l’IBM (come avevamo scritto in “Big Blue e il fiume della storia”).

Questo è il motivo per cui non bisogna accettare il terreno della riduzione del dibattito ad una questione di prezzi. E’ una questione di futuro.


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