Pagine

venerdì 9 novembre 2018

Decreto immigrazione: contraddizioni tra base sociale e base di massa.




Il Senato ha approvato, con voto di fiducia, il Decreto Immigrazione e Sicurezza, 40 articoli il cui titolo è “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”. I temi affrontati vanno dalla sicurezza urbana[1], alla lotta al terrorismo[2], all’immigrazione.
Soffermiamoci su questo ultimo tema che tocca i seguenti punti: richiesta di asilo politico, abolizione della protezione umanitaria, trattenimento nei centri per il rimpatrio, revoca della cittadinanza, fondi per i rimpatri, Sprar.


Molto sinteticamente:
·       richiesta di asilo politico,
o   aumentano i reati che annullano la sospensione della richiesta di asilo politico, dopo una condanna in primo grado, portando all’espulsione immediata[3].
·       abolizione della protezione umanitaria,
o   al momento la norma può garantire, in caso di situazioni di emergenza umanitaria, un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che ne fanno richiesta. Ora è previsto un “procedimento immediato innanzi alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale”.
·       trattenimento nei centri per il rimpatrio,
o   il tempo massimo di trattenimento aumenta da 90 a 180 giorni.
·       revoca della cittadinanza,
o   se una persona viene ritenuta un possibile pericolo per lo Stato, potrebbe scattare la revoca della cittadinanza in caso di condanna in via definitiva per reati legati al terrorismo. In più, una domanda di cittadinanza potrà essere rigettata anche se presentata da chi ha sposato un cittadino o cittadina italiana.
·       fondi per i rimpatri,
o   vengono stanziati 500 mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019
·       Sprar.
o    i piccoli centri che ospitano i migranti, sotto l’egida dei Comuni, non potranno più accogliere i richiedenti asilo ma soltanto minori non accompagnati e chi ha già ricevuto la protezione internazionale.

Gli articoli stringono notevolmente, precisandole, le maglie entro le quali si possono rilasciare i permessi, incluso quelli per ragioni umanitarie (di salute, di calamità nel paese di origine). In sostanza le fattispecie di protezione umanitaria sono ristrette quasi solo alle dimostrate ragioni di salute. È anche prevista una norma per disporre la facoltà di trattenere presso locali di sicurezza per trenta giorni, e successivamente presso i centri per centottanta, le persone in attesa di identificazione di identità e cittadinanza.

Allo stesso tempo il governo ha presentato le nuove “Linee guida per gli appalti dei servizi di accoglienza”, che impatta in modo molto forte sul sistema in essere. Quando sarà approvato solo i titolari della protezione internazionale (ristretti dal DL) avranno diritto ai servizi di “integrazione ed inserimento”, che ora sono erogati a tutti i richiedenti asilo. Inoltre sono ridotti a 19-26 euro al giorno a persona i costi per l’assistenza (che ora sono in media 35 €).  Queste Linee dovranno essere tradotte in un Decreto Ministeriale che prevedrà bandi-tipo per servizi di accoglienza differenziati per la taglia, fino alla “accoglienza individuale” (nelle case) che interessa peraltro l’80% delle persone. I valori a base di asta, per la gestione degli immigrati, saranno calanti al crescere della taglia, in modo da favorire un’accoglienza diffusa. Uno degli effetti è che nei piccoli centri dovrebbero essere eliminati alcuni servizi e dotazioni di personale. Oggi ci sono circa 9.000 centri di varia dimensione per circa 144.000 assistiti nei quali, dice Gerarda Pantalone, direttore del Dipartimento Immigrazione e Libertà Civili del Ministero dell’Interno, coloro i quali hanno diritto alle varie forme di assistenza sono assistiti da mediatori culturali, assistenza sanitaria, preparazione pasti, lavanderia, kit di ingresso, pocket money, e schede telefoniche. Alcuni dunque (coloro i quali sono nei centri con meno di 50 ospiti), perderanno la preparazione pasti e la pulizia, e avranno meno assistenti sociali dedicati.

Il commento del Ministro dell’Interno, Salvini, è questo: “Chi vedeva l'immigrazione come una mangiatoia da oggi è a dieta e sono convinto che molti finti volontari non parteciperanno più ai bandi perché non ci sarà più da mangiare”.

Mentre questa è la sua presentazione a Porta a Porta:



La sua presentazione del Decreto, dunque la comunicazione politica su di essa (che non necessariamente coincide con i suoi obiettivi ed effetti), enfatizza:
-        che “i richiedenti asilo che commettono un reato, spacciano, scippano, stuprano, aggrediscono, … a casa!”
-        i 35 euro, diventeranno molto di meno, “si risparmia circa un miliardo di euro che diventeranno diecimila nuovi poliziotti” … “quindi i soldi che togliamo ai mangioni dell’immigrazione diventano sicurezza”,
-        maggiore presenza delle forze dell’ordine,


Alcuni senatori del Movimento Cinque Stelle si sono astenuti dalla votazione di fiducia e sono per questo stati deferiti ai Probiviri del Movimento, si tratta di Gregorio De Falco, Elena Fattori, Matteo Montero, Virginia La Mura e Paola Nugnes.



Fin qui i fatti.




La mia ipotesi circa questi fatti è che tra le due forze politiche che sostengono il governo si sta aprendo su questa linea una frattura che dipende in parte da una diversa base sociale di riferimento[4] ed in parte da un diverso radicamento geografico. Il consenso di massa, che è coltivato e blandito e contro il quale non si può andare, se non in piccola misura, pena perderlo, è dunque soggetto a progetti egemonici conflittuali che si manifestano talvolta in piena luce. È il caso di questo conflitto.
La base sociale che sviluppa egemonia[5] nella Lega è organizzata intorno ad operatori economici, prevalentemente al centro-nord, i quali hanno interesse diretto a competere sul mercato interno in grande sofferenza e per questo richiedono insieme protezione, alleggerimento fiscale, sicurezza e contenimento dei costi (dunque chiedono lotta all’inflazione, basso costo del lavoro). La base sociale che sviluppa egemonia nel Movimento Cinque Stelle è meno chiara, ma potrebbe essere tentativamente descritta come il vasto mondo del precariato, dei lavoratori meno tutelati, di professionisti e autonomi impoveriti dalla crisi per il continuo degrado del mercato interno, in particolare in alcune regioni del centro-sud.
La base di massa di entrambi i movimenti si confonde molto di più, e finisce per essere largamente trasversale (anche perché assomma ormai dal 60 al 65% dei votanti)[6].

Ci sono molte contraddizioni, che rendono difficile per i Partiti e movimenti al governo tradurre coerentemente le spinte che ricevono dalle loro basi sociali in parte divergenti in ‘direzione’ della relativa base di massa.

Il Decreto Immigrazione ne illumina perfettamente una: la retorica del Ministro è rivolta alla base di massa e utilizza abilmente il “momento populista” in corso, stuzzicando alcune delle sue corde più sedimentate, ma la sostanza del provvedimento è rivolto invece agli interessi espressi dalla sua sola base sociale, ovvero a garantire il basso costo del lavoro anche al prezzo di non facilitare la sicurezza, che è affidata al ‘dominio’ (l’altra componente di ogni egemonia), ovvero al rafforzamento delle forze di polizia.

La comunicazione politica che ha accompagnato il provvedimento ha alcuni specifici bersagli:
-        i richiedenti asilo non integrati, accusati di delinquere e soprattutto di creare disordine e turbamento nelle città e nei territori,
-        le associazioni no-profit e del terzo settore impegnate nella complessa e costosa[7] macchina dell’accoglienza, accusate di ‘mangiarci’ sopra,
Questa retorica è interamente orientata alla ‘base di massa’ del consenso leghista, ormai nell’ordine di un terzo del corpo elettorale, alla quale promette ordine ed una sorta di semplice giustizia tipica della sensibilità della destra: chi disturba è espulso, chi sbaglia paga.

Ma se chi richiede asilo non è integrato, e se il sistema di accoglienza è inefficace (le due cose si tengono), una soluzione potrebbe essere di potenziarlo[8]. Come vedremo al termine, nel contesto di un progetto complessivo di paese, la cui funzione dovrebbe essere di determinare una generale capacitazione, degli immigrati come dei lavoratori e dei ceti subalterni locali, al fine di aumentare il loro empowerment[9] e portarli a contribuire alla crescita sociale e civile del paese.

Questa politica va nella direzione esattamente opposta, e ridurrà lo sviluppo di capacità e di stima di sé, azione efficace, capacità di autodeterminazione ed autonomia.




Perché produrre una politica che potrebbe essere controproducente, rivolgendosi alla ‘base di massa’ propria, alimentandone lo spirito di paura, l’avversione culturale verso gli immigrati (in particolare africani), quando la spinta verso la precarietà, data a molti richiedenti asilo che non si ha la forza di controllare ed espellere, potrebbe provocare effetti negativi sul disagio?
Una parte della risposta va ricercate nella circostanza che ogni politica concreta è il punto di congiunzione di molte forze e del sedimento di molti discorsi, e non è sempre una costruzione coerente. Come non sono coerenti gli effetti con gli obiettivi pratici, e tanto meno con quelli retorico/politici.
Ma un’altra parte potrebbe essere ricercata nello scostamento, che è anche contraddizione, tra la frazione di ‘base sociale’ tradizionale della Lega, che ancora sviluppa egemonia in questa, e la più larga ‘base sociale’ in formazione, che include quote di lavoro subordinato non secondarie, e la ‘base di massa’ elettorale, che risente grandemente dello stato generale di sofferenza indotto dall’inseguimento verso il basso prezzi-salari in corso da decenni in Italia.


Infatti, ridurre l’assistenza a chi oggi è soggetto a misure di sostegno, comunque largamente insufficienti, indurrà molti a ricadere nella condizione disperata dalla quale potranno essere ricattati e costretti a lavori ancora più deboli, umilianti e sottopagati. Questa meccanica, che dovrebbe coinvolgere alcune centinaia di migliaia di persone[10], determinerà nelle condizioni di grande debolezza e sofferenza generali del nostro mercato del lavoro, in particolare al sud, quella meccanica ben descritta, ad esempio, da Robert Solow nelle Tanner Lectures[11] del 1998. Quando Clinton nel 1996, ridusse radicalmente il sostegno ai disoccupati ed immigrati, incluso food stamps e integrazioni al reddito, oltre che accesso a Medicaid, Solow, oltre a denunciare la logica punitiva del provvedimento, illustrò come l’ingresso rapido, e come disse “forzoso”[12], nel mondo del lavoro degli ex assistiti avrebbe provocato effetti a cascata perché il lavoro non è infinitamente elastico e non basta solo raggiungerlo per averlo. Ma, d’altra parte il lavoro non è neppure totalmente rigido (e dipendente solo dalla domanda di servizi o di beni espressa dalla società), perché conserva una qualche “capacità di adattamento”.
Dunque ciò che succederebbe in un mondo realistico è che la forza lavoro dequalificata degli immigrati poveri, costretta a mettersi in gioco a qualsiasi prezzo, spingerebbe verso il basso i salari dei lavoratori appena più qualificati, immigrati[13] o non. Un datore di lavoro (ad esempio della base sociale leghista) potrebbe scegliere allora di sostituire due lavoratori attivi con tre lavoratori immigrati più economici (ma da formare). Ma questi due, ex lavoratori formati a questo punto si rimetterebbero in cerca di lavoro sospingendo giù i salari dei lavoratori “di secondo livello” (cioè ancora più qualificati di un piccolo gradino), e li sostituirebbero. Così via fino a qualche livello intermedio nel quale l’onda degli effetti a catena si smorzerebbe.
Tutto questo “rimescolamento” avrebbe anche implicazioni macroeconomiche, agendo sulla domanda aggregata e sugli altri fattori strutturali dell’economia (inclusa la produttività e l’attitudine all’innovazione, entrambe danneggiate), ed avremmo alla fine molto semplicemente “un’economia con un salario complessivamente più basso”.

Ma è proprio qui, a livello degli effetti macroeconomici, che si manifesta, inaspettata, la contraddizione.

Perché la più larga base sociale (e tanto più la ‘base di massa’) di entrambi i movimenti si aspetta protezione economica in primo luogo nel senso dell’attenuare la discesa sul piano inclinato dell’economia interna. E questa è spinta in misura prevalente dalla quantità e qualità dei consumi interni (i quali sono largamente connessi con i redditi sul relativo mercato). Ne consegue che il processo di deflazione salariale, se può aiutare alcune imprese dedite alle esportazioni, che però sono nell’area della constituency (ovvero nella ‘base sociale’) dei partiti che hanno perso, danneggia le imprese ed i lavoratori che sostengono i partiti e movimenti al governo.

Potrebbe al fine esserci più insicurezza, più precarietà e più disoccupazione[14]. La soddisfazione a breve termine ottenuta sul piano simbolico, colpendo dei ‘cattivi’, potrebbe essere pagata a più lungo termine, soprattutto se questa politica di indebolimento e di destabilizzazione, volta a respingere al buio e di controllare con mezzi di autorità ciò che si respinge, dovesse essere implementata in modo ancora più massivo.

Solow proponeva per questo di affiancare le misure con un programma di lavoro di ultima istanza.




Si tratta, dunque, di una risposta radicalmente errata che porterà solo un aggravamento di una situazione già difficilmente sostenibile per i ceti popolari coinvolti negli effetti a cascata descritti (mentre le classi medio-alte, che costituiscono la parte egemonica della base sociale della Lega e parte di quella del Movimento 5 Stelle, ma davvero in pieno e completamente solo quella dei Partiti sconfitti, di destra e sinistra, invece ne traggono vantaggio).



Quale potrebbe essere una risposta corretta?

Non è facile rispondere, perché occorre che le ricette, come le analisi, si svolgano nelle situazioni concrete, e dunque richiedono molte più informazioni e più situate. Ma, la direzione proposta da Solow è fornisce una traccia: bisogna che gli effetti di deprivazione, desocializzazione, etnicizzazione dei conflitti, connessi con l’immigrazione selvaggia ed incontrollata siano neutralizzati. Per farlo  bisogna assicurarsi che non sia solo il mercato, intrinsecamente divaricante e competitivo, a socializzare gli individui, ma che questa funzione nei suoi elementi di base (l’alloggio, la sussistenza, la protezione e la dignità) sia assunta e garantita apertamente dal pubblico, come peraltro prevede la nostra inapplicata Costituzione.

In “Immigrazione e questione sociale” avevo proposto che di definire una strategia sociale e politica, e quindi solo da ultimo economica, che ricomprenda l’immigrazione come caso particolare, per quanto severo, di una crisi di scopo molto più ampia della nostra civiltà. In estrema sintesi ciò che va posto è il tema della concorrenza come ordinatore fondamentale della nostra civiltà, spostandolo in direzione della protezione dei lavoratori tutti, a salvaguardia dell’equità nei rapporti tra le persone e della creazione di una società ben ordinata.

Come per la questione della casa e per il “Diritto alla città[15], la vera questione è di emancipazione della parte produttiva della società, riscattando dal mercato e dai suoi meccanismi[16] grazie al potenziamento, radicale e drastico, dell’offerta di servizi sociali e del welfare.

Del resto l’indiscriminata accoglienza, se resta sostanzialmente affidata alle capacità di socializzazione del solo mercato, in particolare nelle condizioni odierne, è finta. Si tramuta immediatamente ad un fattore di aggravamento, in particolare per le nostre periferie e aree di abbandono.



Ottenere la neutralizzazione dei meccanismi segreganti di mercato è necessario prima di accogliere e per poterlo fare integralmente. Dunque se si vuole puntare ad una società inclusiva, che è quel che vogliamo, bisogna necessariamente ottenere e mantenere la piena occupazione ed un società nella quale ognuno si sente protetto e riconosciuto per il contributo che può dare.

Si tratta, però, di un processo di riparazione della nostra società malata e sbilanciata (nella quale troppi sono sprecati, resi inutili), che non può essere che graduale, autorafforzante, ed il cui ritmo va quindi controllato e reso sostenibile. Per condurlo in forme democratiche è necessario che si crei e si conservi il consenso verso un diverso progetto comune.
Il progetto di assicurarsi gli uni degli altri, di vivere considerando tutti gli altri come parte di sé e come propria responsabilità.

Ma nessuno può immaginare, in qualsiasi senso, che d’un colpo, tutto insieme, si possa garantire la piena integrazione di ognuno ed il potenziamento della capacità di ciascuno. Anzi, nelle condizioni presenti, attive le forze del mercato e dominanti, l’incremento dell’offerta pubblica di servizi, la realizzazione di un vasto programma per il disagio abitativo, distribuito, sostenibile ed associato a pratiche di messa in comune[17], di un programma di lavoro di ultima istanza, di forme universaliste ed adeguate di sostegno alla famiglia ed ai minori, diritto alla salute, formazione continua, e così via, attrarrebbe inevitabilmente flussi migratori crescenti in grado di soverchiare qualsiasi capacità di offerta.

Le capacità di creare un’adeguata offerta pubblica di servizi, in quanto sostenuta dal volume complessivo della produzione sociale, in qualunque modo e proporzione sia canalizzato in consumi pubblici, non può che crescere gradualmente, man mano che vengono messe al lavoro e potenziate le risorse sociali. Come in quasi tutto è quindi essenzialmente questione di ritmo.

È dunque tecnicamente, moralmente e logicamente necessario che mentre cresce questa capacità l’immigrazione sia regolata.
Regolata, precisamente, sulla capacità, crescente, di integrazione sociale guidata dai programmi pubblici garantiti e sostenuta anche da un mercato disciplinato, addomesticato e potenziato. La direzione proposta in Francia dal “Manifesto per l’accoglienza”, di cui abbiamo dato conto in questo post, con la sua impostazione esclusivamente umanista, ostacolerebbe in modo decisivo questo programma, rendendolo di fatto impossibile sia sul piano materiale sia su quello della tenuta del consenso. L’unico modo coerente nel quale si possono accogliere indiscriminativamente masse illimitate di persone in condizione di debolezza è quella proposta dalla destra tedesca in più occasioni: farne “non cittadini”, in competizione con i cittadini di serie ‘b’ in favore di quelli di serie ‘a’[18].

Questo è forse il programma di parte della base sociale del governo, non può essere il nostro.

Noi ne dobbiamo avere un altro.

Ma per questo occorre la mobilitazione di una base sociale diversa da quella che sostiene l’attuale governo, in parte recuperando intorno ad una nuova egemonia parte di quella, al fine di dirigere (e non dominare) una base di massa adeguata a compiere la trasformazione.


La prima cosa è capirne esigenze e ragioni.



[1] - Piano nazionale sgomberi, con il quale sono stabilite modalità di ricognizione delle situazioni di occupazione e definita la necessità di Piani provinciali per le esecuzioni; Invasione di edifici, con un inasprimento delle pene per chi invade terreni o edifici altrui; stanziamenti per Polizia e Vigili del fuoco.
[2] - Misure sul noleggio di tir e furgoni, sequestro e confisca dei beni, con la possibilità di darli in affitto ‘sociale’ alle famiglie disagiate.
[3] - Sono aggiunti: violenza sessuale, spaccio, furto e lesioni aggravate a pubblico ufficiale
[4] - Ne avevamo fatta una prima analisi a caldo in “Fase politica: Acquarius, diversioni e questione dell’immigrazione”, la maggioranza politica emersa dalle elezioni senza precedenti del 4 marzo ci era apparsa conforme alla maggioranza sociale, ma questa fratturata profondamente. Il consenso di massa (o la “base di massa”) che indubbiamente il governo conserva è interpretato da due forze politiche sotto molti profili (ma non tutti) divergenti che si riferiscono in parte ad una diversa base sociale. Inoltre, per quel che probabilmente più conta, questa base sociale, comunque ampia, è soggetta all’egemonia di alcuni interessi incarnati da frammenti di classi medie introflesse (verso le borghesie esteroflesse per lo più fedeli ai partiti tradizionali, almeno fino al consolidamento dell’attuale potere). Ma i frammenti di classi medie che esercitano egemonia sulla base di massa che sostiene il governo, nei due Partiti e movimenti, non sono coincidenti né socialmente, né geograficamente. La direzione intellettuale e morale che esercitano non coincide, dunque.
[5] - Che chiaramente non è l'intera base sociale (a sua volta un sottoinsieme più omogeneo e stabile rispetto agli elettori) della Lega, ma solo quella che sviluppa egemonia all'interno delle diverse frazioni che la compongono, ovvero che cerca di dirigere e dispone, per interposti agenti, di qualche capacità di comando. A sua volta questa frazione di 'base sociale', provo a dire o meglio ipotizzare, sia organizzata intorno ad un nucleo che ha degli interessi.
[6] - Alcune analisi della stratificazione al voto il 4 marzo per i due partiti vincenti ha mostrato la notevole trasversalità del relativo consenso, il solo partito fortemente segnato in un senso è risultato il PD, che raccoglie in modo proporzionalmente superiore i propri voti nei ceti alti garantiti.
[7] - Costi di difficile stima, ma nell’ordine di alcuni miliardi di euro all’anno.
[8][8] - Anche riducendo lo spazio delle organizzazioni no-profit, non tutte inattaccabili, ma ampliando quello delle agenzie pubbliche e dello Stato. Anche aumentando le assunzioni, ma più nel settore degli assistenti sociali che in quello delle forze di polizia. Tanto più che le spese in questo settore sono state, uniche praticamente, sollevate dai vincoli di bilancio e potrebbero dunque essere anche un volano di crescita.
[9] - Con il termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell'individuo sia del gruppo, basato sull'incremento della stima di sé, dell'autoefficacia e dell'autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare l'individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.
[10] - Saviano, in un tweet le ha stimate in cinquecentomila, il senatore Nugnes nel suo intervento in aula in centoventimila all’anno.
[11] - Si veda Robert Solow, “Lavoro e Welfare”, che in quadro concettuale totalmente neoclassico nega che “i cani randagi si comportino come cani da riporto solo perché la selvaggina cominci ad abbondare”, e soprattutto illustra una serie molto solida di “effetti a cascata”.
[12] - Cioè per effetto di una norma intervenuta.
[13] - Molto spesso sono proprio gli immigrati di generazione più consolidata ad essere i primi ad essere contrari alle altre ondate di immigrazione, e talvolta, malgrado per effetto della loro cultura di provenienza, più ‘comunitaria’, sono più conservatori.
[14] - Questa in misura minore per la competizione diretta, che si manifesta solo al livello più basso della catena causale, ma in misura maggiore per gli effetti di trascinamento, la riduzione dei salari medi, quindi dei consumi e delle vendite e quindi produzione.
[16] - Che, grazie alla concorrenza senza freni seducono, sradicano ed importano, come fossero merci, persone da tutto il mondo e le socializzano solo e nella misura in cui servono allo scopo di farne utensili in macchine produttive, respingendo il resto dell’umano che portano come scarto. Cosa che fanno nello stesso identico modo con le persone che già si trovano nel paese.
[17] - Come schematizzato nel post citato nella nota 9, e cioè in vece della risposta burocratica propria della ‘città fordista’, con i quartieri operai costruiti dallo Stato Provvidenza novecentesco puntare ad un investimento di capitale pubblico diffuso, con una varietà di strumenti possibili, che diffonda nella città esistente: - offerte di alloggi sociali di diversa taglia e specializzazione, ricavati sostanzialmente dalla rifunzionalizzazione del già costruito; ma connessi in rete; serviti da ‘comunità energetiche cooperative’; attivanti pratiche sociali volontarie e forme in comune di messa a disposizione reciproca di servizi e di lavoro (su ‘piattaforme’ pubbliche, in grado di erogare anche ‘beni come servizio’). 
[18] - Si vedano, ad esempio, i reiterati interventi sul tema di Hans-Werner Sinn, come ad esempio questo.

Nessun commento:

Posta un commento