Il Senato ha approvato, con voto di fiducia, il Decreto
Immigrazione e Sicurezza, 40
articoli il cui titolo è “Disposizioni in
materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla
criminalità mafiosa”. I temi affrontati vanno dalla sicurezza urbana[1],
alla lotta al terrorismo[2], all’immigrazione.
Soffermiamoci su questo ultimo tema che tocca i
seguenti punti: richiesta di asilo politico, abolizione della protezione
umanitaria, trattenimento nei centri per il rimpatrio, revoca della
cittadinanza, fondi per i rimpatri, Sprar.
Molto sinteticamente:
·
richiesta di asilo
politico,
o aumentano i reati che annullano la
sospensione della richiesta di asilo politico, dopo una condanna in primo
grado, portando all’espulsione immediata[3].
·
abolizione della
protezione umanitaria,
o al momento la norma può garantire, in
caso di situazioni di emergenza umanitaria, un permesso di soggiorno ai
cittadini stranieri che ne fanno richiesta. Ora è previsto un “procedimento
immediato innanzi alla Commissione territoriale per il riconoscimento della
protezione internazionale”.
·
trattenimento nei
centri per il rimpatrio,
o il tempo massimo di trattenimento
aumenta da 90 a 180 giorni.
·
revoca della
cittadinanza,
o se una persona viene ritenuta un
possibile pericolo per lo Stato, potrebbe scattare la revoca della cittadinanza
in caso di condanna in via definitiva per reati legati al terrorismo. In più,
una domanda di cittadinanza potrà essere rigettata anche se presentata da chi
ha sposato un cittadino o cittadina italiana.
·
fondi per i
rimpatri,
o vengono stanziati 500 mila euro per
il 2018 e 1,5 milioni per il 2019
·
Sprar.
o i piccoli centri che ospitano i
migranti, sotto l’egida dei Comuni, non potranno più accogliere i richiedenti
asilo ma soltanto minori non accompagnati e chi ha già ricevuto la protezione
internazionale.
Gli articoli stringono notevolmente, precisandole,
le maglie entro le quali si possono rilasciare i permessi, incluso quelli per
ragioni umanitarie (di salute, di calamità nel paese di origine). In sostanza
le fattispecie di protezione umanitaria sono ristrette quasi solo alle
dimostrate ragioni di salute. È anche prevista una norma per disporre la
facoltà di trattenere presso locali di sicurezza per trenta giorni, e
successivamente presso i centri per centottanta, le persone in attesa di
identificazione di identità e cittadinanza.
Allo stesso tempo il governo ha presentato
le nuove “Linee guida per gli appalti dei
servizi di accoglienza”, che impatta in modo molto forte sul sistema in
essere. Quando sarà approvato solo i titolari della protezione internazionale
(ristretti dal DL) avranno diritto ai servizi di “integrazione ed inserimento”,
che ora sono erogati a tutti i richiedenti asilo. Inoltre sono ridotti a 19-26
euro al giorno a persona i costi per l’assistenza (che ora sono in media 35
€). Queste Linee dovranno essere tradotte in un Decreto Ministeriale che
prevedrà bandi-tipo per servizi di accoglienza differenziati per la taglia,
fino alla “accoglienza individuale” (nelle case) che interessa peraltro l’80%
delle persone. I valori a base di asta, per la gestione degli immigrati, saranno
calanti al crescere della taglia, in modo da favorire un’accoglienza diffusa.
Uno degli effetti è che nei piccoli centri dovrebbero essere eliminati alcuni
servizi e dotazioni di personale. Oggi ci sono circa 9.000 centri di varia
dimensione per circa 144.000 assistiti nei quali, dice Gerarda Pantalone,
direttore del Dipartimento Immigrazione e Libertà Civili del Ministero
dell’Interno, coloro i quali hanno diritto alle varie forme di assistenza sono
assistiti da mediatori culturali, assistenza sanitaria, preparazione pasti,
lavanderia, kit di ingresso, pocket money, e schede telefoniche. Alcuni dunque (coloro
i quali sono nei centri con meno di 50 ospiti), perderanno la preparazione
pasti e la pulizia, e avranno meno assistenti sociali dedicati.
Il commento del Ministro
dell’Interno, Salvini, è questo: “Chi
vedeva l'immigrazione come una mangiatoia da oggi è a dieta e sono convinto che
molti finti volontari non parteciperanno più ai bandi perché non ci sarà più da
mangiare”.
Mentre questa è la sua presentazione
a Porta a Porta:
La sua presentazione del Decreto, dunque
la comunicazione politica su di essa (che non necessariamente coincide con i
suoi obiettivi ed effetti), enfatizza:
-
che
“i richiedenti asilo che commettono un reato, spacciano, scippano, stuprano,
aggrediscono, … a casa!”
-
i
35 euro, diventeranno molto di meno, “si risparmia circa un miliardo di euro
che diventeranno diecimila nuovi poliziotti” … “quindi i soldi che togliamo ai
mangioni dell’immigrazione diventano sicurezza”,
-
maggiore
presenza delle forze dell’ordine,
Alcuni senatori del Movimento Cinque Stelle si sono astenuti
dalla votazione di fiducia e sono per questo stati deferiti ai Probiviri del
Movimento, si tratta di Gregorio De Falco, Elena Fattori, Matteo Montero,
Virginia La Mura e Paola Nugnes.
Fin
qui i fatti.
La mia ipotesi circa questi fatti è
che tra le due forze politiche che sostengono il governo si sta aprendo su
questa linea una frattura che dipende in parte da una diversa base sociale di riferimento[4]
ed in parte da un diverso radicamento geografico. Il consenso di massa, che è coltivato e blandito e contro il quale non
si può andare, se non in piccola misura, pena perderlo, è dunque soggetto a
progetti egemonici conflittuali che si manifestano talvolta in piena luce. È il caso di questo conflitto.
La base sociale che sviluppa egemonia[5]
nella Lega è organizzata intorno ad operatori economici, prevalentemente al
centro-nord, i quali hanno interesse diretto a competere sul mercato interno in
grande sofferenza e per questo richiedono insieme protezione, alleggerimento fiscale,
sicurezza e contenimento dei costi (dunque chiedono lotta all’inflazione, basso
costo del lavoro). La base sociale
che sviluppa egemonia nel Movimento Cinque Stelle è meno chiara, ma potrebbe
essere tentativamente descritta come il vasto mondo del precariato, dei
lavoratori meno tutelati, di professionisti e autonomi impoveriti dalla crisi
per il continuo degrado del mercato interno, in particolare in alcune regioni
del centro-sud.
La base di massa di entrambi i movimenti si confonde molto di più, e
finisce per essere largamente trasversale (anche perché assomma ormai dal 60 al
65% dei votanti)[6].
Ci sono molte contraddizioni, che
rendono difficile per i Partiti e movimenti al governo tradurre coerentemente
le spinte che ricevono dalle loro basi sociali
in parte divergenti in ‘direzione’ della relativa base di massa.
Il Decreto Immigrazione ne illumina perfettamente una: la retorica del
Ministro è rivolta alla base di massa
e utilizza abilmente il “momento populista” in corso, stuzzicando alcune delle
sue corde più sedimentate, ma la sostanza del provvedimento è rivolto invece agli
interessi espressi dalla sua sola base
sociale, ovvero a garantire il basso costo del lavoro anche al prezzo di
non facilitare la sicurezza, che è affidata al ‘dominio’ (l’altra componente di
ogni egemonia), ovvero al rafforzamento delle forze di polizia.
La comunicazione politica che ha
accompagnato il provvedimento ha alcuni specifici bersagli:
-
i
richiedenti asilo non integrati, accusati di delinquere e soprattutto di creare
disordine e turbamento nelle città e nei territori,
-
le
associazioni no-profit e del terzo settore impegnate nella complessa e costosa[7]
macchina dell’accoglienza, accusate di ‘mangiarci’ sopra,
Questa retorica è interamente
orientata alla ‘base di massa’ del consenso leghista, ormai nell’ordine di un
terzo del corpo elettorale, alla quale promette ordine ed una sorta di semplice
giustizia tipica della sensibilità della destra: chi disturba è espulso, chi
sbaglia paga.
Ma se chi richiede asilo non è
integrato, e se il sistema di accoglienza è inefficace (le due cose si
tengono), una soluzione potrebbe essere di potenziarlo[8].
Come vedremo al termine, nel contesto di un progetto complessivo di paese, la
cui funzione dovrebbe essere di determinare una generale capacitazione, degli
immigrati come dei lavoratori e dei ceti subalterni locali, al fine di
aumentare il loro empowerment[9]
e portarli a contribuire alla crescita sociale e civile del paese.
Questa politica va nella direzione
esattamente opposta, e ridurrà lo sviluppo di capacità e di stima di sé, azione
efficace, capacità di autodeterminazione ed autonomia.
Perché produrre una politica che
potrebbe essere controproducente, rivolgendosi alla ‘base di massa’ propria,
alimentandone lo spirito di paura, l’avversione culturale verso gli immigrati
(in particolare africani), quando la spinta verso la precarietà, data a molti
richiedenti asilo che non si ha la forza di controllare ed espellere, potrebbe
provocare effetti negativi sul disagio?
Una parte della risposta va ricercate
nella circostanza che ogni politica concreta è il punto di congiunzione di
molte forze e del sedimento di molti discorsi, e non è sempre una costruzione
coerente. Come non sono coerenti gli effetti con gli obiettivi pratici, e tanto
meno con quelli retorico/politici.
Ma un’altra parte potrebbe essere
ricercata nello scostamento, che è anche contraddizione, tra la frazione di ‘base
sociale’ tradizionale della Lega, che ancora sviluppa egemonia in questa, e la
più larga ‘base sociale’ in formazione, che include quote di lavoro subordinato
non secondarie, e la ‘base di massa’ elettorale, che risente grandemente dello
stato generale di sofferenza indotto dall’inseguimento verso il basso
prezzi-salari in corso da decenni in Italia.
Infatti, ridurre l’assistenza a chi
oggi è soggetto a misure di sostegno, comunque largamente insufficienti, indurrà
molti a ricadere nella condizione disperata dalla quale potranno essere
ricattati e costretti a lavori ancora più deboli, umilianti e sottopagati.
Questa meccanica, che dovrebbe coinvolgere alcune centinaia di migliaia di
persone[10],
determinerà nelle condizioni di grande debolezza e sofferenza generali del
nostro mercato del lavoro, in particolare al sud, quella meccanica ben
descritta, ad esempio, da Robert Solow nelle Tanner Lectures[11]
del 1998. Quando Clinton nel 1996, ridusse radicalmente il sostegno ai
disoccupati ed immigrati, incluso food stamps e integrazioni al reddito, oltre
che accesso a Medicaid, Solow, oltre a denunciare la logica punitiva del
provvedimento, illustrò come l’ingresso rapido, e come disse “forzoso”[12],
nel mondo del lavoro degli ex assistiti avrebbe provocato effetti a cascata
perché il lavoro non è infinitamente elastico e non basta solo raggiungerlo per
averlo. Ma, d’altra parte il lavoro non è neppure totalmente rigido (e
dipendente solo dalla domanda di servizi o di beni espressa dalla società),
perché conserva una qualche “capacità di adattamento”.
Dunque ciò che succederebbe in un
mondo realistico è che la forza lavoro dequalificata degli immigrati poveri, costretta
a mettersi in gioco a qualsiasi prezzo, spingerebbe verso il basso i salari dei
lavoratori appena più qualificati, immigrati[13]
o non. Un datore di lavoro (ad esempio della base sociale leghista) potrebbe
scegliere allora di sostituire due lavoratori attivi con tre lavoratori immigrati
più economici (ma da formare). Ma questi due, ex lavoratori formati a questo
punto si rimetterebbero in cerca di lavoro sospingendo giù i salari dei
lavoratori “di secondo livello” (cioè ancora più qualificati di un piccolo
gradino), e li sostituirebbero. Così via fino a qualche livello intermedio nel
quale l’onda degli effetti a catena si smorzerebbe.
Tutto questo “rimescolamento” avrebbe
anche implicazioni macroeconomiche, agendo sulla domanda aggregata e sugli
altri fattori strutturali dell’economia (inclusa la produttività e l’attitudine
all’innovazione, entrambe danneggiate), ed avremmo alla fine molto
semplicemente “un’economia con un salario complessivamente più basso”.
Ma
è proprio qui, a livello degli effetti macroeconomici, che si manifesta,
inaspettata, la contraddizione.
Perché la più larga base sociale (e tanto più la ‘base di
massa’) di entrambi i movimenti si aspetta protezione economica in primo luogo
nel senso dell’attenuare la discesa sul piano inclinato dell’economia interna.
E questa è spinta in misura prevalente dalla quantità e qualità dei consumi
interni (i quali sono largamente connessi con i redditi sul relativo mercato).
Ne consegue che il processo di deflazione salariale, se può aiutare alcune
imprese dedite alle esportazioni, che però sono nell’area della constituency
(ovvero nella ‘base sociale’) dei
partiti che hanno perso, danneggia le imprese ed i lavoratori che sostengono i
partiti e movimenti al governo.
Potrebbe al fine esserci più
insicurezza, più precarietà e più disoccupazione[14].
La soddisfazione a breve termine ottenuta sul piano simbolico, colpendo dei ‘cattivi’,
potrebbe essere pagata a più lungo termine, soprattutto se questa politica di
indebolimento e di destabilizzazione, volta a respingere al buio e di
controllare con mezzi di autorità ciò che si respinge, dovesse essere implementata
in modo ancora più massivo.
Solow proponeva per questo di
affiancare le misure con un programma di lavoro di ultima istanza.
Si tratta, dunque, di una risposta radicalmente errata
che porterà solo un aggravamento di una situazione già difficilmente
sostenibile per i ceti popolari coinvolti negli effetti a cascata descritti
(mentre le classi medio-alte, che costituiscono la parte egemonica della base sociale della Lega e parte di
quella del Movimento 5 Stelle, ma davvero in pieno e completamente solo quella
dei Partiti sconfitti, di destra e sinistra, invece ne traggono vantaggio).
Quale potrebbe
essere una risposta corretta?
Non è facile rispondere, perché occorre che le
ricette, come le analisi, si svolgano nelle situazioni concrete, e dunque
richiedono molte più informazioni e più situate. Ma, la direzione proposta da
Solow è fornisce una traccia: bisogna che gli effetti di deprivazione,
desocializzazione, etnicizzazione dei conflitti, connessi con l’immigrazione
selvaggia ed incontrollata siano
neutralizzati. Per farlo bisogna
assicurarsi che non sia solo il mercato, intrinsecamente divaricante e
competitivo, a socializzare gli individui, ma che questa funzione nei suoi
elementi di base (l’alloggio, la sussistenza, la protezione e la dignità) sia
assunta e garantita apertamente dal pubblico, come peraltro prevede la nostra inapplicata
Costituzione.
In “Immigrazione
e questione sociale” avevo proposto che di definire una strategia
sociale e politica, e quindi solo da ultimo economica, che ricomprenda
l’immigrazione come caso particolare, per quanto severo, di una crisi di scopo
molto più ampia della nostra civiltà. In estrema sintesi ciò che va posto
è il tema della concorrenza come
ordinatore fondamentale della nostra civiltà, spostandolo in direzione
della protezione dei lavoratori tutti, a salvaguardia dell’equità nei rapporti
tra le persone e della creazione di una società ben ordinata.
Come per la questione della casa e per il “Diritto alla città”[15],
la vera questione è di emancipazione della parte produttiva della società,
riscattando dal mercato e dai suoi meccanismi[16]
grazie al potenziamento, radicale e drastico, dell’offerta di servizi sociali e
del welfare.
Del resto l’indiscriminata accoglienza, se resta
sostanzialmente affidata alle capacità di socializzazione del solo mercato, in
particolare nelle condizioni odierne, è finta. Si tramuta immediatamente ad un
fattore di aggravamento, in particolare per le nostre periferie e aree di
abbandono.
Ottenere la neutralizzazione dei meccanismi segreganti
di mercato è necessario prima di
accogliere e per poterlo fare
integralmente. Dunque se si vuole puntare ad una società inclusiva, che è quel
che vogliamo, bisogna necessariamente ottenere e mantenere la piena occupazione ed un società
nella quale ognuno si sente protetto e riconosciuto per il contributo che può
dare.
Si tratta, però, di un processo di riparazione della
nostra società malata e sbilanciata (nella quale troppi sono sprecati, resi
inutili), che non può essere che graduale, autorafforzante, ed il cui ritmo va quindi
controllato e reso sostenibile. Per condurlo in forme democratiche è necessario
che si crei e si conservi il consenso verso un diverso progetto comune.
Il progetto di assicurarsi gli uni degli altri, di
vivere considerando tutti gli altri come parte di sé e come propria
responsabilità.
Ma nessuno può immaginare, in qualsiasi senso, che
d’un colpo, tutto insieme, si possa garantire la piena integrazione di ognuno
ed il potenziamento della capacità di ciascuno. Anzi, nelle condizioni
presenti, attive le forze del mercato e dominanti, l’incremento dell’offerta
pubblica di servizi, la realizzazione di un vasto programma per il disagio
abitativo, distribuito, sostenibile ed associato a pratiche di messa in comune[17], di
un programma di lavoro di ultima istanza, di forme universaliste ed adeguate di
sostegno alla famiglia ed ai minori, diritto alla salute, formazione continua,
e così via, attrarrebbe inevitabilmente flussi migratori crescenti in grado di
soverchiare qualsiasi capacità di offerta.
Le capacità di creare un’adeguata offerta pubblica di
servizi, in quanto sostenuta dal volume complessivo della produzione sociale,
in qualunque modo e proporzione sia canalizzato in consumi pubblici, non può
che crescere gradualmente, man mano che vengono messe al lavoro e potenziate le
risorse sociali. Come in quasi tutto è quindi essenzialmente questione di
ritmo.
È dunque tecnicamente, moralmente e logicamente
necessario che mentre cresce questa capacità l’immigrazione sia regolata.
Regolata, precisamente, sulla capacità, crescente, di
integrazione sociale guidata dai programmi pubblici garantiti e sostenuta anche
da un mercato disciplinato, addomesticato e potenziato. La direzione proposta
in Francia dal “Manifesto per
l’accoglienza”, di cui abbiamo dato conto in questo
post, con la sua impostazione esclusivamente umanista, ostacolerebbe in modo
decisivo questo programma, rendendolo di fatto impossibile sia sul piano materiale
sia su quello della tenuta del consenso. L’unico modo coerente nel quale si
possono accogliere indiscriminativamente masse illimitate di persone in
condizione di debolezza è quella proposta dalla destra tedesca in più
occasioni: farne “non cittadini”, in competizione con i cittadini di serie ‘b’
in favore di quelli di serie ‘a’[18].
Questo è forse il
programma di parte della base sociale del governo, non può essere il nostro.
Noi ne dobbiamo avere un altro.
Ma per questo occorre la mobilitazione di una base sociale diversa da quella che
sostiene l’attuale governo, in parte recuperando intorno ad una nuova egemonia
parte di quella, al fine di dirigere (e non dominare) una base di massa adeguata a compiere la trasformazione.
La prima cosa è capirne esigenze e ragioni.
[1]
- Piano nazionale sgomberi, con il
quale sono stabilite modalità di ricognizione delle situazioni di occupazione e
definita la necessità di Piani provinciali per le esecuzioni; Invasione di edifici, con un
inasprimento delle pene per chi invade terreni o edifici altrui; stanziamenti per Polizia e Vigili del fuoco.
[2]
- Misure sul noleggio di tir e furgoni,
sequestro e confisca dei beni, con la
possibilità di darli in affitto ‘sociale’ alle famiglie disagiate.
[3]
- Sono aggiunti: violenza sessuale, spaccio,
furto e lesioni aggravate a pubblico ufficiale
[4]
- Ne avevamo fatta una prima analisi a caldo in “Fase
politica: Acquarius, diversioni e questione dell’immigrazione”, la
maggioranza politica emersa dalle elezioni senza precedenti del 4 marzo ci era
apparsa conforme alla maggioranza sociale, ma questa fratturata profondamente.
Il consenso di massa (o la “base di massa”)
che indubbiamente il governo conserva è interpretato da due forze politiche
sotto molti profili (ma non tutti) divergenti che si riferiscono in parte ad
una diversa base sociale. Inoltre,
per quel che probabilmente più conta, questa base sociale, comunque ampia, è
soggetta all’egemonia di alcuni interessi incarnati da frammenti di classi
medie introflesse (verso le borghesie esteroflesse per lo più fedeli ai partiti
tradizionali, almeno fino al consolidamento dell’attuale potere). Ma i
frammenti di classi medie che esercitano egemonia sulla base di massa che
sostiene il governo, nei due Partiti e movimenti, non sono coincidenti né
socialmente, né geograficamente. La direzione intellettuale e morale che
esercitano non coincide, dunque.
[5]
- Che
chiaramente non è l'intera base sociale (a sua volta un sottoinsieme più
omogeneo e stabile rispetto agli elettori) della Lega, ma solo quella che sviluppa egemonia all'interno
delle diverse frazioni che la compongono, ovvero che cerca di dirigere e
dispone, per interposti agenti, di qualche capacità di comando. A sua
volta questa frazione di 'base sociale', provo a dire o meglio ipotizzare, sia
organizzata intorno ad un nucleo che ha degli interessi.
[6]
- Alcune analisi
della stratificazione al voto il 4 marzo per i due partiti vincenti ha mostrato
la notevole trasversalità del relativo consenso, il solo partito fortemente
segnato in un senso è risultato il PD, che raccoglie in modo proporzionalmente
superiore i propri voti nei ceti alti garantiti.
[7] - Costi di
difficile stima, ma nell’ordine di alcuni miliardi di euro all’anno.
[8][8]
- Anche
riducendo lo spazio delle organizzazioni no-profit, non tutte inattaccabili, ma
ampliando quello delle agenzie pubbliche e dello Stato. Anche aumentando le
assunzioni, ma più nel settore degli assistenti sociali che in quello delle
forze di polizia. Tanto più che le spese in questo settore sono state, uniche
praticamente, sollevate dai vincoli di bilancio e potrebbero dunque essere
anche un volano di crescita.
[9]
- Con il
termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell'individuo
sia del gruppo, basato sull'incremento della stima di sé, dell'autoefficacia e
dell'autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare l'individuo
ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.
[10]
- Saviano,
in un tweet le ha stimate in cinquecentomila, il senatore Nugnes nel suo intervento
in aula in centoventimila all’anno.
[11]
- Si veda Robert Solow, “Lavoro
e Welfare”, che in quadro concettuale totalmente neoclassico
nega che “i cani randagi si comportino come cani da riporto solo perché la
selvaggina cominci ad abbondare”, e soprattutto illustra una serie molto solida
di “effetti a cascata”.
[12]
- Cioè per effetto di una norma intervenuta.
[13]
- Molto spesso sono proprio gli immigrati di generazione più consolidata ad
essere i primi ad essere contrari alle altre ondate di immigrazione, e
talvolta, malgrado per effetto della loro cultura di provenienza, più
‘comunitaria’, sono più conservatori.
[14]
- Questa in misura minore per la competizione diretta, che si manifesta solo al
livello più basso della catena causale, ma in misura maggiore per gli effetti
di trascinamento, la riduzione dei salari medi, quindi dei consumi e delle
vendite e quindi produzione.
[16]
- Che, grazie alla concorrenza senza freni seducono, sradicano ed importano,
come fossero merci, persone da tutto il mondo e le socializzano solo e nella
misura in cui servono allo scopo di farne utensili in macchine produttive,
respingendo il resto dell’umano che portano come scarto. Cosa che fanno nello
stesso identico modo con le persone che già si trovano nel paese.
[17]
- Come schematizzato nel post citato nella nota 9, e cioè in vece della
risposta burocratica propria della ‘città fordista’, con i quartieri operai
costruiti dallo Stato Provvidenza novecentesco puntare ad un investimento
di capitale pubblico diffuso, con una varietà di strumenti possibili, che
diffonda nella città esistente: - offerte di alloggi sociali di
diversa taglia e specializzazione, ricavati sostanzialmente dalla
rifunzionalizzazione del già costruito; ma connessi in rete; serviti da
‘comunità energetiche cooperative’; attivanti pratiche sociali volontarie e
forme in comune di messa a disposizione reciproca di servizi e di
lavoro (su ‘piattaforme’ pubbliche, in grado di erogare anche ‘beni come servizio’).




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