L’ex Consigliere per gli affari internazionali di
Jean-Luc Mélenchon, Djordie Kuzmanovic, con una lettera
ha annunciato di lasciare France Insoumise, dopo che il Comitato Centrale,
segnalando con ciò una scelta di linea in una fase turbolenta, lo ha escluso,
insieme a François Cocq, dalle liste dei candidati alle imminenti
elezioni europee.
Nella lettera Kuzmanovic ricorda brevemente gli ultimi
otto anni di impegno politico e la sua azione nel Distretto del Pas-de-Calais,
devastato dalla deindustrializzazione e disoccupazione e ora fortemente
mobilitato per i “giubbotti gialli”. Arriva al punto nel dichiarare il
movimento de la France Insoumise “in fase di stallo” e questo stallo
strutturale e irriformabile.
Vediamo quali sono le critiche:
1-
L’organizzazione del movimento, caratterizzato da una profonda mancanza di
democrazia, a causa della sua forma ‘orizzontale e gassosa’, fondata su iniziative
sul campo che sottendono e nascondono quella che chiama “l’estrema
concentrazione di potere nelle mani di un piccolo gruppo di nuovi apparatchik e
burocrati, mai eletti e inamovibili. Dato che non c’è una gerarchia riconosciuta
di fatto tutto è deciso da ‘questa piccola nebulosa’”. Capita quindi che i “gruppi
di azione” (che sono le cellule base della non-organizzazione di France
Insoumise) siano sciolti d’imperio senza alcuna discussione[1]. Questo
stato determina da una parte un dilettantismo endemico, dall’altra la
sovrapposizione e la lotta costante dei vari “oratori nazionali” e degli “Scrittori
di opuscoli tematici” per far accettare se stessi e le loro linee da un centro
o dal leader. È quel che è successo quando ha difeso Sahra Wagenknecht e il suo
movimento Aufstehen (quando si
scontrò con la Autain).
2-
La linea politica
che, a seguito del successo avuto alle Presidenziali con un programma di
rottura verso i riflessi della sinistra, ha visto il ritorno di personalità
tradizionali e quindi “dei loro vecchi riflessi”. Questa scelta di presentarsi
come “sinistra unita” alle europee, insistendo sulla intersenzionalità e non sulla gerarchia delle lotte[2],
cioè, come dice “sul rifiuto di far prevalere il sociale sulla società”. Quel che
segnala Kuzmanovic è una svolta tradizionalista nella sinistra, per cui si va
in cerca delle classi urbane colte, si parla più di linguaggio patriarcale che
di parità di retribuzione o di riduzione della povertà femminile, si cercano
collegamenti con i vari insediamenti politici storici[3]. Tutto
questo fa perdere la connessione con il paese e con il francese medio. Come dice,
la negazione del problema posto dall’islamismo ed il rifiuto di affrontare le
sfide dell’immigrazione hanno “devastato” il potenziale elettorato, facendo
indentificare France Insoumise per la
vecchia sinistra, “incapace di realismo e
di fermezza”.
Questa linea, proprio mentre si alza la
protesta dei “giubbotti gialli”[4],
sembra confermare l’abbandono della Francia periferica ed il divorzio tra popolo
ed élite (a volte di sinistra), e schiera France
Insoumise pericolosamente vicino a queste ultime.
In questo modo, per il nostro, la
sinistra, se resta nei suoi vecchi tic, non può vincere, al massimo può
arrivare a rappresentare il 30% del popolo francese e rischia “di finire come
la sinistra italiana, permanentemente dispersa come un puzzle”.
Al contrario, per Kuzmanovic la linea
strategica, abbandonata dopo essere stata tentata solo alle Presidenziali, dovrebbe
essere di lavorare ad una aggregazione
molto più ampia, ben al di là della sinistra, con gli elettori della classe
operaia, che sono arrabbiati ma non sono fascisti, i sovranisti preoccupati
per la giustizia sociale ed anche le frazioni delle classi superiori che
vorrebbero la grandezza del loro paese o sono consapevoli dei problemi posti
dalla globalizzazione. Un nuovo programma del Consiglio Nazionale della Resistenza[5], capace di parlare
a tutti i francesi (salvo coloro i quali sono irreducibilmente connessi con il
progetto neo-liberale o con il nazionalismo xenofobo).
La condizione sine qua non di qualunque programma è comunque per Kuzmanovic “il
ripristino della vera sovranità statale”, senza la quale ciascun governo “resterà
un prigioniero dei trattati europei e dei mercati finanziari” cosa che rende
impossibile applicare le misure previste nei programmi politici. Inoltre, un
movimento dovrebbe avere chiare le alleanze internazionali, dichiarando l’uscita
dalla Nato e la possibilità di uscire dalla UE.
Ma in France Insoumise di queste cose non
si può parlare, e il “Piano B” si è perso nel limbo.
A partire dalla scelta dei candidati, che segneranno
il tono della campagna, ciò che è accaduto è invece che tutte le figure che
manifestavano convinzioni “repubblicane” o “sovraniste” sono state escluse o
messe in posizioni non eleggibili.
Bisogna soffermarsi sul passaggio sulla intersezionalità o sulla gerarchia delle
lotte che nasconde uno degli
snodi che sono costati a Kuzmanovic la candidatura. Risulta[6]
che il Comitato Elettorale, dopo mesi di scontri e di attacchi da varie fonti e
nel mezzo di un’aspra battaglia per la linea, ha deciso di rimuoverlo dalla
lista dopo che questi ha pubblicamente dichiarato che le lotte femministe e LGBT
sono importanti, ma secondarie.
Ovvero che la lotta principale deve
essere quella di classe e non quella rivolta all’intersezione delle identità
di genere e non.
Ma più profondamente, ovvero dentro questo
scontro sulla priorità tematica, c’è la scelta che Kuzmanovic mostra con grande
lucida chiarezza: se si voglia continuare
a gestire una ordinata ritirata, entro l’insediamento sociale residuale
familiare e rassicurante, o avviare una
avventurosa offensiva, per cercare di riprendere il centro della società
che da decenni la sinistra ha perso.
E soprattutto, se la politica debba essere
difesa delle classi popolari, la grande maggioranza della popolazione nelle
condizioni sociali contemporanee, e la lotta contro il capitale che crea queste
condizioni di subalternità e oppressione. O se debba essere veicolo dell’autoespressione
di minoranze relativamente tranquille (sul piano materiale) che chiedono di
accedere ai benefici del sistema e vogliono sopra tutto, come ebbe a dire
Clémentine Autain, conservare “anima e
immagine”.
Lo abbiamo già scritto in “Scontri
in France Insoumise”, quando si palesò lo scontro tra le linee entro il
movimento intorno allo scandalo di Sahra Wagenknecht:
-
da una parte
c’è chi guarda ai ceti popolari, la cui riconquista anche parziale, nelle
attuali condizioni di disastro sociale sbarrerebbe la strada alla destra
populista ed insieme riaprirebbe la partita del potere che oggi giocano solo
altri. Al contempo questo è un discorso pratico, con un obiettivo concreto pur
se difficile di avanzamento in terreni oggi abbandonati e che rischia di andare
al punto, anche al prezzo di allargare il discorso e di rischiare qualche
passaggio difficile.
-
Dall’altra
si tratta di continuare a cercare di tenere insieme il residuo di constituency
degli anni novanta-zero (pensionati, ceto impiegatizio garantito, donne,
immigrati, minoranze culturali), oggi sconcertato e in ritirata, proponendo
ancora una volta un discorso identitario fondato sulla rassicurazione ed i
buoni sentimenti.
[2] - Ovvero sulla connessione di lotte identitarie e di
genere, di mobilitazioni parziali di minoranza, nella loro reciproca intersezione
(per cui una femminista può essere anche immigrata, algerina, gay), invece che
sulla prevalenza della differenza di classe sulle altre (per cui uno può essere
precario, marginale, operaio anche se maschio o femmina, gay o etero, francese
o no).
[5]
- Il riferimento è di quelli forti, e fa il
paio con la citazione di “realismo e fermezza”, perché il movimento France
Libre, da cui scaturì il “Consiglio Nazionale
della Resistenza”, è il movimento organizzato da De Gaulle in chiave
anti-nazista ed organizzato da Jean Moulin.
[6] - Si ricava dal comunicato ufficiale di France
Insoumise, a questo
link.

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