Il 14 ottobre 2013, su The Guardian, la femminista americana Nancy Fraser lanciò con questo
articolo una fragorosa provocazione al suo mondo che scatenò un aspro
dibattito. Con la traduzione di Cristina Morini viene rilanciato
quasi subito (il 20 ottobre) sul sito Sinistrainrete
nell’auspicio di stimolare un utile dibattito, che però, almeno sulla pagina in
questione non viene (3.044 letture e nessun commento).
Su The Guardian,
invece, il dibattito è stato acceso, ad esempio Belgareth ha lamentato che il
femminismo combatte per l’eguaglianza sul lavoro, per consentire alle donne di avere
gli stessi salari ed opportunità, e Stiltonan ha replicato che proprio questo significa chiedere pari
partecipazione al capitalismo. Greatfatsby invece ha accusato la Fraser di
voler tornare agli anni settanta, dove a suo dire il marxismo costruiva una
prigione della mente, nelle repliche un uomo sembra darle ragione ed esce con
la proposta di una multi-piattaforma “intersezionale” (come vedremo più o meno
anche l’ipotesi della Fraser).
Ma cosa scrive la Fraser nel suo articolo? Sostiene che
ha iniziato da tempo a temere che gli ideali lanciati dalle femministe servano
obiettivi diversi dalla costruzione di un mondo più egualitario, giusto e
libero, ovvero che la critica al sessismo stia involontariamente fornendo la
giustificazione per nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento e che il
movimento si sia impigliato in un collegamento pericoloso con gli sforzi
neoliberali per costruire una “società di libero mercato”. La spia è nel fatto
che le idee femministe vengono sempre più tradotte in termini individualistici
e carrieristici, per lo più esso celebra il successo, le imprenditrici, lo
spirito individuale e parla continuamente di meritocrazia. Ormai è diventato un
termine di moda, utilizzato spesso dalle stesse aziende nel loro marketing[1].
Il punto è che è
il capitalismo ad essere cambiato,
quello gestito dallo Stato del dopoguerra è stato sostituito da un capitalismo
flessibile, o come dice “disorganizzato”, quindi globalizzante e neoliberista.
In questo clima il ‘femminismo della seconda ondata’ (secondo alcuni modi di
contare, della “terza”) è emerso come una critica del primo capitalismo, ovvero
del welfare opprimente e ‘fallocratico’ (o ‘patriarcale’), ma, per la Fraser, nel
farlo “è diventato l’ancella del secondo”; insomma si è fatto arruolare, dato
che la critica al capitalismo welfarista era un tratto comune.
Per come descrive la situazione il femminismo era, in
altre parole, ambivalente tra le forme di solidarietà sociale e di espansione
democratica da una parte e il potenziamento dell’autonomia individuale, la
maggiore scelta e l’avanzamento meritocratico per le donne e uomini[2]
dall’altra. Questa ambivalenza, che lo rendeva disponibile a diversi esiti
storici è stata risolta negli ultimi anni in direzione
liberista-individualista.
Ma qui si arriva
al punto: il femminismo della
seconda ondata si è reso disponibile ad essere utilizzato a portare acqua al
neoliberismo non in modo passivo, ma
proprio perché ha contribuito a far vincere nella società questa posizione[3]. Come dice:
“A mio avviso,
l'ambivalenza del femminismo è stata risolta negli ultimi anni a favore del
secondo scenario liberista-individualista, ma non perché fossimo vittime
passive delle seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stessi abbiamo contribuito con tre idee importanti a questo
sviluppo.”
Le tre mosse vincenti sono queste:
La prima idea
è stata la critica al “salario familiare”, ovvero ad una remunerazione del
lavoro che prevedesse un capofamiglia (tradizionalmente maschio) che guadagnava
abbastanza da riprodurre la propria forza-lavoro includendo in ciò la famiglia.
In altre parole, come ricorda anche Marx ed Engels, il capitalismo
tradizionale, anche prima di quello welfarista, remunera il lavoratore al
livello che gli consente di portare avanti la famiglia, quindi nel suo salario
è conteggiato socialmente l’onere della moglie casalinga e dei figli. Questo
“ideale” (ovvero questa consuetudine sociale e questa organizzazione generale
della vita) era al centro del capitalismo organizzato dallo Stato[4].
Ma questa critica finisce per legittimare il “capitalismo flessibile”, in
quanto l’accesso delle donne al lavoro di massa è proprio la leva che ha
scardinato il patto sociale del lavoro, progressivamente allargando l’offerta
di lavoro disponibile e cogliendo il mutamento del rapporto di forza per
imporre forme crescenti di flessibilità ed una generalizzata riduzione relativa
dei salari[5].
Il famoso grafico di Mishel mostra l’effetto a partire dai primi assi settanta.
E’ proprio la trasformazione della base produttiva
verso i servizi, ai quali le donne hanno avuto accesso massivo, insieme a molti
fattori convergenti che ha prodotto, a partire dagli anni sessanta e settanta,
la divaricazione tra remunerazione del lavoro e produttività. Questa divaricazione
è molto differenziata in relazione al livello del lavoratore nel Rapporto
di Mishel[6]
che si concentra sulle stratificazioni di classe e funzionali più che su quelle di genere.
Si è avuto, progressivamente ed in tutto il mondo, il
passaggio dal “capitalismo statale”, ovvero più propriamente dal lavoro stabile ad alto salario maschile,
alla “norma più recente e più moderna -apparentemente sancita dal femminismo –
della famiglia bireddito”. Peccato che i due redditi siano spesso inferiori a
quello unico precedente e che in vece del lavoro stabile ad alto salario si sia
determinata la dominazione del lavoro
intermittente a basso salario. La realtà è che in questo modo si è aperta
la strada, distruggendo la condizione di relativo pieno impiego della fase
welfarista, alla depressione del livello dei salari, al declino degli standard
di vita, al forte aumento delle ore lavorate a salario per famiglia, il doppio
(o triplo) lavoro come obbligo, e il doppio o triplo ruolo per la donna,
l’aumento della povertà.
Per Fraser il neoliberismo ha venduto tutto questo
come un “borsellino di seta” (mentre
è “l’orecchio di una scrofa”) grazie
ad una narrazione di empowerment femminile che in realtà “imbriglia il sogno
dell’emancipazione delle donne al motore dell’accumulazione di capitale”[7]. Dunque,
come scrive nel 2015[8] “cercare
di sfondare il tetto di cristallo non ci salverà”, perché a farlo saranno
sempre in poche, perché concentrarsi sul corpo, l’identità, la conquista dei
vertici della società, lascerà sempre indietro i e le precarie, chi soffre per
il ritiro del welfare, proprio perché è la forma attuale dell’accumulazione
capitalista (cosiddetta “flessibile”) a richiederlo. Con le sue stesse parole: “Ora
che il lavoro è precario, per le donne è necessario lavorare. La nuova forma di
capitalismo neoliberista non vuole le donne a casa come madri full time, anzi:
le vuole lavoratrici, ma con stipendi bassi”.
Il secondo
contributo all’etica neoliberale nasce dalla critica per la concentrazione
della visione politica marxista che si concentrava sulla disuguaglianza di
classe (uomini e donne poveri verso
uomini e donne ricchi), e tendeva a dimenticare le ingiustizie “non economiche”
come la violenza domestica, la violenza sessuale, e l’oppressione riproduttiva.
Le ‘femministe della seconda ondata’ hanno dunque rifiutato l’economicismo per
politicizzare “il personale”[9],
ampliando in questo modo l’agenda politica per sfidare le gerarchie di status e
le costruzioni culturali della differenza di genere.
Ma invece di estendere la lotta ad economia e cultura, si è finito per focalizzarsi
solo sulla “identità di genere” a scapito
dei problemi di “pane e burro”. In questo modo il femminismo ha finito per
portare acqua alla tensione del neoliberismo per la liquidazione
dell’egualitarismo economico welfarista. Come dice Fraser: “in effetti, abbiamo
assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le
circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla
critica dell’economia politica”.
Il terzo
contributo è stato l’attacco al paternalismo dello Stato Sociale. Anche questo
attacco è stato sincrono alla guerra che il neoliberismo ha spietatamente
portato allo “Stato balia” ed al suo “cinico abbraccio alle Ong”. Quel che invece
accade è che “anche in questo caso l’ideale femminista è stato ripreso dal
neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo
stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la
mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale”.
In tutte e tre le
dimensioni l’ambivalenza[10]
originaria del femminismo si è risolta comunque in favore del
(neo)individualismo liberista. Ovvero in direzione del suo immaginario
essenziale che è libertario ed egualitario dal punto di vista del genere[11].
La proposta di Fraser è di ri-prendere la traccia del
“femminismo solidale”, rompendo la
relazione pericolosa con il neoliberismo in tre direzioni:
1-
Rompendo il falso
legame tra la critica al “salario familiare” e il lavoro precario, “combattendo
per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi
le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di
cura”[12].
2-
Fermando lo
scivolamento della critica all’economicismo verso la politica identitaria,
connettendo i due ordini del discorso.
3-
Recidendo il
legame tra la critica alla statalizzazione e l’esito in termini di
fondamentalismo di mercato, recuperando le forme di democrazia partecipativa[13].
Avevo già letto due articoli della Fraser in “Contro il neoliberismo”, del
2017, nei quali attacca il “neoliberismo progressista”[14],
che unisce l’egemonia del capitale alla liberazione ed emancipazione
individuale e competitiva ed è espressione della cattura ideologica dei
movimenti della differenza, femminismo e LGBTQ, verso l’accettazione della
meritocrazia e l’etica individualista. Questa forma di femminismo ha spostato
l’attenzione dalla produzione di cambiamenti sociali nelle condizioni
economiche alla retorica della liberazione individuale.
Come nel 2013, e nel 2014, ma con un certo slittamento
di tono, la filosofa e giurista Nancy Fraser, nata nel 1947 e dunque
biograficamente legata alla prima ondata del movimento del ’68, propone alla
fine la creazione di un nuovo blocco, che chiama “progressista-populista”[15]
capace di unire l’emancipazione alla protezione sociale. L’idea sarebbe
riconnettere in un unico progetto politico la coalizione multicolore
“progressista”[16], alla ‘vecchia’ classe
abbandonata della ‘rust belt’, ai
‘deplorevoli’ che hanno votato Trump e non Clinton.
Una sorta di alleanza che superi quella “clintoniana”
tra “imprenditori, abitanti dei suburbi della classe media, nuovi movimenti
sociali e giovani che proclamano la fede moderna, progressista, abbracciando la
diversità, il multiculturalismo ed i diritti delle donne”.
In “Fortune del
femminismo”, del 2013, ed in particolare nel saggio del 2005 “Reinquadrare
la giustizia in un mondo globalizzato”, e riprendendo le posizioni di Ulrich
Beck[17]
contro il ‘nazionalismo metodologico’, dichiara ormai inevitabile la transnazionalizzazione
ed il superamento del quadro westfaliano. Il quadro delle disuguaglianze, e
delle richieste di riconoscimento, dovrebbero essere ormai affrontate a livello
transnazionale.
È qui che la sua “alleanza” dovrebbe trovare forma.
Sospetto che non abbia la minima idea di come
riuscirvi (non è l’unica).
[1]
- Il 23 aprile 2014 Arwa Mahdawi pubblica “Come
il femminismo è diventato un ottimo modo per vendere qualunque cosa”,
nel quale denuncia lo stratagemma di marketing di molte imprese di aderire ad
agende ‘femministe’ per catturare simpatia.
[2]
- Quel che nel dibattito italiano si chiama “femminismo dell’uguaglianza”.
[3]
- Anche se l’autrice non sembra cosciente di
questo, si tratta di una interessante sopravvalutazione delle influenze
culturali ed un esercizio profondamente anti-materialista. La grande
trasformazione che induce il passaggio dalla società welfarista a quella
neoliberale, e la forma di accumulazione fordista in quella ‘flessibile’ è
ricondotta a variabili culturali, peraltro queste ristrette alle idee di alcune
élite sostanzialmente borghesi. Queste variabili esistono ed hanno qualche
rilevanza, naturalmente, ma, come vedremo ad esempio leggendo il recente ed
ottimo libro di Thomas Fazi e William Mitchel “Sovranità o barbarie” è di
gran lunga più complesso di così. Magari ci sono cose banali come l’eccesso di
risparmi rispetto all’investimento, citato da Keynes come causa delle crisi, o
per i più antiquati la caduta tendenziale del saggio di profitto, del Capitale
di Marx, la carenza di domanda globale, la naturale instabilità del capitalismo
(ancora Keynes e Minsky) a causa della presenza sia del mercato delle merci sia
di quello della moneta. Oppure entra in qualcosa, certo intrecciata
strettamente con le cause di cui sopra, la riduzione per via politica delle barriere regolatorie, al commercio, al
movimento dei capitali, il crollo dell’impero sovietico. Come sia ne abbiamo
provato a parlare in “La
globalizzazione come crisi”, ma che sia stato il femminismo a determinare
questo straordinario effetto, sinceramente, non era venuto in mente. È vero che
sotto il ‘benevolo’ controllo americano, ed all'ombra delle numerosissime sue basi
militari, è sembrato a molti che la storia complessa del novecento fosse
davvero finita e restasse solo la
promessa di arricchirsi da raccogliere però individuo per individuo, l’uno
contro l’altro. Una società dei consumi, felice di competere nella quale il
migliore possa sempre trovare la propria strada. Una società che si incardina
su un potentissimo e pervasivo dispositivo nascosto che fa leva su bisogni e
desideri dei singoli, chiedendogli di pensarsi come potenza del desiderio in
atto non come produttori, e quindi collettivamente, ma come consumatori e
capaci di piacere e desiderio individuale. Questa promessa di vita e di energia
individuale ha prodotto un immaginario irresistibile che però ha un
rovescio: il dominio e lo sfruttamento di coloro la quale potenza resta in
attesa, spesso per sempre, e che devono essere sfruttati perché quella di pochi
passi ‘in atto’. Dimenticando la linea di ombra, la società generata dalla
competizione senza freni, fatta sistema, della mondializzazione neoliberale
finisce quindi per costruire una narrazione avvincente, accompagnata dallo
spettacolo multiforme della tecnica, che prevale sulle trascendenze alternative
e concorrenti: sulla teologia politico-economica del marxismo, nelle sue
diverse forme, e sulla teologia politico-sociale del cristianesimo.
[4]
- In realtà anche prima, come detto.
[5]
- Questo è un punto decisivo,
[7]
- La cosa si
potrebbe porre in questo modo: questo
femminismo diventa un’arma per la promozione sociale di una élite di donne
borghesi o aspiranti tali, implicitamente fondata sulla meccanica del ‘potere
matriarcale’ che basa la sua presa di potenza sulla colpevolizzazione ed il
ricatto affettivo, ovvero attraverso la lamentela, il rimprovero e l’accusa. Ad
una forma di ‘potere patriarcale’, esistente ma derivante da epoche trascorse e
presente residualmente, che comanda e disciplina frontalmente, si contrappone
una forma di volontà di potenza che si nega come tale ed esige anzi che il
soggetto ceda al suo desiderio e vi aderisca con tutto se stesso dietro
minaccia implicita di vedersi distrutto nella sua autostima.
[9]
- Si ricorda lo slogan del 1968 “il personale è politico”.
[10]
- Ambivalenza che è implicita nell’essere per costruzione un progetto
interclassista.
[11]
- Si veda, Nancy Fraser “La fine della
cura”, p.42. Ma anche, per una interessante ed a raggio più ampio analisi
Jean-Claude Michéa “L’impero
del male minore”.
[12]
- La formula è ambigua e frettolosa, potrebbe collegarsi con le intuizioni
portate avanti in Europa da Andrè Gorz, si veda ad esempio “Metamorfosi
del lavoro”, 1988. La soluzione per Gorz, sulla base di una
complessa analisi filosofica dei concetti, è di sfruttare la tendenza al
ritrarsi del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre i beni utili
alla vita (l’aumento della produttività e l’irrompere della rivoluzione
informatica e dell’automazione avanzata) non per allargare i “lavori
mercificati” (ad esempio attraverso l’economia delle piattaforme), ma superando
le categorie del ‘lavoro servile’ o della ‘prostituzione’ (come l’utero in
affitto) in favore dell’espansione del ‘lavoro di cura’ in entrambi i sessi. Le due forme del ‘lavoro di cura’ e del
‘lavoro per sé’ (quel che sto facendo adesso) devono essere liberati dalla
regolazione attraverso il denaro. Ovvero bisogna riprendere nelle proprie mani
il compito del controllo politico dell’economia.
[13]
- Qui ed in altri luoghi, l’idea della Fraser va in direzione della ‘Teoria
dell’agire comunicativo’ di Jurgen Habermas, come si legge nella prefazione di
“Fortune del femminismo”, del
2013. La ricerca sarebbe di una “terza via” tra il neoliberismo e lo statalismo
(ovvero da coloro che cercano di “difendere la società”, colma di gerarchie ed
esclusioni), cercando di unire protezione e sicurezza sociale con la ‘libertà
negativa’ del liberalismo. Nel 2013 la posizione ricercata è, insomma,
espressamente post-marxista e liberale-radicale.
[14] - Il ‘neoliberismo progressista’ è un allineamento ed alleanza tra le
correnti dominanti dei nuovi movimenti sociali libertari (femminismo,
anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ è l’elenco) e i “settori di
business di fascia alta ‘simbolica’ e basati sui servizi (Wall Street, Silicon
Valley, e Hollywood)”. In altre parole, le cosiddette “forze progressiste sono
effettivamente unite con le forze del capitalismo cognitivo, in particolare
della finanziarizzazione”.
Quel che è
successo è che le prime “hanno prestato il loro carisma” alle seconde,
trasferendo il valore di ideali come la “diversità” e la “responsabilizzazione”
in chiave neoliberale a servizio della flessibilizzazione e della messa in
contatto che serve alla finanziarizzazione. Cioè, per come la mette la Fraser,
“ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un
tempo erano le vite della classe media”.
[15]
- Probabilmente con un’accezione nordamericana al termine e facendo espresso
riferimento a Bernie Sanders.
[16]
- Che nomina con “immigrati, femministe, persone di colore”, ovviamente anche
la galassia LGBTQ.
[17]
- Che sostenne sempre una posizione
espressamente cosmopolita, e fornì decisivo appoggio culturale alla ‘terza via’,
si veda ad esempio, “Potere e contropotere nell’età globale”,
in cui argomenta in modo molto sofisticato e certamente culturalmente molto
avvertito per oltre 400 pagine.



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