1929, 9 agosto, nasce Luciana Castellina, che nel 1947
si iscrive al PCI, quando non era una passeggiata, ma una scelta di campo e di
vita, e nel 1953 sposa Alfredo Reichlin, dal quale ha due figli anche se si
separa in fretta. Come mia madre, che è un poco più giovane, frequenta il liceo
Tasso di Roma e poi si laurea in legge alla Sapienza. E’ stata molte volte
deputata, con Democrazia Proletaria, nel 1976 e poi con il PDUP nel 1979, due
volte al Parlamento Europeo. Nel 1989 ancora al Parlamento Europeo, ma questa
volta con il PCI, nel quale è rientrata, dopo la radiazione del 1970 insieme al
nucleo de Il Manifesto, parte della
corrente ingraiana. Nel 1992 entra nel Partito della Rifondazione Comunista e
dirige il suo quotidiano, Liberazione.
Nel 1994 è rieletta al Parlamento Europeo, dal 1996 lascia Rifondazione. Nel
2015 entra nella presidenza nazionale di Sinistra Ecologia Libertà e nel comitato
nazionale de L’Altra Europa con Tsipras.
Insomma, nel bene, nel male, nell’incerto, Luciana
Castellina è parte della storia della sinistra, prima comunista, poi
europeista, italiana.
La sua storia si intreccia con quella di importanti
personalità come Alfredo
Reichlin, Pietro
Ingrao, Lucio Magri.
Quanto dunque è difficile commentare il suo testo.
La molte volte parlamentare europea sa molto bene di
cosa parla, quando qualifica come buona
notizia la condanna emanata, siamo a settembre, dal Parlamento Europeo al
governo Orban, la prima del suo genere. Ha ragione a ricordare che le
violazioni dei diritti democratici erano state sempre ignorate bellamente,
quando a compierle erano stati i paesi membri, l’Inghilterra nei confronti dell’Irlanda,
la Francia. Ha anche buon gioco nel calarsi entro la logica del potere continentale
ed evidenziare opportunamente come questo voto determini anche una spaccatura
organizzativa e una divaricazione ideologica entro il Partito Popolare Europeo.
Ma in questo indebolimento della coesione del partito centrale
nell’equilibrio politico conservatore europeo Castellina intravede anche il segno
di un incendio all’orizzonte: un processo di decomposizione delle forze che si
estende a tutte le matrici d’ordine europee, investite da quelli che chiama pudicamente
“i problemi inediti che la globalizzazione
finanziaria sta facendo scoppiare e cui non sanno far fronte con le loro vecchie
ricette”.
Dico ‘pudicamente’ perché questi problemi sono l’immane
ondata di impoverimento di massa che interessa i ceti medi e popolari in tutto
il continente, erosi da decenni di adesione alle ricette neoliberali, orientate
a lasciar libera la finanza ed a riprodurre le logiche mercantiliste
centro-europee; dinamiche enormemente accelerate in questi ultimi dieci anni di
instabilità. Quando Castellina accenna alle ‘vecchie ricette’ che non riescono
a fare fronte a questi problemi si capisce il perché della contorsione della
formula: non è che queste ricette siano inefficaci,
è che sono la causa dei problemi. Ma denunciarlo
avrebbe aperto una diversa via di uscita dal dilemma che la seconda parte dell’articolo
illustra.
La via di uscita è revocare le ricette, ma quanto in profondità?
Di qui infatti Luciana Castellina prende una specifica
direzione, conservatrice a suo modo: lamenta correttamente la probabile
insorgenza, nel prossimo Parlamento Europeo, di una “corposa destra estremista”[1],
ma una destra che è anche “sovranista”.
Un termine divenuto
comune, questo, ma che resta
adatto a denotare posizioni assai diverse[2]. La
definizione che ne dà è “la convinzione che i problemi che incombono potrebbero
essere risolti solo che a decidere sia un governo nazionale anziché europeo”. Il che è piuttosto
strano, a ben vedere, perché un vero e proprio “governo europeo” non esiste, e non può esistere. Nessuno dei paesi
membri, dai più forti ai più deboli, lo vuole. E nessuno di questi lo ha mai
voluto.
Come si trovò a dire Peter Mair[3],
la sovranità popolare e democratica spostandosi sul livello sovranazionale non
si trasferisce, ma si dissolve. Resta
il “vuoto”.
‘Sovranismo’
sarebbe allora, più o meno, credere che i problemi determinati dalle scelte
mercantiliste e finanzo-subalterne delle élite europee potrebbero essere meglio
affrontati se un governo democratico tornasse ad occuparsene, anziché lasciare
che domini il ‘vuoto’ democratico intenzionale della governance multilivello
europea.
La definizione suonerebbe diversa, se i “problemi” avessero
un nome e cognome, e se il ‘governo europeo’ venisse spogliato delle sue vesti
ingannatrici.
Comunque ha ragione Luciana, sta arrivando uno Tsunami.
Ed investe pienamente
la sinistra.
La sinistra sta semplicemente sparendo dalla scena
europea, almeno quella che è parte del
problema. La sinistra che con Mitterrand[4] prima,
con Schroder e con Blair[5],
dopo, con Prodi[6] infine, ha costruito la
macchina europea.
È vero che non esistono quasi più il Psf e il Pcf,
oltre tutto questo ultimo mese ha confermato il declino irreversibile della Spd.
In Francia lo spazio della ex sinistra, polarizzatosi, è stato diviso tra un
partito che la Castellina chiama “renziano”, quello di Macron, e quello di Mélanchon,
che chiama “iper sovranista”, ricordando
che ‘addirittura’ ha proposto di buttare fuori Syriza dalla formazione della
sinistra radicale europea[7]. In
Germania, continua nella sua analisi, in seno alla Linke è nato un forte
movimento, Aufstehen[8],
che suscita preoccupazione. Quindi in Italia c’è la proposta di “Patria e Costituzione” di Fassina, il
cui primo termine, “Patria” “evoca memorie funeste”.
E, ricorda, non sono solo parole (ribelle, alzarsi, Patria); le parole “non sono acqua ma cariche
di simbologie non innocue”.
Ecco, il punto, è che attraverso queste parole il ‘sovranismo’
sta dilagando anche in Italia. Ciò che dilaga è la tentazione di tornare indietro. Qui l’anziana militante di
tante battaglie mostra il suo legame strettissimo con il progressismo
novecentesco.
Leggiamo:
“… il sovranismo sta
dilagando anche in Italia. Tutti convinti che siccome i Savoia erano pessimi
sarebbe stato giusto abbandonare l’Italia e rientrare nel borbonico Regno delle
due Sicilie”.
L’immagine è chiara, non si può tornare indietro e
restringersi nelle patrie precedenti, inadatte perché regressive. Questo
esempio storico è molto più appropriato di quanto sembri e dovremo tornarci,
ciò che infatti secondo molti osservatori, nazionali ed internazionali, sta
rischiando di accadere è il medesimo di ciò che il centro-sud Italia (e parti
del Nord, non a caso fortemente contrarie, come il lombardo-veneto) dovette
subire dopo l’annessione al regno sabaudo. La cultura di sinistra è sempre
stata divisa profondamente da questa esperienza dolorosa.
Ma continua nell’ombra di questa esperienza, e di questo
trauma:
“La difficoltà che oggi
incontriamo a controllare le decisioni che contano dipende dal fatto che a
livello globale non c’è istituzione democratica che possa esercitare questa
funzione; e tanto meno potremmo esercitare la nostra sovranità se ci
ritirassimo nel nostro piccolo mondo, affogati nel Mediterraneo dove sarebbe
ancora più facile esser ingoiati dai tanti potentissimi squali, anche nostri
concittadini, che lo popolano”.
L’obiezione, davvero molto diffusa, qui prende una
piega geopolitica, strettamente presente anche nell’esempio storico prima
ricordato: confutando di passaggio il suo assunto precedente, che bisogna
andare verso il governo europeo, anziché nazionale, per risolvere i problemi,
ora ammette che questo centro è “vuoto” di democrazia. A livello globale non c’è istituzione democratica.
Ma, come diceva Lucio Magri e Peter Mair, se c’è un ‘vuoto’
di democrazia è perché c’è un ‘pieno’ di altro.
A livello globale la sovranità democratica non ha peso
perché questo peso, sotto il velo della tecnica e delle regole, lo hanno altri:
i poteri concreti organizzati dell’economico. Il globale è, cioè, il
sopra-luogo nel quale domina, nudo, il capitalismo ed il suo spirito.
Qui Castellina è prigioniera dell’equazione
progressista a tal punto che immediatamente di seguito all’ammissione che un ‘governo
europeo’ non è un’alternativa democratica,
dice esattamente il contrario. Rovescia la direzione del discorso e afferma che
“tanto meno potremmo
esercitare la nostra sovranità se ci ritirassimo nel nostro piccolo mondo”.
Ovvero, tanto più è indisponibile la democrazia a livello globale, tanto meno
lo è a livello locale.
Perché?
Perché, sembra di capire alla luce della conclusione
della frase, anche la sovranità democratica è schiacciata dalle potenti forze
del capitalismo, che sono ubique, e quindi sono presenti pure a livello nazionale,
ed anzi, sembra di capire, a quel livello sono ancora più potenti.
La parte razionale di questa affermazione credo sia
riferita alla massa di manovra enorme della finanza internazionale, nella sua
capacità di muovere ‘i mercati’, ed in particolare quello dei titoli di debito
sovrani sopravanzando la forza delle banche centrali[9]. La
parte emotiva, e quindi tanto più potente, parla di un paese attratto dall’arretrato
e dal temibile, dal Mediterraneo, e che in esso può morire[10].
“…affogati nel Mediterraneo dove
sarebbe ancora più facile esser ingoiati dai tanti potentissimi squali, anche
nostri concittadini, che lo popolano”.
Ne consegue, trionfante, che fuggendo dall’oscuro e
dall’arretrato, dal Mediterraneo, non ci resta che andare avanti nella
direzione della Storia e rifugiarsi nel grande Nord, nella culla della
civilizzazione. Facendolo ci si mette al sicuro dagli squali nazionali, contro
i quali Castellina ha lottato tutta la vita, e si “può contare” nel mondo. Si
può stare dentro la potenza.
Curiosamente nel luogo più interno dell’argomento
progressista sta la potenza.
“L’Ue, così come è
stata costruita, è pessima, ma è là che dobbiamo vincere se vogliamo recuperare
un po’ di potere decisionale, perché quella
è la sola dimensione che può contare qualcosa nello scenario globale, e
possiamo ottenere che questo qualcosa sia meglio di quanto possiamo trovare
altrove perché con tutti i suoi difetti l’Europa è il contenitore del maggior
numero di diritti democratici e sociali che la storia ci ha fornito. Come anche
il voto di Orbán in fondo ci ha dimostrato”.
Due potenti argomenti in questa
frase, l’uno contro l’altro: l’Europa è il luogo della potenza, con la quale si
conta nei giochi del mondo, e l’Europa è il “contenitore” (stranissimo termine)
del “maggior numero” di diritti “democratici e sociali”.
Oltre la potenza, oltre, cioè, l’imperialismo
di un nazionalismo in grande taglia cui alla
fine riconduce ogni europeismo, ad esempio quello di Prodi[11],
abbiamo qui l’idea che i diritti democratici (ovvero “civili”) e sociali siano
qualcosa che è contenuto e si enumera.
Sembra di capire che si deposita e si somma nell’ordinamento giuridico scritto
e non (ovvero nelle tradizioni).
Ma è proprio l’ordinamento giuridico
europeo[12],
e il suo percorso di sviluppo, ad essere sin dall’inizio ostile alla democrazia
popolare e rivolto, in quanto progetto atlantico rivolto contro la minaccia
sovietica, prima, e in quanto progetto di adeguamento alla competizione
intercapitalistica senza freni, dopo, al suo disciplinamento. Il suo amico
Lucio Magri lo sapeva[13].
Allora resta un’altra ipotesi: che in
effetti Castellina qui stia parlando del numero e deposito di diritti contenuto
nelle tradizioni giuridiche scritte, e non, del nord Europa. Ovvero di
Germania, Svezia, Olanda, etc. Emerge, cioè, l’idea di una sorta di minorità nazionale, di una tara, una
colpa, che affonda nel nazionalismo, nel fascismo, evidentemente, e anche prima
e dopo, nell’insufficiente spirito austero, nel cattolicesimo, nella mancanza
della riforma, e via dicendo.
Un discorso lungo e profondo,
largamente condiviso dalle nostre élite. La ragione al fondo della ricerca del ‘vincolo
esterno’ (insieme alla necessità di controllare ‘i comunisti’, naturalmente).
Terminato questo largo argomentare,
denso e complesso nella sua fine tessitura, Castellina può concludere che:
“Insistere sull’Europa
tuttavia vuol solo dire scegliere un campo di battaglia, non un prato accogliente
e su questo c’è di che riflettere autocriticamente. Per l’assenza di dimensione
europea di tutte le nostre iniziative proposte lotte legami associativi. La
condanna dell’Ungheria ci ammonisce anche per questo: possibile che abbiamo
consentito senza muovere un dito che in questi decenni crescesse un’Ungheria
così, e, più in generale, un’Europa come quella di Visegrad?
Qualcuno deve pur
esserci ancora vivo che ricorda quanto e come siamo stati coinvolti nel ’56
dalla rivolta di Budapest, una speranza che fu affossata nel sangue ma che
aveva anche mostrato la ricchezza di energie e tradizioni socialiste
democratiche di quel paese, poi via via spente senza che noi sinistra
occidentale ci occupassimo di intrecciare con loro un qualche dialogo?
Possibile che da quando è caduto il Muro non ci siano più stati legami
politici, iniziative comuni, persino amicizie?
Possibile aver anche
solo pensato che l’annessione all’Ue dei paesi dell’ex blocco sovietico, di cui
hanno dovuto accettare senza fiatare tutte le decisioni pregresse, buone solo
per integrare il loro ceto compradore, non avrebbe avuto conseguenze su tutti
noi?”
Ha ragione, naturalmente.
Ma ne conclude in una direzione
determinata:
“Come pensiamo di
cambiare l’Europa se non ci impegniamo a costruirne una società comune e dunque
a far crescere nuovi protagonisti? Non è solo
il Trattato di Maastricht o la Troika che impediscono una economia europea
retta dalla solidarietà anziché dalla competizione. Se è così è anche perché la
società europea si è incattivita, e ognuno si chiude sempre più nel localismo,
nella sua piccola patria, considerata più sicura della condivisione. Orbán non
è popolare solo in Ungheria”.
Ha ancora ragione, non è “solo” il Trattato, né è “solo” il
potere del denaro e dei suoi guardiani della Troika[14], siamo
anche noi che non costringiamo l’Europa ad abrogarlo.
Ma se la società europea si è “incattivita”, cosa oggettiva, non
dipende dal destino, o dall’antropologia difettosa di alcuni, dipende dal fatto
che spesso la ‘patria’ piccola (anziché quella grande che non c’è) è effettivamente più sicura della ‘condivisione’ che c’è.
Lo è per i ceti subalterni, perché la “condivisione” che c’è
è stata costruita precisamente per lasciarli essere tali. Non ce ne è un’altra,
se ci fosse dovrebbe ripartire dal basso e non dall’alto.
Come scrisse Peter Mair nel suo libro-testamento, è molto
semplice, l’Unione Europea non è democratica nel senso abituale del termine e
non può esserlo: “se potesse essere democratizzata allora non sarebbe necessaria”.
Bisogna ripartire dal lato opposto a quello al quale
Castellina guarda.
[1]
- Al momento stimabile in circa un terzo dei parlamentari.
[2]
- Dalla semplice sovranità democratica e costituzionale, per ora dispiegata con
tutti i suoi difetti solo a livello degli Stati-Nazione europei, ognuno con la
sua storia, tradizioni ed equilibri, alla espressione dello spirito di potenza,
che punta a prevalere nella competizione di tutti contro tutti ed in un mondo
hobbesiano. Si tratta, è evidente, di due accezioni completamente diverse e
male fa l’autrice a non tematizzarle.
[3]
- Peter Mair, “Governare
il vuoto”. Il progetto europeo è da comprendere, sicuramente dalla
nuova partenza di Maastricht, in un arco più ampio, nel processo di depoliticizzazione
del processo decisionale che mette al centro il mercato e mette in agenda la
riduzione della regolazione intenzionale (ovvero ‘politica’). Autori come
Blinder (1997) che propongono di estendere il modello della Fed ad altri
settori politici e quindi togliere dalle mani dei politici, ovvero dei
cittadini sovrani perché votanti, la responsabilità di tutte le decisioni su
materie di spesa (sanità, welfare, tassazione), lasciandola a quella degli ‘esperti’.
Il potere viene tolto dalle mani dei cittadini votanti, e quindi dal suffragio
universale che è il vero bersaglio, per metterlo nelle mani dei cittadini
acquirenti dei titoli di debito (cfr. Guido Carli), e consumatori (riportando
un auge surrettiziamente il suffragio per censo). Nello stesso periodo
Giandomenico Majone, che si è molto occupato dell’Unione Europea, sosteneva che
il ruolo degli esperti nel processo decisionale è più importante di quello dei
politici, perché più orientato al lungo termine (ad esempio in “Lo
Stato regolatore”). Ciò che bisogna fare è quindi delegare il potere ad
istituzioni “non maggioritarie”, che non sono legate al ciclo politico
elettorale e dunque, non rispondono alle pressioni dell’opinione pubblica. Nel
2002 Peters riassumeva questo dibattito nella convinzione che “la società è
ormai sufficientemente regolata attraverso una serie di reti che si
auto-organizzano, tanto che ogni tentativo da parte del governo di intervenire
sarebbe non solo inefficace ma anche controproducente”. In questo vuoto
crescono quindi le “istituzioni di sorveglianza” (è il “governo dei
guardiani” temuto da
Robert Dahl in uno dei suoi ultimi interventi nel 1993), ed uno Stato volto
all’amministrazione di sempre meno nel quale la rilevanza destra/sinistra è
sempre minore. Peter Mair è particolarmente franco: “è un sistema
politico che è stato costruito da leader politici nazionali come una sfera
protetta in cui il processo politico può evadere i limiti imposti dalla
democrazia rappresentativa” (M., p.105). Si tratta molto di più che di un
“deficit democratico”. L’Unione Europea, semplicemente, non è democratica nel
senso abituale del termine e non può esserlo. In parole semplici: “se potesse essere
democratizzata allora non sarebbe necessaria”.
[7]
- Avviene a gennaio 2018, quando Mélenchon lo ha richiesto e Gysi si è
rifiutato di farlo, in conseguenza a luglio ha lasciato
il Partito della Sinistra Europea. Più in generale si tratta dei movimenti di
allineamento verso le elezioni europee, ad aprile France Insoumise, Podemos e El
Bloco portoghese hanno firmato a Lisbona una dichiarazione
congiunta con l’obiettivo di rompere la camicia di forza dei trattati europei
che impongono il dumping fiscale e sociale e l’austerità. D’altra parte
Varoufakis, con Hamon e con De Magistris ha lanciato la piattaforma del “Movimento
di liberazione europeo”. Ci sono quindi, al momento, tre forze che raggruppano
la sinistra radicale verso le elezioni europee.
[9]
- Si tratta di un teorema di base dell’europeismo che fonda se stesso da una
parte in una versione particolarmente rozza di monetarismo, appreso negli anni
settanta dalle élite della sinistra comunista e socialista italiana e
inconsapevole della profonda differenza nella creazione e circolazione del
denaro amplificata dalla rottura di Bretton Woods del 1971. Dall’altra dalla
memoria della lezione dell’attacco speculativo del 1992, quando l’Italia
dovette, insieme all’Inghilterra, recedere dallo Sme.
[10] -
Affiora qui la tentazione dell’autorazzismo,
che è tanto diffusa nelle élite culturali italiche da secoli.
[13]
- Lucio Magri, all’epoca in Rifondazione Comunista come la Castellina, che
dirigeva “Liberazione”, nella discussione
parlamentare di ratifica ebbe a dire: “si ratifica e si conclude un
processo che durava da anni che è un processo di trasferimento di potere non
solo dallo Stato nazionale a livello sopranazionale, ma, attraverso di questo,
dalle istituzioni politiche legittimate dalla sovranità popolare ad istituzioni
politiche autonome o a puri poteri di fatto” (On. Lucio Magri, ALeg, CADE, XI
Leg., Assemblea, Discussioni, 29 ottobre 1992, p. 5339). Ed aggiunge in tale
occasione: “mi pare incomprensibile, anzi patetico, il discorso di chi vota il
trattato augurandosi che si possa presto completarlo con istituzioni politiche
democratiche: Maastricht va esattamente nella direzione contraria”.
[14]
- Quella che il Parlamento europeo ha posto sotto
inchiesta per il comportamento in Grecia, e che probabilmente il prossimo Parlamento
tratterà ancora più rudemente.

Nessun commento:
Posta un commento