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domenica 4 novembre 2018

David Harvey “Il capitalismo contro il diritto alla città”



Il capitalismo contro il diritto alla città”, è una raccolta di scritti di David Harvey che datano tra il 2008, il 2011 e 2012 che hanno come tema comune il “diritto alla città” con specifico riferimento all’insegnamento di Henry Lefebvre[1]. Si può leggere sulla base della ricognizione del 1989, raccolta in “L’esperienza urbana”.




Harvey muove dal riferimento ad un tempo, il nostro, in cui i diritti umani hanno preso il centro del dibattito per la loro capacità di essere coerenti con la centralità di individualismo e della proprietà. Propone quindi di riportare equilibrio attraverso l’uso centrale di un “significante vuoto”[2] come il “diritto alla città”. L’utilizzo di un termine ripreso e proposto nel dibattito politico-culturale da Ernesto Laclau[3], un post-marxista, può sembrare strano, ma certamente una cosa come il “diritto alla città” è in modo esemplare una formula che rientra in quell’elogio della vaghezza rivendicata come una necessaria conseguenza del discorso politico. Il discorso politico è, cioè, tale perché crea un oggetto, il popolo, ed un soggetto rivolto all’azione attraverso la “produzione discorsiva del vuoto”, cioè attraverso un uso specifico ed intenzionale della vaghezza[4] e della retorica.
Per Laclau, in questo post marxista (ma non necessariamente contro tutto Marx, che certo ha fatto ampio uso di retorica e ‘significanti vuoti’) il politico si costituisce intorno ad un “significante vuoto”; ovvero l’identità è creata attraverso l’affermazione dell’egemonia di alcuni discorsi, di alcune vaghezze e di alcune retoriche. Questo “significante” che identifica una identità è un orizzonte di senso, non è un fondamento. Non è la fonte del Valore, ma al contrario questo, il valore, si crea insieme all’identità per effetto dei discorsi[5].

Il “diritto alla città” è un significante vuoto in questo preciso senso. Si tratta di un diritto collettivo che si costituisce solo quando un soggetto, creato proprio dal discorso, rivendica il diritto di cambiare o di reinventare la città, di esercitare un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Un potere che sottrae i processi di urbanizzazione alla razionalità cieca ed automatica del capitale (razionalità, questa, senza soggetto).

Harvey, come anche Sennett in un testo che leggeremo prossimamente[6], parte dal recupero della posizione di Robert Park[7], e individua le città come effetto della concentrazione geografica del surplus produttivo in una relazione biunivoca tra queste ed il capitalismo. Il capitalismo, cioè, ha bisogno dei processi di urbanizzazione per assorbire l’eccedenza di capitale che produce in continuazione. C’è quindi, come sosteneva Lefebvre, una relazione intima tra lo sviluppo del capitalismo e l’urbanizzazione.
Quando il capitalismo va in crisi è perché il dispositivo della crescita urbana, essenziale valvola di sfogo e destinazione degli investimenti, è andato in crisi da saturazione (e quindi crisi da fiducia che induce difficoltà di realizzo degli investimenti passati ed inibisce quelli futuri). Il capitale non può quindi essere reinvestito vantaggiosamente e l’accumulazione ristagna, l’effetto (come proponeva anche Minsky[8]) finale è la svalutazione del capitale fisso e mobile.
È l’urbanizzazione il fattore decisivo che consente al capitale di superare questi ostacoli ed allarga il terreno del suo gioco, assorbendo l’eccedenza prima che distrugga la fiducia nella liquidità[9].

Harvey spende pagine rilevanti nel ricostruire uno dei primi momenti, nella modernità, in cui l’eccedenza di capitale, che aveva contribuito a destabilizzare lo stato e favorito il cambio di regime, viene coscientemente assorbita in un enorme programma di edilizia pubblica e privata, e di infrastrutturazione del territorio, imperniato sulla finanza a debito ed innovativi strumenti a tal fine creati: il rinnovo di Parigi sotto Napoleone III per opera del Barone Haussmann[10]. Il processo della ricostruzione di Parigi, anzi, come dicono i contemporanei della sua ‘reinvenzione’, ripensa la città ad una scala più ampia e insieme contribuisce a risolvere il problema dell’investimento dell’eccedenza che non trovava adeguata destinazione. In questa sorta di anticipazione del modello keynesiano per quindici anni tutto sembra funzionare, ma la fragilità degli strumenti finanziari e l’esaurimento della capacità della società, pur ripensata e potenziata (il modello di Haussmann insieme alla città reinventa la borghesia), di assorbire l’enorme quantità e qualità di vani prodotti, determina alla fine una crisi. Da questa nascerà il tentativo di riassorbire tensioni e capitali nell’altra strada tradizionalmente presente, la guerra. E dal fallimento di questa la risposta della rivolta di Parigi.
Nel 1942, negli Stati Uniti, il secondo allargamento della città, Robert Moses avvia un programma ciclopico di infrastrutturazione stradale, finanziato a debito, che determina una immane spinta alla suburbanizzazione che diede il via ad una stagione di investimento pubblico e privato di tale scala da riassorbire la sovvrapproduzione che la temutissima smobilitazione del dopoguerra lasciava sul terreno. Ma la suburbanizzazione, come la città haussmaniana, non è solo città fisica, al contempo reinventa radicalmente lo stile di vita e un’intera serie di prodotti ed industrie.
Come nella città haussmaniana la trasformazione ha un prezzo, svuota i centri cittadini, privandoli quindi della loro base economica e fiscale. La conseguenza è la ‘crisi urbana’ degli anni sessanta ed il suo ribellismo. Infatti le minoranze etniche si erano trovate ad abitare il centro mentre le classi medie e medie-superiori erano fuggite nei territori suburbani.

Altri cambiamenti di scala descritti da Harvey sono quelli delle città orientali, in particolare cinesi, nel quale viene assorbito l’intero capitale eccedente del mondo, in un enorme salto di scala (ancora una volta a debito).
Questo immane sistema di squilibri sistemici ha indotto il crollo del 2007-8 ma ha anche prodotto modifiche rilevanti nella “qualità della vita urbana, e la città stessa” che “sono diventate una merce riservata a coloro che hanno i soldi, in un mondo in cui il consumismo, il turismo, l’industria della cultura, e della conoscenza, nonché il continuo ricorso all’economia dello spettacolo, sono diventati i principali aspetti dell’economia politica urbana, anche in India e in Cina” (p.23). In conseguenza la crescente polarizzazione nella distribuzione della ricchezza e del potere, restano “indelebilmente impressi nelle forme spaziali delle nostre città, costituite sempre più da luoghi fortificati, da comunità chiuse e da spazi pubblici privatizzati tenuti sotto continua sorveglianza”.

L’intera ultima parte del libro è spesa per descrivere dettagliatamente come le crisi finanziarie abbiano una radice urbana, a partire dalla fine del boom giapponese nel 1990, o allo sviluppo abnorme del mercato immobiliare in Thailandia in occasione della crisi del 1997. Ma anche nella crisi sistemica che ha posto fine al periodo di crescita del dopoguerra, sostiene Harvey, è stata accompagnata dal crollo del mercato immobiliare globale nel 1973, precedendo il rincaro del petrolio ed innescando poi la crisi fiscale, tra le quali quella di New York. Il resto della storia, oltre ad una interessante divagazione sulla teoria del valore di Marx, vede l’incoraggiamento all’espansione del credito nei primi anni duemila e le politiche predatorie urbane, come pignoramenti illegali, che hanno preceduto ed accompagnato il grande crollo del 2007.

È chiaro che questo fenomeno ha effetti profondi sull’economia urbana, e quindi sulla dinamica della rendita differenziale, dell’entità dei fitti, della composizione sociale[11], e più in generale su tutti quei flussi necessari alla produzione e riproduzione della vita urbana che sono socialmente necessari.

La soluzione da ricercare per queste distorsioni è un maggiore controllo democratico sulla produzione e sull’uso dell’eccedenza impiegata attraverso l’urbanizzazione. Ovvero è il “diritto alla città”.


Questo “diritto”, è il significante vuoto che può includere innumerevoli lotte particolari per, come suggeriva Lefebvre, immaginare e ricostruire un tipo completamente diverso di città, “lontano dall’immondo bazaar creato dal capitale che globalizza ed urbanizza in modo sfrenato” (p.50).

Sarà, poi, il tema di “Città ribelli[12].


[1] - Sul quale si può leggere in primo luogo il suo libro del 1968 “Il diritto alla città”, la raccolta del 1974 “Spazio e politica”, e il libro del 1972 “Il marxismo e la città”.
[2] - Che il “diritto alla città” sia un ‘significante vuoto’ lo dice lo stesso Harvey a pag. 104. Ma, proprio in quanto vuoto, esso si presta ad essere un ‘grido e richiesta’ che movimenti diversi, per esigenze diverse, possono fare proprio. Una parola l’ordine attorno alle quali si possono aggregare le forze. Ma è “un significante vuoto pieno di possibilità immanenti, non trascendenti”. Una parola d’ordine nella quale tutto dipende da chi lo riempie di un immanente significato, se rivoluzionario o se riformista. Per quanto possa essere difficile, continua Harvey, distinguere tra le due in ambito urbano, ad esempio iniziative per i bilanci ecosostenibili o partecipativi, le campagne per il salario minimo in molte città americane, l’iniziativa di Chongquing. Il “diritto alla città” è quindi la ricerca di un punto di unione tra una incredibile varietà di spazi sociali frammentati, come scrive “i produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono”. Non solo lavoratori edili, ma badanti ed insegnanti, addetti alle fognature e alla metropolitana, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri e conducenti di camion, tassisti, lavoratori dei ristoranti, impiegati. Questa sarebbe “la forza proletaria” che deve essere organizzata.
[3] - Si veda, Ernesto Laclau, “La ragione populista”.
[4] - Che non è un’insufficienza discorsiva, ma una necessità che crea quel vuoto nel quale si può specchiare il popolo, facendosi tale.
[5] - Detto con le sue chiare parole: “se la società fosse unificata da un determinato contenuto ontico – determinata dall’economia, dallo spirito del popolo, dalla coerenza sistemica, o da qualsiasi altra cosa – la totalità potrebbe essere rappresentata direttamente a livello concettuale. Ma siccome non è così, una totalizzazione egemonica richiede un investimento radicale – ossia un investimento che non sia determinabile a priori – e un impegno nei giochi di significazione che è ormai diverso dalla semplice apprensione concettuale – come vedremo, la dimensione affettiva viene a giocare qui un ruolo essenziale” (Laclau, op. Cit. p. 67).
[6] - Richard Sennett, “Costruire ed abitare”, 2018.
[7] - Robert Ezra Park, sociologo, il principale interprete della cosiddetta “scuola di Chicago”, o scuola di ecologia sociale urbana, allievo di Georg Simmel e professore di sociologia ad Harvard dal 1913 al 1933.
[8] - Si veda Hyman Minsky, “Keynes e l’instabilità del capitalismo”, 1975.
[9] - Per la centralità della liquidità nel capitalismo, in particolare finanziarizzato, si veda anche Massimo Amato, Luca Fantacci, “Fine della finanza”, 2009.
[10] - Per una ricostruzione della vicenda sotto il profilo urbanistico rimando al mio, “Parigi, 1840-1869. Haussmann e la reinvenzione della città”, articolo pubblicato nel dicembre 1994.
[11] - Si veda, ad esempio, la denuncia di Saskia Sassen in “Londra si autodistrugge”, o l’articolo di Laurie MacFarlaine “La ricchezza è generata dalla rendita”.
[12] - David Harvey, “Città ribelli”, 2012.

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