“Il capitalismo contro il diritto alla
città”, è una raccolta di scritti di David Harvey che datano tra
il 2008, il 2011 e 2012 che hanno come tema comune il “diritto alla città” con specifico riferimento all’insegnamento di
Henry Lefebvre[1]. Si può leggere sulla base
della ricognizione del 1989, raccolta in “L’esperienza
urbana”.
Harvey muove dal riferimento ad un tempo, il nostro,
in cui i diritti umani hanno preso il centro del dibattito per la loro capacità
di essere coerenti con la centralità di individualismo e della proprietà. Propone
quindi di riportare equilibrio attraverso l’uso centrale di un “significante
vuoto”[2]
come il “diritto alla città”. L’utilizzo
di un termine ripreso e proposto nel dibattito politico-culturale da Ernesto Laclau[3],
un post-marxista, può sembrare strano, ma certamente una cosa come il “diritto
alla città” è in modo esemplare una formula che rientra in quell’elogio della
vaghezza rivendicata come una necessaria conseguenza del discorso politico. Il discorso
politico è, cioè, tale perché crea un
oggetto, il popolo, ed un soggetto
rivolto all’azione attraverso la “produzione discorsiva del vuoto”, cioè attraverso
un uso specifico ed intenzionale della vaghezza[4] e
della retorica.
Per Laclau, in questo post marxista (ma non necessariamente
contro tutto Marx, che certo ha fatto ampio uso di retorica e ‘significanti
vuoti’) il politico si costituisce intorno ad un “significante vuoto”; ovvero l’identità
è creata attraverso l’affermazione dell’egemonia di alcuni discorsi, di alcune
vaghezze e di alcune retoriche. Questo “significante” che identifica una
identità è un orizzonte di senso, non è un fondamento. Non è la fonte del Valore,
ma al contrario questo, il valore, si crea insieme all’identità per effetto dei
discorsi[5].
Il “diritto alla città” è un significante vuoto in questo
preciso senso. Si tratta di un diritto collettivo che si costituisce solo
quando un soggetto, creato proprio dal discorso, rivendica il diritto di
cambiare o di reinventare la città, di esercitare un potere collettivo sui
processi di urbanizzazione. Un potere che sottrae i processi di urbanizzazione
alla razionalità cieca ed automatica del capitale (razionalità, questa, senza
soggetto).
Harvey, come anche Sennett in un testo che leggeremo
prossimamente[6], parte dal recupero della
posizione di Robert Park[7], e
individua le città come effetto della concentrazione geografica del surplus
produttivo in una relazione biunivoca tra queste ed il capitalismo. Il capitalismo,
cioè, ha bisogno dei processi di urbanizzazione per assorbire l’eccedenza di
capitale che produce in continuazione. C’è quindi, come sosteneva Lefebvre, una
relazione intima tra lo sviluppo del capitalismo e l’urbanizzazione.
Quando il capitalismo va in crisi è perché il
dispositivo della crescita urbana, essenziale valvola di sfogo e destinazione
degli investimenti, è andato in crisi da saturazione (e quindi crisi da fiducia
che induce difficoltà di realizzo degli investimenti passati ed inibisce quelli
futuri). Il capitale non può quindi essere reinvestito vantaggiosamente e l’accumulazione
ristagna, l’effetto (come proponeva anche Minsky[8]) finale
è la svalutazione del capitale fisso e mobile.
È l’urbanizzazione il fattore decisivo che consente al
capitale di superare questi ostacoli ed allarga il terreno del suo gioco,
assorbendo l’eccedenza prima che distrugga la fiducia nella liquidità[9].
Harvey spende pagine rilevanti nel ricostruire uno dei
primi momenti, nella modernità, in cui l’eccedenza di capitale, che aveva contribuito
a destabilizzare lo stato e favorito il cambio di regime, viene coscientemente assorbita
in un enorme programma di edilizia pubblica e privata, e di infrastrutturazione
del territorio, imperniato sulla finanza a debito ed innovativi strumenti a tal
fine creati: il rinnovo di Parigi sotto Napoleone III per opera del Barone
Haussmann[10]. Il processo della
ricostruzione di Parigi, anzi, come dicono i contemporanei della sua ‘reinvenzione’,
ripensa la città ad una scala più ampia e insieme contribuisce a risolvere il
problema dell’investimento dell’eccedenza che non trovava adeguata
destinazione. In questa sorta di anticipazione del modello keynesiano per
quindici anni tutto sembra funzionare, ma la fragilità degli strumenti
finanziari e l’esaurimento della capacità della società, pur ripensata e
potenziata (il modello di Haussmann insieme alla città reinventa la borghesia),
di assorbire l’enorme quantità e qualità di vani prodotti, determina alla fine
una crisi. Da questa nascerà il tentativo di riassorbire tensioni e capitali
nell’altra strada tradizionalmente presente, la guerra. E dal fallimento di
questa la risposta della rivolta di Parigi.
Nel 1942, negli Stati Uniti, il secondo allargamento
della città, Robert Moses avvia un programma ciclopico di infrastrutturazione
stradale, finanziato a debito, che determina una immane spinta alla
suburbanizzazione che diede il via ad una stagione di investimento pubblico e
privato di tale scala da riassorbire la sovvrapproduzione che la temutissima smobilitazione
del dopoguerra lasciava sul terreno. Ma la suburbanizzazione, come la città
haussmaniana, non è solo città fisica, al contempo reinventa radicalmente lo
stile di vita e un’intera serie di prodotti ed industrie.
Come nella città haussmaniana la trasformazione ha un
prezzo, svuota i centri cittadini, privandoli quindi della loro base economica
e fiscale. La conseguenza è la ‘crisi urbana’ degli anni sessanta ed il suo
ribellismo. Infatti le minoranze etniche si erano trovate ad abitare il centro
mentre le classi medie e medie-superiori erano fuggite nei territori suburbani.
Altri cambiamenti di scala descritti da Harvey sono
quelli delle città orientali, in particolare cinesi, nel quale viene assorbito
l’intero capitale eccedente del mondo, in un enorme salto di scala (ancora una
volta a debito).
Questo immane sistema di squilibri sistemici ha
indotto il crollo del 2007-8 ma ha anche prodotto modifiche rilevanti nella “qualità
della vita urbana, e la città stessa” che “sono diventate una merce riservata a
coloro che hanno i soldi, in un mondo in cui il consumismo, il turismo, l’industria
della cultura, e della conoscenza, nonché il continuo ricorso all’economia
dello spettacolo, sono diventati i principali aspetti dell’economia politica
urbana, anche in India e in Cina” (p.23). In conseguenza la crescente
polarizzazione nella distribuzione della ricchezza e del potere, restano “indelebilmente
impressi nelle forme spaziali delle nostre città, costituite sempre più da
luoghi fortificati, da comunità chiuse e da spazi pubblici privatizzati tenuti
sotto continua sorveglianza”.
L’intera ultima parte del libro è spesa per descrivere
dettagliatamente come le crisi finanziarie abbiano una radice urbana, a partire
dalla fine del boom giapponese nel 1990, o allo sviluppo abnorme del mercato
immobiliare in Thailandia in occasione della crisi del 1997. Ma anche nella
crisi sistemica che ha posto fine al periodo di crescita del dopoguerra,
sostiene Harvey, è stata accompagnata dal crollo del mercato immobiliare
globale nel 1973, precedendo il rincaro del petrolio ed innescando poi la crisi
fiscale, tra le quali quella di New York. Il resto della storia, oltre ad una
interessante divagazione sulla teoria del valore di Marx, vede l’incoraggiamento
all’espansione del credito nei primi anni duemila e le politiche predatorie
urbane, come pignoramenti illegali, che hanno preceduto ed accompagnato il
grande crollo del 2007.
È chiaro che questo fenomeno ha effetti profondi sull’economia
urbana, e quindi sulla dinamica della rendita differenziale, dell’entità dei
fitti, della composizione sociale[11],
e più in generale su tutti quei flussi necessari alla produzione e riproduzione
della vita urbana che sono socialmente necessari.
La soluzione da ricercare per queste distorsioni è un
maggiore controllo democratico sulla produzione e sull’uso dell’eccedenza impiegata
attraverso l’urbanizzazione. Ovvero è il “diritto alla città”.
Questo “diritto”, è il significante vuoto che può
includere innumerevoli lotte particolari per, come suggeriva Lefebvre,
immaginare e ricostruire un tipo completamente diverso di città, “lontano dall’immondo
bazaar creato dal capitale che globalizza ed urbanizza in modo sfrenato”
(p.50).
Sarà, poi, il tema di “Città ribelli”[12].
[1]
- Sul quale si può leggere in primo luogo il suo libro del 1968 “Il
diritto alla città”, la raccolta del 1974 “Spazio
e politica”, e il libro del 1972 “Il
marxismo e la città”.
[2]
- Che il “diritto alla città” sia un ‘significante vuoto’ lo dice lo stesso
Harvey a pag. 104. Ma, proprio in quanto vuoto, esso si presta ad essere un ‘grido
e richiesta’ che movimenti diversi, per esigenze diverse, possono fare proprio.
Una parola l’ordine attorno alle quali si possono aggregare le forze. Ma è “un
significante vuoto pieno di possibilità immanenti, non trascendenti”. Una
parola d’ordine nella quale tutto dipende da chi lo riempie di un immanente
significato, se rivoluzionario o se riformista. Per quanto possa essere
difficile, continua Harvey, distinguere tra le due in ambito urbano, ad esempio
iniziative per i bilanci ecosostenibili o partecipativi, le campagne per il
salario minimo in molte città americane, l’iniziativa di Chongquing. Il “diritto
alla città” è quindi la ricerca di un punto di unione tra una incredibile
varietà di spazi sociali frammentati, come scrive “i produttori urbani devono
sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente
producono”. Non solo lavoratori edili, ma badanti ed insegnanti, addetti alle fognature
e alla metropolitana, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri e
conducenti di camion, tassisti, lavoratori dei ristoranti, impiegati. Questa sarebbe
“la forza proletaria” che deve essere organizzata.
[3]
- Si veda, Ernesto Laclau, “La
ragione populista”.
[4]
- Che non è un’insufficienza discorsiva, ma una
necessità che crea quel vuoto nel quale si può specchiare il popolo, facendosi
tale.
[5]
- Detto con le sue chiare parole: “se la società
fosse unificata da un determinato contenuto ontico – determinata dall’economia,
dallo spirito del popolo, dalla coerenza sistemica, o da qualsiasi altra cosa –
la totalità potrebbe essere rappresentata direttamente a livello concettuale.
Ma siccome non è così, una totalizzazione egemonica richiede un investimento
radicale – ossia un investimento che non sia determinabile a priori – e un
impegno nei giochi di significazione che è ormai diverso dalla semplice
apprensione concettuale – come vedremo, la dimensione affettiva viene a giocare
qui un ruolo essenziale” (Laclau, op. Cit. p. 67).
[6]
- Richard Sennett, “Costruire ed abitare”,
2018.
[7]
- Robert Ezra Park, sociologo,
il principale interprete della cosiddetta “scuola di Chicago”, o scuola di
ecologia sociale urbana, allievo di Georg Simmel e professore di sociologia ad
Harvard dal 1913 al 1933.
[8]
- Si veda Hyman Minsky, “Keynes
e l’instabilità del capitalismo”, 1975.
[9]
- Per la centralità della liquidità nel capitalismo, in particolare
finanziarizzato, si veda anche Massimo Amato, Luca Fantacci, “Fine
della finanza”, 2009.
[10]
- Per una ricostruzione della vicenda sotto il profilo urbanistico rimando al
mio, “Parigi,
1840-1869. Haussmann e la reinvenzione della città”, articolo pubblicato
nel dicembre 1994.
[11] -
Si veda, ad esempio, la denuncia di Saskia Sassen in “Londra
si autodistrugge”, o l’articolo di Laurie MacFarlaine “La
ricchezza è generata dalla rendita”.
[12]
- David
Harvey, “Città ribelli”, 2012.

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