Ciò
che è urgente fare è ri-collocare lo
sguardo.
Quindi
uscire da quella lunga fascinazione per la trazione
esterna come via allo sviluppo ed alla crescita sociale e civile che ha contraddistinto
l’ultimo trentennio.
Come
parte di un più generale ripensamento della logica mercantilista che ha
contraddistinto il progetto europeo dagli anni novanta ad oggi bisogna avere il
coraggio e l’orgoglio di pensarsi a
partire dalle proprie caratteristiche, dal proprio valore. Ciò non impedisce di conservare e coltivare, come prezioso,
lo spirito di apertura e di connessione, ma implica fare leva su un ben fondato
spirito di sé e sulla propria legittima capacitazione[1].
Il territorio nel
quale viviamo, è caratterizzato dall’essere in esso inseparabili urbanità e
socialità.
La
città, in particolare, è un’opera sociale, prodotta collettivamente, nel tempo.
Non è una collezione di merci e valori di scambio.
La
città esprime sempre un proprio profilo,
propri assetti sociali, proprie forme istituzionali, rapporti di potere,
posizione nella divisione nazionale ed internazionale del lavoro, è uno snodo
di flussi di informazione, capitale, merci, di persone …
La
città è anche frutto del proprio percorso,
le cui tracce sono incorporate nella sua fisica materialità, ma la trascendono.
La città è anche Patria (o Madre, se
si preferisce). Non è una unità amministrativa ed
istituzionale, ma quel che le sta dietro, logicamente e cronologicamente. Il luogo
fisico nel quale ambiente e paesaggio costruiti e modificati dalla vita activa delle generazioni trascorse
e della presente svolgono un essenziale ruolo socializzante. Una funzione di
protezione e rassicurazione esistenziale, e quindi affinità, consonanze, essere parenti. Il territorio è anche
luogo immaginario, dei miti e delle storie, delle tradizioni, di ciò che ci
rende un “noi”, e mitiga la solitudine di tanti “io” spesso individualmente espulsi,
vittimizzati, inutili.
Si
può andare alla lezione di Hannah Arendt[2],
magari ripresa da Richard Sennett[3],
per comprendere il legame etico, culturale e psicologico con il territorio come
solida realtà fatta di manufatti, ambienti, realtà (res), con la “citè”, con lo
stile di vita ed il senso del comune. Anche quando ‘storta e sbilenca’ (Sennett),
abitata da migranti di tutti i tipi e secondo tutte le direzioni, quando
contiene intollerabili disuguaglianze, la città è sempre un laboratorio aperto
che viene sempre rimontato, ma ha sempre un suo carattere. È sempre un luogo
individuale, singolare.
Ad
esempio, Napoli.
-
reca importanti tracce della città classica (una delle più importanti
del mondo), compatta perché costruita in sistemi tecnologici ed economici a
basso tenore energetico, gerarchica e comunitaria, fortemente prospettica,
-
vi si sovrappone la città industriale primo-moderna (es. Bagnoli), oggi ridotta a
tracce e memorie storiche disperse,
-
la sua principale sostanza è fordista, con l’enorme espansione per
quartieri specializzati che la contraddistingue e quindi le vaste aree
industriali, le nuove aree residenziali,
-
ma è anche fortemente presente la città post-fordista (ad es. il Nuovo
Centro Direzionale), che ha visto l’area urbana campana perdere nella nuova
distribuzione del lavoro, nelle reti lunghe che si sono affermate, nella
dominazione dalla finanza predatoria il cui centro è inesorabilmente altrove,
la deregolazione e la fuga fiscale,
A
fronte di questa complessa stratificazione oggi siamo davanti a sfide nuove. Stiamo
uscendo, accelerando dal 2007-10, dalla forma e ‘piattaforma tecnologica’[4]
post-fordista e dobbiamo ripensare l’urbanità insieme alla società. Abbiamo
un’ulteriore intensificazione del dualismo e dell’ineguaglianza, l’arretramento
violento dei ceti medi, in alcune città turistiche o in alcune città ad alta
attrattività una massiccia presenza di capitali speculativi e/o di economia delle piattaforme[5]
che alterano in modo diverso, ma rilevante, i valori e la composizione sociale
urbana. Emergono in piena luce nuove tensioni nelle periferie e siamo di fronte
ad una sensazione di perdita di senso e di stato di assedio che coglie la
società (con le conseguenze securitarie e l’irrompere di reazioni identitarie
difensive che ne consegue).
Quindi
ciò che vediamo, nel paesaggio fisico e sociale e nel tessuto economico-urbano,
sono oggi divaricazioni.
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| David Harvey |
La
contraddizione che sta facendo saltare dall’interno la città ‘post-fordista’
alla quale eravamo abituati nasce in ultima analisi dal conflitto tra il
movimento di messa in competizione dei soggetti, il cuore del paradigma
neoliberale, attraverso:
-
da una parte la neutralizzazione dello spazio e la compressione del tempo (e dunque dei sistemi d’ordine normativo e
sociale ad essi connessi, incluso in primo luogo le forme statuali democratiche
che si definiscono su spazio e tempo), e la continua invasione di nuovi ‘ambiti
della vita’ fino ad ora non soggetti al mercato,
-
dall’altra la resistenza del sociale, radicato nel bisogno di reciprocità e sicurezza.
Ma
nasce anche dal lavoro disarticolante del capitale finanziario, facente leva
sulla valorizzazione fine a se stessa propria della sua tecnica[6].
Come
dobbiamo rispondere?
Si
tratta di una domanda di grande difficoltà, ma bisogna porla in un’ottica di
quel “diritto alla città”[7],
che dobbiamo rivendicare.
Nessun
traino esterno verrà a salvarci, nessuna competizione interurbana, nessun buon
vincolo,
La
forza di rivendicare il “diritto alla città” lo dobbiamo trovare dentro.
Il
deposito di valore che può fare da contrappeso a questa logica atopica, ed a
questa “rapidità” violenta, è proprio il territorio fisico: fatto da mille mani
nel tempo, sedimento della cura e del “far bene” le cose (una saggezza che
perdiamo), lentamente, perché duri. Ma, soprattutto, perché sostenga con il suo
senso le vite delle generazioni che
arrivano. Nella costituzione materiale tradizionale il territorio è in
effetti la matrice dalla
quale scaturisce la legittimità del potere e che produce insieme il valore.
Il
“diritto alla città”, è in modo del
tutto evidente, un “significante vuoto”[8],
ma è quello che serve rivendicare per dare un’unità alle sparpagliate
soggettività e ai dispersi bisogni che si divaricano oggi nella città fisica e
sociale.
Possiamo
dire quel che non è:
-
non
possiamo recuperare la vecchia risposta burocratica fordista,
la cui crisi è irreversibile e ben giustificata,
-
dobbiamo
contrastare
la dinamica concentrazione/diradamento che la macchina valorizzante del
capitalismo finanziarizzato offre spontaneamente,
-
è
indispensabile sfuggire anche alla logica del controllo
e della sicurezza che la piattaforma tecnologica in arrivo offre, alla versione
tecnocratica delle smart cities, che
vanno sottoposte a critica radicale[9];
-
dobbiamo
opporci all’estensione di un sostegno individualistico che
riprende, anche inconsapevolmente modelli antichi di controllo debilitante[10].
La
direzione nella quale cercare risposte deve vedere capacitazione e sicurezza, rivendicare il diritto di rimettere le
mani nella macchina urbana per riorientare le forze socializzanti incorporate
nell’urbano, attivando forme di inclusione non
guidate dal mercato, rivendicando il pubblico ed il comune.
Ciò
che ci serve sono quindi nuove politiche
urbane e nuove politiche della casa,
e servono nuovi soggetti politici che
le pretendano.
La
‘questione della casa’, che si pone
oggi come si poneva all’epoca dell’avvio della città industriale, di fronte
all’immane polarizzazione in corso, va ripensata, insieme alla ‘questione ambientale’, come
rifunzionalizzazione e innalzamento di densità ed efficienza, in primo luogo
energetica ed ambientale ma anche sociale.
La
direzione nella quale tentare di sperimentare
nuove soluzioni dovrebbe essere, in funzione degli obiettivi e delle
valutazioni fatte, di mettere in comune
dimensioni dell’abitare e dell’informazione che si genera in essa.
Per fare un esempio,
sfruttando le potenzialità del tutto nuove della ‘piattaforma tecnologica’ in
corso di consolidamento potrebbe diventare possibile abitare condividendo il
regime energetico[11]
e mettendo insieme il proprio tempo e le potenzialità di lavoro in comune, di
servizi reciproci, sulla base, magari di un’unità di conto di scambio che
potrebbe essere registrata sulla piattaforma stessa[12].
Invece
della risposta burocratica propria della ‘città fordista’, con i quartieri
operai costruiti dallo Stato Provvidenza novecentesco, bisogna, in altre
parole, puntare ad un investimento di
capitale pubblico diffuso, con una varietà di strumenti possibili, che
diffonda nella città esistente:
-
offerte di alloggi sociali di diversa taglia e specializzazione, ricavati
sostanzialmente dalla rifunzionalizzazione del già costruito[13],
-
ma connessi
in rete[14],
-
serviti da ‘comunità energetiche cooperative’[15],
-
attivanti pratiche sociali volontarie e
forme in comune di messa a disposizione
reciproca di servizi e di lavoro (su ‘piattaforme’ pubbliche[16],
in grado di erogare anche ‘beni come
servizio’[17]).
Provo a dirlo diversamente:
La questione della casa incrocia molte altre questioni, essendo il risultato di una polarizzazione sociale ed economica che è, a sua volta, il prodotto della trasformazione della nostra società sotto la potente spinta di una ‘piattaforma tecnologica’ altamente orientata al controllo[18]. Rispondere con un programma di edilizia popolare, sul vecchio modello dei quartieri omogenei, che facilmente si traducono in aree di marginalizzazione e nuove periferie, è incompatibile con l’esigenza di avere una città più efficiente e di proteggere l’ambiente naturale. Siamo usciti da tempo dalla fase della crescita urbana, ed al contempo la vulnerabilità del territorio è arrivata a livelli non più sopportabili.
Il
criterio al quale sottoporre la nuova politica urbana deve essere di arrestare il consumo di suolo e nello
stesso momento ostacolare i processi di
formazione della rendita[19],
facilmente colonizzabili dal modo di produzione della finanza predatoria[20].
Ma la questione della casa è anche una
questione sociale, è la questione dell’inclusione sociale e del lavoro.
Il
capitale pubblico deve essere impiegato quindi per riscattare e
rifunzionalizzare l’edilizia esistente, in modo diffuso, evitando
concentrazioni e polarizzazioni (ma favorendo, al contrario, l’integrazione e
la messa in contatto di classi e ceti), operando sui valori immobiliari e la
dinamica delle rendite attraverso i fitti (calmierandola), e rendendo occasione
per integrare nella società le persone, attivandole
e sostenendole.
La
tecnologia stessa qui può essere occasione, intervenendo attraverso la
creazione di piattaforme pubbliche,
inizialmente connesse con il progetto di inclusione e di attivazione
dell’abitare, ma successivamente aperte a tutti.
Dunque
queste piattaforme dovrebbero essere ‘comunitarie’ ed essere la base sulla
quale si condivide, nella rete delle case
sociali e in quella generale, l’accesso all’energia, la condivisione dei
consumi, l’acquisto in comune e la messa a disposizione reciproca di servizi su
una rete di scambio.
La
soluzione di problemi così complessi può derivare solo dall’allargamento dello
sguardo.
[1]
- Il termine rimanda alla proposta teorico-politica avanzata da Amartya Sen, ma
ovviamente qui è usato in modo aspecifico.
[5]
- Si possono vedere, per un inquadramento, il libro di Marta Fana “Non
è lavoro, è sfruttamento”, oppure la raccolta “Platform
capitalism”, o anche il libro di Benedetto Vecchi, “Il
capitalismo delle piattaforme”, o il recente libro di Riccardo Staglianò
“Lavoretti”.
[6]
- Fondare questa affermazione richiederebbe un enorme apparato che qui non si
può certo richiamare compiutamente, si tratta di un tema sul quale da diverse
direzioni siamo tornati molto spesso, ed a sostenerla c’è in pratica l’intera
tradizione marxista.
[7]
- Il termine come è noto è stato formulato da Henri Lefebvre nel suo libro del
1968 “Il
diritto alla città” ed indica il diritto di ciascuno di disporre, ma
collettivamente, come diritto sociale, di una esperienza spaziale adeguata a
sostenere una vita decente e dignitosa e non segregante o controllata. Indica
un mutamento del soggetto che è legittimato a porre la domanda circa il tipo di
città che vogliamo, il tipo di persone che vogliamo essere, i rapporti sociali
cui aspiriamo, il rapporto che intendiamo promuovere con la natura, e,
naturalmente, con le tecnologie che riteniamo convenienti. Dunque il “diritto
alla città” non è un diritto individuale di accesso alle risorse
originariamente concentrate nella città stessa: piuttosto è il diritto a
cambiare insieme alla città, in modo da renderla conforme ai desideri, insieme
scoprendoli. È un diritto collettivo (sociale) e non individuale (civile), e
si traduce necessariamente nell’esercizio di un potere collettivo sul processo
di urbanizzazione. Il “diritto alla città”, insomma, ossia il controllo della stretta relazione fra
urbanizzazione, produzione e uso delle eccedenze di capitale, è quindi
essenziale per riportare sotto controllo sociale la dinamica del capitalismo.
Perché gli attori sociali imparino, attraverso le lotte per il riconoscimento,
a riferirsi gli uni agli altri non come strumenti del reciproco egoismo (sotto
l’egemonia del valore di scambio), ma come soggetti di bisogni. Agendo
l’uno-per-l’altro, intrecciando i piani di vita condividendo la comune
preoccupazione per l’autorealizzazione. La libertà non è, in questa visione che
sarà sconfitta, realizzabile dai singoli ma da una formazione collettiva
adeguata.
[9]
- Per un inquadramento, certo provvisorio, del tema si veda “Smart
cities, territorio zero e tracce di futuro”.
[10]
- Si tratta, qui, di un riferimento ai progetti di reddito di cittadinanza,
almeno in alcune forme, si veda “Piani
di lavoro garantito e redditi di cittadinanza”.
[11]
- Provo a definire “regime energetico” le modalità di approvigionamento,
connesse con la produzione, dell’energia elettrica e termica facendo uso di ‘aggregatori’
e ‘centrali virtuali’ o di ‘contratti di lungo periodo’ (peraltro previsti e
incoraggiati dalle fonti di diritto europee, ma osteggiati per evidenti motivi
in ambito nazionale), e di strumenti giuridici di grande valenza sociale come i
gruppi di acquisto comunitari. Lo scopo non è soltanto di ridurre l’incidenza
del costo di approvvigionamento e quindi ridurre la ‘povertà energetica’, ma
anche di creare l’occasione per l’autonomizzazione e l’indipendenza e
determinare occasioni di socialità fondate su una base di reciprocità.
[12]
- Qui per ‘piattaforma’ intendo abbastanza banalmente un servizio informatico,
erogato in cloud, e utilizzabile da più device, che metta in contatto,
contabilizzandoli, diversi schemi di servizi e scambi secondo la logica del “Saggio
sul dono”, di Marcel Mauss e del M.A.U.S.S.
[13]
- Gli alloggi sociali potrebbero essere acquisiti tra quelli inutilizzati
(almeno il 20% del Patrimonio edilizio esistente), previa una norma di legge
che rafforzi la posizione negoziale pubblica, ed intanto tra quelli acquisiti
al patrimonio perché abusivi (possibilmente sostenendo i comuni e sostituendosi
ad essi se inadempienti in un termine ragionevole).
[14]
- L’offerta di alloggi sociali, pubblici o privati in convenzione, deve essere
organizzata da un ente pubblico alla scala idonea secondo reti coerenti e
funzionali, in grado di interagire, secondo il genere, nella Piattaforma
comune.
[15]
- Ovvero, rimandando alla nota 11, gruppi connessi giuridicamente di acquirenti
in comune di energia, o di prosumers/produttori.
[16]
- La “Piattaforma” di cui alla nota 12 è necessario sia pubblica, perché
altrimenti di fatto diventerebbe un ulteriore anello di controllo subalterno
alla logica valorizzante del capitale, che da tempo ed essenzialmente valorizza
informazione. Su questo punto enorme letteratura e spesso frequentata, segnalo
però il libro di Emanuele Leonardi “Lavoro, natura, valore”.
[17]
- I “Beni come servizio”, sono una
modalità largamente usata nell’economia delle piattaforme, un esempio è il
car-sharing, o molte politiche commerciali.
[18]
- Anche qui notevole letteratura, in parte già citata, si può leggere, per un esempio
il post “Mal
di lavoro”.
[20]
- Una descrizione sintetica ed efficace in Saskia Sassen, “Espulsioni.
Brutalità e complessità nell’economia globale”.





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