Marco Bascetta è impegnato in una crociata, il cui
effetto principale non può che essere di far restare la sinistra cui appartiene
fuori della fase. Lenin ebbe a dire una volta che “la frase rivoluzionaria sulla guerra rivoluzionaria può causare la
rovina della rivoluzione”[1], e
che ci sono momenti in cui bisogna chiamare le cose con il loro nome.
![]() |
Folker de Jong, mostra |
Cosa è la “frase
rivoluzionaria”? Semplicemente è la ripetizione di parole d’ordine senza tenere
conto delle circostanze obiettive. La definizione è perfetta: “parole d’ordine magnifiche, attraenti,
inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé”. Le parole d’ordine
sono ‘magnifiche’ perché contengono solo “sentimenti, desideri, collera,
indignazione”, ma niente di altro. Quando si pronunciano ‘frasi rivoluzionarie’,
continuo a leggere, “si ha paura di analizzare la realtà oggettiva”. E, ancora,
poco dopo, “se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre,
nel fango, non sei un rivoluzionario, ma un chiacchierone”, ciò non significa
che piaccia, ma che “non c’è altra via”[2]
che tenere conto della realtà; la “rivoluzione mondiale”, che prevedrebbe di
abbandonare la costruzione del socialismo intanto dove concretamente si può tentare,
per Lenin arriverà pure, ma, scrivendo nel 1918, “per ora è solo una magnifica
favola, una bellissima favola”[3];
dunque crederci nell’immediato significa che “solo nel vostro pensiero, nei
vostri desideri superate le difficoltà che la storia ha fatto sorgere”.
Ciò che va fatto è del tutto diverso, dice il vecchio
rivoluzionario russo: bisogna “porre alla base della propria tattica, anzitutto
e soprattutto, l’analisi precisa della
situazione obiettiva”[4].
![]() |
Folker de Jong, mostra |
Ora, cosa scrive il nostro eroico rivoluzionario,
Marco Bascetta? In “Una
formula di moda per edulcorare il nazionalismo”, su “Il Manifesto” del quattordici agosto
2018, prende avvio da un frivolo titolo agostano su “L’Espresso” per qualificare il termine ‘sovranismo’ come una vacua
formula che si applicherebbe in un arco da “Mélenchon ai neonazisti”. L’attacco
non è privo di tecnica: evocando in modo apparentemente descrittivo il mostro
dei neonazisti, può proseguire scrivendo “in effetti” e quindi ascrivendo tutti
i fenomeni al “nazionalismo”. Ma quali fenomeni? Ecco l’elenco: “le politiche
identitarie, le contrapposte ‘priorità nazionali’, le diverse formule di ‘protezione
etnica’, i cosiddetti ‘populismi’”. Un elenco incredibilmente eterogeneo, nel
quale uno a fianco all’altro sono poste non meglio precisate ‘politiche’ basate
sulla ‘identità’; lo scontro di ‘priorità nazionali’ (ovvero, semplicemente, l’intera
politica internazionale, geopolitica per sua natura); le deleterie politiche di
‘protezione etnica’; e, infine, tutti i ‘populismi’.
Dopo un simile esercizio di confusione, intenzionale,
Bascetta salta indietro di settanta anni ed evoca, dopo il nazismo anche la sua
storia, citando di passaggio le sue “circostanze agghiaccianti”. E quindi si
spende in una mostrificazione del termine stesso di ‘nazione’ (la cui unica alternativa concreta, per fare un’analisi
precisa della situazione concreta, è l’impero),
attribuendogli inevitabili implicazioni “aggressive, autoritarie e gerarchiche”.
Evidentemente l’imperialismo non è gerarchico nel mondo di fantasia di questi
grandi rivoluzionari.
![]() |
Folker de Jong, mostra |
Di seguito aumenta solo la confusione, perché Bascetta
in modo diagonale riconosce che la difesa delle prerogative nazionali, e del
relativo interesse (che chiama con formula dispregiativa “nazionalismo”) è
normale per una nazione, ovvero per la Cina, l’India, il Venezuela e gli Stati
Uniti, ovvero per tutti. Ma è invece un termine, il ‘sovranismo’, che trova
senso solo entro l’Unione Europea.
Leggiamo:
“Diciamo che è una premessa o un primo
passo verso l’’exit’ che consiste nel contrapporre l’interesse nazionale in
quanto tale (non degli esclusi, dei lavoratori, dei precari, degli sfruttati o
dei ceti medi impoveriti, ma della Nazione intesa come corpo omogeneo) non solo
agli attuali squilibri e rapporti di forza, ma al progetto comunitario nel suo
insieme. Progetto peraltro già bloccato e distorto proprio dalle sovranità
nazionali europee in competizione fra loro per garantirsi, con ogni mezzo
disponibile, il favore delle multinazionali e dei mercati finanziari. Ossia
dall’antieuropeismo degli ‘europeisti’”.
Chiaramente questo modo di non argomentare, molto caratteristico del ‘politicamente corretto’[5],
non consente di capire con quale posizione tra le innumerevoli evocate, stia in
effetti polemizzando. Chi possa
concepire “la Nazione intesa come corpo omogeneo”, tanto più venendo da una
tradizione di analisi marxista, non è affatto chiaro, e non è chiaro cosa
intenda, concretamente, per “il progetto
comunitario nel suo insieme”, distinto da “gli attuali squilibri e rapporti di forza”. Sembra di capire che ci
sia, nella fertile immaginazione di Bascetta, un “buon” progetto europeo, che è
provvisoriamente “bloccato e distorto” dall’antieuropeismo degli europeisti.
Si tratta di un potente controfattuale, dato che il “buon
progetto” è solo aerea letteratura, mentre lo sforzo concreto, ostinato e
ferreo, delle sovranità nazionali europee (allo stato i soggetti realmente
esistenti) di competere per l’attrazione delle risorse di potere è l’unica
meccanica materiale sul terreno.
Qui la “frase rivoluzionaria”, insomma, domina.
Il nostro continua, dopo aver ribadito l’esistenza del
sogno europeo che solo dei traditori neutralizzano, costruendo uno strano
fantoccio facile da abbattere. Descrive infatti due “pilastri” del “sovranismo”
di fantasia:
“Il primo è la maggiore libertà di spesa
che, non volendo procedere ad alcuna redistribuzione della ricchezza entro i
propri confini, muovendo anzi contro ogni principio di progressività fiscale,
deve essere contesa solo all’Unione e trova il suo esito più radicale nel
controllo sulla moneta, ossia alla fine dei conti, nell’uscita dall’Euro.
Il secondo consiste nel controllo sulla
circolazione delle persone e sui diritti di cittadinanza. Compresi quelli dei
cittadini dell’Unione che tornerebbero così ad essere ‘stranieri’, sia pure per
il momento di serie A, con tutto ciò che ne consegue sul piano della libera
circolazione, dell’accesso al lavoro, al welfare e allo studio. Inutile
precisare che da un’evoluzione di questo tipo paesi come l’Italia avrebbero
tutto da perdere. Non sarà dunque solo l’immigrazione extracomunitaria a patire
la fine, per ora strisciante, degli accordi di Schengen”.
Il primo pilastro è chiaramente polemico con la proposta
della Lega della ‘flat tax’, in questi termini è condivisibile, ma nell’arco da
Mélenechon a tutti gli altri, passando per Podemos, il Labour, Aufstahen, le
piccole formazioni italiane[6],
che sono ascrivibili all’area della sinistra socialista o neo-socialista,
appare ridicolo. Recuperare la possibilità di spesa, a vantaggio della domanda
interna e dell’equità sociale, e per questo aumentare il controllo della moneta,
gli appare comunque fuori discussione. Senza avvedersene il globalista
Mascetta, dopo essersi ascritto al novero degli imperialisti, ora si propone direttamente
come seguace di Hayek[7].
La seconda critica è una difesa del cosmopolitismo borghese in piena
forma. Evidentemente gli stati nazionali democratici e costituzionali per
Bascetta non possono controllare il loro primo requisito: la cittadinanza. Il “controllo
sulla circolazione delle persone e sui diritti di cittadinanza”, ovvero ciò che
in modo del tutto pacifico compiono tutti i duecento stati presenti all’Onu, è
abominevole solo in Europa. Dato che se non c’è una cosa ci deve essere l’altra,
evidentemente i diritti devono essere controllati ed indirizzati esclusivamente
dal mercato. L’astrazione, le “parole d’ordine
magnifiche, attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé”,
sono qui piene di sentimenti, di desideri, evocano meravigliosa indignazione,
ma sono vuote di ogni altra cosa. Essendo vuote sono disponibili ad essere
colonizzate dall’unico vero e reale potere gerarchico in campo: quello desiderato
e perseguito da Hayek del mercato libero e sregolato.
Come scriveva Lenin, anche qui, è evidente la “paura di
analizzare la realtà oggettiva” e il rifugio nelle magnifiche e bellissime favole
(che sono incubi per troppi).
Purtroppo superare le difficoltà nel pensiero, nei
desideri, non le fa scomparire.
![]() |
Folker de Jong, mostra |
Non basta dire “che
questi controlli (della moneta e della circolazione) possano essere esercitati
democraticamente è quanto di più improbabile e smentito dall’esperienza storica
si possa immaginare”, perché ciò sia vero. L’esperienza storica è, viceversa,
pienissima di controlli della moneta e anche della circolazione delle persone
esercitati democraticamente, in Usa, in Inghilterra, in Canada, ovunque. La frase è semplicemente espressione di un
tabù.
Ma nel seguito quel che Lenin chiamava[8] anarchismo piccolo-borghese emerge in
piena luce. Bascetta in realtà attacca proprio
lo Stato democratico e costituzionale, in nome di una presunta capacità “moltitudinaria”
di autorganizzazione che è la forma travestita e pervertita del libero mercato
nel quale si muovono individui isolati ed autocentrati di Hayek. Scrive,
infatti:
“Il nazionalismo, nelle sue fasi
embrionali o conclamate, fa appello al popolo ma agisce come stato. Stato forte
incline alla repressione delle singolarità e di ogni processo di autorganizzazione.
Che ha avuto, come sappiamo, versioni di destra e di sinistra. Omogeneità,
stanzialità, concordia nazionale forzata sono i suoi imperativi.”
Ovviamente ognuno può sostenere quel che vuole, ma
Hayek era almeno più onesto e concreto. Lui chiedeva uno Stato debole e la
libertà delle “singolarità”, in vista, certo, dell’autorganizzazione[9], ma
facendo concreta leva sul potere del capitale dichiarato per tale.
Bascetta è dunque un liberale inconsapevole.
Il suo vero punto di attacco è, semplicemente, lo
Stato democratico e costituzionale del novecento, l’unico nel quale, ad onta
dei liberali, i ceti popolari hanno potuto avere accesso concreto ai processi di formazione della volontà. Certo sulla
base di una qualche omogeneità, di stanzialità (e quindi di cittadinanza,
solidarietà e voto), di concordia nazionale[10].
Nel seguito Bascetta si improvvisa macroeconomista e
contraddicendo schiere intere di professionisti si lancia in temerarie
semplificazioni. Il controllo della moneta servirebbe a svalutare, e questo
attiverebbe la temutissima (da tutti i liberali a partire dal vecchio Einaudi)
inflazione. Qui riecheggiano le tracce fossili della cattura della sinistra
comunista, a partire dalla “svolta dell’Eur” nel discorso monetarista e quindi
neoliberale[11].
Arriva, infine, puntuale, il Tina della Thatcher, il
punto centrale ineludibile di ogni narrativa neoliberale di qualunque marca: “La sovranità monetaria di un tempo non
esiste semplicemente più e non può essere resuscitata se non nelle peggiori
fantasie autarchiche”.
Chi compie simili affermazioni dovrebbe avere l’onere
della prova, o almeno della comprensione dei fattori concreti, delle scelte,
che hanno condotto all’attuale dominio dei mercati. Altrimenti si tratta solo dell’evocazione
di altri fantasmi: quelli della filosofia
della storia e del determinismo del marxismo volgare.
Prosegue, comunque:
“Queste mitologie, radicate nella
indimostrabile convinzione che solo lo stato nazionale permetta l’esercizio della
democrazia e il sostegno delle classi subalterne, costituiscono l’esile
sostanza del sovranismo intento ad alimentare la competizione tra le nazioni
europee con inevitabile vantaggio per quelle che dispongono di una forza
maggiore. Distogliendo così le forze democratiche dal tentativo di agire sulle
contraddizioni che le attraversano pur di evitare l’emergere conflittuale delle
proprie”.
Le mitologie che evoca sono, per la verità, la materia
stessa di cui è intessuto il suo discorso. Se anche fosse “indimostrabile”
(termine curioso, trattandosi di applicazioni estranee alle scienze matematiche)
la convinzione che solo lo stato nazionale permetta l’esercizio della democrazia
(anche se questa non fosse, fino ad ora, l’univoca esperienza di tutti), si scopre
ora che la competizione tra le nazioni europee è alimentata dal “sovranismo” di
cui parla, ovvero dallo sforzo di ricostruire una sovranità democratica e
costituzionale. Poche righe sopra, potenza della polemica, era attribuita invece
alla “competizione per garantirsi il favore delle multinazionali e dei mercati
finanziari”, da parte degli Stati Nazione concretamente esistenti, ovvero di
quelli a trazione liberale-liberista governati dai partiti europeisti. Nello sforzo
polemico, e di fronte alla densità dei tabù che, stratificati, impediscono alla
‘sinistra radicale’ di stare sul terreno della concretezza, Bascetta dimentica
i suoi stessi passaggi.
Chiude:
“Sovranismo” non è dunque il disco per
l’estate, ma neanche una forma politica dotata di autonomia e stabilità. Si tratta
dell’insieme di proiezioni ideologiche, politiche protezioniste e statalismo
che lavorano, dentro la crisi dell’Unione europea, per il ritorno del
nazionalismo nel Vecchio continente. E cosa questo potrebbe comportare sarebbe
preferibile non doverlo andare a verificare”.
Non c’è che dire, molto meglio restare nel presente,
in fondo immagino che i Bascetta ci si trovino alla fine abbastanza bene.
[1]
- Vladimir I. Lenin, “Rivoluzione in
occidente e infantilismo di sinistra”, ed. Riuniti, 1974, p.3. Il libretto
è in realtà una raccolta di interventi diversi nell’aspro dibattito che nel
1918 si tenne sulla pace separata con la Germania (pace di
Brest-Litovsk), che Lenin difende dalle critiche rivolte in nome della
necessaria “guerra rivoluzionaria” e dell’imminente aiuto da parte del
proletariato tedesco. Quando a gennaio 1918 la Germania avanza un ultimatum,
chiedendo condizioni molto dure in termini di perdite territoriali e versamenti
in natura, si apre un dibattito nel quale gli allora alleati dei bolscevichi, i
‘socialisti-rivoluzionari di sinistra’, propongono, insieme a Nikolai Bucharin,
la prosecuzione della guerra. Contro tutte queste opposizioni Lenin scrive a
febbraio l’articolo “Sulla frase
rivoluzionaria”, mentre l’esercito di oltre sei milioni di uomini russo era
stato smobilitato, per sostituirlo con un esercito volontario più efficace (la “Armata
Rossa”), da Lev Trotsky e la Germania aveva ripreso l’avanzata. Il 3 marzo
Lenin, che aveva proposto le sue dimissioni, impone la firma del Trattato,
perdendo circa 56 milioni di abitanti, ovvero il 32% della popolazione, un terzo
delle ferrovie, tre quarti dei minerari ferrosi e il 90% della produzione di
carbone. Fortunatamente la successiva sconfitta della Germania, che aveva
occupato i territorio nominalmente indipendenti, porta al ritiro delle truppe e
quindi alla loro contesa nella guerra civile russa che infurierà fino al 1923.
[2]
- In “Rapporto sulla guerra e la pace”,
7 marzo 1918, op. cit. p.69
[3]
- Continua: “comprendo benissimo che ai bambini piacciono le belle favole, ma
mi domando: è dato ad un rivoluzionario serio credere alle favole?”
[4]
- In “Rapporto sulla ratifica del
Trattato di pace”, 14 marzo 1918, op. cit., p.99.
[5] - Identifico con questo termine una
forma di categorizzazione e quindi di comunicazione caratterizzata dalla
‘logica associativa’ (se dici una cosa, allora devi essere in quella data identità preclassificata), e che fa prevalere
la ‘valenza indessicale’ (cioè il contesto della comunicazione) sul contenuto
semantico (il significato)” (cfr. Jonathan Friedman, “Politicamente
corretto”). Rifiutandosi all’argomentazione l’effetto sociale, e
di potere, che si produce è che inquadrare un’affermazione come “politicamente
corretta” (o s-corretta) consente di
neutralizzarla; essa non può più essere localmente vera, perché è
semplicemente troppo terribile.
Al contrario diventa vero ciò che è buono, e perché lo è. Insomma, “il terribile e il meraviglioso sono
autoevidenti”. Dunque si ha un utilizzo politico della morale per controllare
la comunicazione e censurarla ab
origine in tempi di incertezza. Il “politicamente corretto” è coevo all’insorgere di una nuova élite
transnazionale (ben vista da autori chiave come Rorty,
Lasch
e Dahrendorf)
che cerca di neutralizzare l’opposizione moralizzando l’universo sociale e
dunque mobilitando, a fini di controllo, la
vergogna. La simmetria essenziale è con la politica mondiale a taglia unica
(il “Washington Consensus”) ed i suoi
TINA e passa per la riclassificazione del liberale come progressista e del
socialista come reazionario. Ciò che è progressista è l’olistico, il nomade/rizomatico,
il diffuso e l’orizzontale. Ciò che è reazionario è il moderno, razionale,
astratto, verticale.
La
‘vecchia’ classe lavoratrice diventa, da soggetto storico del progresso,
‘deplorabile’ e nazionalista, egoista e meschina. Mentre il migrante,
rifugiato, le minoranze colorate, le identità plurali, diventano i nuovi eroi.
Questa è una cultura fondata sul
narcisismo (Lasch) che egemonizza una forma di controllo basata sulla
classificazione creando un controllo operativo (“matriarcale”) basato sulla
vergogna. Le varie
versioni del “politicamente corretto” sono l’ideologia funzionale allo stato
della tecnica e ad un modo di produzione che da lungo tempo ha dismesso i ferri
vecchi della triade Dio-Stato-Famiglia, inseguendo la forma ‘liquida’ della
merce e costruendo un ‘umano non sociale’ abbandonato a tutte quelle forme di
autoritarismo nascoste nell’apparenza di pienezza di diritti la cui piena
espressione è il mercato autoregolato.
[6]
- L’aggregazione di movimenti e sigle intorno a Patria
e Costituzione (Rinascita!, Senso Comune,
FSI,
Sollevazione,
Marx XXI,
ed altri) ma anche di Risorgimento Socialista,
che fa parte del direttivo di Potere al
Popolo.
[7]
- Leggeremo tra breve alcuni importanti interventi di Friedrich von Hayek, “Nazionalismo
monetario e stabilità internazionale”, del 1937, e “La
denazionalizzazione della moneta”, dai quali si può ricostruire la
fonte intellettuale dell’approccio mondialista del nostro coraggioso
rivoluzionario. Certamente si tratta di un cedimento inconsapevole a posizioni
ultraliberali (che gli viene dall’innamoramento per il liberalismo di Deleuze e
dalla ricezione di Negri di questa letteratura, probabilmente) ma la riflessione
degli anni trenta di Hayek mostra come il sistema monetario non sia, in
particolare per i liberali, una dimensione tecnica separata dal resto delle istituzioni
sociali, ma parte integrante dell’habitat dal quale dipendono strettamente i
margini di libertà delle azioni. Affrancarsi dal ‘sovranismo monetario’, proprio
per il teorico austriaco del neoliberalismo, significa ottenere di nuovo quella
‘democrazia limitata’ che nell’ottocento (vero punto di riferimento sia suo sia
di Milton Friedman) era ottenuta limitando il suffragio. La moneta deve essere
offerta da istituzioni che operano in regime di concorrenza e che non dipendono
da governi costretti a rispondere alle opinioni pubbliche.
[8]
- Sempre nello stesso libro, in “Sull’infantilismo
di sinistra e sullo spirito piccolo-borghese”, p.124 e seg.
[9]
- Si veda, Hayek “Legge, legislazione e
libertà”, 1973.
[10]
- Aggiungere “forzata”, mostra solo i pregiudizi dell’autore.
[11]
- Una storia ben raccontata nel libro di Thomas Fazi e William Mitchell, “Sovranità
o barbarie”.
Nessun commento:
Posta un commento