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lunedì 12 giugno 2017

Le lotte operaie alla Fiat negli anni settanta: sicurezza sul lavoro e tecnologia


Ritorniamo sullo snodo delle lotte che impegnano il mondo del lavoro nel cruciale crogiuolo degli anni settanta, in particolare nella grande fabbrica fordista per eccellenza: la Fiat a Torino. Abbiamo utilizzato un’intervista a Luciano Pregnolato per un primo sguardo nel post “Il lavoro e la questione del potere”. Il sindacalista della “V Lega” nello stabilimento di Mirafiori esprime bene la tensione politica del tempo ed il sentimento collettivo di essere entro una lotta per l’affermazione, oltre e in qualche modo anche prima del salario, del diritto di partecipare alla organizzazione della propria vita, in modo degno e secondo una socialità di cui si è quasi perso traccia. La vita nel microcosmo della grande fabbrica, nella successione delle tradizioni collettive e delle generazioni (determinate dalle ondate di assunzione, che risentono della fasi espansive o contrattive del mercato, oltre che del quadro politico), mi pare mostri in controluce qualcosa di prezioso: un vivere organizzato dal principio della socialità, oltre il principio del piacere e del consumo individuale, sostenuto dal senso di essere l’uno per l’altro concreto, nel reciproco interesse e nella passione comune.


Certo, questo sentimento, e la forma di potere (accanitamente conteso) che rendeva possibile, era innervato in una “piattaforma produttiva” che oggi è mutata radicalmente, e che continua a mutare (prima diventando “flessibile” e “post-fordista”, ed ora qualcosa in movimento verso la ‘iperconnessione’ e la ‘dematerializzazione’). Quella attuale favorisce vite invece separate, lasciando ad ognuno plausibilmente solo la ricerca individuale della felicità e del piacere, purché possa accedere allo scaffale. Ma nella più recente evoluzione esaspera, coerentemente con infrastrutture e tecnologie sempre più potenti, la capacità di sorvegliare, quindi di fare di ogni gesto, di ogni sguardo e della traccia di ogni pensiero, la fonte per estrarre e riconfezionare tutto, quindi di mercificarlo.
E certamente, come racconta bene Gianni Marchetto, questo sentimento era solo di una parte, e solo di una fase.

Comunque la domanda che era stata avanzata nel post era se possiamo trarre da questa esperienza il lontano miraggio di un altro vivere. Un vivere fatto di responsabilità, com-passione, dovere, essere insieme per gli altri nella produzione di ciò che ha valore, di ciò che è fatto dalle mani, dalla mente, dalla voce; dagli sguardi che si incrociano.

Pregnolato ci ha raccontato le grandi battaglie degli anni finali dei settanta: quella per “la mezz’ora”, ma anche lo scontro connesso con le introduzioni di nuove tecnologie, prima di verniciatura, di catena, poi di sorveglianza. E la crescita dei “Consigli di Fabbrica”, strettamente intrecciati a due vie con la forza e la presenza del Sindacato, poi la loro sconfitta, e il ridimensionamento.

Ora vorrei riprendere il racconto grazie ad un altro testimone: Gianni Marchetto, anche lui funzionario alla Flm ed alla “V lega” in quegli anni. Nel suo scritto “L’operaio Sgalfo”, di cui non posso purtroppo mettere link, racconta subito gli odori della fabbrica del 1967. Vale la pena dargli la parola:
·       “Intanto c’era un odore che riguardava quasi tutta la Mirafiori: odore di pece che saldava tra loro le mattonelle di legno del pavimento delle officine. Questo era l’unica cosa che era comune. Poi per ogni realtà c’era la sua specificità.
·       L’odore di uova marce derivante dall’acqua emulsiva, si associa alle lavorazioni alle transfer dove si lavoravano prodotti in alluminio.
·       L’odore acuto della benzina si associa ad un rumore intenso e continuo alle sale prova motori.
·       Un rumore assordante si associa a delle lunghe barre che ruotano dentro delle guide di metallo ai torni plurimandrini. Ricordo di aver visto chili e chili di segatura per assorbire l’acqua emulsiva usata nelle lavorazioni.
·       L’odore acre della nafta si associa ad una specie di nube grigiastra alle transfer che lavoravano i basamenti motori di ghisa, provenienti dalle Fonderie.
·       Un rumore di fondo caratterizzava tutti i reparti di produzione per via dei convogliatori aerei che spostavano la produzione da un luogo all’altro.
·       E accanto c’erano centinaia e centinaia di operai e operaie. In spazi angusti, quasi addossati gli uni agli altri, quando non incolonnati nelle catene di montaggio motori e cambi che ripetono sempre le stesse mansioni in una manciata di secondi: è la realtà della Meccanica”.

Quindi ci sono le altre aree dello stabilimento, le Presse:
·       “Diversa è l’immagine delle Presse. Uno stabilimento che mi pareva molto più alto di quanto non fosse. Erano del tutto assenti i convogliatori aerei. Delle presse enormi, messe in lunghe batterie che stampavano, con grande rumore, le lastre di lamiera che due operai mettevano sotto ad ogni pressa. Decine e decine di “muletti” che spostano le lamiere stampate da un luogo ad un altro. Tutto era in movimento”.

E poi le Fucine di Mirafiori.
·       “Un giorno di sole imbocco il sottopasso di Via Settembrini, esco ed entro nella prima officina: passo dal chiaro al buio. Un odore acre di ferro bruciato. Un caldo e un rumore assordante. Mai sentito così in vita mia. Lingue di fuoco escono da alcune macchine molto grandi: sono i magli. Gli operai indossano tutti delle pesanti pettorine in pelle e degli enormi scarponi: era lo stabilimento delle Fucine di Mirafiori, un vero inferno dantesco. Ho scoperto in seguito che gli operai delle Fucine avevano inventato un linguaggio delle mani al posto del linguaggio parlato (che ovviamente non si sentiva).
·       Così me ne vado quasi subito ed entro in un'altra officina lì vicina: ci sono degli enormi forni che contengono pani di ghisa misti a scarti di metallo che vengono fusi da un elettrodo molto grande che fa un rumore assordante. Il calore è il dato dominante assieme alle polveri che rendono grigia tutta l’officina. Sono al reparto colata delle Fonderie. Anche lì non fa per me e me ne vado.
·       E allora mi sposto in un’altra officina. Anche qui una sorta di altro girone dantesco: è il reparto sbavatura delle Fonderie. Lingue di scintille lunghe oltre un metro che escono dalle mole abrasive usate da operai imbacuccati con caschi, pettorine e guanti che lavorano sopra ai pezzi appena fusi per asportare la ‘cracia’”.

E, continua:
·       “Vado avanti e sento l’odore acre di colla che viene usata per montare il padiglione dentro la scocca: sono al Montaggio vetture.
·       Vado avanti ancora ed entro in una officina dove tutti gli operai hanno le tute con una cintura bassa di cuoio. La maggior parte è provvista di occhiali e c’è chi salda le lamiere, c’è chi passa le mole a disco sulle stesse con lunghe lingue di scintille e poi decine e decine di operai chini sulle pinze pensili a saldare le lamiere “spruzzando” le scintille in continuo. Il frastuono è notevole: sono in Lastroferratura.
·       Vado ancora avanti e incontro delle cabine di verniciatura. L’odore delle vernici è il dato dominante. Vedo gli operai muniti di semplici mascherine e con dei cappellini in testa che spruzzano le vernici sulle scocche delle vetture. Ne escono con le palpebre degli occhi e la tuta tutte piene di vernici. Noto che lavorano praticamente in locali pregni di acqua. Alle pareti dove scorre in maniera molto veloce e sotto il pavimento delle cabine. Serve ad attirare le polveri di vernice. Sono in Verniciatura”.

Tutto questo in una organizzazione di tipo militare (è nota l’influenza del moderno addestramento prussiano, introdotto nel 1700, con l’organizzazione della fabbrica di massa) che prevede accuratissime e complesse gerarchie, medagliette da indossare, e tute nere visibilissime per i capi reparto.
Fiat, Mirafiori, lavorazione ai banchi

I primi momenti importanti, per mettere in questione questo assetto, sono l’introduzione alla fine degli anni sessanta del Tabellone di Linea e dei Delegati di Linea. Qui si manifestano gli effetti dell’autunno caldo del 1969, che segue ad una fase di ristrutturazione tecnologica nel quinquennio 1964-69, come racconta Augusto Graziani in “Lo sviluppo dell’economia italiana”, consiste in modificazioni organizzative, aumenti dei ritmi di lavoro, incentivi individuali e straordinario. Il processo prevede l’espulsione dei lavoratori meno adatti a seguire i nuovi ritmi, i più anziani o indisciplinati (ivi, p.89). Ma cresce anche l’industria pubblica in una vicenda che Berta racconta nel suo ultimo libro. Nel 1969 si perdono per conflitti sindacali, connessi con il rinnovo del contratto, 200 milioni di ore di lavoro (il picco precedente era del 1962, ma notevolmente inferiore), a dicembre c’è la strage di Piazza Fontana.
La novità, come illustrerà anche Trentin nel suo libro finale “La città del lavoro”, è che le lotte, che vanno anche oltre i sindacati consolidati, non riguardano più solo il salario, ma includono “rivendicazioni di carattere normativo, quali riduzioni dei ritmi di lavoro, limitazioni alla mobilità fra impianti e fra reparti, restrizioni all’uso di cottimi e degli straordinari, miglioramenti dell’ambiente di lavoro”. Lo “Statuto dei lavoratori”, nel 1970 consolida questa fase.

Si tende a vedere, da parte neoliberale, questa fase come causa di rigidità, aumento dei costi del lavoro, perdita di competitività industriale. Eppure un grande specialista americano, certamente non di sinistra, come Michael Porter nel 1989 nella sua opera maggiore “Il vantaggio competitivo delle nazioni”, scrive dell’Italia: “nel giro di alcuni decenni l’Italia si è trasformata da nazione con salari contenuti, sussidi onnipresenti e protezionismo incalzante in un’economia stimolata dall’innovazione con un gran numero di settori industriali dal dinamismo davvero unico. Spinte dall’aumento dei salari e dalle rigidità della manodopera, due elementi che promuovevano l’innovazione, nonché dalla fine della politica di svalutazione della lira, le imprese italiane si sono trovate nella condizione di dover necessariamente potenziare i propri prodotti e tecnologie di processo” (p.810). Di seguito consiglia di investire su formazione formale, ricerca e sviluppo, infrastrutture primarie (porti, aeroporti, telecomunicazioni, sistemi di pagamento), mercati finanziari.

Fiat, Mirafiori, verniciatura (prima delle cabine)

Tornando al nostro racconto, a Mirafiori nel 1971 i Delegati di Linea passano ad 800, e vengono istituiti i Comitati Ambiente, Qualifiche e Cottimo.
Ma le rivendicazioni hanno anche una dimensione nazionale e sociale, sono gli “scioperi per le riforme”, che impegnano le imprese ad investimenti sociali, per la casa, per i servizi sociali (quelli che l’Olivetti di Adriano fa dagli anni trenta), i trasporti, e alla Fiat per l’investimento al sud. Sono le lotte degli operai di Mirafiori che ottengono, nel 1974, che i futuri investimenti si facciano a Cassino, Termini Imerese e Val di Sangro. Così come ottengono che vengano effettuate indispensabili bonifiche ambientali, conformemente alla definizione di “aree prioritarie di rischio” nel 1977.



Parte del nuovo campo di battaglia di questi anni è la salute sul luogo di lavoro, che determina quindi una nuova regolazione che sia pure tardivamente interviene negli anni novanta, sono anni di inchieste, di lotte per l’introduzione di tecnologie più avanzate almeno nelle lavorazioni più pericolose (come la verniciatura), di introduzione di queste, con gli effetti ricordati sia da Porter, come da Graziani. Prima che intervengano le riforme per la flessibilizzazione del mondo del lavoro che invertono i fattori ricordati dall’esperto americano, abbassando i salari rispetto alla produttività (in uno con un analogo fenomeno mondiale) e disincentivano ulteriori investimenti, l’industria italiana stava guadagnando in molti campi una crescente competitività estera.
L’introduzione di tecnologie di automazione, di controllo, e nuovi processi, anche se stimolata dalle inchieste operaie e dalla pressione dal basso, ha condotto in genere un incremento della produttività e del controllo insieme. Man mano che hanno fatto sistema il secondo fattore ha preso il sopravvento nell’ambito di nuove forme di organizzazione cosiddette post-fordiste. Anche se questo tema esula dal campo di attenzione di questo discorso, si allarga una rete funzionale fatta per lo più di piccole e medie aziende (che poi saranno raccontate attraverso il descrittore collettivo dei “distretti”), che sfugge a lungo al campo visivo del sindacato. Il lungo processo che porta oggi Berta a dichiarare forse finito il (grande) capitalismo italiano, parte dopo il 1975, quando “l’aggravarsi dei meccanismi di costo erode i margini delle grandi imprese più di quelle minori, o almeno di quella parte di esse che ha già individuato il proprio asse di crescita” (Berta, “L’Italia delle fabbriche”, p.241). Si tratta di “costellazioni territoriali di piccola impresa” che si giovano di minore conflittualità (nella ridotta distanza tra testa e corpo), di elasticità organizzativa, di capacità di inserirsi più agilmente in mercati dove la produzione di massa fa spazio ad un consumo sempre più identitario (è poi, questo, una parte del discorso di Potter di una decina di anni dopo).

Alla lunga, però, questa evoluzione ha contribuito a ridurre il tasso di investimento e innovazione del sistema Italia, anche grazie al ritiro progressivo del pubblico dal settore, e la perdita di potere relativo del mondo del lavoro inducendo comportamenti facili, flessibilità al ribasso, contenimento della stessa remunerazione al punto da trascinarci nella condizione di estrema debolezza contemporanea (certo, insieme a fattori strutturali esterni e vincoli indotti da questi).

Fiat, Mirafiori, linee di montaggio


Naturalmente descrivere da questa altezza le cose sconta il rischio della idealizzazione, Marchetto aiuta a toccare nuovamente terra:


  •  in tutte le grandi fabbriche del mondo ci sono alcune costanti: 1° un regime di fabbrica molto autoritario (sono essenzialmente delle grandi caserme, con uno stuolo di personale pagato per controllare molto elevato. Alla FIAT poi il tutto aveva all’origine il modello sabaudo di derivazione militare), 2° una massa di lavoratori dequalificati, 3° una provenienza dalle campagne, 4° poca esperienza di lotte o quando questa esiste (come nel caso italiano) tutta legata a forme di lotta molto aspre (“bruciare il municipio = il presidio alle porte”), scarsissima sindacalizzazione.
  • Prova ne è la classe operaia delle Fonderie e Fucine della Mirafiori dove gli operai più combattivi, a differenza delle Presse, delle Meccaniche e delle Carrozzerie, sono tra gli operai qualificati alla costruzione e manutenzione degli stampi che non tra i lavoratori in produzione. Qui vi è la massa dei “barotti” che hanno la “testa nella cascina e le braccia in officina”. Qui (alle Fucine) vi è la ricorrente lotta ad oltranza appena dopo finito il contratto di lavoro o la vertenza aziendale, che ha visto assenti dalla lotta questi lavoratori, i quali la ingaggiano immediatamente dopo, per “ricattare” la direzione con richieste del tutto corporative”.


Anche Marchetto, come Pregnolato, segnala una discontinuità tra la generazione degli ex contadini piemontesi degli anni quaranta-cinquanta e quella che deriva dall’imponente ondata migratoria degli anni sessanta (dal 1959 1l 1962 si superano sempre le 60.000 unità all’anno), mentre quelle precedenti nell’ottocento e nei primi del novecento avevano carattere sub regionale e stagionale, quella permanente era diretta all’estero. Quelli che arrivano ora sono:


  •  essenzialmente giovani meridionali, scolarizzati molto di più che i loro padri, con meno carichi familiari, con più esigenze nei consumi, valga per tutti l’auto: la 500! Che in pochi mesi di lavoro puoi comperare, magari “aiutato” da quelli del SIDA nell’acquisto, che te la fanno avere per “primo”. In cambio: “ti iscrivi al Sindacato?” (al SIDA ovviamente) anche se tu non sapevi neanche dell’esistenza di questo sindacato, della sua storia. Un sindacato che era il 2° dopo la FIOM nelle elezioni della Commissione Interna! Al quale aderivano un sacco di giovani che immediatamente a ridosso con la ribellione del ’68 e ’69 si ritrovarono nelle posizioni più “radicali” tipo Lotta Continua”.


Ma la direzione orienta i lavoratori secondo un misto di capacità culturali, provenienza e attitudine alla disciplina, dunque:

  • In sintesi: i montanari e i contadini (semianalfabeti) del Nord e del Sud sono assunti alle Fonderie e Fucine – perché portano dentro di sé un rapporto con la fatica che fa parte del loro DNA – una classe operaia molto spoliticizzata (il sindacato maggioritario tra i tesserati era la UILM). Alle Presse una classe operaia anche qui poco scolarizzata e molto spoliticizzata (robusta la presenza della UILM – una presenza organizzata della CISNAL e negli anni ’70 una cellula robusta di BR). Alle Meccaniche una classe operaia giovane e mediamente più scolarizzata con molti provenienti da scuole professionali. Quindi con una certa dimestichezza con gli strumenti di misura. Alle Carrozzerie una classe operaia, specie quella di origine meridionale, con provenienza dalle città. Non molto alta di statura per poter entrare ed uscire con relativa facilità dalle vetture nelle catene di montaggio. Alla Verniciatura un mix terrificante fatto di giovani sottoproletari e di giovani con tendenze radicali che magari frequentavano l’Università e avevano scelto la fabbrica per un periodo temporaneo o per tutte altre mire. Agli Enti e Sedi Centrali una presenza di operai di mestiere quasi tutti di origine piemontese. Così come sono piemontesi la stragrande maggioranza degli impiegati nelle varie palazzine dei vari settori, per non dire quelli della palazzina centrale in C.so Giovanni Agnelli”.



Ci sono degli strumenti che vengono messi a punto da Ivan Oddone (un medico, autore del “libello” e del fascicolo sui “rischi da amianto”) per animare questa battaglia per la sicurezza: tra questi la dispensa sui “4 fattori di rischio”, dai meno gravi e più comuni (livello 1) a quelli tipici della fabbrica (2) ma anche al gruppo di fattori nocivi derivanti dalla fatica fisica e quelli derivanti da fattori diversi (come la ripetitività, la monotonia, l’ansia, la responsabilità), corredata da uno strumento di rilevazione e autocoscienza, “il questionario”.

Fiat, Mirafiori, fonderie e fusione

Il lungo e ricco testo di Marchetto spende anche una parte per illustrare le tante fratture che attraversano il mondo operaio nella grande fabbrica di Mirafiori (oltre 60.000 addetti), dagli operai “galfi”, che superano alle due di notte le recinzioni per evitare i picchetti degli scioperi, a quelli interessati solo a rivendicazioni meramente corporative, a quelli interessati solo ad andare al cinema la sera e passivi durante l’intero ciclo di lavoro, a quelli subalterni e carrieristi. Insomma, nessuna “massa” si può rilevare; né tanto meno omogenea. Guardare quindi, da parte di alcune gerarchie del movimento o intellettuali esterni, alla forza lavoro degli operai come “massa” per la rivoluzione (o per la conquista del potere) è atteggiamento speculare a chi li vede come “gorilla da addestrare” (come dice giustamente Oddone).

Tralasciando queste astrazioni, lo sguardo che l’esperienza del lavoro nella grande fabbrica fordista, o meglio a partire dalla grande fabbrica fordista, trae un testimone importante come Oddone è che bisogna unire quelle che chiama “Le quattro sicurezze” (qui, slide 5):
1.     Sicurezza di poter lavorare per vivere,
2.     Sicurezza di poter lavorare senza rischio di malattia,
3.     Sicurezza di un lavoro che produce una esperienza professionale riconosciuta,
4.     Sicurezza di fare un lavoro utile dal punto di vista sociale.



Gli ultimi due punti, i più qualificanti, sono dimenticati nel corso della svolta e ritirata che porta al tentativo di scambio politico degli anni ottanta, quando la sinistra politica cerca di centralizzare il sistema di relazioni industriali (depotenziando la “democrazia dei Consigli”, già sotto attacco da parte imprenditoriale) e farsi unico interprete delle domande sociali.

La questione cruciale, come dice Trentin nel suo ultimo libro, è dunque quella “del lavoro e delle sue libertà”; per affrontarla bisogna liberarsi dell’idea che l’espansione quantitativa delle forze produttive, offerta dal fordismo-taylorismo, sia la strada anche della società socialista, come dice “sviluppata”. Cioè bisogna fare i conti con una visione quantitativa dell’ideologia del progresso.

Fare i conti con il primato dello sviluppo, inteso come immane collezione di merci, e con i limiti che derivano sia dalla protezione dell’ambiente sia della integrità della persona umana e delle sue potenzialità. Ciò significa riprendere a porre la questione dell’alienazione, e porla dentro gli spazi della produzione, non fuori nel cosiddetto “tempo libero”. Ponendo anche, ha ragione Marchetto, la questione dell’articolazione e durata del tempo di lavoro.

E, naturalmente, significa restare dentro il concetto che il lavoro, condotto con altri e riconosciuto come tale, sia fonte della identità degli individui e quindi del loro diritto di cittadinanza.


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