Il recente libro
di Claudio Bazzocchi, filosofo e giurista marxista è per me particolarmente
arduo da leggere per il limitato terreno comune di lettura. Ma sono
sintonizzato sulla sua coraggiosa battaglia in difesa della “comunità imperfetta” e del bisogno di
radicare questa felice incompletezza nella continua ricerca di senso. Dunque anche nella nazione.
Le questioni che pone Bazzocchi, con il suo linguaggio
sono realmente essenziali:
-
l’accettazione ed
il radicamento dell’uomo nella “imperfezione”, con la fondazione del potere (“dell’uno”)
che questa comporta, e d’altra parte nel fatto della differenza radicale, con
la necessità di articolare il confronto (“il molteplice”) che ne è conseguenza.
-
La lettura della
democrazia come progetto sempre incompleto, ma sempre da costruire senza tuttavia
avere “leggi” esterne (tanto meno dettate da una tecnica, da una meccanica, o
da una cosmologia nascostamente religiosa, come quella derivante dalla
secolarizzazione incompleta nella quale una certa visione e definitoria della
“economia” prende il posto vacante di dio).
-
La necessità,
nella imperfezione ed incompletezza dell’essere uomo, di radicarsi,
relazionarsi in viluppi di tradizioni, memorie, passioni comuni.
-
L’ipotesi che
questo bisogni di limiti. Che quindi la sofferenza del sapersi esposti,
affidati all’incompleto ed all’erroneo, all’aperto, sia in realtà il nostro
punto di accesso al davvero umano,
-
che, dunque, la
promessa dell’economia di sostituire il trascendente con l’immanente
abbondanza, con l’edonico godere dei beni della terra, sia in realtà dimenticarsi
di sé.
-
Che, inoltre,
questo dolore che è in giro, per la promessa tradita, nel momento in cui
l’abbondanza per troppi non arriva, sia mal riposto; che, cioè, la sua fonte
(come sospettava l’ultimo Pasolini) sia altrove: nell’idea che l’umano sia
‘nulla’, e che si definisca nel semplice godere, nel desiderio e nella volontà,
qualunque essa sia.
La polemica di Bazzocchi si esprime verso
l’affidamento alla tecnica, cioè verso l’idea che “l’autonomia del
[automovimento] sociale” possa radicare un umano che fa a meno del potere,
della tradizione, della società e dunque della politica. Un uomo isolato e
indipendente, interamente definito nei suoi consumi, volizioni, piaceri vitali,
e narcisistici rapporti individuali.
La sua ipotesi, mi pare, è che ci si faccia davvero
umano solo quando si riesce a fare i conti con questa incompleta natura; e dunque
quando si fanno i conti con la realtà di protesi sociali necessari come
autorità, potere, il bisogno di sicurezza, di identità. Con l’imperativo di
avere un posto proprio nel mondo, condiviso con ciò che ci è fratello, ed
aperto alla reciproca esplorazione.
Questo discorso di Bazzocchi si muove consapevolmente
su un confine altamente disagevole, rischia di essere costantemente
classificato: storicismo, nazionalismo, conservatorismo, ostilità al progresso,
monismo, e via dicendo, ma è, invece, un esercizio molto più complesso, e in
qualche modo molto più doloroso. Provenendo dalla tradizione progressista,
dalla tradizione operaista, pur se intercettata biograficamente al suo tramonto
(Bazzocchi ha 50 anni), ha dovuto decostruire molto per giungere qui.
Ed il luogo dal quale parla cerca vigorosamente di
tenere insieme quel che gli appare il meglio.
Dunque il libro, nelle sue circa cento pagine, difende
l’idea di “nazione”. Cioè l’idea che qualsiasi valore, anche se si pensa come
‘universale’ (come si pensa l’occidente), anche quindi l’idea di unità europea,
ha sempre “bisogno di incarnarsi”, è
interessante questo linguaggio preso in prestito dalla tradizione cristiana, “in un campo politico delimitato, quale è lo
Stato-Nazione, affinché diventi veramente condiviso da un popolo, cioè parte
della sua vita, e possa concorrere in seguito alla formazione di una civiltà
universale”. Quante cose ci sono in questa formula: un valore che è
accettato dall’autore come “universale”, e lo è quindi la democrazia -come
dirà- ma anche la civiltà universale al
singolare, deve comunque muovere da un ‘farsi carne’ dello spirito e quindi
delimitarsi, cioè condividersi, fare popolo, e di qui finalmente allargarsi. La
mossa è quella tipica, mi pare, dell’universalismo cristiano, ma è applicato
secolarmente alla forma statuale. All’insieme, fondativo di un ordine e di un
potere (legittimo), Stato verso Nazione (associate uno-a-uno) e Popolo. E che,
come viene ripreso da Gauchet, ciò procede dal dentro al fuori: i valori
nascono entro i limiti delle nazioni (luoghi, come vedremo dell’affetto) e di
qui si diffondono. La lieta novella viene portata alle genti.
Democrazia si fonda in questa dialettica, come visto
tragica e dolorosa, ma anche (anche qui un movimento nella tradizione
cristiana) per questo fonte di
liberazione, dal fare-popolo e non dall’apeiron, dall’indistinto,
dall’astratto, ovvero dalla umanità. Qui viene citato, come frequentato dalla
sua tradizione di provenienza, Carl Schmitt.
Ed anche ogni comprensione possibile nasce sempre
storicamente (dunque non scientificamente, non naturalisticamente) da una
radice esistenziale. Qui viene citato Herman Heller.
Il discorso anti-naturalistico di Bazzocchi (che si
allontana dallo scientismo, direi anche di Marx, almeno di una sua parte
certamente più invecchiata) afferma con nettezza che “non esistono categorie
pure con cui conoscere in astratto il mondo e [quindi] il mondo non è mero
oggetto da sezionare bensì riserva di simboli, poesia, paesaggi e odori per
elaborare culturalmente un’identità e rendere stabile la presenza dei suoi
abitanti” (p.12 e citato De Martino).
La realtà politica va quindi ancorata alla creazione di quello che chiama “uno-molteplice”, attribuendone l’invenzione alla Grecia del V
secolo; ovvero a questa idea che se non esiste una Verità ed una Legge
Naturale, allora bisogna rischiarsi, fuggendo alla hybris che sempre si
presenta quando si vuole ridurre l’uno all’altro, nella commistione compresente
di organizzazione (“uno”) e pluralità (“molteplice”). Quindi potere e libertà.
Un insieme costituzionalmente imperfetto, che non va risolto dialetticamente ma
deve essere accettato come compresenza di opposti, costantemente in lotta,
senza “legge”.
Nessuna “legge” può venire da fuori a risolvere questo
disordine.
Neppure, e soprattutto, le “leggi” dell’economia: la domanda ed offerta come foriera
dell’equilibrio spontaneo; l’individualismo
come destino e rappresentazione dell’umano e promessa del suo adempimento; i diritti individuali come primum contro
la costrizione della società e dell’autorità (di tutte, delle tradizioni, delle
culture, dello Stato); il felice egoismo,
vitale e giusto; il predominio del principio di organizzazione del mercato.
Il problema che Bazzocchi assume è, insomma, quello di
Hegel: “come restituire unità a un Stato atomizzato dal mercato e
dall’egoismo?” Il problema che nasce con l’avvio dell’industrializzazione ed
oggi si ripresenta quando la ‘piattaforma tecnologica del capitalismo’, ancora una volta cambia. Torneremo su questo
termine, per ora lo lasciamo come etichetta e rimandiamo a questo provvisorio riepilogo.
È chiaro che anche per lui questo significa, nelle condizioni attuali, fare i
conti con l’insediarsi della “società delle reti” e la sua promessa di “un
mondo a completa disposizione senza attriti”, che è incorporato nei gesti che
facciamo con i nostri strumenti. Nella superficie liscia dei nostri smartphone
(sia Adorno sia Pasolini invitavano a guardare al gesto incorporato negli oggetti,
ed al loro significato; bisognerebbe farlo).
E quindi la promessa di liberarci della fatica e
dell’impegno di guardarci e fare qualcosa insieme: dell’impegno collettivo,
della politica, del confronto e scontro tra “uno” e “molteplice” (p.16).
Oggi il lungo predominio dell’ethos del capitalismo,
nella particolarmente “rivoluzionaria” versione neoliberale (abbiamo appena
visto il coraggioso tentativo di riproporre nella filosofia questi concetti
da parte di Rahel Jaeggi), rende molto più difficile riporre la questione hegeliana.
Riequilibrare, a vantaggio dei tanti sconfitti (ma lo siamo tutti), le istanze
sociali con quelle individuali grazie a mediatori e corpi intermedi è molto
difficile nell’epoca dell’antipolitica
e del populismo dall’alto (ovvero del populismo tecnocratico) come prova a mappare
Revelli. Infatti come si vede “le stesse idee di autorità, mediazione e
organizzazione collettiva non hanno più alcuna legittimazione nella società
attuale”.
Per fare un esempio banale, nel dibattito caciarone e
sconclusionato, apparentemente sciatto, seguito alla sconfitta indiscutibile
del Pd alle comunali, e nella preparazione di possibili congiure dei “renziani
della prima ora” (come Franceschini), il sempre servizievole Orfini ha postato
su twitter una immagine del tavolo di coalizione del Governo Prodi, come
esibizione irridente della mediazione sconclusionata.
il suo #ancheno esprime bene lo spirito del tempo
nell’epoca del trionfo dello spirito del capitalismo, che della politica e
della mediazione, come della rappresentanza sa fare a meno. Il post ha avuto
207 retweet, 384 “mi piace” e 367 commenti in un giorno.
Questo movimento lascia solo l’arbitraggio del
diritto, orientato sempre più ai diritti individuali, mentre quelli sociali
sono costantemente e per varie vie depotenziati, e lascia agire legittimamente
solo la regolazione automatica del mercato, con la politica ridotta al teatro
istituzionale. Prevede, come noto, lo Stato depotenziato sistematicamente a “Stato
regolatore” dai livelli europeo ed internazionale. In questo modo si vede
il sempre più completo compimento della “forma di vita” capitalista e della
sua, particolare, versione ‘parsimoniosa’ di democrazia. Una versione di
‘democrazia’, certa di essere a servizio della legge superiore del mercato,
vera fonte del benessere, e che dirige le proprie armi contro la versione di
‘democrazia’ come costruzione del demos, collettivamente libero.
Nelle prime pagine del libro Bazzocchi giunge ad un
elogio della religione, riprendendola dal giurista tedesco Bockenforde, famoso
per la sua diagnosi di uno Stato liberale che in quanto secolarizzato vive di
presupposti che non può garantire. Come giunge a dire anche Habermas, in “Verbalizzare
il sacro”, che pure sotto diversi profili è autore ostile a questa
impostazione, le religioni si presentano in questo contesto come forze
spirituali capaci di ricordare all’uomo che ci sono altri pensieri, oltre
“all’Uno costruito dalla tecnoscienza”. Ricordano che nell’accettazione della
limitazione l’uomo vive una paradossale forma di liberazione.
Come sottolinea anche la Jaeggi nel suo saggio del 2013
“Che cosa c’è di sbagliato nel
capitalismo?” (in “Forme
di vita e capitalismo”, 2016) il tipo di vita dominato dal contratto e
dallo scambio retroagisce sulla “persona” ed il suo rapporto con il mondo. Definendo
l’azione umana come “lavoro astratto” e per ciò misurabile e separabile inquadra
azioni e agenti sotto specie della efficienza funzionale e con ciò determina
dietro le nostre spalle, quella che la filosofa tedesca chiama “una vita in
senso lato brutta o alienata, impoverita, senza senso o vuota” (J., p.111). Si
tratta qui di riconoscere che è in campo, e per tutti, una vita reificata,
impoverita di relazioni vitali, mercificata e mercatizzata. Un’esistenza dominata
dalla strumentalità, da strutture della personalità e istituzionali che
spingono all’avidità ed insieme a correre sempre, al dinamismo cieco. Lo
abbiamo già visto, come dice: “il fatto di concepire le cose come alienabili,
intercambiabili e sostituibili con altri beni (e rispetto al medium comune del
denaro) genera una concezione assai peculiare degli oggetti, delle relazioni e
delle capacità” (J., p.113).
Ma il capitalismo, specificamente ed in modo
caratteristico (lo dice anche Benjamin in un fulminante frammento “Il
capitalismo come religione”), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e nasconde quindi ai nostri
occhi abituati il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva
alla forma religiosa per la gente comune nel medioevo nessuno che sia
immerso in questa forma di vita (anche essa, come detto, a suo modo religiosa)
è in grado di vedere o concepire una qualsiasi alternativa ad essa. Charles
Taylor, in “L’età secolare”, chiama a questo
proposito “umanesimo autosufficiente”
una forma di concezione dell’umano che non ammette fini ultimi che trascendano
la semplice prosperità umana, e quindi che “non sente alcun obbligo verso
qualcosa che oltrepassi tale prosperità” (ivi, p.33), come avviene nelle
religioni. Questa autentica rivoluzione è però, come dice, “il frutto di nuove
invenzioni, di autocomprensioni innovative e di relative pratiche, e non può
essere spiegata nei termini di tratti permanenti della vita umana”. Qui, nella
ricostruzione di Taylor che per la sua enorme ampiezza e complessità non si può
certo seguire in questa sede, la creazione dell’uomo secolarizzato procede
dalla vera e propria invenzione e costruzione, durata diversi secoli, di un “io schermato”, in opposizione al
precedente “io” (si veda
anche Mauss su questo punto) “aperto, poroso e vulnerabile a un mondo di
spiriti e di forze”. Dunque la “schermatura” dell’”io”, che lo protegge dalle
tante paure, e dai significati esogeni, ai quali è esposto l’”Io poroso” dell’
“incantato” mondo premoderno, è un movimento che procede, con il sorgere di un
atteggiamento strumentale verso il mondo, man mano che la modernità si afferma,
più o meno a partire dal 1400. Verso la fine il filosofo canadese ricorda la
posizione di Ivan Illich che vede nella civiltà contemporanea (qui parliamo più
o meno degli anni sessanta-ottanta) qualcosa che soffoca lo spirito. Il
sacerdote radicale tanto amato dalla controcultura vede nello stile di vita
contemporaneo qualcosa di “mostruosamente alienante. Il mostruoso deriva da una
corruzione del più alto, della rete fondata sull’agape. Dalla corruzione del
cristianesimo scaturisce il moderno” (ivi, p.927). Qui, cioè, una civiltà che
spinge all’estremo questa “corruzione” è edificata interamente “in risposta al
fallimento e all’inadeguatezza di una motivazione fondata su un senso di mutua
appartenenza”.
Se dunque, come dice Bazzocchi, è necessario
riappropriarci del senso dell’umano posto dalle religioni, il problema è sempre
se si sta criticando l’intero movimento
della modernizzazione (come a volte sembra fare Illich, nei suoi testi più
polemici) o solo un suo eccesso di
individualizzazione. Una sorta di ipermodernizzazione che ricade in qualche
modo nella dogmatica religiosa per carenza di misura. Si sfiora, insomma, il
rischio della nostalgia.
Come dicevo nel commento al bel testo della Jaeggi, l’idea
di vivere la ‘propria’ vita indipendentemente dagli altri, è in senso proprio
una finzione ed un inganno, ma è anche un principio etico non
liquidabile semplicemente (la libertà come scelta).
In questo contesto di critica dell’illimitato e della
hybris dello spirito del capitalismo, e della tecnica ad esso consustanziale,
contemporaneo, l’autore giunge comunque ad affermare che l’Europa, il cui
progetto identifica sin dall’inizio come idea consona all’umano nel suo afflato
all’apertura verso l’altro (posto che questo sia nella natura del progetto, in
vece dell’estensione del mercato, della concorrenza e dell’imperialismo) “non può essere che le sue nazioni”
(p.25). O, per dirlo diversamente, se capisco, che il progetto dell’Europa come
espansione della democrazia (che
certo non è tutto il progetto e
neppure la parte essenziale), a sua volta intesa rettamente come unione di
“uno-molteplice”, non può che imperniarsi
su ‘sovranità’ e ‘nazione’.
Esattamente su quel che il progetto ipermoderno del
liberismo vuole eliminare.
Il pensiero nutrito di una cosmologia inconsapevole
del liberismo, questo pensiero autenticamente rivoluzionario e
contemporaneamente autenticamente coerente con il telos della modernizzazione
(è questo che ci disturba profondamente), vorrebbe cioè, nella sua cieca e
rigida coerenza, che tutte le regole fossero derivate esogenamente da una
Natura che un Sapere autentico identifica. Fondamentalmente in modo
extrastorico, e dunque secondo una versione dello scientismo che viene incubata
nelle università inglesi e americane prima della seconda guerra ed imposta dopo
(il cosiddetto “neopositivismo”). Vorrebbe, in altre parole, che “non vi fosse
spazio per il pensiero politico, per l’interrogazione sulla giustezza delle
leggi, né tantomeno per l’azione politica – che è azione per compenetrare Uno e
molteplice” (B., p.27).
Uno e molteplice, ordine e
sapere della convivenza, si costruiscono invece necessariamente nell’azione
politica; non possono essere dedotti da un qualche Sapere. Sono “non fondati”,
anzi, come correttamente scrive e in modo più preciso: “il suo fondamento è non fondato”.
Qui arriva un’analogia, che come tutte e più di altre
per l’enorme distanza, è da prendere come metaforizzazione: quella con le
istituzioni greche del V secolo. Tra queste con lo spazio della critica che si
manifesta nella grande stagione della tragedia e della commedia politica. Con
quella vera e propria istituzione del sistema politico greco che pungola e
ricorda costantemente al demos (si definisce tale il corpo elettivo, più o meno
formato da 25.000 cittadini liberi per lo più urbani, che deliberava in
Assemblea e spesso era eletto, o sorteggiato, nelle magistrature) i limiti del
suo potere. La lettura procede qui attraverso Castoridias e mi appare alquanto
idealizzata (almeno alla luce della lettura di Canfora, ad esempio “Il mondo di Atene” e in particolare “Cleofonte deve morire. Teatro e politica in
Aristofane”). Ma non è rilevante, dato che si tratta di una rilettura condotta
in modo molto esplicito ai fini dell’oggi.
Certamente il problema della democrazia, pur entro gli
scontri che si possono dare (e quelli dell’Atene del V secolo erano
particolarmente aspri, in sostanza una continua guerra civile), è quello di “volersi bene” in senso lato. Ovvero di riuscire
a fondare il comune, senza che esso sia imposto dall’esterno. Almeno fino a che
la base sociale della democrazia imperiale ateniese dura (il “demos”, che è in
qualche modo uno strato di specialisti urbani) questo senso comune permane,
quando si afferma un’altra base (il “popolo”, ovvero i contadini che
normalmente non sono in Assemblea, ma affollano i teatri) ci sarà l’eutanasia
del 411 e poi ci sarà il breve regno di Crizia nel 404. Poi, quando l’impero
finirà con essa la fase gloriosa della democrazia ateniese, che comunque dura
fino a Filippo il macedone. Ma, ovviamente, per noi che siamo così lontani
l’esatto ruolo di questi intellettuali che agiscono nel complesso mondo
dell’Atene democratica e le loro stesse basi di produzione (ad esempio chi
finanzia le commedie) è difficile da definire. Ad esempio Canfora ascrive al
campo oligarchico sia Sofocle (seguace di Antifonte e ‘probulo’ all’indomani
del disastro siciliano) sia in misura meno chiara lo stesso Socrate, ma anche molto
chiaramente Aristofane, così attivo in favore dei “cavalieri” (cfr. “Il mondo di Atene”, p.68)
Ma, ripeto, questo non è così rilevante, perché la
democrazia vive di questi conflitti,
che contribuiscono indubbiamente a limitarne l’hybris, a tenere dentro un regime
in qualche modo paradossale, tra ordine e libertà.
Qui trova espressione quel che Bazzocchi, con
riferimento ad una intera tradizione, chiama “antiperfettismo” (Tucidide,
Agostino, Hobbes, Schmitt) che fonda la necessità di una qualche forma di autorità,
“perché il soggetto possa mediare tra la verità e la realtà empirica e non si
accontenti del godimento immediato di sé e degli oggetti a propria disposizione
che sembrano consumabili e conoscibili in modo diretto e senza sforzo” (cit.
Capograssi, p.51). Anche qui siamo su un confine difficile e pericoloso.
È, dunque, secondo il punto messo in evidenza l’illusione
di poter possedere, una volta e per tutte, l’ordine perfetto che conduce alla
tracotanza, alla idea di essere autosufficiente, di poter fare da solo. Da qui
nasce quindi la violenza.
Al contrario abbiamo bisogno di relazioni, di
radicarci in qualcosa che è sempre temporaneo, nel viluppo della/e tradizioni.
Abbiamo sempre bisogno di appassionarci, perché questo sia possibile abbiamo
necessità di luoghi delimitati, dove poter simbolizzare la realtà e creare
passioni comuni, sicurezza, identità, protezione. Questo bisogno, nella sua
estrema difficoltà e fatica è invece quel che viene sollevato, al quale si
offre soluzione, nella promessa del ipermodernismo del liberismo.
Mentre è ancora una volta questo bisogno, con la
“sofferenza in comune” (torna sempre questo movimento nella lettura di Bazzocchi)
che comporta ad essere soddisfatto dalla nazione (p.65). Nella quale si è
sovrani proprio perché si può decidere nella normalità del gioco istituzionale
(Heller, p.75), ed insieme, come demos (lo strato attivo del “popolo”). Secondo
il suo punto conduce all’autoritarismo il rifiutare che si possa decidere
sempre ‘nella normalità’ su ogni tema, e quindi rigettare il necessario
affetto, la creazione della identità, della “nazione”. Ciò conduce, questo sì,
all’autoritarismo, ovvero al dominio della tecnica sull’uomo.
All’apparenza, cioè, della libertà dell’individuo, ma in
vero alla pura vittoria dell’amministrazione tecnica; all’incubo di Illich: l’affermazione,
pura e semplice, di uno sfondo amministrativo sul quale si muovono individui
isolati (p.86).
Dunque prestare attenzione a questo discorso,
prezioso, mostra in sostanza che se rinunciamo a cercare ostinatamente la
costruzione di un progetto collettivo, sapendolo in-fondato, noi siamo persi.
Restiamo affidati ai deboli sostituti dei “diritti umani” (senza le condizioni
di esercitarli) ed a un vuoto cosmopolitismo, disponibile ad essere schermo di
più concreti interessi. Se abbiamo timore dei necessari conflitti (rischiando pure
che amici e nemici si confondano nel gioco dei reciproci nascondimenti), saremo
disarmati di fronte al potere opprimente della tecnica e dei suoi alfieri.
Come dice Bazzocchi “non sono i diritti umani a
garantire la democrazia bensì, al contrario, la democrazia a garantire i
diritti” (p.89).
Ci vuole quindi molta più forza, per rivendicare la
nostra parte. Ci vuole anche un chiamare a raccolta “un paesaggio, una lingua,
un clima e una storia”. E questo deve significare riprodurre la compresenza Uno-molteplice
alla scala europea; per cui “sognare il superamento di popoli e Stati per la
creazione di un unico popolo e di un unico Stato significherebbe proprio
tradire l’identità europea e la sua idea di libertà. Significherebbe, ancora
una volta, peccare di hybris” (p.
92).
Bisogna, in definitiva, liberarsi dell’idea (che il
socialismo condivide con il liberalesimo) della “autonomia del sociale”. Cioè
dell’idea, depositatasi nel corso della secolarizzazione, che alla fine sia la
tecnica che libererà gli umani dal potere, dalla tradizione, e li condurrà
verso quel sostituto della salvezza escatologica che è il progresso.
Invece ci vuole proprio il potere (politico), la
sicurezza, l’identità, il posto nel mondo. Tutti termini con i quali, come dice
l’autore, la destra “si presenta più attenta all’umano, al suo bisogno di
rassicurazione e di identità che non trova posto nella tracotante idea
dell’autonomia del sociale condivisa, oggi come allora, dalle forze liberali e
da quelle socialiste che, oltretutto, dopo un secolo, presentano ben poche
differenze tra loro e vengono percepite perlopiù come la stessa cosa dai
cittadini e dagli elettori” (p.96).
Una chiusa che in qualche modo ricorda il discorso di
Jean-Claude Michéa in “I
misteri della sinistra”, in cui con qualche forzatura necessaria il filosofo
francese sostiene che la sinistra socialista, formatasi negli anni in cui alla
modernizzazione si opponevano ancora forze impegnate a difendere il mondo di
privilegi tardofeudale, e nel contesto del tempo (incluso il suo scientismo e
il culto del progresso), ha finito per allinearsi ad una missione che non gli è
propria, perdendo se stessa e la sua più profonda vocazione.
Probabilmente bisogna camminare sull’orlo del burrone per
trovare di nuovo la strada.






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