Rahel Jaeggi è una delle più promettenti voci della
quarta generazione della Scuola che si riferisce all’esperienza francofortese,
allieva diretta di Axel Honneth e titolare di un programma di ricerca originale
e coraggioso che muove da una rilettura sia della tradizione che deriva da
Adorno, sia delle radici marxiste (con Daniel Loick, ad esempio, cura nel 2014
una rassegna dall’eloquente titolo “Nach Marx”)
della critica al capitalismo.
In questo libro,
tradotto da Marco Solinas, sono raccolti interventi della Jaeggi che vanno dal
2005 al 2016. Precisamente il primo saggio, una interpretazione dei “Minima Moralia” di Adorno, è del 2005;
il secondo, che imposta sul piano metodologico la critica dell’ideologia, è del
2008; il terzo, sulla riappropriazione della teoria marxiana, è del 2013;
mentre il quarto, una sintesi definitoria del concetto chiave di “forme di
vita”, è del 2015 e il quinto, sulla definizione e critica dell’economia “in
senso largo”, è del 2016.
L’asse portante del lavoro di Rahel Jaeggi è una
critica interna della seconda generazione della scuola, ovvero della deviazione
verso il liberalesimo e il versante kantiano della critica, con il correlato
allontanamento dell’economia in quanto tale dall’oggetto della stessa, di cui è
espressione il lavoro di Jurgen Habermas. Il tentativo, proseguendo ed
ampliando la direzione già presa da Axel Honneth, è quindi di ridefinirla in
direzione di una serrata critica filosofico-sociale, facendo uso di una
rilettura sia di categorie hegeliane, sia di una lettura del punto raggiunto
dalla critica di Marx, sia delle risorse interne della sua tradizione di
ricerca (incluse alcune messe a disposizione dallo stesso Habermas). Il
capitalismo è quindi riletto come “forma di vita” (lebenswelt) e interpretato
attraverso quella che chiama una “critica immanente” che tra le altre cose dissolve
i confini tra questioni morali ed etiche così accuratamente presidiata dal
maestro del suo maestro. Il punto comunque più decisivo di critica è il rifiuto
di considerare la dimensione economica come “scatola nera”, in quanto tale non
criticabile, una sfera a sé, ma di esporla alla critica sul piano funzionale,
morale e soprattutto come “fascio di pratiche sociali”, per la sua implicita
normatività, facendo uso di un approccio eticamente ispirato.
In un certo senso si tratta della trasposizione in
termini dei dibattiti e del linguaggio filosofico della fine della “terza via”
che è in corso sul piano politico in tutto l’occidente.
Ciò che c’è al fine di sbagliato nel capitalismo, è questo sottrarsi, nel quale anche
Habermas è caduto, alla critica.
Ovvero il suo essere, un ordinamento sociale fatto di pratiche dense (come
vedremo), basato su un’etica che però con la stessa mossa si nasconde e si
universalizza: pensandosi “neutrale”. Cioè nell’essere le pratiche storicamente
date del capitalismo strutturalmente e
non accidentalmente nascoste; mentre pervasivamente guidano le nostre vite,
per così dire “dalle nostre spalle”.
In termini di posizionamento filosofico il discorso
della Jaeggi è, sin dal primo saggio, orientato in senso anti-kantiano, e volto
a superare quella particolare mossa del liberalismo (parte essenziale, in
effetti, dell’effetto di nascondimento che è criticato alle pratiche
economiche) “parsimoniosa”, in base alla quale non si può criticare una “forma
di vita”, relegandola a questione privata o comunitaria. Non ha alcun senso in
questa tradizione dire che una “forma di vita” è buona, o riuscita, o
persino razionale. A partire da Rawls
non si può neppure discutere di questo, l’unica cosa che il liberalismo “politico” (ovvero quello che non è
metafisico e ha i requisiti per orientare il dibattito pubblico) può fare è
tematizzare l’area di “overlapping” ragionevole (cfr. John Rawls, “Liberalismo politico”). Insomma, con i
termini dell’autore, la filosofia alla fine ha abbandonato la questione
socratica del “come si dovrebbe vivere”.
Questa domanda è, invece, al centro del lavoro della
filosofa tedesca, che ha carattere essenzialmente metodologico, reputando -qui
con Habermas- che questa questione, una volta posta, “conosce soltanto
partecipanti” (p. 89).
L’avvio, dunque, è una interessante rilettura della
difficile posizione teorica di Theodor Adorno (uno dei maestri di Habermas,
come noto) in “Minima moralia. Meditazioni
della vita offesa”, scritti nei terribili anni dal 1944 al 1947. La lettura
del testo è iscritta in questa fulminante affermazione “non c’è nulla di
innocuo” (che, in effetti, riassume al termine l’intera critica della Jaegge):
“Signor dottore,
è molto bello da parte vostra [parole del vecchio contadino nella ‘passeggiata
pasquale’ del Faust].
Non c’è più
nulla di innocuo. Le piccole gioie, le manifestazioni della vita, che sembrano
sottratte alla responsabilità del pensiero, non hanno solo un momento di
sciocca arroganza, di insensibilità e di cecità volontaria, ma entrano
immediatamente al servizio del loro estremo opposto. Anche l’albero in fiore
mentre nell’istante in cui è contemplato senza l’ombra del terrore; anche
l’innocente ‘Che bello!’ diventa una scusa per l’ignominia di un’esistenza che
è del tutto diversa; e non c’è più bellezza e conforto se non nello sguardo che
fissa l’orrore, gli tiene testa, e, nella coscienza irriducibile della
negatività, ritiene la possibilità del meglio.
Conviene
diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia
andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell’esistente”.
(ivi, p.16)
Più o meno con ciò tutto è detto.
Il primo problema che si incontra, ed al quale Adorno
dà una particolare risposta, è quello del “contenuto di verità” delle forme di
vita, del loro essere più o meno riuscite, o del determinare una “vita offesa”.
L’intero testo riletto mostra come da una parte in molte cose e oggetti, lungo
dall’essere neutrali o innocenti, è inscritto un gesto, un comportamento. Ma
più profondamente che con esso è iscritto un ordinamento della vita interamente
dipendente dal contesto e non determinabile “in quanto tale” (p.41).
Ma questa forma di vita, in questa accezione, è
criticabile quindi solo in forma negativa, secondo la lezione di Adorno; quindi
solo per ciò che “offende” o “non è vero”, per ciò che appare “male ordinato”.
Noi siamo infatti sempre immersi in questo “mondo”, che è ordinato
dall’interesse per il dominio (ad esempio), e insieme è come “bloccato nella
sua falsità”, ciò “sia teoreticamente, sia praticamente”. Il mondo, per esso
quello dell’economia, è in un certo senso impenetrabile e imperscrutabile per i
singoli; in quanto tutte le loro pratiche, sono “incorporate al suo interno”,
ma nel loro insieme, in quanto pratiche divenute collettive, “a loro volta
cooperano a costituirlo”.
Allora, per Adorno, la ‘vita retta’ si definisce solo in
negativo, come resistenza alla ‘vita falsa’. Ed è falsa la vita non quando
appare tale per rispecchiamento ad un “regno del vero, del bello e del bene” (contemplabile
grazie ad un metro esterno e atemporale, da riconoscere ed applicare alla
realtà collettiva), ma per un movimento
immanente della critica, che mobilita delle possibilità “sempre esistenti
ed insite ad essa”.
Bisognerà focalizzare dunque il complesso concetto di critica immanente, per comprendere in
che modo la lettura di Adorno (e di Marx) della Jaeggi pensi di uscire da
questo denso cespuglio di problemi.
Il negativismo cui la filosofa tedesca pensa è
dialettico, dunque significativamente più “eticamente denso” del parsimonioso
negativismo della tradizione liberale, e pure della tradizione pragmatista
(alla Rorty, ad esempio). È anche qualcosa di più della semplice, pur
importante, prevenzione della crudeltà. Qui non si tratta solo di “non
ostacolare” (vedi la “libertà negativa”
di Honneth, nella prima parte de “Il
diritto della libertà”) ma di “rendere possibile”. Ed inoltre grazie a tale
mossa si può dire analiticamente almeno che
cosa una “società liberata” di cui pure non si possiede il progetto,
“impedirà oggettivamente di fare”. Ad esempio, essa impedirà di dominare e
schiacciare l’uomo nascondendosi entro pratiche sociali schermate come naturali.
Ma riproporre un approccio dialettico significa,
ovviamente, che in qualche modo “ciò che viene ricercato è già precostituito
nella realtà, non distaccato o presente solo quale utopia” (p.55). E’ la mossa
che Marx riprende da Hegel, cioè ciò che viene ricercato deve essere tratto
dalla normatività interna della società stessa.
Fin qui in sostanza si ripercorrono le orme di Honneth
(cfr “Il
diritto della libertà”, seconda parte), ma Jaeggi è più ambiziosa, intende
completare il percorso di fuoriuscita dalla filosofia del terzo quarto del
novecento. Non si accontenta di porre le premesse teoriche per riconoscere dei potenziali, in forza di
un’analisi interpretante le forme della libertà implicate nelle premesse di una
data società, ma di trasformarla.
Allora si pone il problema di definire come la “critica dell’ideologia”, che è co-fondata nella costituzione della
società, può aiutare un superamento
trasformativo dell’esistente portandolo verso una situazione nuova e
migliore (p.77). Insomma, più nessun TINA.
Si tratta di orientare la critica non solo alla
ricostruzione dei potenziali normativi inespressi (Honneth), ma in modo molto
più ambizioso, “piuttosto, mediante l’analisi dei problemi e delle
contraddizioni immanenti a una determinata costellazione sociale”, dirigersi “a
un’auspicata trasformazione dell’esistente”.
Ma cosa è una “critica
immanente”?
Intanto questa non muove dal riconoscimento di norme
(giuridiche o sociali) solo effettivamente esistenti, ma da norme giustificate
(siamo ancora su Honneth); ma inoltre “non si contrappone alla realtà con un
ideale prefabbricato” (Marx), né lo estrae, sviluppandolo piuttosto da
un’analisi della dinamica delle contraddizioni.
Dunque (p.81-2):
-
Muove da norme sempre inerenti una situazione
esistente; e che per essa sono
costitutive e sono razionalmente fondate (questa razionalità è una delle cose
da spiegare);
-
Non si chiede tanto
se la comunità ha perso il contatto con i suoi ideali (secondo un modello
ermeneutico), ma ricerca quei
rovesciamenti per cui norme efficaci ed operative in quanto efficaci generano
effetti contraddittori;
-
Ricerca quindi la contraddittorietà interna (come quella tra libertà e eguaglianza nella forma
del contratto, data la condizione delle società reali in cui si esercita), e ne
ricerca la condizione per cui essa è necessaria, non è casuale, e dunque le
norme non possono essere di fatto realizzate in modo non contraddittorio;
-
Quindi essa è trasformativa, punta a creare qualcosa di nuovo, non a ripristinare
uno stato;
-
Ma nel trasformare
opera necessariamente sia sulla realtà
sia sulle norme stesse, “la critica immanente, pertanto, è la critica di
una prassi a partire dalle norme (con le quali questa non concorda), e
sincronicamente la critica di queste stesse norme”.
Si tratta di avviare un processo di sviluppo e di apprendimento (che ha anche la forma
di un problem solving) che opera su
contraddizioni pratiche e non meramente logiche una “negazione determinata”
(Hegel). È dunque, in certo senso, una “riformulazione pragmatista del modello
hegeliano”, in un processo fallibile e orientato al “sempre meglio”.
Dunque questa è una “critica immanente”, ma cosa è una
“ideologia”?
Nel suo saggio del 2008 Jaeggi la definisce come un
insieme di idee interrelate che nascono sempre in un determinato contesto
sociale e che, in qualità di sistema di convinzioni, ha conseguenze pratiche.
Queste idee operano praticamente ma al contempo ed a loro volta non nascono da
nulla, ma da pratiche sociali. Sono, in qualche modo “il mezzo attraverso il quale i rapporti di dominio penetrano nelle
teste delle masse” (p.63), rendendolo ovvio.
Dunque la “critica delle ideologie” (immanente) è
“svelare le circostanze che permettono al dominio di imporsi”. E lo fa mettendo
sempre in correlazione analisi e critica.
Le ideologie si manifestano come una sorta di “falsa
coscienza necessaria”, indotta
socialmente e non consapevolmente, co-fondata nella costituzione della società.
Un esempio che fa è il carattere ideologico, nella società capitalista ad alta
ineguaglianza del suo (e del nostro) tempo, che gli ideali di libertà e
uguaglianza (in sé non negativi) esercitano quando vengono applicati al
contratto di lavoro stipulato tra parti formalmente libere ed eguali sotto il
profilo della legge (o dei “diritti”). Nella pratica concreta la libertà è
costretta dalla realtà dei rapporti di dominio derivanti dalla piena libertà di
esercizio della forza (economica) che non è casuale ma indotto
sistematicamente. E sistematicamente costitutivo della società. Ma è decisivo
notare che l’ideologia della libertà e dell’uguaglianza è essa stessa un
fattore, ed originario, della costrizione e della creazione dell’ineguaglianza.
Cioè è funzionale e produttiva del tipo di società e dei suoi output
desiderati. Dunque gli ideali normativi, qui, non sono affatto “non
realizzati”, lo sono e pienamente, ma proprio
nella loro realizzazione sono rovesciati e determinano una nuova forma,
nascosta, di illibertà e sfruttamento.
Si può seguire il dibattito che segue alla sconfitta
del Sud nella guerra di secessione Americana, quando la liberazione degli
schiavi, nelle condizioni dell’invasione del capitale del nord (e dei suoi
imprenditori, più o meno sfrontati), per un non breve periodo aumenta e non
diminuisce il saggio di sfruttamento degli ex schiavi, divenuti braccianti
poveri formalmente liberi.
Cambiare la situazione in effetti li cambia.
Contemporaneamente modifica la situazione e le idee.
Nel saggio del 2013, “Cosa c’è (se c’è) di sbagliato nel capitalismo?”, che risente del
mutato clima, cerca di andare oltre ed individuare un piano di critica che
appartenga specificamente al capitalismo
come ordine economico e sociale; ovvero quell’ordine che ha fatto
seguito al feudalesimo e nel corso del XVIII e XIX secolo è via via divenuto
dominante sul piano mondiale, in particolare grazie alla industrializzazione,
la tecnologia e la concentrazione dei capitali, e dotato dei seguenti cinque
elementi:
-
La proprietà privata dei mezzi di produzione e la separazione tra i mezzi ed i produttori,
-
L’esistenza di un mercato libero del lavoro,
-
L’accumulazione del capitale,
-
La tendenza ad usarlo in vista del profitto e non dei
bisogni, a potenziale detrimento
di un suo uso volto garantire la sussistenza,
-
L’utilizzo del mercato come meccanismo di
coordinamento per l’allocazione e
distribuzione dei beni.
Questo assetto si può in linea di principio criticare
su tre profili:
1-
Dal punto di vista funzionale, in quanto disfunzionale e soggetto a crisi;
2-
Dal punto di vista morale, in quanto fondato sullo sfruttamento e su forme di ingiustizia
che produce lui stesso;
3-
Dal punto di vista etico, in quanto la vita che la forma capitalista seleziona
è “cattiva” (ad esempio è “alienata”, che è il tema della Tesi di dottorato
della stessa Jaeggi con Honneth, “Alienazione”).
Cioè è una “vita impoverita, senza senso, vuota; vengono annichilite le
componenti essenziali per poter condurre una vita umana soddisfacente, felice
e, soprattutto, ‘veramente libera’”.
Chiaramente tutte e tre le strategie argomentative
sono ben presenti nell’opera di Karl Marx.
In primo luogo lo è la tesi del deficit funzionale,
che prende la forma dell’essere il capitalismo strutturalmente soggetto a
crisi, a causa di un ciclo determinato dalla forza della caduta tendenziale del
saggio di profitto (e delle sue controforze), e dalla tendenza alla
pauperizzazione.
Ma si può dare anche una critica non marxista, nella
direzione della “tragedia dei beni comuni”, quindi della incapacità del mercato
di distribuire alcuni tipi di beni pubblici.
L’obiezione che si può in linea generale, al di là
della validità di una o l’altra direzione, avanzare a questo genere di critiche
è che qualcosa funziona sempre in
funzione di qualcosa. E non è chiaro a cosa il capitalismo in quanto tale debba servire (p.100). Dire
che il capitalismo ‘mina se stesso’ ed è ‘contraddittorio’, dunque potrebbe
essere esposto all’obiezione di fondere due aspetti che non sono reciprocamente
coerenti: il capitalismo è autoprogrammato per la crescita locale del capitale,
non per una o l’altra distribuzione, eguale o ineguale, o per la sostenibilità
futura. In altre parole, le distribuzioni sono effetti ‘essenzialmente
secondari’ (Elster) e il capitalismo del futuro non si occupa. Anche se ciò
fosse vero la contraddizione continuerebbe ad esistere, ma non nel capitalismo
in quanto tale; esisterebbe in qualche modo nel sistema sociale al quale esso è
embricato.
Forse per criticare questi aspetti si deve allora fare
uso di una diversa logica. Questa osservazione della Jaeggi, circa la
compresenza di giudizi di valore in ogni analisi funzionale, in base alla quale
ogni diagnosi di non-funzionalità poggia implicitamente sull’assegnazione di
criteri che non possono essere desunti meramente dall’oggetto, esita infatti nel
giudizio che ogni critica funzionale “è sempre già connotata in senso
normativo” (p.99).
Per fare qualche esempio, l’accusa di Stiglitz,
secondo il quale il capitalismo finanziarizzato e contemporaneo, con la sua
globalizzazione asimmetrica, produce di per sé ineguaglianze distributive che minano la sua stessa capacità di
produrre valore aggregato, o quella di Keynes, che gli sprechi delle risorse
umane e materiali sono effetto di malfunzionamenti non necessari, incorporano
inavvertitamente il giudizio normativo che il capitalismo deve aumentare il
valore socialmente disponibile aggregato,
o che un sistema economico che lascia inerti dei potenziali è sbagliato (dal
modo di presentare la diagnosi di Keynes si vede benissimo che si tratta, al
fondo, di un giudizio morale, come per Hegel con la povertà, tutti questi
critici sono indignati dallo
spettacolo).
Quindi ne discende che “le crisi funzionali del
capitalismo sono sempre anche delle crisi normative”; questo è probabilmente il
vero motivo per cui ci sarà sempre qualcuno che ad ogni critica funzionale, per
quanto ben costruita e inattaccabile sul piano logico e dotata di ben costruiti
esempi fattuali, non si lascia convincere. Qualcuno, cioè, che non è affatto
indignato dallo spettacolo (anche se magari non lo confessa).
In definitiva una critica funzionalista (per lo più
tutte le critiche da parte economica, di tutte le scuole “eterodosse”), anche
se disvela una problematica sistematica e specifica, dipende da uno sfondo
normativo implicito proprio nel punto in cui diagnostica come “problematica” la
questione sollevata. Ma al converso non si può avanzare una critica normativa,
senza avere un qualche sfondo “materiale” che emerge necessariamente da
considerazioni di tipo funzionalistico (ad esempio la ‘questione ambientale’,
che è normativa e funzionale in modo inseparabile).
Restano le altre due dimensioni di critica,
analiticamente distinguibili (anche se sempre compresenti): quella “morale”,
relativa alla giustizia, e quella “etica”, relativa alla vita buona. Una
distinzione su cui si è a lungo esercitato Habermas (cfr “Teoria della morale”, 1991) e che, però, Jaeggi
tende a dissolvere. Entrandoci dal lato del problema della “alienazione” (che è
un tema di “vita buona”), anzi, si inverte la polarità, e dalla priorità del
giusto sul bene si passerebbe all’opposto.
Dal punto di vista morale comunque la critica è
fondamentalmente orientata ad affermare che il capitalismo, per come funziona,
è basato sullo sfruttamento di differenze e si basa sulla riproduzione di una
struttura sociale ingiusta. In particolare sfrutta gli individui, sottraendogli
i frutti del loro lavoro, e la natura, depredandola e impoverendola.
Sul piano della strategia argomentativa in quanto tale
sorgono anche qui dei problemi: da un lato il concetto “spesso” (Williams) di sfruttamento, intuitivamente plausibile,
non sembra proprio essere individuabile come caratteristica specifica del
capitalismo. È del tutto palese che esiste, ed anche in forma massiva, anche in
altri ordinamenti sociali, anzi in tutti, dove più dove meno.
D’altra parte, e per questo motivo, la trattazione
dello sfruttamento condotta da Karl Marx va oltre, e inquadra il tema in modo
tecnico-analitico, individuando uno specifico
funzionamento del sistema capitalistico. Insomma, il capitalismo ha un suo modo di mettere in essere lo sfruttamento.
Ma nel fare questa mossa Marx (e lo dice chiaramente) lo neutralizza anche sul piano morale.
Sul piano del senso comune si definisce
“sfruttamento”, quando in un rapporto si è in presenza di un sistematico
squilibrio di potere che viene utilizzato per distorcere il rapporto di scambio
e coercire una parte, riducendola a strumento dell’altra (reificazione in un senso comune, cfr l’analisi e critica di Honneth
in “Reificazione”).
Marx va però oltre questa definizione comune (pur
avendo sotto gli occhi lo spettacolo di forme alla Dikens di questo, “Oliver Twist” è un romanzo del 1838) e cerca
di mostrare che lo sfruttamento è una
forma sistematica del capitalismo, e questo lo esercita in una forma sua
specifica. Lo sfruttamento è incorporato nell’appropriazione del plus-valore
(che l’obiezione marginalista nega in radice), che è determinata dalle
circostanze che si danno nella produzione. Dunque lo sfruttamento non è affatto
una rapina, ma, come concetto tecnico-analitico, non implica neppure uno
scandalo morale. È più semplicemente un modo di funzionamento (riconosciuto
anche da David Ricardo), condizione della sua stessa esistenza. Lo stesso Marx
riconosce il punto quando afferma che il modo di produzione capitalista non è ingiusto in sé. Come abbiamo visto
nella ricostruzione di Merker (qui),
nel VIII cap. del Primo Volume de “Il
capitale” Marx descrive lo scontro tra lavoratore e datore di lavoro per
l’appropriazione del surplus come uno scontro di “diritto contro diritto,
entrambi consacrato dalla legge dello scambio delle merci”, tale da far
decidere la forza, come dice: “tra diritti eguali decide la forza”. Lotta, sia
bene inteso, tra le classi e non tra gli individui, perché qui non si tratta
affatto di buona o cattiva volontà di qualche individuo, ma di una costrizione
sistemica. È la creazione come ‘merce’ del frutto del ‘lavoro’ (due termini
densamente connotati nella teoria del nostro) e la ‘libera concorrenza’ che
deriva dal sistema generale a “fa[r] valere le leggi immanenti della produzione
capitalistica come legge coercitiva esterna nei confronti del capitalista
singolo” (Merker, p.112).
Ecco che qui si esce dal giudizio morale, dal metterla
come un “furto” (Proudhon). Si tratta invece di una morfologia storico-sociale
che deriva da un processo anonimo di autovalorizzazione che ha carattere
oggettivo, del tutto indipendente dalle volontà individuali dei protagonisti di
ogni singolo rapporto. Dipende interamente, e per questo quello è il livello
dello scontro, dalla situazione oggettiva delle classi sociali per come si sono
storicamente configurati i rapporti di produzione. L’antinomia su cui poggia
(una dimensione sia spirituale sia materiale) è che mentre “la produzione ha
carattere sociale, collettivo, il plusvalore nato dalla produzione
[capitalista] si muta in proprietà privata del capitalista” (Merker, p.122). E’
questo movimento molecolare che determina la simmetria osservabile, empirica e
analitica, per la quale la concentrazione dei capitali fa anche crescere la
massa della miseria.
Apparentemente questa famosa diagnosi è contraddetta
dal successivo movimento della storia, ma (cfr es. Piketty, “Il
capitale del XXI secolo”) in effetti c’è una simmetria tra le fasi di
crescita della ineguaglianza, e riduzione dei ceti medi, e quelle di
concentrazione del capitale.
Tornando alla Jaeggi, dunque in sé il sistema non è ingiusto. Ma d’altra parte indiscutibilmente
per Marx al di sotto della formalità dei rapporti legali, definiti dall’istituto
del contratto, i rapporti capitalistici implicano dominazione e coercizione.
La critica si muove quindi sul piano “etico”, ovvero
al livello dell’intera ‘forma di vita’ del capitalismo. Cioè al livello della
struttura sociale che determina una forma impersonale, praticamente invisibile,
di dominazione; non è criticabile la sottrazione del plusvalore (proprio
peraltro di ogni società organizzata) che nei termini dei suoi criteri di
giustizia (la forma-contratto tra individui isolati) è incontestabile, ma
l’intera forma di vita che si genera necessariamente nel modo di produzione
capitalista. E lo è in base alla sua “mancanza di eticità (nel senso
hegeliano)”.
Dunque bisogna rivolgersi ad esplorare un piano di
critica “etico” del capitalismo. Su questo livello il punto diventa riconoscere
che il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è
separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il
mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina
una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota”
(p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung),
l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da
Sombart in “Il
capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia
del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità,
avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Si può
leggere Benjamin nel frammento “Il
capitalismo come religione”, o Mauss in “L’economia
del dono”, o “La
nozione di persona”, o Sahlins in “Un
grosso sbaglio”.
Come dice la Jaeggi: “il fatto di concepire le cose
come alienabili, intercambiabili e sostituibili con altri beni (e rispetto al
medium comune del denaro) genera una concezione assai peculiare degli oggetti,
delle relazioni e delle capacità” (p.113). Ma il capitalismo, specificamente ed
in modo caratteristico (lo dice Benjamin), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e
nasconde il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva alla
forma religiosa per la gente comune nel medioevo (cfr. Charles Taylor, “L’età secolare”) nessuno che sia
immerso in questa forma (anche essa in qualche modo religiosa) è in grado
neppure di vedere e concepire una qualsiasi alternativa ad essa.
Questa è la “metaragione” per definire sbagliato il
capitalismo alla quale al termine fermerà la sua indagine l’autore.
Ci sono dei piani problematici in questa linea di
critica:
-
Il primo è che non è chiaro se si sta criticando la
modernizzazione o il capitalismo,
è questa una distinzione difficile (perché i due movimenti sono coestesi), ma
l’autore sembra ritenere che il secondo sia una forma più specifica entro il
grande movimento della prima. La modernizzazione ha principalmente a che fare
con il “disincantamento” del mondo, che implica uno sradicamento dalle forme di
inclusione comunitaria e sottoindividualizzazione ad essa connessa e insieme
quell’enorme movimento plurisecolare di distacco dalle forme religiose che è
descritto magnificamente da Taylor nel “L’età
secolare”. Ma, guardandola da un altro lato Benjamin ci invita a sospettare
che “il capitalismo – come va
dimostrato non solo per il calvinismo, ma anche per gli altri indirizzi
cristiani ortodossi – si è sviluppato in
occidente in modo parassitario sul cristianesimo, in modo tale che
alla fin fine per l’essenziale la storia di quest’ultimo è la storia del suo
parassita, il capitalismo”, cioè, in termini aforistici “nell’età della riforma il cristianesimo non ha favorito l’emergere del
capitalismo, ma si è trasformato nel capitalismo”. Modernizzazione e
capitalismo sono, insomma intrecciate sia sul piano storico, sia su quello
genetico (del resto era, questa, anche una tesi di Marx, arbitrariamente
interpretata come una necessità), ma non coincidono pienamente. Né, come
si può dire, hanno lo stesso valore.
-
Non distinguere
tra i due movimenti, pur intrecciati, rischia di portare una critica per sua
natura ambivalente ad eccedere in
direzione della nostalgia. Anche se l’oggettivazione dell’economia (Taylor in “Gli immaginari sociali moderni”, cap.
5) e la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”
(Benjamin), producono dipendenza, sono anche
forme di libertà. La sostituzione del principio dell’efficienza a quello della
gerarchia fondata su ruoli socialmente densi (ma anche “appiccaticci”) è un
altro tipo di ambivalenza. L’idea di vivere la ‘propria’ vita indipendentemente
dagli altri, è in senso proprio una finzione ed un inganno, ma è anche un principio etico non liquidabile
semplicemente (la libertà come scelta). Non a caso Honneth intitola alla
libertà il suo libro.
Qui nasce il tentativo di definire una critica
complessiva del “capitalismo come forma
di vita”, che muova simultaneamente
sul piano funzionale, morale ed etico, viste come sue ‘dimensioni’.
L’argomento (che è oggetto del saggio di due anni dopo), muove da carenze
etiche (come le condotte strumentali, l’avidità cieca incorporata nella spinta
all’autovalorizzazione del capitale in quanto tale), per individuare in esse
delle autocontraddizioni rispetto alle premesse morali (ad esempio rispetto
alle promesse di libertà e di autonomia), e identificare specificamente queste
carenze e contraddizioni in un intreccio di specifici “disturbi funzionali”,
che a questo punto si possono identificare come “irrazionalità ed errori”.
In altre parole noi non vogliamo vivere in questo modo
non perché abbiamo delle tradizioni, cui siamo legati o immersi, che soffrono
il confronto, ma perché questo modo di vivere è connesso a deficit funzionali e
contraddice i principi morali ostacolando ad un tempo i processi di
apprendimento collettivi.
![]() |
| Rahel Jaeggi |
Nel saggio del 2015, su questa linea Rahel Jaeggi
cerca di individuare una linea che non accetti né il liberalismo neutrale, né
una teoria perfezionista accusabile di paternalismo (o “comunitaria”, come
quella di MacInthyre, che vedremo) e accetti di dibattere sulle forme di vita
sulla base di “buone ragioni”.
Queste buone ragioni sono legate “a una certa
concezione della critica immanente focalizzata sui problemi e orientata sulle
crisi” (p.121).
Ma a questo punto bisogna cercare di capire meglio
cosa si possa intendere in questo contesto per “forma di vita” (lebenswelt), che è uno dei termini imprestati da
Husserl alla teoria comunicativa di Habermas. Ai fini del discorso di Jaegge il
termine si riferisce ad un ordinamento della coesistenza tra gli uomini che è
creato da assetti culturali e include pratiche ed orientamenti privilegiati. Ma
anche materializzazioni istituzionali di queste pratiche. Si va dalle organizzazioni familiari, ai sistemi legali,
fino alla architettura, alla forma urbis, alla moda.
Chiaramente le “forme di vita” includono la
riproduzione sociale e culturale della vita umana, la forma della
socializzazione che i bambini assorbono crescendo e dalla quale non si può
uscire con un semplice atto di volontà. La sua definizione sintetica è “fasci inerti di pratiche sociali”, dove
il termine più importante è “pratica
sociale”. Si tratta di cose come organizzare una cena, fare la spesa, dare
un esame: concernono insieme se stessi, gli altri e il mondo materiale.
Sequenze di azioni con un carattere ripetitivo o abituale, che una volta
appreso viene ripetuto in modo semiautomatico; uno schema. Ma concepibili ed
eseguibili solo sullo sfondo di una comune sfera di senso socialmente costituita
(andare a “fare la spesa” in un Potlatch descritto da Mauss avrebbe conseguenze
inattese).
Dunque, le “pratiche sociali”:
-
Non sono sempre
intenzionali, sono schemi in cui agiamo e che sono costituiti dalle azioni che
rendono possibili,
-
Non sono semplici “fatti”,
ma vanno comprese e decodificate come applicazione dello schema “fare la
spesa”,
-
Sono regolate da
norme (sociali e giuridiche),
-
Sono dotate di un
fine (un telos).
Un insieme di tali pratiche variamente connesse è una
“forma di vita”.
In una “forma di
vita”, cioè, un fascio o set di pratiche non chiuso, e reciprocamente
connesso, opera fino a che una di esse non viene interrotta da qualche
“fallimento” che la obbliga a risistemarsi, portandola in evidenza (qui si
intravede una mossa habermasiana).
La critica delle “forme di vita”, possibile in quanto
comunque creazione umana, si appoggia quindi sul loro essere anche relazionate
a qualche norma che si può riconoscere con l’opportuno lavoro di
interpretazione e analitico. Queste norme non sono meramente convenzionali, ma
dirette ad uno scopo della pratica, sono quindi norme “etico-funzionali”
(p.129).
E in quanto tali sono in qualche modo esercizi di
problem solving della specie. Criticarle non deve significare quindi retrocedere
su piano funzionale; la soluzione della “libera associazione dei produttori”
preconizzata da Marx cerca ad esempio di risolvere il problema determinato dal
‘lavoro alienato’ senza rinunciare ai suoi effetti liberatori connessi con il
progresso tecnologico e la divisione del lavoro.
Ma si affronta e si cerca di risolvere di volta in
volta solo ciò che è identificabile, storicamente e culturalmente e non
naturalisticamente, come “problema”, come direbbe Habermas “in moneta di
piccolo taglio”. Inoltre una cosa si presenta come problema solo entro una
“forma di vita” situata e istituzionalizzata, e non si presenta mai nella forma
astorica di un “semplice bisogno”.
Dunque la posizione della critica ricercata “abbandona
il terreno proprio dell’etica, per entrare in quello dell’analisi dei fasci
inerti di pratiche in base alla normatività della loro posizione nel quadro di
un processo storico di problem solving”
(p.138).
Riprendendo termini pragmatisti (Dewey), come peraltro
fa Honneth, la Jaeggi perviene quindi a proporre che “le forme di vita riescono quando vengono intese come il risultato di
processi riusciti di accumulazione di esperienze (o come un processo di
apprendimento), e quando promuovono una ulteriore accumulazione”. La
questione decisiva è se, nell’ambito di processi di problem solving continui,
che muovono da “problemi” di volta in vola emergenti, la più complessiva “forma
di vita” (come “fascio di pratiche”) sia capace di apprendere o approfondire
l’esperienza in una dinamica trasformativa.
Volendo riassumere la critica muove quindi sempre dalla
crisi, dal fallimento e dal set di “problemi” che emergono in questo contesto
e, lungi dall’essere parternalista o venire da una posizione esterna, è il
catalizzatore di un processo storico di ulteriore problem solving.
Da ultimo nel saggio “Economia in senso lato e la critica del capitalismo” tutta questa
complessa costruzione, che dialoga strettamente con i dibattiti (e gli
interdetti) della cultura filosofica contemporanea allo scopo di rivitalizzare
una credibile e non contraddittoria linea di critica interna, viene ad
attaccare direttamente la riduzione condotta dalla “seconda generazione” della
sfera economica a sfera specializzata, in qualche modo sottratta alla critica
in quanto tale. È quella che chiama la mossa
della “scatola nera”. Mentre nella prima generazione Horkheimer e Adorno,
come Marcuse e Benjamin, intesero l’economia in “senso largo”, ricercando le
modalità di intrusione della “forma merce” in tutte le dimensioni della vita
(seguendo la
tesi di Lukacs del 1923), ma paradossalmente ne ebbero una visione
ristretta (p.143) la seconda con la tesi della “colonizzazione del mondo della vita” consolida questa mossa e sottrae
la sfera economica al raggi della critica. Questa si esercita ormai solo sulle
“invasioni” dell’economico in ambiti della vita che dovrebbero essere
diversamente organizzati. Si tratta di una classica mossa “socialdemocratica”
(ovvero riformista, come dice la Jaeggi) ma nel contesto degli anni ottanta e
novanta in cui viene progressivamente messa a punto finisce per enfatizzare il
momento della indipendenza dell’economico (come gli viene rimproverato
anche da Streeck). L’approccio fortemente classificante e differenziante di
Habermas, distingue sfere reciprocamente autonome (l’autonomizzarsi essendo
visto come effetto della divisione del lavoro con la ripresa di una tesi
weberiana). E l’economia è confinata ad una sfera non-normativa retta da una
propria logica.
Al più rimane quindi la strada dell’addomesticamento.
Qui veniamo al
punto politico; la stessa Jaeggi,
nel dire che non vuole rilanciarlo evoca la questione dell’alternativa tra
“riformismo” e “radicalismo”, volti rispettivamente a disciplinare o
trasformare il capitalismo o a superarlo. E di seguito, avanza il sospetto
(mettendolo prudentemente nella bocca di altri) che la “teoria
dell’addomesticamento del capitalismo sia inadeguata – non soltanto a causa
della nostra attuale e reale impotenza di fronte agli imperativi economici, ma
anche per ragioni sistematiche” (p.144). Essendo “diventato indifendibile” il
“legame storico tra capitalismo e democrazia”, si stanno sviluppando approcci
di economia critica, e di critica normativa (Honneth), che necessitano di
“aprire la scatola nera” e concepire del tutto l’economia come parte
dell’ordinamento sociale, in quanto tale fallibile e criticabile a partire dai
suoi fallimenti.
Le “pratiche economiche” che vanno quindi poste sotto
osservazione, considerandole comunque come aggrovigliate a fasci inerti di
altre pratiche, sono:
-
La proprietà,
intendendola non solo come fascio di diritti, ma di pratiche sociali
riconosciute ed interpretate attraverso norme giuridiche, connesse a cosmologie
e metafisiche. Cosa si può possedere, cosa scambiare, a chi è concesso?
Prendiamo il caso degli “uteri in affitto” (qui
nel caso Vendola), “cosa è una cosa” e cosa significa essere una “persona”?
-
Il mercato e lo scambio, si può attivare per reciprocità, per mezzo della
complessa metrica del dono (che non è del tutto distinto), o attraverso un
medium sul quale già Aristotele (nell’Etica
Nicomachea, riletta utilmente da Marx) si interrogava.
-
Il lavoro e la produzione, il lavoro non è un evento nudo di interpretazioni, ma
una pratica la cui stessa esistenza è da sempre collocata entro una struttura
sociale e normativa di riconoscimento. Si forma in quanto tale sempre entro
istituzioni sociali specifiche, e quindi non è neppure semplice “contratto”.
Questo approccio dissolve in pratica la distinzione
che Habermas va a prendere da una parte in Husserl e nella tradizione
ermeneutica e dall’altro nella teoria dei sistemi di Niklas Luhmann, tra “sistema e mondo della vita”, dove
l’economia sta nel primo. Concepire l’economia come un contesto di pratiche
sociali, significa accogliere la prestazione analitica affidata al “sistema”
(il coordinamento non intenzionale) senza tagliare con il bisturi le relazioni
con il tessuto generale delle “altre” pratiche e dei sistemi valoriali e
normativi. Qui la “quarta generazione”, prende con decisione le distanze dalla
“seconda”.
Il contenitore analitico che include a questo punto
tutto è quello di “forma di vita”,
che consente anche di superare lo schema struttura/sovrastruttura senza perdere
di vista la mutua dipendenza.
L’economia capitalista cerca in qualche senso sempre
di presentare se stessa come de-normativizzata, scorporata dai vincoli sociali,
e, in quanto tale, da essi indipendente. E la tesi di Luhmann sembra andare
proprio in questa direzione, ma la tesi dell’autore è opposta: “le attività in
gioco sono ancora pratiche basate su
norme, accorpate in istituzioni e coinvolte nel più ampio contesto delle forme
di vita – persino qualora si mostrino come delle pratiche ‘fallite’ da un certo
punto di vista”. Si può leggere utilmente a questo proposito Saskia Sassen
quando insiste sulle relazioni dei fenomeni della mondializzazione economica da
ambienti sociali “densi” (di saperi e pratiche) e da strutture istituzionali
(nazionali e sovranazionali) alle quali sono “embricate”, vedi soprattutto “Territorio,
autorità, diritti” del 2008.
Questo modo di presentarsi come de-normativizzata
(cosa su cui insiste in particolare quella compatta forma di ideologia che è
l’economia neoclassica contemporanea), è espressione dunque di un suo ethos
specifico, fondato sui miti delle preferenze razionali e della massimizzazione
dell’utile, ovvero dell’efficienza. Come è fondato su un ethos (come vede bene Taylor)
anche la dissoluzione dei rapporti etici sostanziali nel movimento
modernizzazione/capitalismo/industrialismo.
Riecheggiando la posizione di Benjamin (che, tuttavia
non cita) che abbiamo prima ricordato, questa linea dischiude la possibilità di
criticare la forma di vita del capitalismo come ordine sociale “irrazionale”,
che nasconde questa sua caratteristica naturalizzandosi.
C’è, in altre parole, qualcosa di sbagliato “in un
ordinamento sociale basato su un’etica che si nasconde e allo stesso tempo si
universalizza come ‘neutrale’. E sembra esserci qualcosa di sbagliato in
pratiche che non vediamo come pratiche, e che sono costituite in modo tale per
cui la loro artificialità (il loro ‘essere prodotte’) viene nascosta, come
accade nel caso di quelle forze economiche che, nel capitalismo, guidano le
nostre vite” (p.162).
Infatti in questo modo si chiude la possibilità di
apprendimento, e tutto si riduce ad un TINA (Non Ci Sono Alternative).











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