Nel
post “La
grande partita”, è formulata l’ipotesi che la possibile transizione
(incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama all’apparente
unilateralismo muscolare di Trump sia un sintomo di un sottostante largo
scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il
capitalismo anglosassone. C’è la possibilità che si sia ad un punto di
biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale
diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e
risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo
della semplificazione di ciò che è complesso, uno scontro tra diversi schemi di
espansione produttiva, commerciale e finanziaria.
Il
nucleo dello scontro è il capitale mobile
(quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica
autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in
particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei
identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare
l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un
potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi),
istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento,
discorsi e agenti (economici e politici).
Non
senza ragione molti dubitano che in campo ci sia davvero questa sfida.
Segnalando anche le molte relazioni personali del Presidente con il mondo
dell’alta finanza e di molti degli uomini scelti, individuano nelle retoriche
utilizzate per vincere, e nella strana coalizione sociale che le ha seguite,
solo una tattica, preludio ad un tradimento.
È
del tutto possibile, sul piano soggettivo. Ma ci sono forze ed esigenze più
profonde in campo; molti degli uomini stessi, e delle reti organizzative,
dell’alta finanza, e molti più fuori (in particolare nel settore
dell’industria, ma anche nell’amministrazione) sanno che questo assetto
globalista ed imperiale non può più
reggere. Precisamente che la globalizzazione sotto egemonia della finanza
erode costantemente le basi del potere economico, politico e militare
imperiale. Dunque l’interesse a breve termine sta andando in conflitto con il
destino a lungo termine. Ma, a ben vedere, va in conflitto anche con la stessa
sopravvivenza a breve termine, date le conseguenze sociali, la disgregazione,
l’immane distruzione di risorse umane, l’annientamento di ogni centro politico
in tutto l’occidente.
Torna,
dunque, il momento delle scelte.
Prima
di proseguire questo discorso, che richiederà molte letture per essere
radicato, prestiamo qualche attenzione al libro che Emmanuel Todd scrive nel
2002, “Dopo
l’Impero. La dissoluzione del sistema americano”.
La
tesi del libro, scritto da un sociologo e demografo francese che però ha una
formazione anglosassone (Cambridge) subito dopo lo schock delle torri gemelle, è
che l’America è in preda ad un ripiegamento narcisista che indebolisce in modo
decisivo le sue risorse egemoniche imperiali, dal lato della capacità di
proiettare un universalismo inclusivo ed egualitario, proprio mentre tutte le
altre basi di forza economica e militare sono sempre più insufficienti. Dunque che sia diventata ormai un problema
per il mondo.
Gli
USA, insomma, vivono di “tributi” che estraggono da clienti e subalterni nel
loro vasto impero, ma non sono più indipendenti, avendo negli anni novanta
‘scelto’ la strada della finanziarizzazione (in modo adattivo). Creano, dunque,
tensione artificialmente (e teatralmente, colpendo deboli con forze
sovrabbondanti, “colpendo l’uovo con il
sasso”, come scriveva Sun Tzu) per vendere protezione. ‘Predazione’ ed
‘oligarchia’ camminano insieme, perché entrambi sono figli della stessa
deformazione imperiale, che deve fondarsi sui protettorati necessari europeo e
giapponese, e sul controllo del rivale russo.
Il
demografo francese propone un modello esplicativo generale, costruito sulla
relazione tra processi di alfabetizzazione, demografici e crisi di
‘modernizzazione’. E propone una visione generale dell’orientamento
antropologico, fondato sulle forme di socializzazione storicamente sedimentate,
dei diversi paesi sull’asse “differenzialismo” vs “egualitarismo”.
Sulla
base di queste posizioni teoriche Todd vede nella ripresa della Russia (dopo il
rischio di dissoluzione degli anni di Eltsin), un paese dotato di una forma di
universalismo egualitario più potente, e individua nella sfida che l’Europa (se
volesse prendere la responsabilità di porsi come fonte di “regolazione
keynesiana” alternativa) potrebbe portare al dominio senza egemonia americano,
le ragioni della possibile uscita dallo stallo nel quale la potenza declinante
ha portato il mondo. È, in un certo senso, la struttura della mossa che Trump
sembra contemplare: ridurre il deficit americano mentre gli altri centri
regionali riducono il loro surplus, creare un sistema-mondo meno squilibrato,
in cui i più “vivano del proprio”, e quindi rendersi anche meno dipendenti dai
flussi finanziari mobili (che costantemente sviluppano una capacità di ricatto
verso la logica “territorialista” nazionale). Transitare in un più sostenibile
mondo multipolare (che non può significare che l’Eurasia si salda, perché in tal
caso gli USA resterebbero isolati, dunque non significa alleanza tra Europa,
Russia e Cina, e neppure tra queste ultime due).
Fin
qui l’argomento di Todd, che risente certamente dei tempi, e condivide con una
parte non piccola delle élite europee (scrivendo a dieci anni da Maastricht, e
sei anni prima della crisi finanziaria) l’idea che l’Europa, abbastanza
chiaramente in qualche rapporto con la Russia, potrebbe essere protagonista dei
futuri assetti egemonici mondiali. E’ quel che abbiamo più volte chiamato il sogno della semi-egemonia (cfr. la
tesi 8 in “Dieci proposizioni sull’Europa”).
Ma
per capire meglio il testo di Todd, che pur risentendo del clima degli anni in
cui fu scritto ha molti tratti interessanti bisogna tenere presente che con il
clima vengono anche alcune delle sue illusioni: come quella che l’Europa potesse
divenire un centro di regolazione keynesiana, fondato sulla domanda interna, mentre
la prevalenza tedesca affermatasi dopo il 2010 ha riportato in auge un approccio
fortemente “differenzialista”, quello della tesi 8, di tipo
mercantilista/coloniale, incapace di sviluppare autentica egemonia fuori del
circuito limitato dei clientes e soci, tra i quali vanno annoverati molti ceti
politici e mediatici. Al più questo
lascia spazio ad una ipotesi di saldatura tra centri imperiali tra il nord
Europa e la Russia (ventilata nell’ultimo
articolo di Caracciolo come possibilità e tentazione ma incompatibile con
qualsiasi grande strategia anglosassone) che ci potrebbe portare in luoghi
della storia molto pericolosi.
Al
netto di questa considerazione vale la pena di focalizzare la questione dei “tributo” (p. 82). La potenza americana
del dopoguerra si fonda su due aree di ‘protettorato’ (ed inizialmente di vera
e propria occupazione militare, progressivamente ristretta a semplici basi
permanenti per la protezione) nelle potenze sconfitte. Nel 1998 sono ancora
presenti all’estero 260.000 soldati americani, di cui 220.000 in basi di terra,
che sono interamente e generosamente pagati dai paesi ospitanti come
“partecipazione” alle spese, secondo una consolidata abitudine (le truppe di
Napoleone, ad esempio, quando erano all’estero invariabilmente vivevano delle
risorse locali, tramite requisizioni, razzie o tributi). Di queste 60.000 sono
in Germania e 40.000 in Giappone (ovvero il 40%), quindi 35.000 in Corea e
11.000 in Italia. Unendo tutti paesi sconfitti in qualche guerra (o aiutati) si
arriva a 180.000 uomini, oltre 2/3. In una prima fase, 1990-95, la caduta
dell’Urss aveva spinto per il ritiro, ma dopo il 1997 il deficit commerciale
americano è esploso e questo ha spinto a riportare all’estero i militari, le
due cose sono legate secondo l’autore. Bush aumenta le spese militari in tutto
il suo mandato, ma questo è solo un elemento. L’America ha un deficit
commerciale che all’epoca era superiore ai 500 Mld di dollari all’anno (ora è
cresciuto ulteriormente), questo significa che deve trovare il modo di pagare
le sue importazioni, dato che non lo può fare con le esportazioni.
Questo
elemento di banale contabilità di base, e dato che non si può come faceva
l’Atene imperiale, prelevare un phoros
per le spese comuni di difesa contro un nemico (i persiani), o condurre un
saccheggio di guerra sistematico come Roma, porta gli Stati Uniti a ovviare con
una varietà di mezzi indiretti:
-
Intanto vendono armi; ovvero esportano in modo costrittivo e altamente
opaco: 32 miliardi di dollari nel 1997, il 60% del relativo “mercato”.
-
Ovviamente non basta (il deficit nel 2000
è 450 Mld), quindi ci sono le rendite
petrolifere, controllate attraverso multinazionali del settore strettamente
intrecciate con la politica e considerate sincrone con l’interesse nazionale
(come, del resto la nostra).
-
E
infine, decisiva, c’è la moneta. Il dollaro riesce
normalmente a resistere ad un deficit persistente e continuato per decenni
(ovvero minore domanda di dollari da parte estera per acquisti commerciali,
rispetto alla necessità di cambiarli con altre valute, per pagare le
importazioni), senza deprezzarsi significativamente. E i tassi di interesse
sono tra i più bassi del mondo. L’equilibrio è interamente affidato ai flussi
finanziari liberalizzati, cioè al capitale mobile (tedesco, giapponese, cinese,
arabo) che affluisce dai paesi in surplus commerciale a quello in deficit,
comprando titoli. Buoni del Tesoro, azioni, obbligazioni, valori mobiliari.
In
sostanza gli Stati Uniti reggono in un equilibrio strutturalmente instabile per
effetto della vendita continua di beni di investimento con i quali proventi
pagano consumi. E i compratori si fidano in assenza di alternative anche perché
questo paese ha l’esercito e la capacità di distruzione che lo rende
indispensabile e non sfidabile; fino a che lo è.
Come
dichiarò il Segretario di Stato americano O’Neill all’epoca dello scandalo
Enron (che poteva spaventare gli investitori) l’idea della élite americana è
che “l’equilibrio dei conti esteri non ha più alcuna importanza”. Ma l’ex
ambasciatore Felix Rohatyn precisa anche il volume di questa “non importanza”:
1 miliardo di dollari al giorno di entrate finanziarie per pagare un corrispondente
deficit commerciale. Cioè gli USA devono vendere ogni giorno 1 Mld di titoli a
qualcuno per comprare le 16.000 macchine (o altri prodotti) europee e
giapponesi che importano.
Nel
1990 in questo modo i flussi di capitali verso gli Stati Uniti erano di 88 miliardi
di dollari, man mano che i deficit commerciale esplode, però, aumentano anche
questi, e il mondo si avvita nella globalizzazione finanziaria. Nel 2001 erano
diventati 865 miliardi di dollari. Questi flussi si sono anche spostati
progressivamente, da investimenti diretti negli anni novanta (anni di
ristrutturazioni aziendali e fusioni in grande stile), a Buoni del Tesoro nel
periodo intermedio e soprattutto azioni negli anni successivi al 2000 (c’è
stata la piccola bolla dei tecnologici).
Il
meccanismo, “in fondo molto semplice”, di questi “tributi” che il mondo paga
volontariamente allo squilibrio è connesso con l’aumento dell’ineguaglianza. I
capitali che si accumulano in mani incapaci di spenderli cercano di mettersi al
sicuro, la capitalizzazione in borsa negli USA cresce del 360% in otto anni tra
il 1990 ed il 1998 (in Giappone cala del 15%, ma altrove aumenta comunque di
valori vicino al 200%), entrando in quello che l’autore chiama (dopo la crisi
del 2001, ma prima di quella del 2007-8) “un miraggio”. E del quale annuncia un
crollo: “la scienza economica dovrebbe speculare, analizzare, prevedere: la
caduta degli indici di borsa, la sparizione di Enron, l’implosione della
società di revisione Andersen forniscono piste ed ipotesi. Per le banche
europee e giapponesi ogni fallimento americano si traduce in volatilizzazione
di attivi … un investimento massiccio negli Stati Uniti è l’annuncio di una
catastrofe imminente” (p.94). Una profezia, direi. “Non sappiamo ancora come e
a che ritmo gli investitori europei, giapponesi e altri si ritroveranno
spennati, ma accadrà”.
Secondo
la lettura di Todd il punto cruciale della storia recente, la svolta del
sentiero, si manifesta quando l’Unione Sovietica collassa, insieme ad essa
viene meno l’invenzione della guerra fredda (come dice Arrighi) che ha
consentito nel dopoguerra a diversi tipi di capitalismo (giapponese, tedesco,
svedese e coreano è l’elenco di un libro influente come “Il vantaggio competitivo delle nazioni”,
del 1990 del guru del marketing Michael Porter) di convivere calibrando
l’accettazione delle regole liberali. A quel momento si iniziò a concepire un
mondo in equilibrio e ci fu una breve fase di smobilitazione militare. Ma nel
primo quinquennio l’economia e la società russa continuò a disgregarsi, nel
1995 la produzione si dimezza, l’Ucraina, la Bielorussia ed il Kazakistan
diventano indipendenti, 75 milioni di persone. Dai 268 milioni di abitanti
dell’Unione Sovietica del 1981 (contro 230 degli Stati Uniti) ai 144 milioni
del 1995 (mentre gli USA sono saliti a 285. Una completa inversione
demografica.
Nel
1996 sembra ad alcuni allora che il vecchio avversario sia sul punto di
disintegrarsi. È questo il momento in cui alle élite americane si presenta “l’opzione
imperiale”, e il sogno di vincere definitivamente la “partita di scacchi”
(l’anno in cui appare “La grande scacchiera” di Brzezinski è il
1997). La globalizzazione finanziaria, che riduce anche la pluralità di
capitalismi all’unico modello anglosassone, accelera negli stessi anni, e i
flussi puramente finanziari verso gli USA esplodono da 60 a 271 Mld. Ciò
consente di distribuire consumi senza produzione, ovvero di “comprare tempo”
(Streeck) garantendosi insieme il consenso del sistema industriale (che vuole
pagare poco il lavoro, esternalizzando quando può e ricattando comunque), dei
lavoratori e delle classi medie (alle quali il sistema finanziario offre
l’alternativa al reddito del facile indebitamento).
Si
tratta di un abbandono al corso naturale delle cose, i decisori americani sono
“privi di volontà”, interamente catturati dal gioco miope e ravvicinato delle
lobby. Ovvero interamente piegati alla logica autoaccrescitiva del capitale. Questa
non-scelta univa il vantaggio di accontentare gli spiriti animali del capitale
(con cospicui vantaggi anche personali) e di garantirsi comunque il consenso. È
la famosa “terza via”.
Dunque
questa “classe dirigente priva di volontà” (p.118) porta il mondo e gli stessi
Stati Uniti su un sentiero pericoloso, mentre “un’opzione nazionale a lungo
termine sarebbe stata infinitamente più sicura”. La massa continentale del
paese e la concentrazione del suo sistema finanziario (alla fine limitato a
poche unità aziendali, sia pure enormi, e poche decine di migliaia di persone),
lo rendevano possibile e più stabile, ma bisognava concentrarsi sulla
regolazione della finanza, la protezione dell’industria, ed una politica
multilaterale basata su un riconoscimento reciproco (quel che altrove chiama
universalismo egualitario).
Meglio
abbandonarsi invece al corso degli eventi e trarne beneficio immediato, quindi
prendere la “china infinita” del deficit commerciale e l’opzione imperiale che
vi è strutturalmente legata. Ma questa ipotesi comportava un rischio: che i
rivali si riprendessero, lasciando l’America esposta in condizioni di debolezza
strutturale (ovvero impoverita e dipendente dai flussi finanziari che sono
volatili per loro natura). Come dice passando “da una posizione semi-imperiale
ad una pseudo-imperiale”.
Ma come si è arrivato a questo punto?
Brevemente,
nel 1945 (per la transizione dalla egemonia inglese rinvio ad Arrighi)
gli Stati Uniti si ritrovano in una posizione di assoluta preminenza, ad essere
insieme la fabbrica del mondo e la sua cassaforte e insieme avendo l’esercito
più potente. Per risollevare i vecchi centri e insieme controllarli, dirigendo
i flussi di capitale verso di loro nel mentre li rendevano dipendenti dalla
protezione garantita dal sistema militare-industriale cresciuto all’ombra delle
due guerre, ci fu “l’invenzione della guerra fredda” (e quel suo collaterale
che è il processo di unificazione europea al
suo inizio).
Entro
lo schema di ordine degli Accordi di Bretton Woods, e delle sue “istituzioni”
(FMI, OCSE, BM), avviene quindi la crescita ordinata e in certi termini
condivisa del dopoguerra; fino a che la contemporanea espansione delle spese di
protezione (e la guerra del Vietnam) e la crescente pressione di un sistema
industriale cresciuto in Europa (Germania, Francia, Italia, Inghilterra) e in
oriente (Giappone), portano in deficit contemporaneamente la bilancia
commerciale e quella pubblica USA.
La
centralità del dollaro nel sistema prevedeva la finzione della possibilità del
cambio in oro, e le riserve americane, pur ingenti, erano ormai palesemente
insufficienti ad onorare tale impegno nei confronti della enorme massa di
dollari detenuti all’estero sotto forma di riserve. In una condizione in cui si
vendevano ormai più merci di quante se ne comprassero dall’America
l’Inghilterra e la Francia posero la questione e questa ultima ruppe gli indugi
inviando un incrociatore a chiedere l’oro. La risposta, dopo una breve crisi
diplomatica di Nixon fu la sospensione (e poi cancellazione) del privilegio di
cambio in oro. Come ovvio l’incrociatore non sfidò le portaerei USA.
Dal
1971-73 esplode la turbolenza di cambi (alla quale l’Europa cerca di rispondere
con lo SME) e si espande enormemente la finanzia, di fatto ormai libera di
creare denaro dal nulla, nel sempre più complesso gioco ad incastri fuori delle
giurisdizioni.
Dopo
il 1989 gli USA restano senza avversario, e quindi anche senza missione, ma si
trasformano, come detto in nazione sempre più “predatrice”, vivendo di fatto
alle spalle del mondo intero. Il loro militarismo diventa “teatrale” e rivolto
a ricreare l’effetto della guerra fredda senza disporre più di uno sfidante
reale.
La
versione di impero che prende piede in questa circostanza è in qualche modo
simile al modello ateniese della Lega di Delo, in cui le potenze maggiori
fornivano navi e le minori denaro, il phoros. Alla fine, la protezione verso i
persiani si mutò in quella verso Sparta e l’accordo in una dittatura
democratica. Durante questa storia la stessa struttura sociale della città
egemone, e i suoi equilibri politici, mutarono, come accadde anche a Roma (in
modo più pronunciato) gli ingenti tributi crearono una ricchezza non derivante
dalla produzione, e il territorio più ricco dell’Europa del tempo, cominciò
inavvertitamente a declinare. Alla fine “una minoranza piena di ricchezza
dominava una popolazione proletarizzata” che viveva in sostanza dei benefici
dell’impero. Le classi sociali intermedie collassarono e la plebe fu nutrita e
distratta con sempre crescente difficoltà (p.62).
La
plutocrazia si contrappose a quel punto alla plebe senza quasi filtri tra le
due. Si tratta dello stesso processo, derivante allora come ora da una
globalizzazione politico-militare, che si sta manifestando e nel quale la
ricchezza, è il punto centrale, “non deriva da un’attività direttamente
produttiva ma da un effetto di dominazione politica sul mondo esterno” (p.73).
Questo
fenomeno si accompagna in qualche modo anche all’involuzione della democrazia:
oligarchia, proletarizzazione e disattivazione politica e predazione vanno
insieme (per un’analisi di parte della letteratura sulle trasformazioni della
democrazia nell’età neoliberale si può vedere l’ultimo post).
Il
problema è che gli Stati Uniti non hanno le risorse sufficienti a sostenere
questa sfida, né militari (il loro esercito di terra non riesce a combattere
contro avversari seri, e neppure a subire perdite senza che i prezzi politici
salgano in modo insostenibile) né industriali e neppure finanziarie. Hanno
ancora una posizione di relativo predominio, ma non sufficiente ad essere
l’unico egemone (per leggere una valutazione in parte diversa si può
confrontare il libro del 2015 di Joseph Nye “Fine del secolo americano?”).
Inoltre,
è una delle tesi del libro, l’universalismo
anglosassone è di tipo differenzialista, quindi inadatto a consentire una
proiezione di egemonia realmente globale. Gli americani, in sostanza, sono
orientati dalle loro esperienze e strutture sociali, nel “codice antropologico
iniziale” (che si radicano sino alla famiglia ed alla gestione delle esperienze
di parentela) a considerare gli uomini differenti gli uni dagli altri. Invece i
popoli che “hanno una struttura familiare egualitaria in cui i fratelli vengono
definiti come equivalenti – fu il caso di Roma, della Cina, del mondo arabo,
della Russia e della Francia nordorientale – tendono a considerare come uguali
gli uomini e i popoli” (p.97).
I
popoli in cui, viceversa, i fratelli non sono eguali – Atene, la Germania –
“non riescono a sviluppare una percezione egualitaria degli uomini e dei
popoli”. Tendono a separare il mondo nella loro percezione in superiori e
inferiori (notoriamente classificano, ad esempio, i popoli del sud -definizione
in cui c’è l’Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia – come “inferiori”).
Gli
anglosassoni sono una sorta di ibrido, ma si orientano verso il
“differenzialismo”, dunque un universalismo debole ed insufficiente a garantire
un’autentica integrazione. Il modo di trattare indiani e neri è un monito.
Ora,
in particolare dopo il “ripiegamento” degli anni duemila è chiaro che un impero
non può essere differenzialista. Per la stessa ragione alla insufficiente
egemonia tedesca in Europa mancherà sempre qualcosa.
Nel
2002, si cominciava a vedere che qualcosa non funzionava nel sogno unilaterale
americano: la Russia aveva ripreso una
sua capacità di coesione e si riaffacciava come potenziale controegemone,
almeno regionale sfidando la superiorità militare, in particolare nei teatri di
terra; il processo europeo rappresentava una sfida altrettanto forte.
La
Russia propone in sostanza all’Europa da fare da contrappeso alla forza
americana, in qualche modo offrendo protezione ad un costo inferiore, non
avendo bisogno di sostenere uno squilibrio tra produzione e consumi della
stessa entità. Inoltre l’universalismo russo, per il quale tutti gli uomini
sono eguali dalla nascita, è del tipo capace di espansione generale e non
allontana le minoranze (p.143).
Senza
che la Cina entrasse nel suo radar (anche se alla data stava crescendo,
accelerando, da venti anni) Todd inquadra l’altra sfida egemonica essenziale
nella stessa Europa, che si è dotata di un’arma contro il principale fattore di
potere ed equilibrio americano sin dai primi anni novanta: l’euro. Una moneta
chiaramente progettata con un occhio a questa sfida di potenza (e l’altro al controllo dei subalterni,
siano essi paesi del sud o classi lavoratrici, da parte del “differenzialista”
maggiore, la Germania).
Per
l’autore l’Europa ha una potenza economica (siamo prima del declino relativo
avviato con la grande crisi del 2008) in grado, se organizzata dalla coppia
franco-tedesca, di sfidare nel medio termine quella americana, diventata per lo
più da protettrice del mondo sua predatrice.
Ma
per “infrangere il sistema americano”, oltre all’alleanza con la Russia, ci
vorrebbe una “maggiore concertazione economica tra le nazioni europee” (che si
aspetta dall’euro) e la nascita di un bilancio comune. Se questo non sarà “l’euro
scomparirà”, ma se fosse potrebbe sfidare l’unica reale funzione residua e
ragione di essere della priorità americana, il suo ruolo di consumatore di
ultima istanza. Cioè il ruolo di “regolatore keynesiano della domanda”.
Come
noto dall’osservazione di questi ultimi anni l’Europa ha scelto la strada
opposta: di vivere della domanda americana, cioè di esportazioni, accettando il
ruolo subalterno disegnato dal finto egemone americano.
Ha
scelto di contrapporre alla domanda gonfiata dal debito verso l’interno e
attrattiva di investimenti dall’esterno americana la simmetrica politica di
austerità, rivolta a proteggere i creditori tedeschi (e francesi).
Un
francese avrebbe potuto prevederlo.

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