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mercoledì 7 giugno 2017

Riletture: le trasformazioni della democrazia


Ogni tanto può essere utile rileggere e ricucire qualche libro letto. In questo caso ripercorreremo un testo esemplare (come altri che pure abbiamo letto, ad esempio quelli di Giddens) della fase di sistemazione neoliberale resa egemone a partire dagli anni ottanta e novanta (ma radicata nei dibattiti dei cinquanta e sessanta), come quello di Majone e La Spina “Lo stato regolatore”, del 2000. Quindi, per focalizzare la questione dello sviluppo e della funzione delle democrazie (ovvero delle diverse ‘forme democratiche’) potrà essere utile rileggere il famoso testo di Manin, “Principi del governo rappresentativo”, del 1997. La piena manifestazione della crisi, della quale abbiamo parlato anche nella rilettura sulla “crisi politica”, potrebbe essere descritta (oltre che dai libri, datati tra il 2000 ed il 2008, di Crouch e Rosanvallon di cui abbiamo dato conto nell’altro post) dal testo di Peter Mair del 2103 “Governare il vuoto”.

A questo punto, conclamata la crisi della politica democratica che soffoca nel vuoto, alcuni testi recenti possono dare l’idea della dispersione dei temi e dei dilemmi contemporanei (in attesa di affidare ad un’altra “rilettura” il dibattito sul ‘populismo’) sono: un libro di Calise, il cantore del governo elitario, “La democrazia del leader”, del 2016; un libro molto più problematico di Ignazi, “Forza senza legittimità”, del 2012; e il libro denuncia di Marco Revelli, “Dentro e contro”, del 2015.



 Non è mai facile fare uno schema sintetico di snodi così complessi, gli elementi che mi paiono tra i più rilevanti da ricordare sono:
    - il potenziamento, a partire dalla liberazione nel 1971 degli spiriti animali del “capitalismo” (ovvero del capitale mobile e della sua logica, in quanto strutturalmente contrapposta a quella “territorialista” degli insiemi nazionali, qualunque sia la loro forma di governo), della capacità di ricatto connessa con la globalizzazione.
  - l’ambiente tecnologico nel quale si svolge la scena, con la sua potentissima capacità di disintermediazione (i cui impatti politici sono, ad esempio, ben focalizzati da Nadia Urbinati in diverse sue opere, come ricordato).
   - il riemergere della funzione di protezione degli assetti distributivi esistenti della democrazia, interpretata come cancello del giardino padronale; cosa particolarmente consona ad una fase in cui (come altre volte nella storia) gli spostamenti egemonici intra-capitalisti hanno favorito la finanza e quindi la concentrazione in mani di pochi della ricchezza.

La politica diventa quindi oggi soprattutto dispositivo di protezione delle pre-distribuzioni in favore del sistema sociale “denso” (termine di Sassen e particolarmente appropriato) costituito nelle “città globali” ed in altri limitati non-luoghi delle reti, in particolare ma non solo da alcune mega aziende, strutture di consulenza (poste allo stesso livello funzionale), reti professionali e tecniche, centri di ricerca e di produzione intellettuale, media, ed ovviamente politici dediti per lo più all’interessante gioco delle “porte girevoli”. 



Il ‘lavoro’ è catturato in questo gioco come merce il cui prezzo è da contenere, a vantaggio del ‘capitale’ (qui i due termini sono presi a livello astratto, facendo tesoro della mossa marxiana, entrambi sono forme, le persone fisiche possono essere nell’una e nell’altra contemporaneamente, possono manovrare ed essere manovrati insieme, fanno parte di un intreccio di giochi di ruolo nel quale chi non è funzionale viene espulso), ma anche il ‘voto’, cioè l’espressione politica della volontà, è riletto come merce da comprare e vendere, o come consumo da influenzare e stimolare attraverso le collaudate tecniche adoperate per le altri merci (ne parlava Crouch). Cioè è ripreso e reinterpretato da parte di funzionamenti collaudati che ‘slittano’ dal loro campo originario (Sassen chiama in “Territorio, autorità, diritti”, assemblaggi di competenze, e pratiche tradizionali con nuove logiche adatte a diversi imperativi).

appunti

Per comprendere la logica di questi nuovi imperativi, oltre al già citato libro della Sassen della quale abbiamo più volte parlato, può essere utile riguardare alla sistemazione che Majone e La Spina compiono nel 2000.

Il libro fa ampiamente riferimento alla “nuove teorie politico-economiche” invalse in uso dagli anni ottanta in poi che sono, per espressa indicazione, volte a superare lo Stato interventista che aveva la missione di garantire una combinazione di crescita economica e piena occupazione, potenziando i diritti di cittadinanza. Cercava di ottenere questo risultato, nella descrizione degli autori (un politologo ed un sociologo), attraverso politiche particolarmente volte a garantire una sufficiente domanda aggregata, ed erogando direttamente servizi previdenziali e sociali in favore dei meno abbienti. Secondo l’analisi degli autori, che segue in modo molto acritico la vulgata neoliberale, il perseguimento di questi scopi era ottenuto al prezzo di inflazione, aumento del disavanzo pubblico e della pressione fiscale; tutti danni che risultano incapaci di ottenere un incremento della crescita.
Al “fallimento del mercato”, dunque, bisogna opporre un simmetrico “fallimento dello Stato”, secondo la scuola della Virginia della “public Choice” che è espressamente citata. L’idea è che i decisori pubblici, che operano con beni di altri, saranno ineluttabilmente ‘catturati’ da interessi particolari e corporativi, distorcendo gli obiettivi dal benessere al consenso politico. Gli autori citati sono George Stigler (1971), Becker (1983) ed altri.


Per gli autori quindi il processo di smontaggio dello Stato Interventista, avvenuto tra gli anni settanta ed ottanta è un semplice fenomeno di apprendimento. Ovvero la scoperta di forme “più raffinate” di controllo attraverso la regolazione indiretta. Si passa così dallo “Stato gestore”, reso più difficile dalla globalizzazione e dal Trattato di Maastricht (art 104c) in Europa, allo “Stato regolatore”.
Ciò che rende vantaggioso questo nuovo ambiente regolativo è il ‘fatto’ che, per gli autori, “non esiste un vero trade off tra stabilità dei prezzi, da un lato, e crescita e occupazione dall’altro” (p.21). Ovvero, in altre parole si può avere inflazione zero in modo continuato (e le politiche di repressione fiscale che la rendono possibile) e crescita dall’altro. E’, in altre parole, la tesi della “austerità espansiva” resa famosa da Alesina. Questa convinzione, ormai fragorosamente contraddetta dall’esperienza, radica in profondità l’effettiva convergenza di tutti gli stati membri verso “lo stesso nuovo modello di governo dell’economia” (quello liberista).
Il modello dello “Stato gestore” è, insomma, criticato in questo vero e proprio riassunto delle politiche neoliberali degli anni novanta perché, senza ottenere la crescita, crea ingiustificati privilegi in favore delle classi medie (che, infatti, sono in via di scomparsa oggi) e determina crisi fiscale.

Per conservare le istanze di regolazione senza giungere a questi danni bisogna quindi passare al modello dello “Stato Regolatore”, nella quale la regolazione è un processo gestito da Agency pubbliche indipendenti (come la BCE) che “mirano a fornire risposte specifiche a problemi circoscritti, rispettando per quanto possibile le logiche chiave dei sistemi regolati” (p.33). Se si regola il sistema bancario speculativo (come fanno gli Organismi di Basilea) si cerca di non interromperne la redditività.

Il rovesciamento e la cattura entro la logica neoliberale si vede bene nell’elogio della Unione Europea di Maastricht (su cui almeno uno degli autori cambierà in seguito radicalmente idea) che è il prototipo stesso di applicazione della logica dello “Stato regolatore”, per le sue stesse modalità di costruzione ed i meccanismi istituzionali interni. Essa, infatti, tiene conto della “generalizzata esigenza di contenimento della spesa pubblica”, prevede una lista corta e chiusa di diritti e bisogni cui dare risposta, tramite servizi non monopolistici, meccanismi di mercato, attenzione ai cittadini-consumatori.
Nella nuova architettura non si forniscono quindi più beni ad utenti “svantaggiati”, per mezzo di politiche sociali mirate, ma ci si limita a garantire, per lo più attraverso “Autorità Regolative”, che i difetti principali del mercato siano appianati e che i deficit di informazione, di sicurezza siano ridotti. Si risponde a interessi diffusi, invece che cercare di aiutare specificamente qualcuno. Si tratta di logiche opposte e inconciliabili.

Si passa alla seconda, preferita, attraverso tre linee strategiche: privatizzazione, liberalizzazione e deregolazione. Potenziate espressamente “dalla apertura dei mercati finanziari, e pertanto dalla necessità di fronteggiare la fuga dei capitali e del risparmio verso paesi ove il trattamento fiscale è più vantaggioso” (p.50). Personalmente la scriverei così: la transizione è effetto dell’impoverimento generale del sistema pubblico, in favore di quello privato, che si trova nella condizione, generata dalla mobilità, di mettere secondo gli autori utilmente “in concorrenza” i diversi Stati, ridotti al rango di meri erogatori di “public goods”. La sovranità, si potrebbe dire, passa dal cittadino che il giusnaturalismo sette-ottocentesco borghese vedeva eguale, al risparmiatore-consumatore (ovvero, più profondamente, al denaro che è il vero fattore mobile).

Ora, come illustra anche Pierre Rosanvallon (quando ricorda che tra le forme di legittimazione democratica, in opposizione alla crescente forza delle masse, al crescere del suffragio, sorge quella “di imparzialità” delle autorità indipendenti nel Commerce Act, USA 1887), le AR sono soggette ad un principio di legittimità nella loro azione che non dipende dal circuito politico, ma dalla expertise, e da ben disegnate procedure. Il principale vantaggio è (riprendendo Prescott e Milton Friedman) che in questo modo le AR potranno sviluppare una linea politica al riparo delle pressioni politiche e quindi più “credibile”. In questo modo la politica sarà più efficace perché i destinatari potranno credere che sarà mantenuta (mentre nel caso contrario si comporterebbero in modo prudente aspettandosi che cambi al mutare delle circostanze). È il nucleo stesso del pensiero neoliberale che viene qui espresso.

L’effetto è di uscire di fatto dalla democrazia rappresentativa moderna, affidandosi ad enti terzi retti da una tecnocrazia indipendente ed autoreferente. Questa logica, con il suo bel corredo di matematica dei giochi, ha una somiglianza fisiognomica inconfondibile con gli argomenti aristocratici (ad esempio di Burke, De Maistre) o comunque conservatori (Pareto, Michels, Mosca) contro la democrazia popolare rappresentativa. Questa è sempre stata giudicata inaffidabile ed anche un poco inelegante, con il suo ondeggiare e seguire il momento; dal tempo di Socrate e Platone fondamentalmente incompetente, e da tenere sotto stretta tutela da parte dei “saggi”. Cioè di chi sa tenere la linea, ha una reputazione da difendere e tradizioni cui ancorarsi. Chi può garantire che gli interessi fondamentali della società (“ben nata”) siano tutelati.

Si tratta di compiere una mossa alla fine molto semplice: uscire dal “modello maggioritario di democrazia”, nel quale la principale fonte di legittimità è la responsabilità verso gli elettori, disperdendo il potere tra istituzioni differenti “create deliberatamente in modo da non renderle direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (p.169).



È la cosiddetta “democrazia madisoniana” (per la quale andremo a leggere Manin), fieramente criticata da Robert Dahl, ma non da Majone, per il quale questa è più adatta a società complesse dove sottogruppi separati lottano tra di loro. In queste condizioni è secondo lui meglio affidarsi a degli aristoi: lo “Stato Regolatore” (ovvero la cattura degli organismi maggioritari e la loro neutralizzazione da parte di una rete di istituzioni indipendenti e tecniche) è lo stato finale dello stesso processo di integrazione europea, che “non potrà mai diventare uno stato nel senso moderno”. Esattamente la stessa idea di Hayek nel 1939.
Abbiamo dunque un potere regolativo che si allontana dalla legittimazione democratica e si fonda su specializzazione, credibilità, imparzialità, indipendenza. Il termine chiave (come in Friedman) è l’efficienza. Ripercorrendo un altro topos della critica neoliberale (Wicksell 1967) per Majone le politiche redistributive al massimo sono a somma zero, tolgono ad uno per dare ad un altro, e quindi non sono “efficienti” in senso paretiano. Oltre ad un assurdo riferimento a Rawls (che fa il paio con quello a Dahl), che mostra la leggerezza degli autori, secondo loro insomma, alla fine, “soltanto un impegno verso l’efficienza, cioè verso la massimizzazione del benessere aggregato, e una responsabilità sulla base dei risultati, può legittimare nel merito l’indipendenza politica dei regolatori” (p.189).

Una simile legittimazione, ovviamente, è completamente e radicalmente a-democratica. Si applica molto bene ad Adolf Hitler tra il 1933 ed il 1939, a Benito Mussolini, tra il 1925 al 1940 (almeno secondo quanto loro sostenevano, con il compatto supporto dei mezzi di stampa, della intelligenza del paese e delle élite, incluso Pareto e Michels fino a che sono vissuti), e via dicendo. Non si applica, invece alla Commissione Europea tra il 2008 ed oggi, o alla BCE nello stesso periodo (ma questo giudizio, ovviamente, è radicalmente contestato dagli interessati). In altre parole, questa legittimazione è interna. Resta fondata sui codici di giudizio che si usano e non consente alcun giudizio esterno sulle stesse (per una discussione sui modelli di valutazione interni alla disciplina economica si può vedere il ripensamento dello stesso Arrow,  quello di parte del FMI, le vecchie certezze di Milton Friedman, la critica di Levinovitz, il libro di Francesco Sylos Labini).

Queste Autorità Indipendenti insomma, ricevono un vero e proprio trasferimento di potere, per renderle “autenticamente indipendenti”. Ciò che avviene è che l’affidatario (ovvero il Parlamento) nel momento in cui la costituisce (ad esempio quando firma il Trattato di Maastricht e fonda la BCE, la Commissione, il Consiglio, e via dicendo) si lega. O per meglio dire lega le successive possibili maggioranze.

Trasferisce quello che Majone chiama “un diritto di proprietà politico” (p.222).



Può essere utile, a questo punto, per capire meglio a quale rovesciamento della logica democratica si vada incontro seguendo in modo così acritico la vulgata neoliberale, rileggere qualche passaggio del libro del 1997 di Bernard Manin. Il testo è una ampia, notevole e competente ricostruzione dello sviluppo storico della democrazia, che contiene anche qualche sorpresa, come il carattere storicamente aristocratico del meccanismo di selezione attraverso il voto. Storicamente lo schema democratico prevedeva, al contrario, meccanismi di sorteggio (per garantire la somiglianza tra eletti ed elettori e non la superiorità dei primi sui secondi).
La dinamica delle rivoluzioni dalle quali emerge l’assetto democratico che definiamo “liberale”, è in effetti un complesso sistema volto alla protezione delle élite dal rischio delle maggioranze popolari; in sostanza la proposta di Majone è solo una estremizzazione di una linea molto antica. La rappresentanza stessa ha sempre avuto questa funzione: tenere sotto controllo il popolo. Ma nel farlo, come ogni ‘egemone’ bisogna anche lasciare qualcosa, bisogna guadagnarsi il dominio in qualche modo accompagnandolo con le convinzioni, passando il vaglio del dibattito, risottoponendosi al giudizio, e via dicendo.
Majone esprime invece la decisione delle élite di passare dalla ‘egemonia’ al semplice ‘dominio’, limitando al massimo le necessarie concessioni. Ovviamente, come vedremo, l’antipolitica è il suo premio.

Il libro descrive la democrazia ateniese, con il suo equilibrio complesso tra elezioni (poche) e sorteggi (molti), il modello romano ‘misto’, il modello fiorentino, quello veneziano (molto studiato ed ammirato all’epoca). La descrizione è estremamente interessante, e vale la lettura, ma qui non posso nuovamente ripercorrerla. Quel che si può ricordare è che le elezioni si impongono fondamentalmente perché al passaggio della modernità un altro principio è sorto in primo piano, rispetto a quello della somiglianza tra governo e popolo; “ogni autorità legittima deriva dal consenso di coloro sui quali è esercitato, in altre parole, che gli individui sono tenuti solo a ciò a cui hanno acconsentito” (p.94). E’, insomma, il consenso ad essere diventato centrale per i moderni.

Ma il diritto di voto è all’inizio attentamente calibrato per consentire solo alle classi “responsabili”, quelle che hanno qualcosa da perdere e non sono soggette ad “invidia sociale”, di partecipare in forma passiva ed attiva alla votazione; già per qualche contemporaneo è una “epurazione della democrazia”. Lo scopo diventa in sostanza di garantire la permanenza al potere di una “aristocrazia naturale”.
Ma, come racconta anche Rosanvallon, gradualmente mentre sotto pressione dal basso, si allarga il demos, e si passa ad altri meccanismi di difesa, quelli che Majone giustifica ed estende. Nella fase intermedia “la democrazia dei partiti”, che fa precipitare la crisi degli anni trenta, (al passaggio da quella “dei notabili” ottocentesca) il luogo della decisione in effetti si sposta verso il basso nella dinamica tra associazioni, partiti e rappresentanze. Nella fase odierna, che Manin chiama “democrazia del pubblico” (e che è ampiamente oggetto degli autori della crisi, Crouch, Rosanvallon e gli altri che abbiamo riletto in “la crisi politica”) si va incontro ad una leaderizzazione e il demos viene trasformato, come avevamo detto in precedenza, ad un consumatore da conquistare.




Venendo a questo punto alla critica di Peter Mair, che muore improvvisamente mentre era in vacanza in Irlanda (insegnava in Italia) nell’estate 2011, dunque non fa in tempo a vedere la seconda fase della crisi greca (che si apre, come noto, con la dichiarazione di Papandreu nel 2009, il successivo declassamento dei titoli greci al livello “spazzatura” ad aprile 2010, e il primo “salvataggio”, delle banche francesi e tedesche, da 110 Mld a maggio 2010). La seconda fase è il secondo “salvataggio” (2012), e soprattutto la terza si apre, con il brutale “waterboarding” cui la Commissione Europea sottopone, con il fattivo contributo della BCE, la Grecia quando “osa” votare per Skyriza e indire un referendum sul debito nel 2015 (tra i molti post ed interventi ricordo solo questo sul discorso che Gregor Gysi tenne al Bundestag in occasione dell’approvazione del terzo pacchetto).
Pur senza aver assistito a questo spettacolo il testo è notevolmente franco nel dichiarare che i Partiti, strumento dell’espansione democratica novecentesca, ormai “non sono più capaci di portare avanti il progetto democratico” (p.5) e i cittadini, anche per questo, stanno diventando sempre più “non sovrani”. Si disinteressano, sapendolo, e non hanno più alcuna fiducia.
È l’effetto di molte cause, ma tra queste c’è proprio la separazione tra la “politica maggioritaria” e il governo “autonomo” attraverso agenzie difeso da Majone. Togliere ai cittadini le decisioni, per affidarle ad “esperti” è il sogno di molti (come Weidmann), da secoli, che in parte si è oggi realizzato, per come la mette nel 2002 Peters: “la società è ormai sufficientemente regolata attraverso una serie di reti che si auto-organizzano, tanto che ogni tentativo da parte del governo di intervenire sarebbe non solo inefficace ma anche controproducente”.

In questa “democrazia” senza masse, propria della torsione imperiale che prende il mondo dopo il 1989, la fase “costituzionale” (da sempre orientata come giano a proteggere e controllare le temibili masse) prevale su quella popolare. Come dice: il governo diventa per il popolo, non più del popolo. La scomparsa del ruolo dei partiti nel coinvolgere i cittadini e nel fare da base e meccanismo di selezione per i leader (che Renzi porta alle sue conseguenze finali anche con l’ultimo in qualche modo parzialmente esistente in Italia) porta al “mutuo indietreggiamento” che contraddistingue questo tempo. Bisogna notare che Mair non vede neppure la parabola di Renzi che era stato Presidente della Provincia di Firenze (dove insegnava) fino al 2009 ed era allora sindaco della città, nel 2010 aveva lanciato la “rottamazione” e fatto la prima “Leopolda”.

Il “mutuo indietreggiamento” apre un “vuoto”.

Nel vuoto crescono le “istituzioni non maggioritarie” di Majone e si crea lo spazio per la sfida populista (Mair neppure vede l’esplosione del M5S, che inizia effettivamente nel 2012 (nel 2010 si era presentato in cinque regioni e dieci comuni, eleggendo solo 4 consiglieri con percentuali dal 4 al 7%).

Scrivendo prima della ripolarizzazione in corso, Mair vede che tutti competono per catturare i voti, sul mercato politico, dello stesso “centro rispettabile”, e quindi si rendono poco distinguibili. Un processo avviato dalla normalizzazione del Pci nel 1980 e seg. e sincrono, come ovvio, con globalizzazione e finanziarizzazione che limitano l’effettivo spazio delle scelte politiche con la loro capacità di ricatto. Crescono in questo contesto le “istituzioni di sorveglianza”, che Dahl in uno dei suoi ultimi interventi nel 1993 denunciava come “governo dei guardiani”, il cui miglior esempio è l’Unione Europea. Come Majone, ma con diagnosi di senso opposto, anche Peter Mair legge il complesso di istituzioni uscite da Maastricht come una sfera protetta dagli obiettivi di ridistribuzione implicati nelle costituzioni del dopoguerra; si tratta di “un sistema politico che è stato costruito da leader politici nazionali come una sfera protetta in cui il processo politico può evadere i limiti imposti dalla democrazia rappresentativa” (M., p.105).

E’ dunque molto di più che un “deficit democratico”, l’Unione Europea, semplicemente, non è democratica nel senso abituale del termine e non può esserlo. In parole semplici: “se potesse essere democratizzata allora non sarebbe necessaria”.

Quel che la prova del nove seguita alla inaccettabile elezione di Skyriza mostrerà è anticipato da Mair nel 2011: “le preferenze dei cittadini non rappresentano virtualmente alcun impedimento formale per i decisori politici per il loro mandato”. E viene chiaramente individuato il meccanismo, le stesse élite operano, scaricando sull’Europa la responsabilità di scelte proprie, ma che non vogliono difendere e giustificare, attraverso lo schermo del sistema di decisione con “autopilota” impostato. Alla fine così possono decidere libere dalle pressioni popolari (ma esposte alle più interessanti, e talvolta personalmente utili, pressioni del “mercato”). Con le parole di Mair: “L’Europa è costruita come una sfera protetta al riparo dalle richieste degli elettori e dei loro rappresentanti” (p.114). Una sfera espressamente aperta agli stakeholders ed agli interessi del mercato, in modo che possa trovare da sola il proprio equilibrio. 

In sostanza le procedure democratiche sono “lasciate alle spalle” (p.143).



Per concludere questa ricognizione, necessariamente molto parziale, proviamo a osservare qualche divergenza:
-        Il libro di Ignazi, sul vicolo cieco dei partiti, che hanno forza ma hanno perso la legittimità;
-        Il libro di Calise, il cantore del leaderismo;
-        Il libro di Revelli sulle nuove forme di populismo dall’alto del potere.



Ignazi scrive nel 2013, dunque prima del terremoto delle elezioni politiche che determinano di fatto (anche se ci vorrà un doloroso quadriennio per trarne le conseguenze) la seconda Repubblica. Ripercorre quindi il movimento di affermazione dei “partiti” (ovvero delle “parti”) visti con sospetto e combattuti, in quanto “fazioni”, per secoli e poi gradualmente accettati come necessità della politica di massa a partire dagli anni venti del secolo scorso (passando per partiti di notabili, molto ristretti ed omogenei quanto a base sociale nell’ottocento), ed espressione dell’interesse generale. L’ultima evoluzione è quella verso il “partito statocentrico”, che scambia una maggiore forza con la perdita di legittimità (dato che si allontana dalla società).
Ci sono alcuni fenomeni che il politologo italiano descrive, come lo spostamento verso destra di tutta l’offerta politica e in particolare della cosiddetta “sinistra”, la riduzione della distanza che è per lui causa della disaffezione al voto e dell’allontanamento dei cittadini.


Invece Calise nel 2016 scrive un libricino nel quale ripercorre tutte queste trasformazioni, dando un ruolo centrale alla mediatizzazione della vita (ovvero alla prevalenza di mezzi di comunicazione di massa generalisti potentissimi che saltano tutte le intermediazioni sociali, e quindi il ruolo storico dei partiti nell’organizzare le masse). Il leader per lui è il modo in cui in questa epoca si sta in campo.
Nel mettere anche internet e le reti social (che, invece, funzionano a ri-diffondere e ridislocare il messaggio in nuove reti sociali disperse e porose con le quali non abbiamo ancora capito come venire a che fare, ed i cui poteri ancora non comprendiamo), dentro questo processo di leaderizzazione, Calise vede la rotazione dell’asse di distinzione politica da destra/sinistra (ormai simili) ad alto/basso, ovvero tra partiti “sistemici” (volti alla conservazione dell’ordine esistente) e partiti “populisti”. È chiaro che scrive, stando saldamente nel primo campo, dopo il 2013 e gli spettacoli degli anni seguenti. Lo schema che descrive vede questa rotazione, con forze schierate sulla “sorveglianza” (come dice Rosanvallon) ed altre sulla “mediazione”.



Matteo Renzi esprime molto bene questa rotazione: egli riposiziona il PD in direzione della “democrazia del leader”, con le sue campagne “populiste”, nel mentre si sposta verso destra rimarcando una certa “aria di famiglia” liberista che, come dice Calise, “strizza fin troppo l’occhio all’elettorato di destra”. Lo spazio potenziale che si apre alla sua sinistra, è secondo lui elettoralmente marginale. L’obiettivo fondamentale, esibito e costantemente ricordato, è di fuoriuscire dalla crisi italiana guadagnando maggiori margini di efficienza e “modernizzando” il sistema. A questo scopo sono esibiti al pubblico ludibrio, come in una gogna medioevale, i colpevoli identificati negli inefficienti, nei parassiti e nei “conservatori”. È, anche per lui, questa “una precisa cifra populista” (p.52) che “funziona”.
Un libro scritto nel 2016, quando a dicembre la nave renziana si spiaggerà sul referendum costituzionale, poteva essere più prudente.

Ora per Calise, anche se ci sono problemi di legittimazione, come ricordava Ignazi, questo spostamento è l’unico possibile: alla fine solo così si può ricreare un qualche ordine, dato che l’unico punto di tenuta di sistema è nel vertice dell’esecutivo che si trova a suo parere (con un rovesciamento logico vertiginoso) ad essere anche “l’ultimo baluardo della sovranità nazionale e della legittimità popolare” (p.37).
Quindi Calise, vocazionalmente consigliere del Principe, invita a mettere in sicurezza questa mossa, e questo potere, strutturalmente debole e corto (il “populismo di governo”, come tutti gli inganni, ha le gambe corte), con un consolidamento istituzionale. Cioè compiendo “una svolta costituzionale che sancisca formalmente il rafforzamento dei poteri del premier e ne stabilizzi il controllo sui partiti e sul parlamento” (p.55). E’, ovviamente, il campo della battaglia di dicembre che risalta da questa considerazione nella sua piena rilevanza strategica.



La presa del potere di Renzi è avvenuta, insomma, attraversando “le forche caudine del populismo”, ma ora deve consolidarsi, dopo aver lasciato gli ormeggi della democrazia rappresentativa parlamentare, in una nuova forma stabile. E Calise vede solo il presidenzialismo come possibilità. E’ quella mossa che Revelli chiama “messa in sicurezza”. In questo modo vede, ed approva come necessaria, anche la rifeudalizzazione della politica locale (capetti locali ed un capo centrale) e il rafforzamento del potere a spese della rappresentanza, insomma: “principi e ceti” (p. 134). Una chiusura oligarchica, con chi ci sta, garantita da idonei strumenti istituzionali (il progetto, fallito, italicum+costituzione è qui spiegato in modo molto chiaro).
L’obiettivo è tornare ad un “monarca repubblicano”, limitando il pluralismo, letto come “personalismi e correnti” (p.134).
In un sistema che si sta disintegrando il politologo di tutte le stagioni ipermaggioritarie vede il tradimento del leader (che si finge antiestablishment nel nuovo schema polarizzante, ma solo per fare il contrario) e l’inevitabile crisi di consenso che segue all’evidenza delle attese sollevate e poi disattese, ma non è capace di pensare altro che rinserrarsi nella fortezza.



Invece Revelli, da opposta direzione politica, un anno prima scrive della stessa fine della politica del novecento e descrive i processi che accompagnano l’ascesa di un “populismo di tipo nuovo” in Matteo Renzi, insediato nel centro del sistema. Si tratta di “populismo” perché è “l’evocazione, in ampia misura retorica, di un certo popolo, al di fuori delle sue istituzioni rappresentative e per molti versi contrapposto alla propria stessa rappresentanza, al corpo cioè dei propri rappresentanti riconfigurati in <casta>”. La componente “riformista” (ovvero l’applicazione dell’agenda neoliberale eterodiretta, ma interiorizzata) si declina in perfetta unità e sinergia con quella “populista”, nel momento in cui buona parte dell’azione condotta è volta ad “aggirare e liquidare ogni mediazione istituzionale (con il Parlamento) e sociale (come il sindacato) per istituire un rapporto diretto corpo-massa”. Questi elementi articolano quello che appare al politologo radicale come un tipo nuovo di democrazia plebiscitaria: le mani libere per fare ciò che è “necessario” ed “efficiente”.

Ma Matteo Renzi per Revelli fa una cosa sotto un certo profilo sorprendente, mette a valore:
-        sia la crisi di fiducia nei partiti, che ormai monta da decenni, e quella nella politica (presentandosi costantemente come impolitico, indisponibile alle mediazioni, diretto e financo brutale);
-        sia la crisi della rappresentanza (che nel M5S sfocia nell’esaltazione della incompetenza nuovista e del contatto diretto tra eletti –ovvero “portavoce- ed elettori) che articola nell’esaltazione del “governo”;
-        sia, infine, la crisi economica, di cui annuncia costantemente la fine.

Li trasforma tutti con una sorta di colpo di magia, che certamente esprime il genio della politica, da problemi in risorse (p. 55).

La lunga crisi italiana mobilita infatti una paura, obiettivamente non infondata, che l’eventuale fallimento del “funanbolo” possa trascinare tutto con sé, lasciando il campo a populismi via via più radicali e virulenti, e questo radica il senso che in questo modo “non si può più andare avanti”. Questo sentimento, poco riflessivo, è la miniera del consenso che il nostro (ancora) sfrutta. Anzi, dopo il 2016 e l’avvio del 2017, con la prevedibile (ma sbandierata da tutti come la svolta che non è) vittoria di Macron, un’altra versione della stessa mossa, ancora di più.


Dunque il progetto Majone-Calise si contrappone alla critica Mair-Revelli, nel quadro sul quale alla fine tutti concordano: la democrazia si sta spostando in una torsione oligarchica, le cui radici sono antiche (Manin), che funge agli scopi dell’attuale sistema economico globalizzato e risponde all’ambiente tecnico nel quale si svolge oggi la comunicazione.

Due grandi discontinuità sembrano però affacciarsi sulla scena di questo racconto piuttosto omogeneo (anche se il giudizio diverge):
-        la “grande partita”, che potrebbe condurre oltre le secche ed i fallimenti dell’impero, riportando entro una “logica territorialista” almeno parte dei mezzi che la “logica capitalista” della finanza vuole fluidi, flessibili ed indifferenti alla responsabilità;
-        l’insorgenza del “populismo”, dopo il 2016, che è certamente anche sfruttato e funzionalizzato dall’alto (gli ultimi esempi sono Macron e per certi versi, più ambiguamente, Trump), ma che comunque lega con più difficili retoriche alto/basso, dopo che quelle destra/sinistra sono state neutralizzate dall’egemonia neoliberista.  


L’esito di queste nuove linee di faglia, e la storia che sarà, sono aperti.

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