Ogni tanto può essere utile rileggere e ricucire
qualche libro letto. In questo caso ripercorreremo un testo esemplare (come
altri che pure abbiamo letto, ad esempio quelli di Giddens) della fase di
sistemazione neoliberale resa egemone a partire dagli anni ottanta e novanta
(ma radicata nei dibattiti dei cinquanta e sessanta), come quello di Majone e
La Spina “Lo
stato regolatore”, del 2000. Quindi, per focalizzare la questione dello
sviluppo e della funzione delle democrazie (ovvero delle diverse ‘forme
democratiche’) potrà essere utile rileggere il famoso testo di Manin, “Principi
del governo rappresentativo”, del 1997. La piena manifestazione della
crisi, della quale abbiamo parlato anche nella rilettura sulla “crisi
politica”, potrebbe essere descritta (oltre che dai libri, datati tra il
2000 ed il 2008, di Crouch e Rosanvallon di cui abbiamo dato conto nell’altro
post) dal testo di Peter Mair del 2103 “Governare
il vuoto”.
A questo punto, conclamata la crisi della politica
democratica che soffoca nel vuoto,
alcuni testi recenti possono dare l’idea della dispersione dei temi e dei
dilemmi contemporanei (in attesa di affidare ad un’altra “rilettura” il
dibattito sul ‘populismo’) sono: un libro di Calise, il cantore del governo
elitario, “La
democrazia del leader”, del 2016; un libro molto più problematico di
Ignazi, “Forza
senza legittimità”, del 2012; e il libro denuncia di Marco Revelli, “Dentro
e contro”, del 2015.
- il potenziamento, a
partire dalla liberazione nel 1971 degli spiriti animali del “capitalismo” (ovvero del
capitale mobile e della sua logica, in quanto strutturalmente contrapposta a
quella “territorialista” degli insiemi nazionali, qualunque sia la loro forma
di governo), della capacità di ricatto connessa
con la globalizzazione.
- l’ambiente tecnologico
nel quale si svolge la scena, con la sua potentissima capacità di
disintermediazione (i cui impatti politici sono, ad esempio, ben focalizzati da
Nadia Urbinati in diverse sue opere, come ricordato).
- il riemergere della funzione di protezione degli assetti distributivi esistenti della democrazia, interpretata come cancello del giardino padronale; cosa
particolarmente consona ad una fase in cui (come altre
volte nella storia) gli spostamenti egemonici intra-capitalisti hanno
favorito la finanza e quindi la concentrazione in mani di pochi della
ricchezza.
La politica diventa quindi oggi soprattutto dispositivo di protezione
delle pre-distribuzioni in favore del sistema sociale “denso” (termine di
Sassen e particolarmente appropriato) costituito nelle “città globali” ed in
altri limitati non-luoghi delle reti, in particolare ma non solo da alcune mega
aziende, strutture di consulenza (poste allo stesso livello funzionale), reti
professionali e tecniche, centri di ricerca e di produzione intellettuale,
media, ed ovviamente politici dediti per lo più all’interessante gioco delle
“porte girevoli”.
Il ‘lavoro’
è catturato in questo gioco come merce il cui prezzo è da contenere, a
vantaggio del ‘capitale’ (qui i due termini sono presi a livello astratto,
facendo tesoro della mossa marxiana, entrambi sono forme, le persone fisiche
possono essere nell’una e nell’altra contemporaneamente, possono manovrare ed
essere manovrati insieme, fanno parte di un intreccio di giochi di ruolo nel
quale chi non è funzionale viene espulso), ma anche il ‘voto’, cioè l’espressione politica della volontà, è riletto come
merce da comprare e vendere, o come consumo da influenzare e stimolare
attraverso le collaudate tecniche adoperate per le altri merci (ne parlava
Crouch). Cioè è ripreso e reinterpretato da parte di funzionamenti collaudati
che ‘slittano’ dal loro campo originario (Sassen chiama in “Territorio,
autorità, diritti”, assemblaggi di competenze, e pratiche tradizionali
con nuove logiche adatte a diversi imperativi).
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| appunti |
Per comprendere la logica di questi nuovi imperativi,
oltre al già citato libro della Sassen della quale abbiamo più volte parlato,
può essere utile riguardare alla sistemazione che Majone e La Spina compiono
nel 2000.
Il libro fa ampiamente riferimento alla “nuove teorie
politico-economiche” invalse in uso dagli anni ottanta in poi che sono, per
espressa indicazione, volte a superare lo Stato interventista che aveva la
missione di garantire una combinazione di crescita economica e piena
occupazione, potenziando i diritti di cittadinanza. Cercava di ottenere questo
risultato, nella descrizione degli autori (un politologo ed un sociologo),
attraverso politiche particolarmente volte a garantire una sufficiente domanda
aggregata, ed erogando direttamente servizi previdenziali e sociali in favore
dei meno abbienti. Secondo l’analisi degli autori, che segue in modo molto
acritico la vulgata neoliberale, il perseguimento di questi scopi era ottenuto
al prezzo di inflazione, aumento del disavanzo pubblico e della pressione
fiscale; tutti danni che risultano incapaci di ottenere un incremento della
crescita.
Al “fallimento del mercato”, dunque, bisogna opporre
un simmetrico “fallimento dello Stato”, secondo la scuola della Virginia della
“public Choice” che è espressamente citata. L’idea è che i decisori pubblici,
che operano con beni di altri, saranno ineluttabilmente ‘catturati’ da
interessi particolari e corporativi, distorcendo gli obiettivi dal benessere al
consenso politico. Gli autori citati sono George Stigler (1971), Becker (1983)
ed altri.
Per gli autori quindi il processo di smontaggio dello
Stato Interventista, avvenuto tra gli anni settanta ed ottanta è un semplice
fenomeno di apprendimento. Ovvero la scoperta di forme “più raffinate” di
controllo attraverso la regolazione indiretta. Si passa così dallo “Stato gestore”, reso più difficile dalla
globalizzazione e dal Trattato di Maastricht (art 104c) in Europa, allo “Stato regolatore”.
Ciò che rende vantaggioso questo nuovo ambiente
regolativo è il ‘fatto’ che, per gli autori, “non esiste un vero trade off tra stabilità dei prezzi,
da un lato, e crescita e occupazione dall’altro” (p.21). Ovvero, in altre
parole si può avere inflazione zero in modo continuato (e le politiche di
repressione fiscale che la rendono possibile) e crescita dall’altro. E’, in
altre parole, la tesi della “austerità espansiva” resa famosa da Alesina. Questa
convinzione, ormai fragorosamente contraddetta dall’esperienza, radica in
profondità l’effettiva convergenza di tutti gli stati membri verso “lo stesso
nuovo modello di governo dell’economia” (quello liberista).
Il modello dello “Stato gestore” è, insomma, criticato
in questo vero e proprio riassunto delle politiche neoliberali degli anni
novanta perché, senza ottenere la crescita, crea ingiustificati privilegi in
favore delle classi medie (che, infatti, sono in via di scomparsa oggi) e determina
crisi fiscale.
Per conservare le istanze di regolazione senza
giungere a questi danni bisogna quindi passare al modello dello “Stato Regolatore”, nella quale la
regolazione è un processo gestito da Agency pubbliche indipendenti (come la
BCE) che “mirano a fornire risposte
specifiche a problemi circoscritti, rispettando per quanto possibile le logiche
chiave dei sistemi regolati” (p.33). Se si regola il sistema bancario
speculativo (come fanno gli Organismi di Basilea) si cerca di non interromperne
la redditività.
Il rovesciamento e la cattura entro la logica
neoliberale si vede bene nell’elogio della Unione Europea di Maastricht (su cui
almeno uno degli autori cambierà in seguito radicalmente idea) che è il
prototipo stesso di applicazione della logica dello “Stato regolatore”, per le
sue stesse modalità di costruzione ed i meccanismi istituzionali interni. Essa,
infatti, tiene conto della “generalizzata esigenza di contenimento della spesa
pubblica”, prevede una lista corta e chiusa di diritti e bisogni cui dare
risposta, tramite servizi non monopolistici, meccanismi di mercato, attenzione
ai cittadini-consumatori.
Nella nuova architettura non si forniscono quindi più
beni ad utenti “svantaggiati”, per mezzo di politiche sociali mirate, ma ci si
limita a garantire, per lo più attraverso “Autorità Regolative”, che i difetti
principali del mercato siano appianati e che i deficit di informazione, di
sicurezza siano ridotti. Si risponde a interessi diffusi, invece che cercare di
aiutare specificamente qualcuno. Si tratta di logiche opposte e inconciliabili.
Si passa alla seconda, preferita, attraverso tre linee
strategiche: privatizzazione,
liberalizzazione e deregolazione. Potenziate espressamente “dalla apertura
dei mercati finanziari, e pertanto dalla necessità di fronteggiare la fuga dei
capitali e del risparmio verso paesi ove il trattamento fiscale è più
vantaggioso” (p.50). Personalmente la scriverei così: la transizione è
effetto dell’impoverimento generale del sistema pubblico, in favore di quello
privato, che si trova nella condizione, generata dalla mobilità, di mettere secondo
gli autori utilmente “in concorrenza” i diversi Stati, ridotti al rango di meri
erogatori di “public goods”. La sovranità, si potrebbe dire, passa dal
cittadino che il giusnaturalismo sette-ottocentesco borghese vedeva eguale, al
risparmiatore-consumatore (ovvero, più
profondamente, al denaro che è il vero fattore mobile).
Ora, come illustra
anche Pierre Rosanvallon (quando ricorda che tra le forme di legittimazione
democratica, in opposizione alla crescente forza delle masse, al crescere del
suffragio, sorge quella “di imparzialità” delle autorità indipendenti nel Commerce
Act, USA 1887), le AR sono soggette ad un principio di legittimità nella loro
azione che non dipende dal circuito politico, ma dalla expertise, e da ben
disegnate procedure. Il principale vantaggio è (riprendendo Prescott e Milton
Friedman) che in questo modo le AR potranno sviluppare una linea politica al
riparo delle pressioni politiche e quindi più “credibile”. In questo modo la
politica sarà più efficace perché i destinatari potranno credere che sarà
mantenuta (mentre nel caso contrario si comporterebbero in modo prudente
aspettandosi che cambi al mutare delle circostanze). È il nucleo stesso del
pensiero neoliberale che viene qui espresso.
L’effetto è di uscire
di fatto dalla democrazia rappresentativa moderna, affidandosi ad enti
terzi retti da una tecnocrazia indipendente ed autoreferente. Questa logica,
con il suo bel corredo di matematica dei giochi, ha una somiglianza
fisiognomica inconfondibile con gli argomenti aristocratici (ad esempio di
Burke, De Maistre) o comunque conservatori (Pareto, Michels, Mosca) contro la
democrazia popolare rappresentativa. Questa è sempre stata giudicata inaffidabile
ed anche un poco inelegante, con il suo ondeggiare e seguire il momento; dal
tempo di Socrate e Platone fondamentalmente incompetente, e da tenere sotto
stretta tutela da parte dei “saggi”. Cioè di chi sa tenere la linea, ha una
reputazione da difendere e tradizioni cui ancorarsi. Chi può garantire che gli
interessi fondamentali della società (“ben nata”) siano tutelati.
Si tratta di compiere una mossa alla fine molto
semplice: uscire dal “modello maggioritario di democrazia”, nel quale la
principale fonte di legittimità è la responsabilità verso gli elettori,
disperdendo il potere tra istituzioni differenti “create deliberatamente in modo da non renderle direttamente
responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (p.169).
È la cosiddetta “democrazia madisoniana” (per la quale
andremo a leggere Manin), fieramente criticata da Robert Dahl, ma non da
Majone, per il quale questa è più adatta a società complesse dove sottogruppi
separati lottano tra di loro. In queste condizioni è secondo lui meglio
affidarsi a degli aristoi: lo “Stato Regolatore” (ovvero la cattura degli
organismi maggioritari e la loro neutralizzazione da parte di una rete di
istituzioni indipendenti e tecniche) è lo stato finale dello stesso processo di
integrazione europea, che “non potrà mai diventare uno stato nel senso
moderno”. Esattamente la
stessa idea di Hayek nel 1939.
Abbiamo dunque un potere
regolativo che si allontana dalla legittimazione democratica e si fonda su specializzazione, credibilità, imparzialità,
indipendenza. Il termine chiave (come in Friedman) è l’efficienza. Ripercorrendo un altro topos della critica
neoliberale (Wicksell 1967) per Majone le politiche redistributive al massimo
sono a somma zero, tolgono ad uno per dare ad un altro, e quindi non sono
“efficienti” in senso
paretiano. Oltre ad un assurdo riferimento a Rawls (che fa il paio con
quello a Dahl), che mostra la leggerezza degli autori, secondo loro insomma, alla
fine, “soltanto un impegno verso
l’efficienza, cioè verso la massimizzazione del benessere aggregato, e una
responsabilità sulla base dei risultati, può legittimare nel merito
l’indipendenza politica dei regolatori” (p.189).
Una simile legittimazione, ovviamente, è completamente e radicalmente a-democratica.
Si applica molto bene ad Adolf Hitler tra il 1933 ed il 1939, a Benito
Mussolini, tra il 1925 al 1940 (almeno secondo quanto loro sostenevano, con il
compatto supporto dei mezzi di stampa, della intelligenza del paese e delle
élite, incluso Pareto e Michels fino a che sono vissuti), e via dicendo. Non si
applica, invece alla Commissione Europea tra il 2008 ed oggi, o alla BCE nello
stesso periodo (ma questo giudizio, ovviamente, è radicalmente contestato dagli
interessati). In altre parole, questa legittimazione è interna. Resta fondata sui codici di
giudizio che si usano e non consente alcun giudizio esterno sulle stesse
(per una discussione sui modelli di valutazione interni alla disciplina
economica si può vedere il ripensamento dello stesso Arrow, quello di parte del FMI, le vecchie certezze di Milton Friedman, la critica di Levinovitz, il libro di
Francesco Sylos Labini).
Queste Autorità Indipendenti insomma, ricevono un vero
e proprio trasferimento di potere,
per renderle “autenticamente indipendenti”. Ciò che avviene è che l’affidatario
(ovvero il Parlamento) nel momento in cui la costituisce (ad esempio quando
firma il Trattato di Maastricht e fonda la BCE, la Commissione, il Consiglio, e
via dicendo) si lega. O per meglio dire lega le successive possibili
maggioranze.
Trasferisce quello che Majone chiama “un diritto di proprietà politico”
(p.222).
Può essere utile, a questo punto, per capire meglio a
quale rovesciamento della logica democratica si vada incontro seguendo in modo
così acritico la vulgata neoliberale, rileggere qualche passaggio del libro
del 1997 di Bernard Manin. Il testo è una ampia, notevole e competente
ricostruzione dello sviluppo storico della democrazia, che contiene anche
qualche sorpresa, come il carattere storicamente aristocratico del meccanismo
di selezione attraverso il voto. Storicamente lo schema democratico prevedeva,
al contrario, meccanismi di sorteggio (per garantire la somiglianza tra eletti
ed elettori e non la superiorità dei primi sui secondi).
La dinamica delle rivoluzioni dalle quali emerge
l’assetto democratico che definiamo “liberale”, è in effetti un complesso
sistema volto alla protezione delle élite dal rischio delle maggioranze
popolari; in sostanza la proposta di Majone è solo una estremizzazione di una
linea molto antica. La rappresentanza stessa ha sempre avuto questa funzione:
tenere sotto controllo il popolo. Ma nel farlo, come ogni ‘egemone’ bisogna
anche lasciare qualcosa, bisogna guadagnarsi il dominio in qualche modo
accompagnandolo con le convinzioni, passando il vaglio del dibattito,
risottoponendosi al giudizio, e via dicendo.
Majone esprime invece la decisione delle élite di
passare dalla ‘egemonia’ al semplice ‘dominio’, limitando al massimo le
necessarie concessioni. Ovviamente, come vedremo, l’antipolitica è il suo
premio.
Il libro descrive la democrazia ateniese, con il suo
equilibrio complesso tra elezioni (poche) e sorteggi (molti), il modello romano
‘misto’, il modello fiorentino, quello veneziano (molto studiato ed ammirato
all’epoca). La descrizione è estremamente interessante, e vale la lettura, ma
qui non posso nuovamente ripercorrerla. Quel che si può ricordare è che le
elezioni si impongono fondamentalmente perché al passaggio della modernità un
altro principio è sorto in primo piano, rispetto a quello della somiglianza tra
governo e popolo; “ogni autorità
legittima deriva dal consenso di coloro sui quali è esercitato, in altre
parole, che gli individui sono tenuti solo a ciò a cui hanno acconsentito”
(p.94). E’, insomma, il consenso ad essere diventato centrale per i
moderni.
Ma il diritto di voto è all’inizio attentamente
calibrato per consentire solo alle classi “responsabili”, quelle che hanno
qualcosa da perdere e non sono soggette ad “invidia sociale”, di partecipare in
forma passiva ed attiva alla votazione; già per qualche contemporaneo è una
“epurazione della democrazia”. Lo scopo diventa in sostanza di garantire la
permanenza al potere di una “aristocrazia naturale”.
Ma, come racconta anche Rosanvallon, gradualmente
mentre sotto pressione dal basso, si allarga il demos, e si passa ad altri
meccanismi di difesa, quelli che Majone giustifica ed estende. Nella fase
intermedia “la democrazia dei partiti”, che fa precipitare la crisi degli anni
trenta, (al passaggio da quella “dei notabili” ottocentesca) il luogo della
decisione in effetti si sposta verso il basso nella dinamica tra associazioni,
partiti e rappresentanze. Nella fase odierna, che Manin chiama “democrazia del pubblico” (e che è
ampiamente oggetto degli autori della crisi, Crouch, Rosanvallon e gli altri
che abbiamo riletto in “la
crisi politica”) si va incontro ad una leaderizzazione e il demos viene
trasformato, come avevamo detto in precedenza, ad un consumatore da conquistare.
Venendo a questo punto alla critica
di Peter Mair, che muore improvvisamente mentre era in vacanza in Irlanda
(insegnava in Italia) nell’estate 2011, dunque non fa in tempo a vedere la
seconda fase della crisi greca (che si apre, come noto, con la dichiarazione di
Papandreu nel 2009, il successivo declassamento dei titoli greci al livello
“spazzatura” ad aprile 2010, e il primo “salvataggio”, delle banche francesi e
tedesche, da 110 Mld a maggio 2010). La seconda fase è il secondo “salvataggio”
(2012), e soprattutto la terza si apre, con il brutale “waterboarding” cui la
Commissione Europea sottopone, con il fattivo contributo della BCE, la Grecia
quando “osa” votare per Skyriza e indire un referendum sul debito nel 2015 (tra
i molti post ed interventi ricordo solo questo
sul discorso che Gregor Gysi tenne al Bundestag in occasione dell’approvazione
del terzo pacchetto).
Pur senza aver assistito a questo spettacolo il testo
è notevolmente franco nel dichiarare che i Partiti, strumento dell’espansione
democratica novecentesca, ormai “non sono più capaci di portare avanti il
progetto democratico” (p.5) e i cittadini, anche per questo, stanno diventando
sempre più “non sovrani”. Si disinteressano, sapendolo, e non hanno più alcuna
fiducia.
È l’effetto di molte cause, ma tra queste c’è proprio
la separazione tra la “politica maggioritaria” e il governo “autonomo”
attraverso agenzie difeso da Majone. Togliere ai cittadini le decisioni, per
affidarle ad “esperti” è il sogno di molti (come Weidmann), da secoli, che in
parte si è oggi realizzato, per come la mette nel 2002 Peters: “la società è ormai sufficientemente regolata
attraverso una serie di reti che si auto-organizzano, tanto che ogni tentativo
da parte del governo di intervenire sarebbe non solo inefficace ma anche
controproducente”.
In questa “democrazia” senza masse, propria della
torsione imperiale che prende il mondo dopo il 1989, la fase “costituzionale”
(da sempre orientata come giano a proteggere e controllare le temibili masse) prevale
su quella popolare. Come dice: il governo diventa per il popolo, non più del
popolo. La scomparsa del ruolo dei partiti nel coinvolgere i cittadini e nel fare
da base e meccanismo di selezione per i leader (che Renzi porta alle sue
conseguenze finali anche con l’ultimo in qualche modo parzialmente esistente in
Italia) porta al “mutuo indietreggiamento” che contraddistingue questo tempo.
Bisogna notare che Mair non vede neppure la parabola di Renzi che era stato
Presidente della Provincia di Firenze (dove insegnava) fino al 2009 ed era
allora sindaco della città, nel 2010 aveva lanciato la “rottamazione” e fatto
la prima “Leopolda”.
Il “mutuo
indietreggiamento” apre un “vuoto”.
Nel vuoto crescono le “istituzioni non maggioritarie”
di Majone e si crea lo spazio per la sfida populista (Mair neppure vede l’esplosione
del M5S, che inizia effettivamente nel 2012 (nel 2010 si era presentato in
cinque regioni e dieci comuni, eleggendo solo 4 consiglieri con percentuali dal
4 al 7%).
Scrivendo prima della ripolarizzazione in corso, Mair
vede che tutti competono per catturare i voti, sul mercato politico, dello
stesso “centro rispettabile”, e quindi si rendono poco distinguibili. Un processo
avviato dalla normalizzazione del Pci nel 1980 e seg. e sincrono, come ovvio,
con globalizzazione e finanziarizzazione che limitano l’effettivo spazio delle
scelte politiche con la loro capacità di ricatto. Crescono in questo contesto le
“istituzioni di sorveglianza”, che Dahl in uno dei suoi ultimi interventi nel
1993 denunciava come “governo
dei guardiani”, il cui miglior esempio è l’Unione Europea. Come Majone, ma
con diagnosi di senso opposto, anche Peter Mair legge il complesso di
istituzioni uscite da Maastricht come una sfera protetta dagli obiettivi di ridistribuzione
implicati nelle costituzioni del dopoguerra; si tratta di “un sistema politico
che è stato costruito da leader politici nazionali come una sfera protetta in
cui il processo politico può evadere i limiti imposti dalla democrazia
rappresentativa” (M., p.105).
E’ dunque molto di più che un “deficit democratico”, l’Unione
Europea, semplicemente, non è democratica nel senso abituale del termine e non
può esserlo. In parole semplici: “se potesse essere democratizzata allora non sarebbe necessaria”.
Quel che la prova del nove seguita alla inaccettabile
elezione di Skyriza mostrerà è anticipato da Mair nel 2011: “le preferenze dei
cittadini non rappresentano virtualmente alcun impedimento formale per i
decisori politici per il loro mandato”. E viene chiaramente individuato
il meccanismo, le stesse élite operano, scaricando sull’Europa la
responsabilità di scelte proprie, ma che
non vogliono difendere e giustificare, attraverso lo schermo del sistema di
decisione con “autopilota” impostato. Alla fine così possono decidere libere
dalle pressioni popolari (ma esposte alle più interessanti, e talvolta
personalmente utili, pressioni del “mercato”). Con le parole di Mair: “L’Europa
è costruita come una sfera protetta al riparo dalle richieste degli elettori e
dei loro rappresentanti” (p.114). Una sfera espressamente aperta agli
stakeholders ed agli interessi del mercato, in modo che possa trovare da sola
il proprio equilibrio.
In sostanza le
procedure democratiche sono “lasciate alle spalle” (p.143).
Per concludere questa ricognizione, necessariamente
molto parziale, proviamo a osservare qualche divergenza:
-
Il libro di
Ignazi, sul vicolo cieco dei partiti, che hanno forza ma hanno perso la
legittimità;
-
Il libro di
Calise, il cantore del leaderismo;
-
Il libro di
Revelli sulle nuove forme di populismo dall’alto del potere.
Ignazi scrive
nel 2013, dunque prima del terremoto delle elezioni
politiche che determinano di fatto (anche se ci vorrà un doloroso
quadriennio per trarne le conseguenze) la seconda Repubblica. Ripercorre quindi
il movimento di affermazione dei “partiti” (ovvero delle “parti”) visti con sospetto
e combattuti, in quanto “fazioni”, per secoli e poi gradualmente accettati come
necessità della politica di massa a partire dagli anni venti del secolo scorso
(passando per partiti di notabili, molto ristretti ed omogenei quanto a base
sociale nell’ottocento), ed espressione dell’interesse generale. L’ultima
evoluzione è quella verso il “partito statocentrico”, che scambia una maggiore
forza con la perdita di legittimità (dato che si allontana dalla società).
Ci sono alcuni fenomeni che il politologo italiano
descrive, come lo spostamento verso destra di tutta l’offerta politica e in
particolare della cosiddetta “sinistra”, la riduzione della distanza che è per
lui causa della disaffezione al voto e dell’allontanamento dei cittadini.
Invece Calise nel 2016 scrive
un libricino nel quale ripercorre tutte queste trasformazioni, dando un ruolo
centrale alla mediatizzazione della vita (ovvero alla prevalenza di mezzi di
comunicazione di massa generalisti potentissimi che saltano tutte le intermediazioni
sociali, e quindi il ruolo storico dei partiti nell’organizzare le masse). Il leader
per lui è il modo in cui in questa epoca si sta in campo.
Nel mettere anche internet e le reti social (che,
invece, funzionano a ri-diffondere e ridislocare il messaggio in nuove reti
sociali disperse e porose con le quali non abbiamo ancora capito come venire a
che fare, ed i cui poteri ancora non comprendiamo), dentro questo processo di
leaderizzazione, Calise vede la rotazione dell’asse di distinzione politica da
destra/sinistra (ormai simili) ad alto/basso, ovvero tra partiti “sistemici”
(volti alla conservazione dell’ordine esistente) e partiti “populisti”. È chiaro
che scrive, stando saldamente nel primo campo, dopo il 2013 e gli spettacoli
degli anni seguenti. Lo schema che descrive vede questa rotazione, con forze
schierate sulla “sorveglianza” (come dice Rosanvallon) ed altre sulla “mediazione”.
Matteo Renzi esprime molto bene questa rotazione: egli
riposiziona il PD in direzione della “democrazia del leader”, con le sue
campagne “populiste”, nel mentre si sposta verso destra rimarcando una certa “aria
di famiglia” liberista che, come dice Calise, “strizza fin troppo l’occhio
all’elettorato di destra”. Lo spazio potenziale che si apre alla sua sinistra, è
secondo lui elettoralmente marginale. L’obiettivo fondamentale, esibito e
costantemente ricordato, è di fuoriuscire dalla crisi italiana guadagnando
maggiori margini di efficienza e “modernizzando” il sistema. A questo scopo
sono esibiti al pubblico ludibrio, come in una gogna medioevale, i colpevoli
identificati negli inefficienti, nei parassiti e nei “conservatori”. È, anche
per lui, questa “una precisa cifra populista” (p.52) che “funziona”.
Un libro scritto nel 2016, quando a dicembre la nave
renziana si spiaggerà sul referendum costituzionale, poteva essere più
prudente.
Ora per Calise, anche se ci sono problemi di
legittimazione, come ricordava Ignazi, questo spostamento è l’unico possibile: alla
fine solo così si può ricreare un qualche ordine, dato che l’unico punto di
tenuta di sistema è nel vertice dell’esecutivo che si trova a suo parere (con
un rovesciamento logico vertiginoso) ad essere anche “l’ultimo baluardo della
sovranità nazionale e della legittimità popolare” (p.37).
Quindi Calise, vocazionalmente consigliere del
Principe, invita a mettere in sicurezza questa mossa, e questo potere, strutturalmente
debole e corto (il “populismo di governo”, come tutti gli inganni, ha le gambe
corte), con un consolidamento istituzionale. Cioè compiendo “una svolta
costituzionale che sancisca formalmente il rafforzamento dei poteri del premier
e ne stabilizzi il controllo sui partiti e sul parlamento” (p.55). E’,
ovviamente, il campo della battaglia
di dicembre che risalta da questa considerazione nella sua piena
rilevanza strategica.
La presa del potere di Renzi è avvenuta, insomma, attraversando
“le forche caudine del populismo”, ma ora deve consolidarsi, dopo aver lasciato
gli ormeggi della democrazia rappresentativa parlamentare, in una nuova forma
stabile. E Calise vede solo il presidenzialismo come possibilità. E’ quella
mossa che Revelli chiama “messa in sicurezza”. In questo modo vede, ed approva
come necessaria, anche la rifeudalizzazione della politica locale (capetti
locali ed un capo centrale) e il rafforzamento del potere a spese della
rappresentanza, insomma: “principi e ceti” (p. 134). Una chiusura oligarchica,
con chi ci sta, garantita da idonei strumenti istituzionali (il progetto,
fallito, italicum+costituzione è qui spiegato in modo molto chiaro).
L’obiettivo è tornare ad un “monarca repubblicano”,
limitando il pluralismo, letto come “personalismi e correnti” (p.134).
In un sistema che si sta disintegrando il politologo
di tutte le stagioni ipermaggioritarie vede il tradimento del leader (che si
finge antiestablishment nel nuovo schema polarizzante, ma solo per fare il contrario)
e l’inevitabile crisi di consenso che segue all’evidenza delle attese sollevate
e poi disattese, ma non è capace di pensare altro che rinserrarsi nella
fortezza.
Invece Revelli, da opposta direzione politica, un anno
prima scrive
della stessa fine della politica del novecento e descrive i processi che
accompagnano l’ascesa di un “populismo di tipo nuovo” in Matteo Renzi, insediato
nel centro del sistema. Si tratta di “populismo” perché è “l’evocazione, in ampia misura retorica, di un certo popolo, al di fuori
delle sue istituzioni rappresentative e per molti versi contrapposto alla
propria stessa rappresentanza, al corpo cioè dei propri rappresentanti
riconfigurati in <casta>”. La componente “riformista” (ovvero l’applicazione
dell’agenda neoliberale eterodiretta, ma interiorizzata) si declina in perfetta
unità e sinergia con quella “populista”, nel momento in cui buona parte
dell’azione condotta è volta ad “aggirare e liquidare ogni mediazione
istituzionale (con il Parlamento) e sociale (come il sindacato) per istituire
un rapporto diretto corpo-massa”. Questi elementi articolano quello che appare
al politologo radicale come un tipo nuovo di democrazia plebiscitaria: le mani
libere per fare ciò che è “necessario” ed “efficiente”.
Ma Matteo Renzi per Revelli fa una cosa sotto un certo
profilo sorprendente, mette a valore:
-
sia la crisi di
fiducia nei partiti, che ormai monta da decenni, e quella nella politica
(presentandosi costantemente come impolitico, indisponibile alle mediazioni,
diretto e financo brutale);
-
sia la crisi della
rappresentanza (che nel M5S sfocia nell’esaltazione della incompetenza nuovista
e del contatto diretto tra eletti –ovvero “portavoce- ed elettori) che articola
nell’esaltazione del “governo”;
-
sia, infine, la
crisi economica, di cui annuncia costantemente la fine.
Li trasforma tutti con una sorta di colpo di magia,
che certamente esprime il genio della politica, da problemi in risorse (p. 55).
La lunga crisi italiana mobilita infatti una paura,
obiettivamente non infondata, che l’eventuale fallimento del “funanbolo” possa
trascinare tutto con sé, lasciando il campo a populismi via via più radicali e
virulenti, e questo radica il senso che in questo modo “non si può più andare
avanti”. Questo sentimento, poco riflessivo, è la miniera del consenso che il
nostro (ancora) sfrutta. Anzi, dopo il 2016 e l’avvio del 2017, con la
prevedibile (ma sbandierata da tutti come la svolta che non è) vittoria di
Macron, un’altra versione della stessa mossa, ancora di più.
Dunque il progetto Majone-Calise si contrappone alla
critica Mair-Revelli, nel quadro sul quale alla fine tutti concordano: la
democrazia si sta spostando in una torsione oligarchica, le cui radici sono
antiche (Manin), che funge agli scopi dell’attuale sistema economico
globalizzato e risponde all’ambiente tecnico nel quale si svolge oggi la
comunicazione.
Due grandi discontinuità sembrano però affacciarsi
sulla scena di questo racconto piuttosto omogeneo (anche se il giudizio
diverge):
-
la “grande
partita”, che potrebbe condurre oltre le secche ed i fallimenti
dell’impero, riportando entro una “logica territorialista” almeno parte dei
mezzi che la “logica capitalista” della finanza vuole fluidi, flessibili ed
indifferenti alla responsabilità;
-
l’insorgenza del “populismo”, dopo il 2016, che è certamente anche sfruttato e
funzionalizzato dall’alto (gli ultimi esempi sono Macron e per certi versi, più
ambiguamente, Trump), ma che comunque lega
con più difficili retoriche alto/basso, dopo che quelle destra/sinistra sono
state neutralizzate dall’egemonia neoliberista.
L’esito di queste nuove linee di faglia, e la storia
che sarà, sono aperti.











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