Continuando il programma di lettura espresso in “La grande
partita”, facciamo un piccolo salto temporale, e dalla lettura di due testi
(Arrighi
e Todd)
scritti nella fase di consolidamento imperiale americana, seguita al crollo
sovietico, andiamo a dare un’occhiata ad una ricognizione sensibile alla
crescita del potenziale antagonista cinese. Spostiamoci quindi nel nostro
decennio con il libro di Noah Feldman che
è del 2013.
Certo, i nostri anni di fine decennio sono ancora
diversi, si stanno letteralmente facendo sotto i nostri occhi stupefatti, ne
fanno parte:
-
le tensioni
crescenti, con toni non ascoltati da decenni, tra la potenza ordoliberista
vocata alla espansione commerciale (la cui altra ineliminabile faccia è
l’austerità, propria ed imposta ai subalterni coloniali, anche se per ragioni
diverse, e il reinvestimento dei surplus possibilmente in aree sicure) e quindi
oggettivamente imperialista (ma difficilmente egemone, se non nei ceti
renditieri e nei segmenti produttivi connessi alla propria macchina da guerra
di esportazione) della Germania, e la potenza semi-imperiale americana che
tenta prima che sia troppo tardi di ridefinire le sue basi di forza.
-
Le tensioni ai margini
dell’Unione Europea, stretta tra la partita solitaria condotta dalla Germania e
dai suoi alleati, impegnati in uno sforzo neo-imperiale condotto per ora con
esclusivi mezzi economici e insufficiente proiezione egemonica. Keynes, nel
1941, si trovò a dire: “riunire un gruppo di paesi, alcuni dei quali saranno in
posizione debitoria e altri in posizione creditoria, all’interno di un’unione
monetaria allargata al mondo intero è senz’altro possibile [dal punto di vista
economico]. Ma è impossibile, a meno che non abbiano anche un sistema bancario ed economico comune, raggrupparli in
un’unione monetaria contro il mondo intero. […infatti] i membri in surplus
dovrebbero fare dei loro saldi attivi un prestito forzoso e non liquido in favore di quelli in
deficit” (K, “Moneta
internazionale”, p.87)
-
Il tentativo,
vitale quando difficile, della Cina di ridefinire la propria ascesa (o ritorno)
al vertice del mondo, facendone un sistema. Cioè ridefinendosi da ‘fabbrica del
mondo’ a snodo logistico e centro d’ordine, ma anche ad esportatore di surplus
finanziari. Questa strategia si impernia nella cosiddetta “via della seta” (che ha l’ambizioso obiettivo di saldare, in una
sorta di globalizzazione controllata per via interna, il continente eurasiatico
facendone nuovamente il centro del mondo e spingendo alla periferia ogni altro
candidato, ovvero il continente americano), e vede la riduzione delle
esportazioni di merci, fattore di potenza ma anche di fragilità, che passano in
dieci anni dal 35% al 20% di un PIL che continua a crescere. Questo progetto
difficile è, però, in deficit di potenza militare e di capacità tecnologica.
-
Quindi l’intenso
scontro e trattativa tra gli USA, la Russia, la Cina e in posizione appena meno
visibile il Giappone, l’India, la Corea, la Germania, per la creazione degli
assi di alleanze del XXI secolo. Uno scontro commerciale, economico e
diplomatico (ma anche militare) dal quale dipenderà se avremo un futuro
multipolare o se si riformerà un sistema-mondo ed una egemonia centrale e come.
Si può dire poco
di questo “grande gioco”, se non che qualcuno cadrà dalla torre. Avrebbe dunque ragione Caracciolo nel dire
che dovremmo capire quale è bene sia il nostro ruolo, senza aspettarlo dagli
altri.
Nel 2013, dunque appena quattro anni fa ma prima di
tutte le cose di cui abbiamo parlato in questo blog, il professore di diritto
internazionale alla Harvard Law School, vede insieme una interdipendenza
economica molto pronunciata tra gli USA e la Cina, ma anche dei rischi
nell’evoluzione del rapporto. L’interdipendenza non garantisce, infatti, che
tutto andrà bene; non è successo in passato (quando era grande come adesso ed è
crollata di colpo tra USA e Germania) e potrebbe non succedere oggi. Essa,
infatti, è fata di squilibri, di flussi di merci che vanno in una direzione e
di capitali che vanno nell’altra e poi tornano in parte. Dunque è fatta di dipendenza (chi compra e chi
fabbrica e vende sono legati in modo ambiguo, ma critico) e di relazioni di
credito e debito potenzialmente fragili e dunque da proteggere. Un dispositivo
di protezione intraeuropeo degli squilibri di potenza è l’euro e la BCE che lo
controlla, più in generale il dispositivo legale dei trattati; un dispositivo
analogo in campo internazionale sono le vecchie istituzioni di Bretton Woods
(FMI, BM, Ocse), il WTO, e, in ultima istanza le flotte, gli aerei e missili,
le basi.
Il termine che il
giurista conia per dare conto di tale situazione è “cool war”, ovvero
cooperazione e conflitto simultaneamente.
Ma da questa situazione si potrebbe passare alla “war”
senza altri attributi? Come dice: “il rischio deve essere preso sul serio”. Una
dinamica, riguardando la storia, potrebbe essere la progressiva formazione di
sistemi di alleanze contrapposte (si può rileggere, ad esempio, il libro di
Rusconi “1914:
attacco a occidente”, o quello di Niall Ferguson, “Il grido dei morti” che
nell’introduzione ricostruisce le diverse e contrastanti teorie in proposito)
insicure e per questo orientate a prepararsi al peggio, contribuendo
indirettamente a provocarlo. La dinamica (e la crescita di sempre più potenti
sistemi militari-industriali, che hanno anche il vantaggio funzionale di
attrarre e impiegare il sovrabbondante capitale, come sottolinea Arrighi), in
altre parole, potrebbe prendere la mano.
Come ricorda Feldman l’interdipendenza, secondo una
vecchia teoria (formulata prima della prima guerra mondiale, anzi alla sua
vigilia) non può che garantire la pace, e secondo una tesi dominante in
economia (e contestata
ad esempio da Dani Rodrik) può anche arricchire tutti (p.19). Era, questa una
tesi piuttosto ardita che viene presentata nel 1909 e poi risale
all’attenzione, dal suo discredito, negli anni settanta, quando la
mondializzazione dei capitali inizia a crescere e alcune influenti università
americane vengono ‘arruolate’. Eppure non è sempre andata così.
Come il libero commercio in realtà determina vincitori
e vinti, e quindi dipendenze dalle quali ad un certo punto si può desiderare di
liberarsi, così l’interdipendenza e la competizione sono passibili di mutarsi
in scontro. C’è in qualche modo, se dobbiamo ascoltare Keynes, una ‘buona’ ed
una ‘cattiva’ interdipendenza.
Per Feldman comunque la condizione della pace è
duplice:
-
che la Cina
sviluppi un mercato interno (cosa che sta cercando di fare, ma per il quale la
via della seta è un interessante surrogato, dato che rende “interno” parte del
mercato di altri),
-
e che gli Stati
Uniti non abbiano più bisogno di quello che Todd chiama
“il tributo”, ovvero di indebitarsi per poter consumare più di quanto
producono.
Perché la seconda cosa si verifichi bisogna però che
si reindustrializzino (producendo quel che consumano) e che i consumatori
abbiano i mezzi per coprire i propri consumi (ovvero che i salari si allineino
alla produttività). In questo caso i capitali mobili sovrabbondanti dovrebbero
trovare uno sbocco, e questo potrebbe essere garantito da investimenti
infrastrutturali, pubblici e privati. Oppure dalla sola spesa pubblica
militare.
In quel caso si prenderebbe la china che Ferguson ben
descrive nel suo capolavoro, ed Arrighi rintraccia più volte nella storia delle
transizioni tra potenze ‘egemoniche’.
Guardando al recente passato la guerra fredda (“cold
war”), terminata nel 1989, ha prodotto per l’autore:
-
Nel primo
decennio, 1989-99: una forte crescita (comunque inferiore a quella del primo
ventennio del dopoguerra) fondata sulla mondializzazione, la rivoluzione
informatica, gli investimenti all’estero e l’estensione delle reti logistiche;
-
Nel secondo
decennio, 2000-2010: l’involuzione imperiale americana, che si impantana in
Iraq e in Afganistan, perdendo parte della propria capacità di fascinazione
egemonica; quindi l’avvio della crisi finanziaria; e l’emersione della Cina che
cresce nell’interdipendenza.
In questa situazione non mancano i potenziali casi di
conflitto: il più importante è la protezione di Taiwan da parte della potenza
americana che non potrebbe abbandonarla senza pagarlo con una tale caduta di
reputazione da porre fine alla sua egemonia militare nella regione (p.31). Un
tale scenario rappresenterebbe la chiusura intorno alla Cina della corona di
paesi ad alto sviluppo e ricchezza (e avviati su quella strada un ventennio
prima), Giappone incluso; cosa che la renderebbe di gran lunga il blocco più
potente. In particolare se nel frattempo si saldasse anche alla Russia e
legasse in rapporti commerciali e industriali l’Europa, risolvendo il problema
del “mercato interno” (come la Germania lo ha risolto con il sud dell’Europa
stessa).
È lo scenario che Nye, in “Fine
del secolo americano?” reputa remoto
ma esiziale, e che Kissinger in “Ordine
Mondiale” giudica impossibile, per gli elevati livelli di differenza e la
storia di conflitti della regione, in cui nessuno da secoli si fida della Cina.
Ma si potrebbe arrivare a tale conclusione anche per
gradi; con la Cina impegnata in una graduale, prudente ma decisa, crescita di
capacità militare e gli Stati Uniti, se non riescono a reimportare le catene
logistiche industriali più strategiche (anche militari), che diventano sempre
più fragili ed esposti e sempre più tenuti a costi di protezione difficili da
sostenere.
Del resto, come ricorda bene Feldman, anche la parte
essenziale del “tributo” (Todd) che consente agli USA di vivere e conservare
equilibrio interno e consenso è basata sul presupposto che la moneta americana
resterà per tutti affidabile e forte, perché gli Stati Uniti resteranno il
centro dell’ordine mondiale. Conservando questo instabile equilibrio, a breve
termine il vantaggio per la direzione americana è decisivo: tiene all’estero
parte dell’industria e quindi contiene drasticamente i salari interni, a favore
del capitale fisso e mobile (dunque, si potrebbe dire, conserva il proprio
modello di capitalismo iperfinanziarizzato e oligarchico), e contemporaneamente
consente i consumi che legittimano il proprio consenso. Senza consumi il
capitalismo non ha possibile consenso.
Se così non fosse la forza di gravità della bilancia
commerciale ricomincerebbe a funzionare e si avrebbe una drastica svalutazione,
con una spirale di insostenibilità delle importazioni, indebolimento
geopolitico, deprezzamento delle riserve estere di terzi, etc… che potrebbe
portare rapidamente a gradi di instabilità sistemica di difficile previsione.
Nel breve termine nessuno può volere questo, ma nel
lungo termine l’interesse geopolitico della Cina, per l’autore, è “nel
rimuovere gli Stati Uniti dalla posizione di unica superpotenza globale”, e di
farlo per ragioni sia psicologiche sia materiali (p.37). La Cina è un antico
paese orgoglioso, intimamente nazionalista, e ha dolorosa memoria
dell’umiliazione che le potenze coloniali europee (Inghilterra, Francia e
Germania) produssero nel 1800. Inoltre ci sono interessi concreti, come il già
citato Taiwan, ma anche il duello egemonico millenario con l’India e in
generale il ruolo di guida che pensano gli spetti rispetto alla regione.
Non bisogna dimenticare il vasto fronte di attacco
egemonico che il governo cinese sta allargando:
-
accordi monetari
per produrre un sistema di riserve non occidentalocentrico,
-
una banca
internazionale che sostituisce il FMI come prestatore di ultima istanza,
-
la già citata
infrastruttura logistica (sulla quale molto insisterà Parag Khanna nel suo
ultimo libro “Connectography”),
-
la crescente
potenza militare navale,
-
l’attivismo nella
cyberguerra.
Molti suoi vicini, come Singapore, ne sono convinti: è intenzione della leadership cinese di
diventare la più grande potenza del mondo.
C’è anche un altro tema che è sollevato dall’analista
americano: la leadership cinese, uno stato con un solo partito, ha bisogno di
un principio di legittimazione sostitutivo del comunismo, che ha di fatto
abbandonato. Negli ultimi anni la coesione sociale è stata mantenuta (oltre che
dalle frequenti repressioni e dal controllo dei media) anche con la promessa
dello sviluppo. Ma questo fatica a coinvolgere tutti, anche perché è basato su
un modello (che è l’unico ad interessare all’occidente) di lavoro semi-servile
a basso costo. Serve dunque un collante, e il nazionalismo è un’attraente
possibilità. Ma allora bisogna creare una percepibile tendenza al rafforzamento
strategico e presentarsi come vittima di ingiuste manovre occidentali per
tenerla fuori del suo destino.
La stessa carta, cambiando scacchiere, che ha
recentemente giocato la Merkel sotto elezioni verso un Trump che l’aveva
attaccata sul commercio.
Dunque abbiamo una “cool war”, che potrebbe scivolare in una “cold war” e poi, magari, in una “hot war”. Il “fresco”, che è però anche simpatico, fico, quindi
utile e persino attraente, che passa in “freddo” e poi in guerra vera e
propria.
Ma la “cold war” fu anche uno scontro di egemonie ed
entro queste di ideali. Se si svilupperà anche questo piano di scontro, allora
la strada andrà più rapidamente in discesa. Se le posizioni ideologiche diverse
(e lo sono) saranno usate le une contro gli altri, in un scontro di opposti
universalismi, allora questo piano di confronto potrebbe irrigidire le cose
anche più degli interessi contrapposti.
Ci sono almeno tre piani di confronto ideologico:
-
l’occidente ha
certamente un impegno per lo stato di diritto (rule of law), che appare come il
miglior modo per amministrare le società umane, e che potrebbe essere sfidato
dalla completamente diversa tradizione dell’autorità in Cina, in cui mancano
stabili diritti di proprietà legali (come, peraltro accade anche in molti paesi
arabi, ad esempio a Dubai, e in altri paesi orientali).
-
Inoltre ha un impegno
(molto più recente) per la democrazia, fondata su una intera e compatta idea
dell’uomo e dei suoi poteri e diritti, quello che chiama “l’impegno morale nei
confronti dell’autodeterminazione” (p.53).
-
Quindi ci sono i
diritti umani, ancora più recente e ancora più difficile da piegare a
compromessi.
La situazione complessivamente vede quindi tra USA e
Cina una estensiva cooperazione economica, creata per adattamento reciproco
sotto la spinta del sistema delle multinazionali finanziarie e non (e dunque in
parte non intenzionale da parte statuale), ma insieme una forte concorrenza nel
campo geopolitico, e infine rischi che le divergenze di interesse e ideologiche
portino ad uno scontro. Secondo il modo di vedere dell’autore “c’è qualcosa di
bizzarro nell’idea che il conflitto strategico e la cooperazione economica si
verifichino simultaneamente. In teoria due partner commerciali non dovrebbero
farsi la guerra. E due avversari strategici non dovrebbero arricchirsi l’uno
l’altro attraverso finanziamenti e commercio” (p.57).
La contraddizione si attenua se si articola, come
l’autore tende a non fare, lo schema nei diversi attori che lo interpretano:
-
da parte americana,
che è una società liberale di mercato fortemente dominata dalle “imprese
giganti” (Crouch),
l’impiego di risorse umane cinesi (semischiavizzate per lo più), e lo
sfruttamento del sistema di incentivi del governo cinese (e dei suoi
notevolissimi investimenti infrastrutturali), non è condotto per ragioni
geostrategiche, ma meramente per massimizzare a breve termine il ritorno
privato sul capitale, dunque in modo adattivo sotto pressione di forze
molecolari. Il vantaggio per gli Stati Uniti, intesi come unità statuale e
nazione, è limitato nel medio e lungo termine. Per lo più si riassume a breve
termine nell’importazione di merci a basso prezzo, ma ha il prezzo di
alimentare lo squilibrio commerciale e l’esportazione di capitali che non sono
né reinvestiti né tassati. Dunque contribuisce a far precipitare sempre più
profondamente lo Stato nella crisi fiscale che a lungo termine potrebbe
distruggere sia la sua coesione politica sia la sua capacità militare.
-
Da parte cinese,
che è una società fortemente diretta dallo Stato e non liberale, gli
investimenti diretti esteri ricevuti comportano diversi vantaggi e qualche
rischio. Da una parte impiegano manodopera e importano capitale sia per
l’investimento sia per i costi operativi, inoltre vendono merci all’estero, e
guadagnano know how e trasferimento tecnologico diretto ed indiretto.
Dall’altra una struttura industriale in parte di proprietà estera è sempre un
rischio, dato che è soggetta a possibili fughe e comunque determina un flusso
di capitale in uscita. Questo rischio è mitigato dall’autoritarismo del
governo, che però andrebbe autolimitato per non rischiare di attivare ciò che
si vuole evitare (di qui l’utilità di importare la rule of law).
-
Chi si arricchisce
vicendevolmente, non è dunque lo stesso soggetto. Parimenti il conflitto
geostrategico ha come soggetti altri attori. Questa volta a confliggere sono
gli Stati, che sono tenuti ad agire secondo diverse logiche e orizzonti
temporali.
Nella seconda parte del libro Feldman si concentra
sulla Cina, e racconta la storia di Bo Xilai, ed il suo potente intreccio di
relazioni personali (in parte familiari dato che suo padre era uno degli
“immortali”, ovvero i primi seguaci di Mao), come della sua caduta (p.72). Attraverso
questa analisi mette in evidenza lo sforzo di creare le condizioni per un
ordinato rinnovo delle élite, ogni dieci anni. Cosa che in qualche modo la
rende “permeabile” (p.88) e costituisce una sorta di sostituto della democrazia
come meccanismo per ridurre la tendenza del sistema ad ingessarsi.
Ciò che sembra di vedere all’opera è una sorta di
legittimità più complessa, anche se senza democrazia ed a tratti con un
fortissimo controllo delle informazioni e delle procedure decisionali, inoltre con
vastissimi problemi di corruzione (Prem Shankar Yha tornerà sul tema nel suo
libro “La tigre incontra il dragone”).
Nel seguito l’autore ripercorre molti temi già
individuati, svolgendo un’analisi di maggiore dettaglio; la conclusione è che
la “cool war” sarà combattuta, anzi è in corso. Questo conflitto è inevitabile
ma interdipendenza economica secondo l’autore può contribuire a gestirlo,
impedendo che entri in una spirale incontrollata.
La mia opinione in proposito è: “dipende”.
Se la logica distruttiva della finanza intrinsecamente
speculativa potrà essere riportata entro le priorità pubbliche incarnate dalle
nazioni in campo, e il commercio diventerà più equilibrato e sostenibile (sia
sul piano ambientale, sia da quello economico e sociale) quindi anche meno
bisognoso di protezione strategica (e più soggetto alla logica di lungo sguardo
statuale) allora una ben bilanciata
interdipendenza può aiutare a capirsi sempre meglio e a non desiderare di
prevalere sull’altro.
Se invece l’interdipendenza resterà come adesso una forma di
selvaggio sfruttamento e di creazione di relazioni di potere e dipendenza, gli
uni verso gli altri (con la creazione di reti intrecciate di mutua dipendenza) allora al contrario l’equilibrio si
potrebbe rompere come altre volte è successo.
Non a caso John Maynard Keynes, nel suo
progetto per il nuovo sistema commerciale e monetario (entrambe le cose,
necessariamente) per il mondo post seconda guerra mondiale, parlò di “misure di
disarmo finanziario”. Lavorando intensamente a quello che era in effetti il suo
progetto più importante, il grande economista inglese che aveva ricevuto un
formale incarico dal governo inglese ed era al termine della sua carriera (e
della vita), incardina il suo progetto su una idea semplice: le merci si devono
scambiare con le merci, il lavoro con il lavoro. Con le sue parole, nella
versione del 1940: “ci impegniamo ad istituire un sistema di scambi
internazionali che apra tutti i nostri mercati a ogni paese, grande e piccolo
che sia, e che dia a ciascuno uguale accesso a tutte le fonti di materie prime
che possiamo controllare o influenzare, sulla
base di uno scambio beni contro beni”.
Senza entrare nei dettagli tecnici, per i quali rinvio
al testo, il progetto è orientato a consentire un libero commercio che si
dispieghi senza creare dipendenza, dunque senza porre le premesse per
sottomissioni dell’un paese sull’altro e relative rivendicazioni e difese.
L’idea è che il commercio, per non diventare un’arma, deve essere accompagnato da adeguate e simmetriche restrizioni su
moneta e credito.
Il circuito che tiene in piedi la globalizzazione
creata dalla sovrapotenza del capitale mobile, quindi dalla generalizzazione
degli scambi di credito e debito, e dagli squilibri commerciali (tra paesi in
deficit e in surplus di più che significative percentuali del proprio PIL) che
ne sono immagine e causa, è la fonte della corsa ad armarsi gli uni contro gli
altri. Di impegnarsi in “cool war”, ed eventualmente in “cold war”, se non
“war”.
È, insomma, questa
globalizzazione la causa prima della “war”, in ogni sua forma.
Un sistema che, come il girone degli avari
dell’inferno di Dante, crea solo “accumuli
di denaro non speso e di debiti non ripagati”, come disse Keynes: rispettivamente
i primi in Germania, Cina e Giappone ed i secondi in USA non può essere stabile
e durare. Alla fine il debitore, che spende buona parte del credito che riceve
in armi, qualcosa dovrà fare.
Allora la cosa finisce male: nel 1943 il Piano di
White e quello di Keynes sono pubblicati dai rispettivi governi e si
contrappongono. In quello del secondo ora trovano spazio anche istituzioni
mirate a promuovere il libero scambio, a finanziare gli investimenti
internazionali produttivi, a stabilizzare il mercato delle materie prime. Si
tratta nel complesso di un insieme di strumenti volti al contrasto del ciclo
economico ed alla prevenzione delle crisi. Lo schema di Keynes lavora per la
pace perché impedisce l’accumulo di quello che l’economista chiama “arsenali
finanziari”, in termini di riserve valutarie e debiti esteri che
inevitabilmente sviluppano una vera e propria capacità di ricatto, come credo
sia ogni giorno più evidente oggi in Europa. Togliere da parte del creditore,
di fatto, la possibilità al debitore di pagare (costringendolo a politiche
recessive) allontana infatti la pace (“pagare” viene dal latino “pax”).
Lo scontro tra i due schemi si risolve in quella che
Keynes vive come una “resa incondizionata”, quando nel aprile 1944 ad Atlantic
City viene firmato il Joint
Statement, e poi il 1 luglio dello stesso anno a Bretton Woods gli Accordi. All’ultimo istante, senza
neppure dare agli alleati il tempo di leggere fino in fondo, sarà anche
inserita formalmente la chiave di volta: l’utilizzo del dollaro come moneta
internazionale ed inizia la Pax Americana che è terminata nel 1971.
Facendo iniziare la lunga crisi che forse nei prossimi
anni arriverà ad un tornante.



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