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venerdì 9 giugno 2017

Noah Feldman, “Cool war”, dello scontro USA/Cina


Continuando il programma di lettura espresso in “La grande partita”, facciamo un piccolo salto temporale, e dalla lettura di due testi (Arrighi e Todd) scritti nella fase di consolidamento imperiale americana, seguita al crollo sovietico, andiamo a dare un’occhiata ad una ricognizione sensibile alla crescita del potenziale antagonista cinese. Spostiamoci quindi nel nostro decennio con il libro di Noah Feldman che è del 2013.

Certo, i nostri anni di fine decennio sono ancora diversi, si stanno letteralmente facendo sotto i nostri occhi stupefatti, ne fanno parte:
-        le tensioni crescenti, con toni non ascoltati da decenni, tra la potenza ordoliberista vocata alla espansione commerciale (la cui altra ineliminabile faccia è l’austerità, propria ed imposta ai subalterni coloniali, anche se per ragioni diverse, e il reinvestimento dei surplus possibilmente in aree sicure) e quindi oggettivamente imperialista (ma difficilmente egemone, se non nei ceti renditieri e nei segmenti produttivi connessi alla propria macchina da guerra di esportazione) della Germania, e la potenza semi-imperiale americana che tenta prima che sia troppo tardi di ridefinire le sue basi di forza.
-        Le tensioni ai margini dell’Unione Europea, stretta tra la partita solitaria condotta dalla Germania e dai suoi alleati, impegnati in uno sforzo neo-imperiale condotto per ora con esclusivi mezzi economici e insufficiente proiezione egemonica. Keynes, nel 1941, si trovò a dire: “riunire un gruppo di paesi, alcuni dei quali saranno in posizione debitoria e altri in posizione creditoria, all’interno di un’unione monetaria allargata al mondo intero è senz’altro possibile [dal punto di vista economico]. Ma è impossibile, a meno che non abbiano anche un sistema bancario ed economico comune, raggrupparli in un’unione monetaria contro il mondo intero. […infatti] i membri in surplus dovrebbero fare dei loro saldi attivi un prestito forzoso e non liquido in favore di quelli in deficit” (K, “Moneta internazionale”, p.87)
-        Il tentativo, vitale quando difficile, della Cina di ridefinire la propria ascesa (o ritorno) al vertice del mondo, facendone un sistema. Cioè ridefinendosi da ‘fabbrica del mondo’ a snodo logistico e centro d’ordine, ma anche ad esportatore di surplus finanziari. Questa strategia si impernia nella cosiddetta “via della seta” (che ha l’ambizioso obiettivo di saldare, in una sorta di globalizzazione controllata per via interna, il continente eurasiatico facendone nuovamente il centro del mondo e spingendo alla periferia ogni altro candidato, ovvero il continente americano), e vede la riduzione delle esportazioni di merci, fattore di potenza ma anche di fragilità, che passano in dieci anni dal 35% al 20% di un PIL che continua a crescere. Questo progetto difficile è, però, in deficit di potenza militare e di capacità tecnologica.
-        Quindi l’intenso scontro e trattativa tra gli USA, la Russia, la Cina e in posizione appena meno visibile il Giappone, l’India, la Corea, la Germania, per la creazione degli assi di alleanze del XXI secolo. Uno scontro commerciale, economico e diplomatico (ma anche militare) dal quale dipenderà se avremo un futuro multipolare o se si riformerà un sistema-mondo ed una egemonia centrale e come.

Si può dire poco di questo “grande gioco”, se non che qualcuno cadrà dalla torre. Avrebbe dunque ragione Caracciolo nel dire che dovremmo capire quale è bene sia il nostro ruolo, senza aspettarlo dagli altri.



Nel 2013, dunque appena quattro anni fa ma prima di tutte le cose di cui abbiamo parlato in questo blog, il professore di diritto internazionale alla Harvard Law School, vede insieme una interdipendenza economica molto pronunciata tra gli USA e la Cina, ma anche dei rischi nell’evoluzione del rapporto. L’interdipendenza non garantisce, infatti, che tutto andrà bene; non è successo in passato (quando era grande come adesso ed è crollata di colpo tra USA e Germania) e potrebbe non succedere oggi. Essa, infatti, è fata di squilibri, di flussi di merci che vanno in una direzione e di capitali che vanno nell’altra e poi tornano in parte. Dunque è fatta di dipendenza (chi compra e chi fabbrica e vende sono legati in modo ambiguo, ma critico) e di relazioni di credito e debito potenzialmente fragili e dunque da proteggere. Un dispositivo di protezione intraeuropeo degli squilibri di potenza è l’euro e la BCE che lo controlla, più in generale il dispositivo legale dei trattati; un dispositivo analogo in campo internazionale sono le vecchie istituzioni di Bretton Woods (FMI, BM, Ocse), il WTO, e, in ultima istanza le flotte, gli aerei e missili, le basi.

Il termine che il giurista conia per dare conto di tale situazione è “cool war”, ovvero cooperazione e conflitto simultaneamente.

Ma da questa situazione si potrebbe passare alla “war” senza altri attributi? Come dice: “il rischio deve essere preso sul serio”. Una dinamica, riguardando la storia, potrebbe essere la progressiva formazione di sistemi di alleanze contrapposte (si può rileggere, ad esempio, il libro di Rusconi “1914: attacco a occidente”, o quello di Niall Ferguson, “Il grido dei morti” che nell’introduzione ricostruisce le diverse e contrastanti teorie in proposito) insicure e per questo orientate a prepararsi al peggio, contribuendo indirettamente a provocarlo. La dinamica (e la crescita di sempre più potenti sistemi militari-industriali, che hanno anche il vantaggio funzionale di attrarre e impiegare il sovrabbondante capitale, come sottolinea Arrighi), in altre parole, potrebbe prendere la mano.

Come ricorda Feldman l’interdipendenza, secondo una vecchia teoria (formulata prima della prima guerra mondiale, anzi alla sua vigilia) non può che garantire la pace, e secondo una tesi dominante in economia (e contestata ad esempio da Dani Rodrik) può anche arricchire tutti (p.19). Era, questa una tesi piuttosto ardita che viene presentata nel 1909 e poi risale all’attenzione, dal suo discredito, negli anni settanta, quando la mondializzazione dei capitali inizia a crescere e alcune influenti università americane vengono ‘arruolate’. Eppure non è sempre andata così.
Come il libero commercio in realtà determina vincitori e vinti, e quindi dipendenze dalle quali ad un certo punto si può desiderare di liberarsi, così l’interdipendenza e la competizione sono passibili di mutarsi in scontro. C’è in qualche modo, se dobbiamo ascoltare Keynes, una ‘buona’ ed una ‘cattiva’ interdipendenza.

Per Feldman comunque la condizione della pace è duplice:
-        che la Cina sviluppi un mercato interno (cosa che sta cercando di fare, ma per il quale la via della seta è un interessante surrogato, dato che rende “interno” parte del mercato di altri),
-        e che gli Stati Uniti non abbiano più bisogno di quello che Todd chiama “il tributo”, ovvero di indebitarsi per poter consumare più di quanto producono.
Perché la seconda cosa si verifichi bisogna però che si reindustrializzino (producendo quel che consumano) e che i consumatori abbiano i mezzi per coprire i propri consumi (ovvero che i salari si allineino alla produttività). In questo caso i capitali mobili sovrabbondanti dovrebbero trovare uno sbocco, e questo potrebbe essere garantito da investimenti infrastrutturali, pubblici e privati. Oppure dalla sola spesa pubblica militare.
In quel caso si prenderebbe la china che Ferguson ben descrive nel suo capolavoro, ed Arrighi rintraccia più volte nella storia delle transizioni tra potenze ‘egemoniche’.

Guardando al recente passato la guerra fredda (“cold war”), terminata nel 1989, ha prodotto per l’autore:
-        Nel primo decennio, 1989-99: una forte crescita (comunque inferiore a quella del primo ventennio del dopoguerra) fondata sulla mondializzazione, la rivoluzione informatica, gli investimenti all’estero e l’estensione delle reti logistiche;
-        Nel secondo decennio, 2000-2010: l’involuzione imperiale americana, che si impantana in Iraq e in Afganistan, perdendo parte della propria capacità di fascinazione egemonica; quindi l’avvio della crisi finanziaria; e l’emersione della Cina che cresce nell’interdipendenza.

In questa situazione non mancano i potenziali casi di conflitto: il più importante è la protezione di Taiwan da parte della potenza americana che non potrebbe abbandonarla senza pagarlo con una tale caduta di reputazione da porre fine alla sua egemonia militare nella regione (p.31). Un tale scenario rappresenterebbe la chiusura intorno alla Cina della corona di paesi ad alto sviluppo e ricchezza (e avviati su quella strada un ventennio prima), Giappone incluso; cosa che la renderebbe di gran lunga il blocco più potente. In particolare se nel frattempo si saldasse anche alla Russia e legasse in rapporti commerciali e industriali l’Europa, risolvendo il problema del “mercato interno” (come la Germania lo ha risolto con il sud dell’Europa stessa).
È lo scenario che Nye, in “Fine del secolo americano?” reputa remoto ma esiziale, e che Kissinger in “Ordine Mondiale” giudica impossibile, per gli elevati livelli di differenza e la storia di conflitti della regione, in cui nessuno da secoli si fida della Cina.

Ma si potrebbe arrivare a tale conclusione anche per gradi; con la Cina impegnata in una graduale, prudente ma decisa, crescita di capacità militare e gli Stati Uniti, se non riescono a reimportare le catene logistiche industriali più strategiche (anche militari), che diventano sempre più fragili ed esposti e sempre più tenuti a costi di protezione difficili da sostenere.

Del resto, come ricorda bene Feldman, anche la parte essenziale del “tributo” (Todd) che consente agli USA di vivere e conservare equilibrio interno e consenso è basata sul presupposto che la moneta americana resterà per tutti affidabile e forte, perché gli Stati Uniti resteranno il centro dell’ordine mondiale. Conservando questo instabile equilibrio, a breve termine il vantaggio per la direzione americana è decisivo: tiene all’estero parte dell’industria e quindi contiene drasticamente i salari interni, a favore del capitale fisso e mobile (dunque, si potrebbe dire, conserva il proprio modello di capitalismo iperfinanziarizzato e oligarchico), e contemporaneamente consente i consumi che legittimano il proprio consenso. Senza consumi il capitalismo non ha possibile consenso.



Se così non fosse la forza di gravità della bilancia commerciale ricomincerebbe a funzionare e si avrebbe una drastica svalutazione, con una spirale di insostenibilità delle importazioni, indebolimento geopolitico, deprezzamento delle riserve estere di terzi, etc… che potrebbe portare rapidamente a gradi di instabilità sistemica di difficile previsione.

Nel breve termine nessuno può volere questo, ma nel lungo termine l’interesse geopolitico della Cina, per l’autore, è “nel rimuovere gli Stati Uniti dalla posizione di unica superpotenza globale”, e di farlo per ragioni sia psicologiche sia materiali (p.37). La Cina è un antico paese orgoglioso, intimamente nazionalista, e ha dolorosa memoria dell’umiliazione che le potenze coloniali europee (Inghilterra, Francia e Germania) produssero nel 1800. Inoltre ci sono interessi concreti, come il già citato Taiwan, ma anche il duello egemonico millenario con l’India e in generale il ruolo di guida che pensano gli spetti rispetto alla regione.
Non bisogna dimenticare il vasto fronte di attacco egemonico che il governo cinese sta allargando:
-        accordi monetari per produrre un sistema di riserve non occidentalocentrico,
-        una banca internazionale che sostituisce il FMI come prestatore di ultima istanza,
-        la già citata infrastruttura logistica (sulla quale molto insisterà Parag Khanna nel suo ultimo libro “Connectography”),
-        la crescente potenza militare navale,
-        l’attivismo nella cyberguerra.

Molti suoi vicini, come Singapore, ne sono convinti: è intenzione della leadership cinese di diventare la più grande potenza del mondo.

C’è anche un altro tema che è sollevato dall’analista americano: la leadership cinese, uno stato con un solo partito, ha bisogno di un principio di legittimazione sostitutivo del comunismo, che ha di fatto abbandonato. Negli ultimi anni la coesione sociale è stata mantenuta (oltre che dalle frequenti repressioni e dal controllo dei media) anche con la promessa dello sviluppo. Ma questo fatica a coinvolgere tutti, anche perché è basato su un modello (che è l’unico ad interessare all’occidente) di lavoro semi-servile a basso costo. Serve dunque un collante, e il nazionalismo è un’attraente possibilità. Ma allora bisogna creare una percepibile tendenza al rafforzamento strategico e presentarsi come vittima di ingiuste manovre occidentali per tenerla fuori del suo destino.

La stessa carta, cambiando scacchiere, che ha recentemente giocato la Merkel sotto elezioni verso un Trump che l’aveva attaccata sul commercio.

Dunque abbiamo una “cool war”, che potrebbe scivolare in una “cold war” e poi, magari, in una “hot war”. Il “fresco”, che è però anche simpatico, fico, quindi utile e persino attraente, che passa in “freddo” e poi in guerra vera e propria.
Ma la “cold war” fu anche uno scontro di egemonie ed entro queste di ideali. Se si svilupperà anche questo piano di scontro, allora la strada andrà più rapidamente in discesa. Se le posizioni ideologiche diverse (e lo sono) saranno usate le une contro gli altri, in un scontro di opposti universalismi, allora questo piano di confronto potrebbe irrigidire le cose anche più degli interessi contrapposti.
Ci sono almeno tre piani di confronto ideologico:
-        l’occidente ha certamente un impegno per lo stato di diritto (rule of law), che appare come il miglior modo per amministrare le società umane, e che potrebbe essere sfidato dalla completamente diversa tradizione dell’autorità in Cina, in cui mancano stabili diritti di proprietà legali (come, peraltro accade anche in molti paesi arabi, ad esempio a Dubai, e in altri paesi orientali).
-        Inoltre ha un impegno (molto più recente) per la democrazia, fondata su una intera e compatta idea dell’uomo e dei suoi poteri e diritti, quello che chiama “l’impegno morale nei confronti dell’autodeterminazione” (p.53).
-        Quindi ci sono i diritti umani, ancora più recente e ancora più difficile da piegare a compromessi.

La situazione complessivamente vede quindi tra USA e Cina una estensiva cooperazione economica, creata per adattamento reciproco sotto la spinta del sistema delle multinazionali finanziarie e non (e dunque in parte non intenzionale da parte statuale), ma insieme una forte concorrenza nel campo geopolitico, e infine rischi che le divergenze di interesse e ideologiche portino ad uno scontro. Secondo il modo di vedere dell’autore “c’è qualcosa di bizzarro nell’idea che il conflitto strategico e la cooperazione economica si verifichino simultaneamente. In teoria due partner commerciali non dovrebbero farsi la guerra. E due avversari strategici non dovrebbero arricchirsi l’uno l’altro attraverso finanziamenti e commercio” (p.57).
La contraddizione si attenua se si articola, come l’autore tende a non fare, lo schema nei diversi attori che lo interpretano:
-        da parte americana, che è una società liberale di mercato fortemente dominata dalle “imprese giganti” (Crouch), l’impiego di risorse umane cinesi (semischiavizzate per lo più), e lo sfruttamento del sistema di incentivi del governo cinese (e dei suoi notevolissimi investimenti infrastrutturali), non è condotto per ragioni geostrategiche, ma meramente per massimizzare a breve termine il ritorno privato sul capitale, dunque in modo adattivo sotto pressione di forze molecolari. Il vantaggio per gli Stati Uniti, intesi come unità statuale e nazione, è limitato nel medio e lungo termine. Per lo più si riassume a breve termine nell’importazione di merci a basso prezzo, ma ha il prezzo di alimentare lo squilibrio commerciale e l’esportazione di capitali che non sono né reinvestiti né tassati. Dunque contribuisce a far precipitare sempre più profondamente lo Stato nella crisi fiscale che a lungo termine potrebbe distruggere sia la sua coesione politica sia la sua capacità militare.
-        Da parte cinese, che è una società fortemente diretta dallo Stato e non liberale, gli investimenti diretti esteri ricevuti comportano diversi vantaggi e qualche rischio. Da una parte impiegano manodopera e importano capitale sia per l’investimento sia per i costi operativi, inoltre vendono merci all’estero, e guadagnano know how e trasferimento tecnologico diretto ed indiretto. Dall’altra una struttura industriale in parte di proprietà estera è sempre un rischio, dato che è soggetta a possibili fughe e comunque determina un flusso di capitale in uscita. Questo rischio è mitigato dall’autoritarismo del governo, che però andrebbe autolimitato per non rischiare di attivare ciò che si vuole evitare (di qui l’utilità di importare la rule of law).
-        Chi si arricchisce vicendevolmente, non è dunque lo stesso soggetto. Parimenti il conflitto geostrategico ha come soggetti altri attori. Questa volta a confliggere sono gli Stati, che sono tenuti ad agire secondo diverse logiche e orizzonti temporali.

Nella seconda parte del libro Feldman si concentra sulla Cina, e racconta la storia di Bo Xilai, ed il suo potente intreccio di relazioni personali (in parte familiari dato che suo padre era uno degli “immortali”, ovvero i primi seguaci di Mao), come della sua caduta (p.72). Attraverso questa analisi mette in evidenza lo sforzo di creare le condizioni per un ordinato rinnovo delle élite, ogni dieci anni. Cosa che in qualche modo la rende “permeabile” (p.88) e costituisce una sorta di sostituto della democrazia come meccanismo per ridurre la tendenza del sistema ad ingessarsi.
Ciò che sembra di vedere all’opera è una sorta di legittimità più complessa, anche se senza democrazia ed a tratti con un fortissimo controllo delle informazioni e delle procedure decisionali, inoltre con vastissimi problemi di corruzione (Prem Shankar Yha tornerà sul tema nel suo libro “La tigre incontra il dragone”).

Nel seguito l’autore ripercorre molti temi già individuati, svolgendo un’analisi di maggiore dettaglio; la conclusione è che la “cool war” sarà combattuta, anzi è in corso. Questo conflitto è inevitabile ma interdipendenza economica secondo l’autore può contribuire a gestirlo, impedendo che entri in una spirale incontrollata.

La mia opinione in proposito è: “dipende”.

Se la logica distruttiva della finanza intrinsecamente speculativa potrà essere riportata entro le priorità pubbliche incarnate dalle nazioni in campo, e il commercio diventerà più equilibrato e sostenibile (sia sul piano ambientale, sia da quello economico e sociale) quindi anche meno bisognoso di protezione strategica (e più soggetto alla logica di lungo sguardo statuale) allora una ben bilanciata interdipendenza può aiutare a capirsi sempre meglio e a non desiderare di prevalere sull’altro.

Se invece l’interdipendenza resterà come adesso una forma di selvaggio sfruttamento e di creazione di relazioni di potere e dipendenza, gli uni verso gli altri (con la creazione di reti intrecciate di mutua dipendenza) allora al contrario l’equilibrio si potrebbe rompere come altre volte è successo.

Non a caso John Maynard Keynes, nel suo progetto per il nuovo sistema commerciale e monetario (entrambe le cose, necessariamente) per il mondo post seconda guerra mondiale, parlò di “misure di disarmo finanziario”. Lavorando intensamente a quello che era in effetti il suo progetto più importante, il grande economista inglese che aveva ricevuto un formale incarico dal governo inglese ed era al termine della sua carriera (e della vita), incardina il suo progetto su una idea semplice: le merci si devono scambiare con le merci, il lavoro con il lavoro. Con le sue parole, nella versione del 1940: “ci impegniamo ad istituire un sistema di scambi internazionali che apra tutti i nostri mercati a ogni paese, grande e piccolo che sia, e che dia a ciascuno uguale accesso a tutte le fonti di materie prime che possiamo controllare o influenzare, sulla base di uno scambio beni contro beni”.

Senza entrare nei dettagli tecnici, per i quali rinvio al testo, il progetto è orientato a consentire un libero commercio che si dispieghi senza creare dipendenza, dunque senza porre le premesse per sottomissioni dell’un paese sull’altro e relative rivendicazioni e difese. L’idea è che il commercio, per non diventare un’arma, deve essere accompagnato da adeguate e simmetriche restrizioni su moneta e credito.

Il circuito che tiene in piedi la globalizzazione creata dalla sovrapotenza del capitale mobile, quindi dalla generalizzazione degli scambi di credito e debito, e dagli squilibri commerciali (tra paesi in deficit e in surplus di più che significative percentuali del proprio PIL) che ne sono immagine e causa, è la fonte della corsa ad armarsi gli uni contro gli altri. Di impegnarsi in “cool war”, ed eventualmente in “cold war”, se non “war”.

È, insomma, questa globalizzazione la causa prima della “war”, in ogni sua forma.


Un sistema che, come il girone degli avari dell’inferno di Dante, crea solo “accumuli di denaro non speso e di debiti non ripagati”, come disse Keynes: rispettivamente i primi in Germania, Cina e Giappone ed i secondi in USA non può essere stabile e durare. Alla fine il debitore, che spende buona parte del credito che riceve in armi, qualcosa dovrà fare.

Allora la cosa finisce male: nel 1943 il Piano di White e quello di Keynes sono pubblicati dai rispettivi governi e si contrappongono. In quello del secondo ora trovano spazio anche istituzioni mirate a promuovere il libero scambio, a finanziare gli investimenti internazionali produttivi, a stabilizzare il mercato delle materie prime. Si tratta nel complesso di un insieme di strumenti volti al contrasto del ciclo economico ed alla prevenzione delle crisi. Lo schema di Keynes lavora per la pace perché impedisce l’accumulo di quello che l’economista chiama “arsenali finanziari”, in termini di riserve valutarie e debiti esteri che inevitabilmente sviluppano una vera e propria capacità di ricatto, come credo sia ogni giorno più evidente oggi in Europa. Togliere da parte del creditore, di fatto, la possibilità al debitore di pagare (costringendolo a politiche recessive) allontana infatti la pace (“pagare” viene dal latino “pax”).

Lo scontro tra i due schemi si risolve in quella che Keynes vive come una “resa incondizionata”, quando nel aprile 1944 ad Atlantic City viene firmato il Joint Statement, e poi il 1 luglio dello stesso anno a Bretton Woods gli Accordi. All’ultimo istante, senza neppure dare agli alleati il tempo di leggere fino in fondo, sarà anche inserita formalmente la chiave di volta: l’utilizzo del dollaro come moneta internazionale ed inizia la Pax Americana che è terminata nel 1971.

Facendo iniziare la lunga crisi che forse nei prossimi anni arriverà ad un tornante.


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