Dopo
aver letto il “Saggio
sul dono”, del 1923, del sociologo ed antropologo Marcel Mauss, allievo
e parente di Emile Durkheim e titolare della cattedra che andrà alla sua morte
nel 1950 a Claude Levì-Strauss, può essere interessante leggere il piccolo libro sul concetto di “persona”. Mauss si è sempre interessato a ciò che ha preceduto la
modernizzazione, e dunque è un autore interessante, come il Polanyi degli studi
antropologici, che pure guarderemo, per focalizzare “in negativo” la novità
emersa con lo “spirito del capitalismo”. Dunque questa lettura è utile nel
contesto tratteggiato all’avvio del post sul dono, cui rimando.
Trascrizione
di una conferenza (Mauss non scrisse mai un vero e proprio libro) del 1938,
sulla quale in effetti non sarebbe più tornato nell’ambito della sua ampia
anche se dispersiva opera, il testo focalizza una delle questioni più
importanti e sfuggenti nello sviluppo della civiltà occidentale: la nozione di “io”. Contemporaneamente il
tema, che sembra a chiunque ovvio e naturale, viene esplorato in America da
George Herbert Mead (in “Mente, sé e società”, del 1934, postumo)
per il quale il “sé sociale” è un processo che emerge direttamente entro la
società, nell’interscambio dinamico tra ruoli e persone, le une con le altre. Noi
ci conformiamo (è il “me”) a quel che
gli altri si aspettano, mentre rispondiamo come individui (è l’”io”) a quel che gli altri fanno.
Mauss
è interessato a questa seconda dimensione: come
emerge storicamente un atteggiamento che definisca un “io”, differenziandosi da
un “me”? Un esempio traumatico di creazione dell’”io”, si ha nella
costrizione alla pratica della confessione imposta dai conquistadores alle
popolazioni autoctone sudamericane. Queste non erano affatto consapevoli di un
essere morale capace di azione e quindi di colpa individuale, raccontarsi in
questa veste quindi destruttura profondamente le forme di esistenza ed i
sistemi di valori, sostituendo sistemi di controllo sociale e di esistenza
collettiva tramite i meccanismi della coscienza interiore. Le popolazioni
autoctone vivevano in un “me” cosmico, nel quale l’”io” era immerso ed indifferenziato,
con ciò il senso di colpa che determina la coscienza moderna non poteva trovare
luogo, per dirla con Klor de Alva (circa i Nahua): “ogni essere umano era un
microcosmo che rifletteva le forze costitutive del cosmo. Non c’era quindi una
volontà autonoma che risiedesse nell’individuo, né esisteva una chiara
distinzione tra la volontà personale e le forze soprannaturali e naturali che
governano l’universo”, in sostanza “gli esseri umano fanno parte fisicamente e
soprannaturalmente di un insieme universale che collega direttamente il loro
destino alla totalità del cosmo. In questa cosmologia la libera volontà del
soggetto non ha alcun senso e gli atti individuali, morali o immorali che
siano, hanno sempre un significato sociale o, in ogni caso, cosmico” (“Raconter des vies”, in “Archives de
sciences sociales del religions”, 77, 1992, p.114). La cristianizzazione è quindi
anche una ricostruzione di un “se”. Il “peccato”, nozione del tutto aliena,
viene usato come grimaldello per introdurre dall’esterno il principio di un
implacabile controllo, come dice de Alva “più sottile di una tortura” nel
contesto della cultura preesistente.
Ora,
è ovvio che tutte le società hanno consentito che gli individui avessero
almeno, come dice Mauss, “il senso del proprio corpo” e quindi della
separatezza tra gli individui, inoltre anche della divisione del lavoro e di
potere. Ma si possono garantire queste prestazioni senza disporre di una vera e
propria nozione dell’”io”. Si tratta di una sorta di gioco di maschere: i nomi,
i ruoli, i ranghi, le età, le appartenenze a questo o a quel clan, quella
confraternita, sono come una serie di strati che non lasciano spazio ad una
vera e propria vita individuale, come noi la intendiamo.
Una
frattura sembra possa essere riconosciuta nell’insorgenza della scrittura,
oggetto della seconda parte del saggio-conferenza di Mauss. Qui emerge (basti
pensare all’inno di Ramesse III ad Ammone con la sua struttura “io-tu”), almeno
in alcune figure caricate di responsabilità, il senso dell’”io” anche se ancora
poco differenziato. O, nella Bhagavadgita il “Canto del beato signore” in cui Arjuna, membro della casta guerriera
degli Kshtriya, e Krishna-Vishnu sul dilemma morale tra l’impulso della ahmsa (“assenza
del desiderio di uccidere”) e i suoi doveri castali. Si tratta di un conflitto “io-me”.
L’”età
assiale” (Karl Jaspers), sia pure anticipata in alcuni eminenti dottrine, come
quella di Confucio o di Lao Tzu, sposta i termini verso un universalismo cui fa
da complemento una nuova attenzione per la “persona” come singolo. Mauss si
concentra in particolare sui romani, che derivano dagli etruschi l’uso delle
maschere (“personae”), e aggiungono l’invenzione straordinaria del diritto, che
fonda la “cittadinanza” (progressivamente estesa, dai soli aristocratici verso
il popolo e dai romani ai latini e poi agli italici, infine a l’intero impero).
Ma
è la “persona cristiana”, preparata da quella stoica, che si manifesta nella
stessa persona per eccellenza: Gesù Cristo.
I dibattiti teologici dei primi secoli infuriano su questa questione, nella “natura”
e della “persona” nell’”io” del Cristo, ovvero delle diverse presenze dentro lo
spazio carnale dell’individuo che chiamiamo Gesù. La questione viene sistemata
dal Concilio di
Calcedonia, il quarto nel 451, che affrontò la questione “monofisita” che
stava rischiando di porre l’impero stesso in una condizione difficilissima,
distruggendone l’unità: Cristo è uno,
pur partecipando della natura del Padre e dello Spirito Santo, egli ha una sola ipostasi in due nature, umana e
divina (l’ipostasi è la sostanza
individuale che nella filosofia scolastica si oppone alla ousìa, la sostanza in generale). Dice Tommaso d’Aquino: “Per i
Greci ipostasi, secondo il significato proprio della parola, indica l'individuo di
qualsiasi sostanza, ma secondo l'uso
indica solo l'individuo di natura razionale, attesa l'eccellenza di questa
natura. Come noi diciamo al plurale che in Dio vi sono tre Persone e tre
Sussistenze, così i Greci dicono che vi sono tre Ipostasi. Però siccome il nome
di sostanza, che propriamente corrisponde a ipostasi, per noi è equivoco, dato
che alcune volte significa l'essenza e altre volte l'ipostasi, per evitare il
pericolo di errore si è preferito tradurre ipostasi col termine sussistenza,
anziché con quello di sostanza” (Summa
Theologiae, I, q29, a.2). La sostanza personale è sussistente quindi in
quanto in sé e per sé, ovvero razionale, e senza bisogno di altro per
definirsi. La trinità è, in altre parole, composta di tre ipostasi individuali
appartenenti ad un’unica sostanza comune.
Ovviamente
non si può non ricordare anche le “Confessioni”
di sant. Agostino, in cui il racconto procede in modo biografico in prima
persona; una autobiografia, inclusa una sorta di autoanalisi dell’anima, con un
livello di introspezione mai raggiunto prima negli esempi storici. Sembra anticipare
di molti secoli John Locke, che fonda l’identità morale dell’uomo nel concetto
di persona, aprendo la strada che conduce a Kant, o a Fichte, che fonda ogni
fatto di coscienza sull’”io”. Né si può dimenticare Lutero.
Dunque,
come dice, “il tema è immenso”. Un’idea che crediamo istintivamente innata, è
sorta invece gradualmente e si è sviluppata, in innumerevoli ed anche aspri
conflitti (che hanno spaccato imperi), nel corso di secoli ed è tutt’ora, come
dice “fluttuante, delicata, preziosa e soprattutto da elaborarsi ulteriormente”
(p.55). L’idea di “persona” per noi naturale, è insieme fondamento della ‘coscienza’
e radicamento della nostra posizione morale. Questa idea resta connessa con
quella di “causa” (che muove dal concetto di ‘mana’, messo in evidenza negli
studi sulla magia e in quello sul dono), di tempo, di spazio, di sostanza.
L’argomento
di Mauss non è linguistico o psicologico, focalizza invece “in qual modo, nel
corso dei secoli ed in numerose società, è lentamente maturato non tanto il
senso dell’io, quanto la nozione, il concetto che gli uomini delle diverse e
poche se ne sono fatti”; si tratta dunque di un tema di storia sociale.
In
molte civiltà orali, in particolare nordamericane, per Mauss in sostanza vige
un sistema totale, sociale e religioso,
nel quale si instaura un fitto scambio di diritti, prestazioni, beni,
privilegi, cerimonie, danze, ranghi che guardano insieme alle persone ed ai
gruppi sociali. Con le sue parole: “a partire dalle classi e dai clan
interagiscono le ‘persone umane’ e, a partire da queste, si intrecciano i gesti
degli attori in un dramma”. Un dramma che è contemporaneamente religioso,
cosmico, mitologico e sia sociale sia personale. Come negli Zuni, dove ogni individuo
ha un nome che è ripartito tra le famiglie e le società segrete, e cambia con l’età,
le funzioni. I nomi in particolare, come dice un discorso del “Clan delle
aquile”: “non possono uscire / dalle famiglie dei grandi capi dei numayams, ma
possono soltanto essere passati al maggiore dei loro figli”. È qui in gioco la
stessa esistenza del clan, dato che il nome-persona si reincarna in chi ne ha
diritto, perpetuamente.
Di
qui si passa all’epoca della scrittura, quando le fonti si moltiplicano, Mauss
individua nell’India (in qualche modo dimenticando l’Egitto, matrice del pensiero
greco come si legge molto bene in Erodoto) come la civiltà più antica in cui la
nozione di individuo dotato di una coscienza dell’”io” emerge. Qui la ahamkara, “costruzione dell’io”, diventa
il nome della coscienza individuale. In questa tradizione, che precede il
buddismo, l’”Io” è una cosa illusoria, mentre l’uomo è nel tutto (Vishnu a
Ariuna nella Bagavadgita). Ma questa lotta mostra proprio ciò che combatte, l’emergere
di un senso distinto dell’”io”.
Secondo
il suo punto sono i romani, o meglio i
latini, che mettono a punto la nozione di “persona”. E lo fanno nel
diritto: persona, cose, azioni. La parola
che ancora usiamo, deriva da per/sonare, cioè da una maschera attraverso la
quale passa la voce dell’attore, ed è di probabile origine etrusca, e forse da
un prestito greco.
E
lo fanno attraverso una complessa stratificazione di lotte per la cittadinanza
(“personae civile”) e di nomi, cognomi e soprannomi (nomen, praenomen,
cognomen) attribuiti dalla gens. Il prenome può essere l’ordine di nascita
(primus, secundus), il nome la gens, e il cognomen (soprannome) proprio dell’individuo
(Nasone, Cicerone, etc…). Da un senatus-consultus apprendiamo che non si poteva
assumere il prenome da alcuna altra gentes che non fosse la propria, mentre il
cognomen resta comunque connesso con la discendenza, la filiazione. Cicerone
contesta in “Pro cluentio” alla
controparte di aver abusato del cognomen per fingersi altro. Lo stesso organo
del governo, il Senato, era composto di “patres”,
ovvero di antenati; delle persone e delle immagini di un numero fisso di
antenati.
La
persona è dunque una stratificazione di maschere, artifici, tradizioni e ruoli.
Solo gli schiavi, anche qui in negativo si vede meglio, “non habet personam”.
Non hanno personalità, non hanno antenati, né ‘personalità’ (appunto), cognomen,
né beni (sulla relazione tra i beni e le persone collettive vedi il saggio sul
dono), dunque non possiedono il proprio corpo (p.87).
A
partire dal II sec a.C. si affina il significato di persona; la scuola stoica,
e più in generare la filosofia morale individua un senso per “l’essere cosciente,
indipendente, autonomo, libero, responsabile”. Un mutamento che si compie meglio
nell’età di Marco Aurelio, quando la coscienza di sé diventa l’appannaggio
della persona morale. Per Marco Aurelio bisogna “scolpire la propria maschera”,
“definire il proprio personaggio”, il proprio “tipo” o “carattere”, in qualche
modo quindi prefigura quel che nella tradizione cristiana diventa l’esame di coscienza. Ovvero il più
potente dispositivo di controllo della modernità.
Sono
quindi i cristiani che fanno della persona morale l’entità che è per noi; da “persona
in quanto uomo rivestito di uno status” a persona morale, che si estende anche
agli schiavi: “non c’è più né Giudeo né Gentile,
non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna: tutti voi siete
uno in Cristo Gesù” (Lettera ai Galati, 3,28). L’unità della persona si
individua nell’unità della Chiesa e in rapporto necessario all’unità di Dio.
Dunque,
come dice Mauss, “è a partire dalla nozione di uno che si forma quella di persona”, e il luogo è disseminato di
conflitti (come ricordato). La persona diventa “substantia rationalis individua”
(Cassiodoro), ovvero una sostanza razionale, indivisibile, individuale. Alla quale
con altra lunga costruzione si aggiunge (nella linea che va dalla rivoluzione
seicentesca alla sistemazione illuminista e poi romantica) una coscienza che
fonda la morale, e si arriva alla categoria dell’”io”.
Mauss
ricorda sia Cartesio sia l’opposizione tra estensione e pensiero in Baruch
Spinoza, che distingue tra anime (quella “poetica”, immortale, e quelle “vegetative
e sensitive” che invece restano connesse al corpo e con esso muoiono).
La persona alla fine di questo
percorso non è che coscienza.
Sarà
poi Hume ed il pietista Kant che metteranno a fuoco un “io” indivisibile,
ulteriormente fissato da Fichte.
Da
allora ciascuno ha il proprio “io”.

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