Giuseppe Berta, autore di molto studi sulla
struttura industriale italiana, tra i quali è da ricordare “L’Italia
delle fabbriche”, un’ampia ricostruzione dell’industrialismo italiano
dal primo novecento al 2001, e del successivo (2014) testo sulla “Produzione
intelligente”, torna sul tema con questo libro
del 2016, nel quale si chiede se la dimensione che ci è più consona non sia
quella del ‘mercato’, anziché del vero e proprio ‘capitalismo’, con la sua alta
incidenza di capitale e le sue lunghe reti (la distinzione è quella della
scuola delle Annales, e di Braudel in particolare, si può vedere qui,
espressamente richiamata a pag.11). In certo senso secondo lo storico torinese
oggi l’Italia non ha più un suo modello di capitalismo, come lo poteva avere
negli anni sessanta e settanta. La ragione è che nella seconda parte degli anni
novanta, con le privatizzazioni, e nei primi anni duemila, come dice: “l’Italia
ha smontato, pezzo dopo pezzo, l’intelaiatura che sosteneva la sua compagine
economica”. Non abbiamo dunque più un modello economico.
Dato che, però, il paese è comunque immerso
nell’ambiente economico internazionale in cui il capitalismo è ovunque (con le
reti lunghe della finanza e del grande capitale più o meno mobile) gli restano
margini di autonomia sempre più ristretti.
Non si tratta solo del fatto che molte imprese sono
passate sotto controllo estero, ma proprio che la trama del tessuto economico
si è dissolta. E nello scontro tra due assi di sviluppo, quello rivolto ad
imitare le grandi imprese di successo in aree economiche dotate di maggiore
capacità e mercati interni (gli USA in primis) e quello rivolto ad una crescita
per linee più interne e dimensioni più controllabili (le famose “medie imprese”
e le reti di distretti), oggi rimane in campo solo la seconda. Che è quindi da
considerare il nostro carattere più proprio, verso il quale sintonizzarci.
La ricostruzione di Berta parte da una visione a
campo largo dell’industrialismo gigantista del novecento e delle sue recenti
involuzioni, come anche della tendenza del grande capitale, nella nuova forma
dell’economia dei servizi innovativi connessi con la gestione dell’informazione
e la valorizzazione del possesso dei dati. Quindi descrive nella prima parte il
capitalismo manageriale e la grande industria automobilistica, Drucker e la
General Motors, come primo modello nella metà del secolo scorso. Di questo
grande modello integrato di capitalismo resta un’industria stanca, poco
innovativa, impegnata in una violenta competizione interna, ne sono espressione
lo scandalo della Vw, presa dall’ossessione di “essere la prima”, costi quel
che costi (p.19) e l’esempio della Toyota, che per ottenere lo stesso effetto
sacrificò nella corsa il proprio modello stessi, allentando la ricerca di
qualità, salvo poi dover fare precipitosamente marcia indietro. In particolare
l’indagine dell’EPA, sulle centraline Bosh che occultavano le emissioni,
scoperchia letteralmente la fragilità del modello capitalistico tedesco. Ovvero
il modo di fare grande impresa, e grande capitalismo, troppo opaco, poco
proiettato all’innovazione e dipendente da equilibri di potere: “è la concretizzazione
di una forma di capitalismo che, lungi dall’essere vitale, ha bisogno del
soccorso dello Stato per reggersi e del cemento costituito da un blocco di
interessi che agisce come un freno, e non solo potenziale, all’innovazione e
alla mobilità sociale” (p.23). Si tratta di un “capitalismo arrembante” fondato
su un sistema di privilegi.
Ma questo vecchio modello di capitalismo è oggi
sfidato, proprio nel luogo più caratteristico, l’industria automobilistica, dal
nuovo capitalismo “californiano”. Forti di una enorme dotazione finanziaria,
praticamente illimitata tra risorse liquide proprie e capacità di attrarre il
capitale mobile data la sua aspettativa di creazione di valore (e hybris),
aziende come Apple, con la sua i-car, Google, con la “self-driving car”, e
infine Tesla, propongono ognuna un modello del tutto diverso: l’auto come
gadget, auto aggiornante, sempre connesso e catalizzatore di servizi. Cade la
barriera tra oggetto industria e servizi, ma anche si incarna la promessa di
una costante deflazione dei prezzi delle cose, e insieme del lavoro che si
polarizza (p.33), e avviene una separazione tra lavoratore e consumatore.
Queste nuove piattaforme di servizi, travestite da auto, sono in effetti, come
dice qualcuno, “dei monumenti alla sorveglianza” (p.34), grazie anche alla
interconnessione e intreccio con la Iot territoriale e le smart cities.
In questo scenario, rapidamente tratteggiato in poco
più di trenta pagine, per lo più per suggestioni, Berta descrive quindi il
modello stratificato di Braudel (che abbiamo descritto più compiutamente
leggendo “La
dinamica del capitalismo”, del 1977) che vede la società fondata su un
sostrato di strutture della vita quotidiana, sulle quali si elevano le condizioni
del mercato, ovvero le ragioni della cooperazione volta allo scambio e i suoi
luoghi, e infine il livello “alto” del capitale mobile e dello Stato,
reciprocamente intrecciati. Una struttura triadrica in cui i tre elementi sono
sempre compresenti. Nella storia italiana, ad esempio, esprimono la logica del
terzo livello agenti come Guido Carli e come Gianni Agnelli.
Nel blocco centrale del libro lo storico piemontese
descrive la parabola dell’IRI, nata nell’urgenza di rispondere alla crisi
importata del ’29, che metteva a serio rischio la tenuta politica e
sopravvivenza del fascismo, ed affidata da Mussolini a Beneduce. L’origine è
quindi casuale, ma improntata alla più forte necessità. I protagonisti, però, condividevano
un giudizio negativo sulal comunità imprenditoriale italiana, quindi l’Istituto
viene improntato dall’inizio alla più netta indipendenza. Già nel 1937 ha circa
200.000 addetti.
Nel tempo intorno all’IRI si va a costituire un
nuovo sistema economico, in cui il livello “alto” di capitalismo è in parte
notevole affidato allo Stato, e quindi gestito con sguardo lungo e capitali
“pazienti”, ma anche con finalità sociali. Nel primo dopoguerra si affiancano
la Finmeccanica (1948) e lo Svimez. Il giudizio di Berta è netto: “in larga
misura grazie all’IRI, il sistema misto divenne la forma stessa che distingueva
e identificava l’assetto dell’economia italiana” (p.61). Si è trattato di una
condizione di interdipendenza che, alla lunga, è stata anche “una condizione di
garanzia per la continuità stessa dell’iniziativa privata” (p.62).
Certo, non sono mai mancate le critiche da parte
liberista, ne è espressione ad esempio Luigi Einaudi.
E al momento dell’apertura della crisi strutturale
degli anni settanta, si alzano forti le voci di attori come Glisenti per il
quale l’IRI determina nel suo insieme “la rottura della logica stessa del
calcolo imprenditoriale”. Si tratta di una stagione di attacco concentrico che
è meglio descritta nel suo “L’Italia
delle fabbriche”, e che vede enfatizzare sistematicamente le deformazioni
clientelari (nella crisi che prende piede in effetti crescenti, dato che al
sistema pubblico dell’industria vengono attribuiti oneri che altre parti
dovrebbero sostenere) e vede sorgere un contropolo nella Mediobanca di Cuccia
(“un soggetto di regolazione e resistenza degli interessi degli imprenditori
privati”, p.70). sono gli anni degli scontri tra Prodi e Cuccia, e poi
dell’ultimo atto: la liquidazione via privatizzazione. I vari pezzi vengono
venduti, talvolta regalati letteralmente, al capitale privato incarnato dal
“salotto buono” di Mediobanca.
Allo smantellamento dell’economia mista, che lascia
un capitalismo debole affidato a esili capacità e volontà di competizione,
segue il declino economico del paese. Berta ne registra la contemporaneità e
ipotizza una relazione (p.78). Il deficit che lascia non è solo inerente la
disponibilità di capitali disponibili agli investimenti, ma anche la carenza di
spirito e volontà di intraprendere. Il capitalismo privato si trova ad essere
privato di quella interazione, intenzionalmente ricercata, con una capacità di
investimento e di intrapresa di cui è strutturalmente carente. Come dice a
pagina 80, “l’origine e il consolidamento dell’IRI ebbero come presupposto che
l’intervento pubblico fosse richiesto, non soltanto per colmare questo deficit
e investire là dove i privati non investivano, ma soprattutto per attivare
un’interazione sistemica tra il polo delle attività economiche soggette al
controllo dello stato e il polo dell’imprenditoria privata. Diversamente il
processo di sviluppo non si sarebbe innescato”. In altre parole, “l’economia
mista non era soltanto un correttivo attuato allo scopo di supplire all’inerzia
degli operatori privati, ma un dispositivo indispensabile anche per il
funzionamento della parte dell’economia non soggetta allo Stato”.
Se anche questa diagnosi viene accettata, oggi
questa strada di sviluppo è preclusa, perché l’Italia ha accettato con le
regole europee un sistema di vincoli esattamente preordinato ad impedire allo
Stato di sostenere lo sviluppo. Questo vincolo fu coscientemente assunto da
Guido Carli (su cui rinvia al suo “Oligarchie”)
e Nino Andreatta. L’azione di questi politici fu diretta a distruggere le
condizioni dell’assetto misto, visto come “impuro” del capitalismo italiano,
riportandolo a più chiare basi neoliberali.
Ora cosa resta?
Molto poco, quasi tutte le nostre aziende primarie
sono state vendute o vivono acque pericolose. Resta una Italia che “si radica e
trincea là dove il terreno le è più congeniale, le dimensioni sono più
controllabili e non entrano in campo estese filiere verticali” (p.93). Cioè restano
alcune centinaia di imprese intermedie, nelle quali il rimanente capitalismo
imprenditoriale riesce ancora ad esprimere un desiderio di innovazione. Dunque
restano più o meno 140 piccole “locomotive” innervate in distretti vitali. La
gran parte nel Nord-Ovest, che meglio di altre aree resiste (pur cedendo
terreno).
Nel seguito il libro ricostruisce i termini delle
sue ricerche sul campo (ad esempio in “Nord.
Dal triangolo industriale alla megalopoli padana, 1950-2000” del 2008), e
si chiede se si possa tornare ad un sentiero di sviluppo.
La sua risposta è in qualche modo dolorosa, anche se
contiene una speranza: si può e si deve puntare su un “ridimensionamento”. Su
una sorta di “capitalismo leggero”, fondato sull’Italia minore, quella del
Nord-Est e del Centro (la Nec di Giorgio Fuà), cioè su una rete di imprese piccole
e medie, diffuse, connesse con l’ambiente e con la società locale. Un modello che
ha sospetto per le “cattedrali nel deserto”, e valorizza i mille centri e la flessibilità
la connessione. Una collezione di nicchie, si potrebbe dire, per chi certo non può
ambire a riprodurre il “capitalismo californiano”, e neppure l’ingessato e vischioso
“capitalismo renano” contemporaneo. Un modello italiano, persa la grande scommessa
dell’economia mista nella gabbia dei vincoli europei, che guardi alle nostre migliori
tradizioni e tentativi, anche a quell’Adriano
Olivetti (sempre presente nella riflessione di Berta, ed oggetto di “Le idee al potere” del 2015) che seppe pensare
ed attuare una grande azienda internazionale partendo dall’amore per il suo cavanese
ed il rispetto per i lavoratori (p.146).
Una sorta di economia “intermedia” (nel senso di Braudel),
capace di presidiare i segmenti e recuperare anche il racconto di sé che una società
compie.
Insieme di ridimensionarsi.
Sobriamente.

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