Il libro del 2016
a cura di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs è certamente ambizioso ed ampio,
coinvolge autori come Joseph Stiglitz, Colin Crouch, Randall Wray, Andrew
Haldane, William Lazonick, e poi specialisti come Dimitri Zenghelis e Carlota
Pérez, ma anche Stephany Griffith-Jones e Stephanie Kelton, otto uomini e
cinque donne, considerando anche i coautori.
Malgrado questo apprezzabile esercizio di
bilanciamento di genere (migliorabile), il libro è piuttosto disomogeneo, e in
alcune affermazioni non pienamente condivisibile, almeno per me, in particolare
l’ultimo saggio, di Carlota Perez, che mi pare un “Majone in salsa verde”, è
del tutto non condivisibile, mostra molto bene come nel discorso del tecnologo
ambientalista (anche se nel caso non californiano) sia ben incorporato lo
spirito del tempo.
Lo scopo dichiarato dei curatori è di trovare una
comprensione più chiara di come effettivamente “funziona il capitalismo” in
aperta critica del mainstream neoclassico (anche se talvolta ci si scivola
dietro). A questo fine già nell’introduzione si mette nella prospettiva aperta
dalla crisi del 2008, come esito di un lungo processo nel quale sono crollati
ovunque gli investimenti e si è registrata una bassa crescita della
produttività, i mercati finanziari quindi hanno in quella circostanza
contribuito ad allocare male le risorse, sbagliando valutazione di rischio.
Dunque elementi caratteristici dei decenni antecedenti l’apertura della crisi
sono che la distribuzione è diventata più sperequata, il mercato del lavoro più
polarizzato ed insicuro, la quota complessiva di risorse distribuite tramite il
lavoro sono calate.
Tutti questi fenomeni sono espressione per i curatori di
difetti strutturali del capitalismo contemporaneo, non sono casuali e quindi
riguardano anche la concezione di fondo alla quale si guarda ai fenomeni
economici. In particolare gli autori criticheranno l’affidamento al libero
mercato, e l’idea quindi che sia la concorrenza a produrre efficienza economica
e quindi che possa massimizzare il benessere, in ultima analisi stimolando
l’incremento della produttività e l’innovazione. L’evidenza empirica dice il
contrario; questo modello concettuale semplice ed elegante non realizza una
descrizione corretta ed accurata di ciò che avviene in realtà: i mercati non
sono strutture semplici che si comportano nei modi illustrati nei manuali di
economia e quelle che individuano come semplici “imperfezioni” sono basilari
caratteristiche sistemiche. Questi modelli, con la loro autorevole matematica,
dunque, sono inutili e fuorvianti, costruiti per favorire “i soggetti che
rivestono posizioni di potere nell’economia” (un modo elegante per dire di un
interesse di classe di chi detiene il controllo del capitale e dei relativi
discorsi). Quel che vedono come astrazioni, “i mercati”, sono invece sistemi
complessi e dinamici, saldamente radicati in società specifiche per comprendere
i quali servono sia descrizioni più ricche, sia la comprensione che la
creazione di valore è un processo collettivo e che quello di concorrenza è
fuorviante.
Ma serve anche una diversa comprensione delle
politiche pubbliche, che non sono “interventi sull’economia”, come se questa
esistesse indipendentemente dalle istituzioni pubbliche e dalle condizioni
sociali e ambientali in cui trovano luogo. Non si tratta affatto di
“correggere” i fallimenti dei “mercati”, ma di “contribuire a creare e plasmare
i mercati per giungere a una coproduzione, ad un’equa distribuzione, del valore
economico” (p.39).
Qui, naturalmente, se qualcuno volesse capire meglio
cosa è il “valore economico”, non
troverebbe indicazioni (anche se Lazonick riferisce una parte della sua
argomentazione a Marx, ma per farne un teorico dell’impresa innovativa). Non si
può chiedere ad una tradizione, in fondo, di scavare troppo a fondo sotto le
sue fondamenta (e l’accettazione del ‘valore’ come di ciò che appare tale è una
di queste, al massimo, come fa Stiglitz si può usare la coppia reale/apparente
per criticare gli eccessi speculativi della finanza). Questa linea raggiunge il
suo acme nel pezzo della Perez, in cui la mondializzazione è vista come destino
proprio per dispiegare la logica interna di “valorizzazione” (cioè accumulo di
capitali concentrati dai vasti mercati bersaglio) della tecnica informatica,
che tende al monopolio come unica possibile strategia di valorizzazione
(essendo a costo marginale zero).
In particolare quando la Mazzucato e Jacobs sostengono
che “la creazione di valore è un processo
collettivo” e che bisogna giungere ad una “coproduzione del valore”, hanno a mente solo che il valore, come
accumulo di segni di ricchezza in ultima analisi corrispondenti a beni e servizi
concreti cui avere accesso, è in ultima analisi creato quando il pubblico, con
le sue istituzioni di ricerca, formazione, ed i suoi investimenti
infrastrutturali, interviene sistematicamente nella catena, combattendo la
tendenza del capitalismo al breve termine ed alla valorizzazione nominale.
In questo senso,
fondamentalmente keynesiano, va rivisto il capitalismo. Del resto se c’è un elemento in comune tra gli
autori, oltre l’orientamento progressista, è il profilo accademico e di
consulente di alto livello di istituzioni pubbliche e in alcuni casi di grandi
aziende multinazionali, in particolare tecnologiche o finanziarie.
I diversi contributi affrontano in modo ampio, ed
anche plurale, questi nodi. Comincia Stephanie
Kelton (Università del Missouri, ex economista capo del Senato degli Stati
Uniti e consulente economica della campagna di Bernie Sanders), che illustra le
ragioni del fallimento dell’austerità come effetto di una teoria errata dei
disavanzi di bilancio. Un approccio molto più utile, per comprendere il tema, è
l’approccio dei saldi finanziari di Wynne Godley, fondati su una necessaria
identità contabile tra i saldi (positivi o negativi) dei settori. Per cui se si
calcolano i saldi complessivi di un sistema economico come somma a zero di saldi
del settore pubblico, del settore privato e del settore estero si vede
immediatamente una cosa che è nascosta sistematicamente dalle analisi disgiunte
che sono normalmente propagandate: se un settore (ad esempio quello pubblico)
si contrae deve crescere la somma degli altri due. Se il debito pubblico
diminuisce deve aumentare quello privato o il saldo con l’estero (e quindi, al
converso, il resto del mondo si deve contrarre).
Dunque la ragione per cui in America la crisi privata
è stata stabilizzata è la spesa pubblica (che è esplosa fino all’11% sul Pil).
Il Big Government ha impedito una nuova recessione. Oppure detto in altre
parole il disavanzo pubblico, in gran misura automatico, ha fornito le attività
che servivano per risanare il settore privato. Negli Stati Uniti, infatti, il
terzo settore, quello estero, è andato ancora più in deficit, quindi ha
contribuito in modo negativo ai saldi.
In sostanza la visione normale è “capovolta”: “i disavanzi pubblici sono un flusso di fondi
che incrementano la consistenza delle attività finanziarie del settore privato”.
Cioè, semplicemente ed ovviamente, approvvigionano qualche altro settore
dell’economia. E non ha molto senso richiamarsi alla cosiddetta “equivalenza ricardiana” (rinnegata dallo
stesso Ricardo), per sollevare l’obiezione che in questo modo la “fatina
fiducia” (Krugman) si spaventa, mentre se si contraesse la spesa pubblica si
incoraggerebbe. Questa idea (la cosiddetta “austerità espansiva” di Alesina) è
completamente infondata, si spende oggi quando si pensa di avere una domanda,
non quando si ha una indistinta fiducia in un prossimo futuro.
Certo spendere in disavanzo può far crescere il debito
(che ha un costo in linea generale) o richiedere nuove tasse, che hanno un
effetto depressivo (inferiore alla spesa, se ben disegnata), ma per l’autore
ciò non è necessariamente vero. Ci tornerà sistematicamente Wray, ma chi può
espandere la moneta ha altre soluzioni (salvo che nell’eurozona).
Con un richiamo ad Abba Lerner la Kelton conclude con
una dura critica alla politica monetaria USA, che ha spinto la crescita
aggregata, ma in modo altamente ineguale ed a prezzo di alti rischi (dato che
si è scaricata, intenzionalmente, sui valori dei titoli finanziari).
Randall Wray (professore a Bard College ed esponente del MMT) firma
un interessante saggio che prende l’avvio dalla dimensione dell’espansione
monetaria a vario titolo garantita dalla crisi ad oggi dalla FED, si parla
dell’incredibile somma di 27.800 Mld di dollari, oltre 4.500 ad oggi di
acquisti di titoli tramite il QE. Contemporaneamente a questa immensa iniezione
di sostegni al mercato privato di capitali sono state portate avanti politiche
di austerità procicliche per la funzione pubblica. Queste sono state
logicamente giustificate da una indebita assimilazione dello Stato alle imprese
ed alle famiglie, le quali possono spendere solo ciò che contestualmente
guadagnano, o che prendono in prestito. Questa idea si ancora alla vetusta
concezione della moneta esogena, sulla quale Milton Friedman ancorò la sua
teoria dell’inflazione (p.79). Questa teoria, che non è il caso di ripercorrere
essendo più che nota (la moneta è una merce, prodotta esogenamente dallo Stato,
che trova il suo valore nel riferimento alle altre e dunque è insidiata quando
la sua offerta supera la domanda per effetto della ‘stampa’ da parte delle
Banche Centrali) non si accorda con la realtà. Nella pratica la grandissima
parte della moneta è ‘endogena’, cioè è in effetti creata legalmente in un
rapporto di credito (e fondata sulla promessa di onorarla da parte del sistema
bancario, sulla base del suo equilibrio complessivo e delle scritture contabili
nelle quali si genera). La fiducia nel valore della moneta (elettronica) che
deteniamo, ed il motivo per il quale tutti l’accettiamo, è per Wray che essa è
accettata in pagamento delle tasse.
Tutto è imperniato nel rapporto tra banche centrali e
banche commerciali (si può anche confrontare la ‘quarta lezione’ del libro di
Cesaratto “Sei
lezioni di economia”) e nel sistema delle “riserve”.
Ma il punto è che in effetti lo Stato non è soggetto a
vincoli di bilancio (qui si apre la divergenza tra l’MMT e la scuola sraffiana
di Cesaratto, si può leggere qui
e qui la replica)
in quanto il normale circuito che si immagina è rovesciato. Lo Stato non spende
i soldi dopo aver incassato le tasse, ma incassa le tasse perché spende i
soldi. Uno stato sovrano non può diventare insolvente nella sua valuta (mentre
uno nell’eurozona, che non è più sovrano sotto questo profilo, lo può). Secondo
le sue parole: “dato che lo Stato è l’unica fonte dei pagherò pubblici [il
denaro a corso legale], ne consegue, per logica, che deve prima emetterli e poi
riceverli” (p.83). Il ritorno compensa il debito che si era aperto con
l’emissione.
Allentando i motivi di polemica, Wray chiarisce subito
che questo non significa che uno Stato sovrano più spendere senza limiti, o
meglio, che dovrebbe farlo. Perché in effetti se si esagera nel rapporto con le
“risorse reali”, cioè “i governi devono far i conti con vincoli legati alle
risorse reali”, in altre parole “spendere più dell’output gap può condurre all’inflazione” (differenza tra prodotto
interno lordo effettivo e potenziale). Quando la domanda aggregata (che la
spesa pubblica espande) supera l’offerta aggregata (la capacità produttiva
dell’economia), in condizioni evidentemente di pieno impiego dei fattori, può
generarsi inflazione. O più specificamente spendere per acquistare risorse
specifiche che sono già pienamente utilizzate dal settore privato induce una pressione
all’aumento dei prezzi di quelle risorse. Dunque, e questo va tenuto presente,
l’inflazione è specifica e viene generata da un eccesso di spesa, non di
moneta. Il modo in cui la spesa è finanziata non rileva differenza specifica.
In sostanza per la MMT “una volta messa da parte la
teoria quantitativa della moneta, la quantità di moneta nell’economia
[ossessione della scuola monetarista di Milton Friedman] diventa una variabile
relativamente trascurabile: la cosa che conta è il livello totale della domanda
aggregata, e questo non è determinato dalla quantità di moneta, ma è più che
altro una conseguenza della decisione di prestare per finanziare la spesa
desiderata” (p.92).
Ora, per la zona euro, detto che il QE della BCE, come
tutti, può fare relativamente poco e spinge verso l’alto solo le attività del
5% delle famiglie, provocando una tendenza distorsiva a lungo termine
pericolosa (creazione di bolle sui titoli-bersaglio), si vedono al massimo
grado gli effetti negativi della teoria ortodossa della moneta sulla quale è
stata interamente disegnata. Dopo la crisi del 2008 il deficit pubblico è
esploso automaticamente per effetto degli stabilizzatori e della contrazione
del Pil, dunque del rimborso del debito per via delle tasse, ed è stato
esasperato dalla tendenza difensiva delle famiglie di ridurre le spese sia per
effetto dell’alto livello di indebitamento, sia come misura prudenziale data la
crisi.
Nella zona euro, ad una contrazione del settore
privato (ricordando la lezione dei saldi settoriali) non ha fatto da
contraltare né una sufficiente espansione delle esportazioni (salvo che per la
Germania ed alcuni altri), né una espansione del settore pubblico, che anzi si
è contratto per effetto dei vincoli europei. In conseguenza si sono contratti i
prezzi ed il disavanzo è aumentato.
In assenza di meccanismi automatici di redistribuzione
tra gli Stati, come ci sono nelle federazioni (ad esempio in USA), ogni
intervento è stato duramente negoziato, mentre i mercati inchiodano tutti alle
politiche di austerità per effetto della programmata mancanza di una valuta
nazionale e della relativa potestà di battere moneta. La neutralizzazione della
funzione di “compratore di ultima istanza” (in Italia antecedente e avvenuta in
occasione della famosa “lite
delle comari”), per garantire la cosiddetta “disciplina di bilancio”,
induce a questa situazione.
Andrew Haldane (economista capo della Bank of England) si concentra
su una acuta e informata critica della propensione al “breve termine” degli
operatori economici ed il suo impatto su tassi ed investimenti, come le
implicazioni sulla politica economica. E quindi sugli interventi necessari per
aumentale la trasparenza, modificare la struttura dei contratti e la governance
e ridisegnare la tassazione ed i sussidi (p.121).
William Lazonick (professore all’Università del Massachusetts)
sottolinea come gli economisti, per quel che studiano (e non studiano) sono
“molto male attrezzati per comprendere le relazioni tra l’allocazione delle
risorse, la crescita della produttività e la ridistribuzione del reddito”. Essi
sviluppano una vera e propria “incapacità addestrata” a comprendere che sono le
organizzazioni e non i mercati che investono le risorse che a loro volta
generano la produttività.
Gli economisti, in effetti, non capiscono i mercati.
In particolare non capiscono che lo scambio di mercato, in sé e per sé, non
accresce la produttività (come dicevano sia Marx e sia Schumpeter, per
Lazonick). In realtà la “teoria della concorrenza perfetta”, che è il cardine
della posizione neoclassica, è una vera e propria teoria dell’impresa
improduttiva e stagnante. L’idea centrale è che nella concorrenza “perfetta”
tutte le imprese sono tanto piccole da vendere sempre l’intero prodotto senza
poter influenzare i prezzi, parimenti possono acquistare tutti fattori al
minimo prezzo senza influenzarne il relativo mercato. Sulla base di una
dimostrazione per opposti, si dice, se c’è il monopolio si massimizza il
profitto ad un livello produttivo inferiore, e ad un prezzo superiore. Dunque
c’è meno valore collettivo.
La dimostrazione di questa necessità poggia, nei
manuali, su assunti “piuttosto strampalati” (p.133) e lontani dalla pratica. In
effetti inserendo innovazione e investimento tecnologico si vede come ciò non
sia necessario: l’innovazione è un processo collettivo, cumulativo e incerto,
dunque è ostile al breve termine di una impresa puramente ottimizzante, ovvero
all’impresa della teoria neoclassica.
Mariana Mazzuccato (di cui abbiamo letto il libro “Lo
stato innovatore”) ripercorre i temi del suo famoso libro, sostenendo
l’utilità di guardare all’economia facendo uso di modelli evolutivi e
schumpeteriani, incentrati sugli effetti disequilibranti dell’innovazione. Si
tratta di “un insieme di anelli di retroazione tra mercati e tecnologia,
applicazioni e scienza, politica economica e investimenti”. Un tipo di economia
che dipende dal percorso (path dependent) che tende a procedere ad ondate, come
la tecnologia.
In questa direzione il ruolo del pubblico non è
affatto di aggiustare i mercati, ma di crearli e lo Stato diventa l’attore chiave
insieme ai suoi “capitali pazienti” (p.185).
Joseph Stiglitz critica le due idee interconnesse che “la marea
solleva tutte le barche” e che basti mettere le risorse in alti (come fa il QE
della BCE e della FED) perché scivolino in basso. In effetti l’esperienza
mostra che al massimo ciò solleva gli Yacht (p.219).
La disuguaglianza (cui dedica il libro, che qui
ripercorre “Il
prezzo della disuguaglianza”, nel 2013) è, invece, generata dalla ricerca
della ‘rendita’, che induce una concentrazione delle risorse senza incremento
della capacità produttive dell’economia, cioè del “capitale produttivo
‘reale’”.
Colin Crouch, invece, ripercorre i temi della sua trilogia (in
particolare “Il
potere dei giganti”) individuando una sorta di neoliberismo delle
corporation, il cui scopo è depoliticizzare l’economia e garantire il
trasferimento senza filtri delle risorse economiche in politiche, facendo
presente quel che altrove ha chiamato “postdemocrazia”.
Da ultimi vengono due interventi sulla rivoluzione
verde di due importanti tecnocrati, entrambi attivi alla London School of
Economics: Dimitri Zenghelis
(coautore del Rapporto Stern, e consulente Cisco), e Carlota Perez (anche direttrice dello sviluppo tecnologico per il
governo venezuelano, suo paese di nascita, e consulente di Ibm, Cisco, Pdsva,
l’Ocse, la BM, e la UE).
Il primo si limita ad evidenziare come il cambiamento
climatico sia in effetti una sfida per il capitalismo e che bisogna con la
necessaria velocità procedere verso una totale decarbonizzazione (la tesi del
Rapporto Stern era che le alternative sono alla fine più costose), malgrado la
dipendenza dell’innovazione dal percorso seguito richieda grandi sforzi per
modificarlo.
La Carlota Perez
sottolinea come le nuove tecnologie informatiche possano ridurre il contenuto
energetico anche se in questa fase stiano operando in direzione del
disaccoppiamento tra settore finanziario ed “economia produttiva”. Sulla base
di un’esplicita interpretazione ciclica (Kondrate’v e Schumpeter, che abbiamo
già visto diffusamente descritta nel libro, di completamente diverso
orientamento culturale e politico di Paul Mason “Postcapitalismo”)
dello sviluppo tecnologico e del sistema economico, la Perez giudica il
pessimismo che contraddistingue il nostro tempo come tipico momento di fase.
Secondo la sua ricostruzione ci sono state nel tempo cinque rivoluzioni
tecnologiche che hanno riprodotto in tutti casi delle fasi ricorrenti. In
questa, avviata nel 1971 e contraddistinta nella fase di prosperità finanziaria
ed “installazione” (della tecnologia) dalla “internet mania”, si è giunti al
punto di passaggio della crisi e recessione (le altre 1793-7, 1848-50, 1890-95,
1929-33) cui seguirà, conformemente agli altri casi storici, una fase di
espansione, per la verità negli altri casi non lunga (sempre di una ventina di
anni). Queste semplificazioni sono sempre in qualche misura delle forzature
(abbiamo visto anche quelle, significativamente diverse perché il focus è sul
potere egemonico e l’orizzonte è più geopolitico che economico, di
Arrighi-Wallerstein), ma sulla base degli studi di Chris Freeman e Giovanni
Dosi (entrambi dell’Università del Sussex) viene sottolineato come i pacchetti
tecnologici di volta in volta introdotti si portano dietro un’intera serie di
innovazioni, industrie e infrastrutture tutte reciprocamente collegate, i cui
potenziali di incremento della produttività le rendono rivoluzionarie.
L’introduzione trasforma, infatti, i costi di produzione relativi nella maggior
parte dei settori, ed introducono nuovi fattori produttivi capaci di fare la
differenza (acciaio nella terza rivoluzione industriale, petrolio nella quarta
e microelettronica in questa) liberando un potenziale di innovazione che si
scarica in nuovi prodotti connessi. Le nuove infrastrutture che servono al
dispiegarsi della tecnologia installata consentono una penetrazione più ampia e
profonda del mercato a costi decrescenti. Si tratta, dunque, di “ondate di
mercatizzazione”.
Nessuna parte del discorso della Carlota Perez lascia
intravedere una qualche problematicità di quello che vede come un necessario e
autonomo progresso (del resto quello tecnologico è il paradigma stesso del
progresso nella nostra cultura), anche se è uno “sconvolgimento”. Si tratta
sempre di passare da un mondo del prima fatto di carta, cartone, cavalli,
biciclette, treni e tranvie, città e campagna, ad un mondo (è la penultima
trasformazione) di meccanizzazione, fertilizzanti, plastica, consumo di massa,
mobilità e diffusione degli stili di vita urbani. La turbolenza di passaggio
(che come nel modello di Arrighi si estende all’intera finanziarizzazione che
ne è immagine) è quindi un’espressione della “distruzione creatrice”
schumpeteriana durante la quale si sovrainveste nelle nuove tecnologie. Questa
fase di installazione comporta anche “drammatici processi di sconvolgimenti e
adattamenti sociali. La diffusione del nuovo paradigma conduce ad una sostituzione
su larga scala delle vecchie competenze e a una polarizzazione tra settori,
regioni e redditi vecchi e nuovi” (p.315). Dunque si ottiene anche una
polarizzazione geografica nuova (come mostra
bene Moretti, che segue l’innovazione facendosi guidare, appunto come la Perez,
dalla capacità di attrazione dei capitali e di efficacia estrattiva). La grande
bolla in cui la deriva speculativa del capitale mobile porta termina in un crac
come è sempre avvenuto (anni novanta del settecento, quaranta dell’ottocento,
novanta del novecento, e venti del novecento) dopo il quale la crescita
economica va reindirizzata. Il meccanismo post crisi, nel quale abbiamo sempre
avuto grandi mobilitazioni sociali a fare da pungolo al cambiamento, cosa che è
posta sotto silenzio dalla Perez, mentre è al centro dell’attenzione di Mason
(il luddismo alla fine del settecento, il ’48 in tutta Europa e il socialismo
nella fine dell’ottocento, i fascismi come rivoluzione passiva e i grandi
movimenti degli anni trenta nel novecento), è descritto così: “il crac mette a
nudo i meccanismi del casinò finanziario e questo, insieme alla disoccupazione
e alla disuguaglianza di reddito che regolarmente vi si accompagnano,
storicamente crea le condizioni politiche per mettere in moto una seconda fase,
quella dello sviluppo, caratterizzata da una crescita più armonica di quella
che si osserva durante i boom con relativa bolla. Ma prima che ciò possa
avvenire, normalmente si ha una regolamentazione e un riorientamento della
finanza, per fare in modo che essa torni a servire l’economia produttiva. Subito
dopo il crac, gli investitori privati diventano avversi al rischio e non sono
pronti a finanziare l’espansione. Storicamente, quindi, è lo Stato che
interviene per giocare un ruolo attivo in favore degli investimenti e della
crescita dopo un grande tracollo” (p.316).
Dunque i policymakers (cui è rivolto il suo pensiero)
devono scegliere, sapendo che la direzione non è predeterminata dai mercati o
dalle tecnologie stesse, ma è una combinazione di più fattori: “la
costellazione di beni e servizi che influenzano lo stile di vita resa possibile
dalle nuove tecnologie; la capacità degli investitori, degli imprenditori e dei
governi di riconoscere le potenzialità di questi prodotti; le ideologie
politiche di quelli che hanno il potere di influenzare il loro dispiegamento;
il contesto storico-sociale in cui emergono”. In questo elenco manca del tutto
il soggetto della volontà popolare, delle lotte di emancipazione e di
resistenza, della capacità di autorganizzazione che è così presente ed
enfatizzata in Arrighi e Mason.
Insomma, si tratta, a tutta evidenza, di una versione
tecnocratica della teoria della evoluzione delle piattaforme produttive del
capitalismo (sul quale rimando tra i tanti a questo
post).
È, infatti, per l’autore tutto letto dall’alto al
basso, è il modello del “vivere bene” che si diffonde nelle élite (ad esempio
quello californiano) che “influenza i modelli di consumo e i desideri della
maggioranza delle persone, e crea mercati sicuri ed in espansione, guidando le
traiettorie dell’innovazione”. Questo richiede “idee audaci”, come quelle di Keynes,
Rosevelt e Beveridge. In questo modo, con buona pace per Stiglitz, la
rivoluzione nel suo dispiegarsi finalmente “libererà
l’enorme potenziale disponibile lungo un percorso di crescita in grado di ‘sollevare
tutte le barche’” (p.321).
Chiaramente questo sogno pacificante, regalato dall’alto
da una élite illuminata, è questa volta “verde” e trasforma gli ostacoli in
soluzioni. Si tratta di sviluppare sistemi di controllo intelligente per
qualsiasi cosa, monitoraggio, estrazione e irrigazione, lavorazione,
smistamento e distribuzione, potenziare le capacità organizzative, sviluppare
una nuova serie infinita di mercati di nicchia e personalizzati,
ipersegmentando tutti i mercati e garantendo l’accesso a tutti (dunque tutti
mettendo in concorrenza e controllando in una sola mossa).
Questo sogno in un mondo senza potere dell’economia
neoclassica, e forse incubo nel mondo reale in cui la disuguaglianza, lo sfruttamento
e il controllo gerarchico sono installati nel codice della società, è
presentato dalla Perez come puramente progressivo. Lo vedremo anche dalla
lettura di Parag Khanna, come lo abbiamo visto tante volte (cfr ad esempio
questo riepilogo),
la globalizzazione è qui vista come stretta necessità economica e come
orizzonte di crescita della stessa umanità. Qui vediamo in controluce la
meccanica mostrata da Moretti, in cui le aziende capaci di imporre un prodotto
distintivo in esclusiva (cioè di godere di un sia pure temporaneo monopolio,
unico modo di estrarre valore all’epoca della completa riproducibilità tecnica,
ovvero del paradigma software, come mostra Mason) e per questo “innovative” estraggono
un valore e lo concentrano in pochi luoghi iperdensi, a danno del resto del
paese, che si dirada. Per la Perez, infatti, la globalizzazione si impone come “necessità
economica” precisamente perché “il potenziale insito nel paradigma attuale
possa trovare piena realizzazione in questo periodo di dispiegamento, c’è
bisogno di una domanda su scala mondiale” (p.328).
Cioè, “in
termini economici, qualsiasi nuova ‘direzione’ può sperare di avere
successo solo con un volume di domanda adeguato”.
Appunto, “in termini economici”, cioè dal punto di
vista incorporato in aziende come Cisco, o come Apple, Facebook, Google,
Amazon, che sono state capaci, grazie alla immensa capacità di attrarre
capitale mobile (o “fittizio”)
promettendo valorizzazione futura, di guadagnare una posizione di monopolio nel
loro segmento di mercato. Queste hanno bisogno di un mercato globale dal quale
estrarre il valore, perché in caso non sia così sorgerebbero concorrenti e
sarebbero costrette a ridurre i margini indecenti con i quali vendono i loro
prodotti, rinunciando alla promessa che gli ha consentito in pratica di
disporre di risorse illimitate. Il “potenziale insito nel paradigma attuale” è
in altre parole l’ipercontrollo privato da parte di un pugno di aziende
apolidi.
Nel mondo senza conflitti, e diretto dall’alto, della
Perez, questo potrebbe apparire senza alternativa, e non ho dubbio alcuno che
in perfetta buona fede l’economista consulente di tante
importanti istituzioni
(ed anche di governi di sinistra come quello venezuelano), come di imprese la veda
così, un vantaggio per tutti. Per lei, come si legge nel grafico 2 a pag. 330,
l’estensione della logica di mercato tramite il pieno accesso a milioni di
persone “all’interno di modelli di produzione e consumo sostenibili è l’equivalente
della nascita dello stato sociale, della ricostruzione del dopoguerra e degli
appalti pubblici in termini di creazione della domanda”. Cioè è la crescita
delle classi medie a livello mondiale (a spese di quelle dei paesi ricchi, come
è noto e ovvio, a causa della messa in contatto), e quella dei ricchi che
compenserà “ampiamente” il declino delle vendite di prodotti usa e getta,
creando un settore del noleggio, e mercati di seconda e terza mano, via via a
minor valore aggiunto e produttività, insieme alla crescita delle attività di
smontaggio, rigenerazione, riciclaggio e riuso, grazie alla Iot e la stampa
additiva. Questo è il modello per il quale è immaginato il nuovo lavoro. In
occidente queste attività a bassa produttività, evidentemente a basso o
bassissimo reddito (vedremo, infatti, che è indispensabile un reddito di base
secondo lei), saranno l’orizzonte per gli ex operai o impiegati nel terziario
disintermediati dalle piattaforme tecnologiche, mentre per i “laureati” ci sarà
la progettazione.
Insomma, a Cisco e compagni i mercati mondiali per
estrarre e concentrare il valore, fornendo l’infrastruttura di controllo alla
cui manutenzione saranno dediti miliardi di lavoratori poveri, minuziosamente
controllati (i sensori della Iot lavorano in entrambe le direzioni).
Questa sarebbe la “missione verde”.
Naturalmente ciò significherà anche “un cambiamento
continuo, flessibilità e adattabilità” (p.334), in un “mondo di produzione
flessibile e globalizzato, ad alta intensità di informazione” che ci può
portare ad “un’età dell’oro mondiale sostenibile in grado di ‘sollevare tutte
le barche’” (lo ha riscritto). E non significherà per l’autore tornare alle
burocrazie centralizzate degli anni cinquanta e sessanta (quando, a tutte
evidenza, questi dispositivi informativi garantiscono livelli di
centralizzazione e controllo mai raggiunti, ma a vantaggio dei loro possessori
privati).
Bisognerà affidarsi al capitalismo, “che può trasformare
in un bene i mali più devastanti”, e quindi:
-
Non tassare il lavoro ma l’energia e i materiali (si può fare appunto grazie alla immane
centralizzazione dell’informazione che la diffusione della Iot può garantire);
-
Introdurre regole per l’economia circolare;
-
Ridisegnare i parametri di registrazione della ricchezza oltre il Pil;
-
Facilitare l’economia della condivisione e della collaborazione;
-
Fare passi avanti verso una qualche forma di reddito
di base, che è la piattaforma
indispensabile per trasformare il modello del vivere bene dal possesso all’esperienza
comunitaria e di condivisione;
A parte l’ultimo punto, su cui prediligerei una
politica attiva del lavoro (cfr questo
post) sono d’accordo su tutto. Ma proprio quel punto mostra molto chiaramente l’idea
implicita di economia fortemente duale cui l’autrice guarda. Un mondo dominato
in un unico mercato mondiale, da poche aziende che ne “hanno bisogno”, in cui
alcuni progettano, molti vivono di microgestione e gli altri stanno fuori,
sovvenzionati in modo da poter comprare almeno qualche servizio dalle prime.
Chiaramente in un mondo simile la democrazia è di
troppo, almeno per come la conosciamo.
Ci sono altri punti:
-
Fornire qualificazione e formazione a livello globale (tramite Mooc e altre piattaforme);
-
Sostenere lo sviluppo dei paesi in ritardo;
-
Riorientare la finanza;
E poi si arriva alla piattaforma politica:
-
Modernizzare lo Stato, abbandonando il modello di organizzazione gerarchica,
e guarantendo creatività, agilità e flessibilità;
-
Costruire il consenso, lavorando con le imprese e la società civile (cioè
codeterminando le politiche tramite meccanismi pattizi e non politici);
-
Devolvere i poteri nazionali, in favore di entità sovranazionali e verso il basso,
dato che la globalizzazione ha lasciato enormi spazi di elusione.
Insomma, per la Perez “c’è bisogno di un ripensamento
approfondito, di un’intensa opera di costruzione del consenso, di negoziati
globali e di una partnership determinata”.
Sembra un Majone (“Lo
stato regolatore”) in salsa verde diciassette anni dopo.


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