Il
piccolo ma denso libro[1], edito dalla collana “Vita
e pensiero” di Avvenire, indaga in una prospettiva storico-ricostruttiva le
radici religiose della figura ideale moderna dell’homo oeconomicus,
paradigmatica per il sorgere del pensiero economico. Anche in questo lavoro, proseguendo
come in altri testi[2]
la lettura delle complesse ed ambigue relazioni tra il capitalismo e la
religione (occidentale), l’economista e teologo cattolico Luigino Bruni mostra come
il capitalismo ottenga la sua vittoria, e la dominante impressione di
naturalità, dalla continuità (non priva di tensioni) con la visione cristiana
della ricchezza e povertà. In altre parole, la natura religiosa della ricchezza
si traduce nel capitalismo non è creata da questo. La potenza della sua
funzione simbolica e quindi dei suoi effetti ordinanti la società fin nelle più
intime connessioni deriva da questa continuità.
Come
scrive, infatti, ed in assonanza con una importante letteratura[3], “il capitalismo è molto
di più di un sistema di produzione e distribuzione di beni e servizi: è sistema
di segni, è un culto, è una nuova, antichissima, religione”[4]. È quindi necessario, secondo
Bruni, per comprendere davvero autori seminali del pensiero economico come Adam
Smith e Antonio Genovesi, conoscere e fare mente al dibattito teologico, da
Agostino di Ippona a Tommaso d’Aquino. Il capitalismo, insomma, è più un fatto
religioso che tecnico. Chi lo volesse criticare deve farlo a partire dal suo
essere una forma di vita che celebra dei valori, gli attribuisce culto.
In
sostanza, come ricorda Pavel Florenskij[5], il motivo per cui il
capitalismo è esso stesso una forma di religione è che dà risposta alle
stesse domande essenziali. Ma è una strana religione: senza dogmatica e
senza teologia fisse, una religione di solo culto. Il capitalismo è, cioè, una forma
paradossale di messianesimo. Risponde sostanzialmente alla domanda di
salvezza, si radica nei medesimi tormenti e paure ai quali rispondono le
religioni.
Ad
una religione di tutto culto non si risponde, dunque, con una diversa ‘teologia’
(come se si trattasse di confutarla), ma con un altro culto. Riconoscendo e
valorizzando altre esperienze essenziali, facendo leva su altre prassi (per
rafforzare le quali è utile avere una propria ‘teologia’, ma non ne è
l’essenziale). Esperienze che non siano fondate sui dogmi ora centrali del
capitalismo: consumo (il vero Dio, più che il denaro o la vecchia produzione), debito, meritocrazia,
incentivi.
Secondo
Bruni si vedono tracce seminali della crisi di questo spirito, forme di consumo
comunitario anziché individuale che si affermano; la ripresa di valori come la
lealtà, la fedeltà, la passione, il sacrificio, l’autenticità, persino nel
nuovo management[6].
L’ideologia neo-manageriale, ad esempio, avverte un vuoto, cerca quindi di
riciclare (ovviamente snaturandoli e manipolandoli) codici che derivano dalle
esperienze familiari, comunitarie, quindi da ‘culti’ diversi da quello
classico-capitalista. I manager di successo riciclano valori nati fuori, ed anche
contro[7],
che nascono dall’adesione a pratiche conviviali. Da pratiche di riconoscimento
paritario, libero, gratuito. Ovviamente come ricorda Bruni tutto questo è sia
un segnale (di insufficienza e mancanza di autonomia, di radicamento
antropologico, dei valori strettamente capitalisti) quanto una contraddizione
ed un pervertimento. Se le imprese che vogliono coinvolgere tutto l’umano nel
processo della valorizzazione, attivando quindi le motivazioni simboliche più
profonde, fossero conseguenti dovrebbero infatti coinvolgersi nel ‘circolo
del dono’[8],
ma così esse si indebiterebbero. E perderebbe il controllo.
Qui
si viene al centro del libro, la gratuità è, abbastanza ovviamente, il
grande tabù del capitalismo, quella parola che non si deve pronunciare e che,
invece, è propria delle religioni. In questa assenza riposa per Bruni l’idolatria
del capitalismo e la sua perversione. Il “dono” è uno dei due
principi ordinatori fondamentali delle società pre-capitaliste, insieme alla
gerarchia, e quindi è il creatore di Ordine. Invece lo spirito del mercato,
quando si autonomizza (ed avviene solo nel capitalismo), uccide questo
complemento della gerarchia. Dalla uccisione del dono, dice Bruni, nasce
il contratto e lo scambio commerciale. Il capitalismo è quindi
essenzialmente gerarchia senza dono, senza impegno reciproco, è questo che gli
dà il suo carattere oppressivo e, in fondo, inumano.
Quindi,
come mostrava anche Hugo Assmann in “Idolatria del mercato”[9], il capitalismo è come
ogni religione una cultura sacrificale. Ma più di tutte le altre è
sacrificio senza remissione, senza grazia. Un moloch al quale bisogna
sacrificare se stessi, ottenendo in cambio solo polvere (la polvere di
innumerevoli merci che non possono riempire di senso la vita). Il capitalismo,
al contempo, lontano dall’autentica logica del sacrificio (cioè dall’economia
del debito reciproco che comporta), è un sacrificio a senso unico, non si sente
mai in debito.
Per
questo ci tradisce sempre[10].
[1] - Luigino Bruni, “Il
capitalismo e il sacro”,
Vita e pensiero 2019.
[2] - Di cui abbiamo giù letto, “Il mercato e il dono”, Università Bocconi, 2015, nel
quale descrive l’economia civile della tradizione che proviene dall’economista
napoletano Antonio Genovesi (morto 1769), autore di “Lezioni di economia
civile”, 1765 (il primo trattato di economia europeo, nove anni prima de “La
ricchezza delle nazioni”) e nel quale mostra come il capitalismo abbia
natura religiosa, simbolica e spirituale; quindi “Fondati sul lavoro”, Vita e Pensiero 2014, nel quale
ricostruisce la tradizione che nel monachesimo inquadra il lavorare come
rapporto di cura e custodia della terra. E quindi anche come dono, reciprocità,
vocazione. Nel piccolo “La piramide delle vittime”, una lettura del libro di Qoèlet
nell’Antico Testamento, ed, infine, in “L’arte della gratuità”. Vita e Pensiero 2021.
[3] - Quella di autori come Karl Marx
(in particolare nel III libro del Capitale), Max Weber (“L’etica protestante e lo spirito
del capitalismo”,
1904), Werner Sombart (“Il capitalismo moderno”, 1902), Walter Benjamin (“Il capitalismo come religione”, 1921).
[4] - Bruni, “Il capitalismo e il
sacro”, cit., p. 11
[5] - Che, parallelamente a Benjamin,
ma in altro contesto, tiene un ciclo di lezioni all’Accademia Teologica di
Mosca, tra agosto ed ottobre del 1921. Entrambi dicono in certo senso l’opposto
di Max Weber, l’intramondano non viene desacralizzato dal razionalismo
capitalista, ma il sacro si sposta in esso.
[6] - Op.cit., p. 45
[7] - Riferimento ad Eve Chiappello e
Luc Poltansky, “Il nuovo spirito del capitalismo”, 2015
[8] - Cfr, Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, 1923, e, per restare sullo
stesso autore, Luigino Bruni, “Il mercato e il dono”, cit.
[9] - Hugo Assmann, Franz
Hinkelammert, “Idolatria del mercato. Saggio su
economia e teologia”,
1989.
[10] - Attenzione, è pur ovvio che ci tradisce quando, non sentendosi in debito (ed autorizzando i suoi agenti e sacerdoti a sentirsi liberi dal legame sociale), il buon ‘capitalista’, ad esempio, si sente moralmente autorizzato a licenziarci al primo turbamento di ‘mercato’, a farci passare da un sacrificio all’altro, mai ripagato. A tenerci nel circuito dei ‘lavoretti’. Ma tradisce anche il manager, preso nella medesima macchina de-umanizzante, costantemente in corsa verso nulla, che produce solo oggetti e svuota relazioni. Tradisce anche chi premia, nel momento in cui il prezzo del successo è la corsa nella ruota dei criceti, ancora, ed ancora, ed ancora. Per poi essere buttati a lato, quando si perde il ritmo. Corsa continua, disperata, stordente, che assorbe la vita.

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