Alla
fine il tanto atteso obbligo vaccinale è giunto,
se pure con sanzioni minime. Ed è giunto a fronte di una pericolosa
recrudescenza dei contagi di un ordine di grandezza incomparabile con quelli
delle ‘ondate’ precedenti. Una quarta ondata che, allo stato, manifesta
tuttavia una minore incidenza sul sistema sanitario (detto molto grossolanamente
i positivi sono giunti nell’ordine dei milioni di persone, raddoppiando in una
sola settimana tra natale e capodanno, mentre i ricoverati nello stesso ordine
di tempo sono cresciuti di un quinto). Una recrudescenza, determinata da una
variante più contagiosa ma meno aggressiva, che rischia di far entrare in
contatto con il virus la maggior parte della popolazione europea e americana
nell’arco di questo inverno. Ma se ciò accadesse, di qui l’allarme, i fragili
sistemi sanitari (che non sono potenziabili significativamente nell’arco di
tempo di una pandemia e non per ragioni economiche[1]) potrebbero essere
travolti. Inoltre, la proliferazione del virus potrebbe accelerare altre
varianti, per effetto della moltiplicazione delle replicazioni. Nuove varianti,
come è capitato spesso nella storia, potrebbero essere molto più aggressive (la
“spagnola”, ad esempio, ad una prima versione poco aggressiva e molto contagiosa
fece seguire una variante che realizzò la strage).
Guardiamo
un poco la situazione: circa l’87 per cento della popolazione vaccinabile oggi
lo è, ma solo una minoranza con tre dosi, il 12 per cento non si è vaccinata. Secondo
le stime dell’ISS con l’attuale variante potrebbero accedere all’area medica
ca. 230 persone per centomila abitanti non vaccinati e solo 9, se con tre dosi,
ovvero, rispettivamente, 15.000 e 730. Di queste potrebbero essere costrette in
terapia intensiva 1.500 non vaccinate e 70 con tre dosi. Quindi se la variante
colpisce nelle prossime settimane la totalità della popolazione (a 200.000 al
giorno servirebbero 260 gg, ma anche considerando che oltre un milione e mezzo
risultano oggi positivi, e si attendono 400.000 casi al giorno potrebbero volerci
tra tre e quattro mesi) il 15% dei posti letto italiani potrebbero essere
impegnati e il 25% delle terapie intensive. Sembrerebbe sostenibile, se non
fosse che gli uni e le altre sono già pienamente impegnate, e se non fosse che
la malattia colpisce anche i sanitari. In sostanza avremo almeno un pari numero
di persone che non saranno curate, o lo saranno male per altre patologie. Sopravviveremo,
ma non sarà né facile né piacevole.
Per
dare una idea del potenziale di rischio, dalle ultime stime elaborate dal ISS
si potrebbe ricavare la seguente tabella:
I
vaccini sono altamente imperfetti e non completamente efficaci,
ma i numeri letti freddamente mostrano in modo sufficiente che riducono il
rischio di ospedalizzazione in modo rilevante (e di contagio in misura minore).
Ciò significa che possono ammalarsi anche persone vaccinate e che possono
contagiare, dunque dovrebbero conservare le misure di prudenza e distanziamento
(incluso lo smart working, quando possibile), ma significa anche che dal punto
di vista epidemiologico lo fanno meno e ciò fa la differenza, come si
vede dai numeri riportati. Se nessuno fosse vaccinato il potenziale di persone
in area medica salirebbe a 120.000 (tre quarti della capienza) e in terapia intensiva
ad oltre 10.000 (superiore alla capienza) e quindi il SSN collasserebbe.
Ogni
decisione pubblica si confronta strutturalmente con l’incertezza.
Non sappiamo mai cosa accadrà, e neppure quali saranno tutte le conseguenze
dell’azione o dell’inazione, né siamo certo delle relative probabilità. Ma ogni
decisione è un fondamentale dispositivo di riproduzione della società, ovvero
della cooperazione. Naturalmente mentre lo è riproduce anche il potere che in
detta società circola (cooperazione, gerarchia e potere sono inseparabili),
rafforzando alcuni discorsi ed inibendone altri. Una decisiva e radicale
ambiguità promana quindi dalla necessità di decidere, esibendo i relativi
rituali e simboli. Da sempre questa ambiguità è stata il terreno legittimo
della critica politica e degli sforzi di modificare lo stato delle cose
presenti.
In
questo terreno, e di fronte a questi rischi, l’obbligo vaccinale relativo ad
una soglia di pericolo relativo (ovvero diretto a coloro i quali subiscono i
maggiori rischi dalla malattia) è, lo dico senza ambiguità, opportuno.
Obbligo
vaccinale per chi è sopra la soglia significa anche dover tenere in vita la
relativa certificazione, ma dovrebbe, quando correttamente implementato (ovvero
quando gli obbligati si fossero vaccinati in misura sufficiente a ridurre il
rischio sul SSN), aver ridotto tale eventualità nella misura desiderata. Se si
sceglie una soglia, infatti, lo si fa sulla base di modelli epidemiologici di
propagazione i quali non possono che essere messi a confronto con le capacità
di trattamento. L’analisi di rischio dovrebbe essere soddisfatta quando la
propagazione dei malati, data la soglia, rientra entro i parametri di servizio
del SSN. Se questa ipotesi circa le procedure tecnico-valutative sottostanti la
decisione è corretta ne segue che al momento della certificazione di successo
dell’obbligo (ovvero quando quasi tutti quelli over limite di obbligo lo
avranno adempiuto) le altre restrizioni prudenziali connesse al cosiddetto ‘green
pass’ dovrebbero essere allentate per chi non rientra nell’obbligo. A quel
punto, infatti, il potenziale di pressione sul SSN dovrebbe essere tollerabile.
C’è
però un contesto enormemente confuso che rende estremamente difficile prendere
una decisione politica sulla base di forme così lineari di razionalità allo scopo.
Intanto
va considerata la posta in campo, che è storica:
-
il contesto largo
parla di una fase di confronto tra modelli sociali e politici e relativi sistemi
economici e di potenza che giunge ad un punto di accelerazione dopo essere stato
incubato dalla mondializzazione a guida americana (o, per meglio dire, del
capitale anglosassone e relative tecniche e tecnologie) e posto sulla direttrice
dello scontro finale dalla lunga crisi/ristrutturazione del 2008/19. La
tempesta pandemica giunge al punto di tensione già estenuato di tale lunga
ristrutturazione e lo rompe. Consigliabile la lettura del libro di Adam Tooze, “L’anno
del rinoceronte grigio”[2], per averne una idea.
-
Il contesto intermedio
vede uno scontro plurilivello tra i capitali europei a guida tedesca e quelli
anglosassoni, esacerbati dalla separazione della Gran Bretagna e dalle costanti
geopolitiche (ovvero geografiche) che tendono a ridisegnare gli equilibri dell’heartland
e della sua propaggine occidentale sulla quale abitiamo. Dunque, e qui la
sotto-crisi energetica è buona spia, la guerra vaccinale (ovvero dei brevetti e
delle certificazioni) si inscrive dentro lo sforzo dell’egemone occidentale di
frenare/controllare lo junior partner europeo dalle sue tentazioni di
riposizionamento. Questo contesto inquadra anche aree di instabilità provocate
come quella ucraina e quella kazaka.
-
Il contesto prossimale
vede la crisi italiana, nel contesto della crisi europea e della frattura Nord/Sud
in particolare (atteso che quella Est/Ovest viene costantemente coltivata dagli
Usa), mal curata dal “proconsole imperiale”[3] mandatoci per tenerci
sotto controllo ed allineati. Questo agente seduto per ora sulla poltrona di
Presidente del Consiglio deve necessariamente esibire i simboli della
competenza, fonte unica della sua legittimazione pubblica, e dunque esaspera
per ragioni strutturali e (per lui) ineludibili l’ambiguità della decisione e
la ritualizza in modo esasperato. Il contesto prossimale è dunque quello della
ferita mortale della democrazia che rende necessario esibire certezze e
impedisce la critica (razionale). E che si nutre, nel processo di costruzione
di consenso per via tecnica, di critiche irrazionali (o presentate tali) come
suo necessario e utile contraltare. In altri termini, se io mi legittimo per l’essere
competente e razionale ho strettamente bisogno di una rumorosa critica che non
lo sia, questa dimostra la mia necessità. Ed in una pandemia, ovvero di fronte
al rischio, questo dispositivo è particolarmente potente.
I
tre contesti rendono di straordinaria difficoltà ogni decisione nel campo,
agire male o meno bene di altri potrebbe comportare la sconfitta nel confronto
storico con il competitore orientale (e, magari, lasciare come unica via
residua il confronto militare diretto con mezzi tradizionali), allargare le
fratture nel campo già pieno di tensioni europeo e nei rapporti con gli Usa, perdere
il controllo politico del paese. Molte delle esitazioni e delle palesi
irrazionalità nelle decisioni assunte in questi due anni sono riferibili a
questi contesti.
In
secondo luogo, è difficile prendere decisioni per
effetto della meccanica stessa del sistema politico-istituzionale che dovrebbe
prenderla. Fatto di governi deboli (anche quelli apparentemente forti), perché
poco legittimati democraticamente (non formalmente, ma sostanzialmente[4]) nei quali convivono forze
radicalmente diverse e che si erano presentati agli elettori sulla base di
agende ora completamente tradite. Forze che vengono tenute a bada anche
attraverso il lato simbolico delle decisioni prese.
In
terzo luogo, lo rende difficile il contesto sociale
degradato, da lungo e breve tempo, nel quale tutta la vicenda si muove. E le ondate
di ben giustificata, ma egualmente controproducente, rabbia che sollevano al
rango di argomenti ogni sorta di frammento, equivoco, resto.
Vediamo
quindi la provenienza di questi discorsi che in questo contesto altamente
degradato vengono ridotti a frammento, equivocati, e restano come ombre nel
dibattito in corso.
Ci
sono tre piani di critica razionale, tutti preesistenti alla vicenda
pandemica ma mobilitati da essa perché questa ne è una applicazione quasi esemplare:
-
In primo luogo è da tempo attiva e vivace
una critica alla direzione che ha preso da alcuni decenni la ricerca
biotecnologica promossa dai grandi laboratori di ricerca pubblici e privati
per ragioni che si collocano a cavallo del mercato e della ‘guerra ibrida’. Una
ricerca che fa uso crescente di tecniche di manipolazione potentissime e
potenzialmente rischiose. Tecniche di alterazione dei meccanismi cellulari ai
livelli più minuti e che sono state elaborate per curare malattie (come il
cancro), ma anche per essere potenziali armi (biologiche, appunto). Molti ricercatori,
da anni, denunciano i limiti e rischi di queste tecniche potenti. D’altra parte
molte speranze sono connesse ai loro possibili effetti (e, ad esempio, cure
contro malattie gravissime sempre più mirate sono frutto di queste). Dunque il
covid ha dato occasione per accelerare l’applicazione di alcune potentissime
tecniche di manipolazione (non genetica, ma comunque potenzialmente rischiosa)
sulle quali da tempo era viva la legittima critica. Alcuni studiosi e
ricercatori qualificati è di questo che in effetti parlano quando avanzano
dubbi e precauzioni.
-
In secondo luogo esiste un crescente
allarme per la tecnicizzazione della medicina (che provoca anche una progressiva
esplosione dei costi) che si riverbera in un eccesso di rilevanza del grande
capitale e del rapporto tra la direzione della ricerca scientifica e le agende
politiche soprattutto in senso geopolitico. Parecchie limitazioni nell’uso
degli strumenti, nelle loro applicazioni e modalità d’uso sono riferibili questo
piano.
-
In terzo luogo esistono correnti
politiche liberali e libertarie le quali sono crescentemente preoccupate
per la ripresa del protagonismo pubblico nelle sue diverse forme che in questi
anni di crisi e screditamento dell’autogoverno automatico del capitalismo
(crisi seguita al crack del 2007-8 e ai successivi tentativi di frenarne gli
effetti con ampliamento della spesa pubblica, tentativi che hanno innescate
tentativi insistiti di imporre austerità preventiva). Correnti che si mobilitano
anche a partire dalla visione del successo relativo dei paesi illiberali concorrenti
(come, in particolare, la Cina).
La
prima direzione di critica, in sé del tutto sensata, si può nutrire di una
reazione istintiva verso la modernizzazione, manifestandosi direttamente e
genericamente come paura della scienza. Ma si può anche riferire, più
correttamente, alla denuncia delle immancabili distorsioni nel rapporto tra
mezzi e fini dato dall’azione degli interessi del capitale. Quindi può essere
diretta a focalizzare il problematico rapporto tra scienza e capitalismo
(rapporto nativo) e tra scienza e potere (anche più remoto).
La
seconda direzione di critica ripercorre sul piano delle applicazioni mediche,
ovvero dei risultati materiali ottenuti, le linee della critica precedente. Come
questa può avere una dimensione reazionaria e antimoderna ma anche una del
tutto sensata ed appropriata. Anzi necessaria.
La
terza direzione si radica nelle tradizioni individualiste proprie della cultura
politica ed antropologica occidentale e rappresenta il principale fattore di svantaggio
competitivo dell’occidente stesso rispetto a forme di vita molto più
comunitarie e rivolte alla tutela dell’interesse collettivo. Questa è quella
che mi vede ostile.
Come
si vede ci sono numerosi piani sui quali si potrebbe e si dovrebbe svolgere una
critica serrata e senza alcuna remora della gestione tecnico-politica della
pandemia. E rispetto ai quali manifestare una critica ai rischi delle tecniche
ad altissimo investimento di capitale e ambiguo rapporto tra mezzi e fini delle
odierne biotecnologie, una forte contestazione della direzione presa dalla
medicina occidentale (che punta eccessivamente sulla tecnicizzazione del
rapporto di cura), la gestione neoliberale delle soluzioni che aggirano sistematicamente
l’estensione di reti di protezione e cura verso cittadini e famiglie, puntando
eccessivamente su soluzioni coerenti solo con le due direzioni prima indicate.
Ma
c’è un modo in cui non è utile e non si può fare: sbandierando un’inesistente
libertà di gestire il proprio corpo senza tenere conto del legame sociale,
alludendo a inesistenti complotti generici e interessi di attori onnipotenti e
nascosti, prendendo i frammenti di senso e miscelandoli senza coerenza ed ordine.
Questo
modo di criticare mostra bene la sfiducia e la paura del soggetto che lo
svolge, ma non è utile se non a legittimare come razionale, quindi competente e
affidabile, il ‘Proconsole’ e i suoi alleati.
Dunque
lavora, senza saperlo, proprio per il suo nemico.
[1] - Bensì di risorse umane ed
infrastrutture, che possono essere incrementate solo nell’arco di decenni (ed
ovviamente facendo un gran bene alle aziende farmaceutiche che lo riforniscono).
[2] - Adam Tooze, “L’anno del
rinoceronte grigio”, Feltrinelli 2020.
[3] - Cfr “Il
proconsole imperiale: draghi, serpenti, vermi”, 10 febbraio 2021.
[4] - La distinzione è sempre
difficile e scivolosa, ma a grandi linee è una ferita democratica il fatto che
il Parlamento sia posto sotto sostanziale ricatto da forze interne ed esterne
che gli presentano le scelte come ineluttabili e dettate da stretta necessità. Che
su questa base si siano formati gli ultimi tre governi, in via sempre maggiore.
Che nel tempo le agende politiche sulla cui base le elezioni del 2018 lo hanno
formato siano state completamente sovvertite e tradite. Ciò sia nel M5S, come
nella Lega e nello stesso PD (che allora era a guida renziana).
articolo invecchiato malissimo
RispondiEliminaMi spiace, ma io ritengo tutto quanto scritto perfettamente corretto. Ancora oggi.
RispondiElimina