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sabato 8 gennaio 2022

Obbligo vaccinale e aree di discussione sul Covid: frammenti, equivoci ed ombre.

  

Alla fine il tanto atteso obbligo vaccinale è giunto, se pure con sanzioni minime. Ed è giunto a fronte di una pericolosa recrudescenza dei contagi di un ordine di grandezza incomparabile con quelli delle ‘ondate’ precedenti. Una quarta ondata che, allo stato, manifesta tuttavia una minore incidenza sul sistema sanitario (detto molto grossolanamente i positivi sono giunti nell’ordine dei milioni di persone, raddoppiando in una sola settimana tra natale e capodanno, mentre i ricoverati nello stesso ordine di tempo sono cresciuti di un quinto). Una recrudescenza, determinata da una variante più contagiosa ma meno aggressiva, che rischia di far entrare in contatto con il virus la maggior parte della popolazione europea e americana nell’arco di questo inverno. Ma se ciò accadesse, di qui l’allarme, i fragili sistemi sanitari (che non sono potenziabili significativamente nell’arco di tempo di una pandemia e non per ragioni economiche[1]) potrebbero essere travolti. Inoltre, la proliferazione del virus potrebbe accelerare altre varianti, per effetto della moltiplicazione delle replicazioni. Nuove varianti, come è capitato spesso nella storia, potrebbero essere molto più aggressive (la “spagnola”, ad esempio, ad una prima versione poco aggressiva e molto contagiosa fece seguire una variante che realizzò la strage).



Guardiamo un poco la situazione: circa l’87 per cento della popolazione vaccinabile oggi lo è, ma solo una minoranza con tre dosi, il 12 per cento non si è vaccinata. Secondo le stime dell’ISS con l’attuale variante potrebbero accedere all’area medica ca. 230 persone per centomila abitanti non vaccinati e solo 9, se con tre dosi, ovvero, rispettivamente, 15.000 e 730. Di queste potrebbero essere costrette in terapia intensiva 1.500 non vaccinate e 70 con tre dosi. Quindi se la variante colpisce nelle prossime settimane la totalità della popolazione (a 200.000 al giorno servirebbero 260 gg, ma anche considerando che oltre un milione e mezzo risultano oggi positivi, e si attendono 400.000 casi al giorno potrebbero volerci tra tre e quattro mesi) il 15% dei posti letto italiani potrebbero essere impegnati e il 25% delle terapie intensive. Sembrerebbe sostenibile, se non fosse che gli uni e le altre sono già pienamente impegnate, e se non fosse che la malattia colpisce anche i sanitari. In sostanza avremo almeno un pari numero di persone che non saranno curate, o lo saranno male per altre patologie. Sopravviveremo, ma non sarà né facile né piacevole.

Per dare una idea del potenziale di rischio, dalle ultime stime elaborate dal ISS si potrebbe ricavare la seguente tabella:



 

I vaccini sono altamente imperfetti e non completamente efficaci, ma i numeri letti freddamente mostrano in modo sufficiente che riducono il rischio di ospedalizzazione in modo rilevante (e di contagio in misura minore). Ciò significa che possono ammalarsi anche persone vaccinate e che possono contagiare, dunque dovrebbero conservare le misure di prudenza e distanziamento (incluso lo smart working, quando possibile), ma significa anche che dal punto di vista epidemiologico lo fanno meno e ciò fa la differenza, come si vede dai numeri riportati. Se nessuno fosse vaccinato il potenziale di persone in area medica salirebbe a 120.000 (tre quarti della capienza) e in terapia intensiva ad oltre 10.000 (superiore alla capienza) e quindi il SSN collasserebbe.

Ogni decisione pubblica si confronta strutturalmente con l’incertezza. Non sappiamo mai cosa accadrà, e neppure quali saranno tutte le conseguenze dell’azione o dell’inazione, né siamo certo delle relative probabilità. Ma ogni decisione è un fondamentale dispositivo di riproduzione della società, ovvero della cooperazione. Naturalmente mentre lo è riproduce anche il potere che in detta società circola (cooperazione, gerarchia e potere sono inseparabili), rafforzando alcuni discorsi ed inibendone altri. Una decisiva e radicale ambiguità promana quindi dalla necessità di decidere, esibendo i relativi rituali e simboli. Da sempre questa ambiguità è stata il terreno legittimo della critica politica e degli sforzi di modificare lo stato delle cose presenti.

 

In questo terreno, e di fronte a questi rischi, l’obbligo vaccinale relativo ad una soglia di pericolo relativo (ovvero diretto a coloro i quali subiscono i maggiori rischi dalla malattia) è, lo dico senza ambiguità, opportuno.

 

Obbligo vaccinale per chi è sopra la soglia significa anche dover tenere in vita la relativa certificazione, ma dovrebbe, quando correttamente implementato (ovvero quando gli obbligati si fossero vaccinati in misura sufficiente a ridurre il rischio sul SSN), aver ridotto tale eventualità nella misura desiderata. Se si sceglie una soglia, infatti, lo si fa sulla base di modelli epidemiologici di propagazione i quali non possono che essere messi a confronto con le capacità di trattamento. L’analisi di rischio dovrebbe essere soddisfatta quando la propagazione dei malati, data la soglia, rientra entro i parametri di servizio del SSN. Se questa ipotesi circa le procedure tecnico-valutative sottostanti la decisione è corretta ne segue che al momento della certificazione di successo dell’obbligo (ovvero quando quasi tutti quelli over limite di obbligo lo avranno adempiuto) le altre restrizioni prudenziali connesse al cosiddetto ‘green pass’ dovrebbero essere allentate per chi non rientra nell’obbligo. A quel punto, infatti, il potenziale di pressione sul SSN dovrebbe essere tollerabile.

 

C’è però un contesto enormemente confuso che rende estremamente difficile prendere una decisione politica sulla base di forme così lineari di razionalità allo scopo.

Intanto va considerata la posta in campo, che è storica:

-        il contesto largo parla di una fase di confronto tra modelli sociali e politici e relativi sistemi economici e di potenza che giunge ad un punto di accelerazione dopo essere stato incubato dalla mondializzazione a guida americana (o, per meglio dire, del capitale anglosassone e relative tecniche e tecnologie) e posto sulla direttrice dello scontro finale dalla lunga crisi/ristrutturazione del 2008/19. La tempesta pandemica giunge al punto di tensione già estenuato di tale lunga ristrutturazione e lo rompe. Consigliabile la lettura del libro di Adam Tooze, “L’anno del rinoceronte grigio[2], per averne una idea.

-        Il contesto intermedio vede uno scontro plurilivello tra i capitali europei a guida tedesca e quelli anglosassoni, esacerbati dalla separazione della Gran Bretagna e dalle costanti geopolitiche (ovvero geografiche) che tendono a ridisegnare gli equilibri dell’heartland e della sua propaggine occidentale sulla quale abitiamo. Dunque, e qui la sotto-crisi energetica è buona spia, la guerra vaccinale (ovvero dei brevetti e delle certificazioni) si inscrive dentro lo sforzo dell’egemone occidentale di frenare/controllare lo junior partner europeo dalle sue tentazioni di riposizionamento. Questo contesto inquadra anche aree di instabilità provocate come quella ucraina e quella kazaka.

-        Il contesto prossimale vede la crisi italiana, nel contesto della crisi europea e della frattura Nord/Sud in particolare (atteso che quella Est/Ovest viene costantemente coltivata dagli Usa), mal curata dal “proconsole imperiale”[3] mandatoci per tenerci sotto controllo ed allineati. Questo agente seduto per ora sulla poltrona di Presidente del Consiglio deve necessariamente esibire i simboli della competenza, fonte unica della sua legittimazione pubblica, e dunque esaspera per ragioni strutturali e (per lui) ineludibili l’ambiguità della decisione e la ritualizza in modo esasperato. Il contesto prossimale è dunque quello della ferita mortale della democrazia che rende necessario esibire certezze e impedisce la critica (razionale). E che si nutre, nel processo di costruzione di consenso per via tecnica, di critiche irrazionali (o presentate tali) come suo necessario e utile contraltare. In altri termini, se io mi legittimo per l’essere competente e razionale ho strettamente bisogno di una rumorosa critica che non lo sia, questa dimostra la mia necessità. Ed in una pandemia, ovvero di fronte al rischio, questo dispositivo è particolarmente potente.

I tre contesti rendono di straordinaria difficoltà ogni decisione nel campo, agire male o meno bene di altri potrebbe comportare la sconfitta nel confronto storico con il competitore orientale (e, magari, lasciare come unica via residua il confronto militare diretto con mezzi tradizionali), allargare le fratture nel campo già pieno di tensioni europeo e nei rapporti con gli Usa, perdere il controllo politico del paese. Molte delle esitazioni e delle palesi irrazionalità nelle decisioni assunte in questi due anni sono riferibili a questi contesti.

 

In secondo luogo, è difficile prendere decisioni per effetto della meccanica stessa del sistema politico-istituzionale che dovrebbe prenderla. Fatto di governi deboli (anche quelli apparentemente forti), perché poco legittimati democraticamente (non formalmente, ma sostanzialmente[4]) nei quali convivono forze radicalmente diverse e che si erano presentati agli elettori sulla base di agende ora completamente tradite. Forze che vengono tenute a bada anche attraverso il lato simbolico delle decisioni prese.

 

In terzo luogo, lo rende difficile il contesto sociale degradato, da lungo e breve tempo, nel quale tutta la vicenda si muove. E le ondate di ben giustificata, ma egualmente controproducente, rabbia che sollevano al rango di argomenti ogni sorta di frammento, equivoco, resto.

 

Vediamo quindi la provenienza di questi discorsi che in questo contesto altamente degradato vengono ridotti a frammento, equivocati, e restano come ombre nel dibattito in corso.

Ci sono tre piani di critica razionale, tutti preesistenti alla vicenda pandemica ma mobilitati da essa perché questa ne è una applicazione quasi esemplare:

-        In primo luogo è da tempo attiva e vivace una critica alla direzione che ha preso da alcuni decenni la ricerca biotecnologica promossa dai grandi laboratori di ricerca pubblici e privati per ragioni che si collocano a cavallo del mercato e della ‘guerra ibrida’. Una ricerca che fa uso crescente di tecniche di manipolazione potentissime e potenzialmente rischiose. Tecniche di alterazione dei meccanismi cellulari ai livelli più minuti e che sono state elaborate per curare malattie (come il cancro), ma anche per essere potenziali armi (biologiche, appunto). Molti ricercatori, da anni, denunciano i limiti e rischi di queste tecniche potenti. D’altra parte molte speranze sono connesse ai loro possibili effetti (e, ad esempio, cure contro malattie gravissime sempre più mirate sono frutto di queste). Dunque il covid ha dato occasione per accelerare l’applicazione di alcune potentissime tecniche di manipolazione (non genetica, ma comunque potenzialmente rischiosa) sulle quali da tempo era viva la legittima critica. Alcuni studiosi e ricercatori qualificati è di questo che in effetti parlano quando avanzano dubbi e precauzioni.

-        In secondo luogo esiste un crescente allarme per la tecnicizzazione della medicina (che provoca anche una progressiva esplosione dei costi) che si riverbera in un eccesso di rilevanza del grande capitale e del rapporto tra la direzione della ricerca scientifica e le agende politiche soprattutto in senso geopolitico. Parecchie limitazioni nell’uso degli strumenti, nelle loro applicazioni e modalità d’uso sono riferibili questo piano.

-        In terzo luogo esistono correnti politiche liberali e libertarie le quali sono crescentemente preoccupate per la ripresa del protagonismo pubblico nelle sue diverse forme che in questi anni di crisi e screditamento dell’autogoverno automatico del capitalismo (crisi seguita al crack del 2007-8 e ai successivi tentativi di frenarne gli effetti con ampliamento della spesa pubblica, tentativi che hanno innescate tentativi insistiti di imporre austerità preventiva). Correnti che si mobilitano anche a partire dalla visione del successo relativo dei paesi illiberali concorrenti (come, in particolare, la Cina).

 

La prima direzione di critica, in sé del tutto sensata, si può nutrire di una reazione istintiva verso la modernizzazione, manifestandosi direttamente e genericamente come paura della scienza. Ma si può anche riferire, più correttamente, alla denuncia delle immancabili distorsioni nel rapporto tra mezzi e fini dato dall’azione degli interessi del capitale. Quindi può essere diretta a focalizzare il problematico rapporto tra scienza e capitalismo (rapporto nativo) e tra scienza e potere (anche più remoto).

La seconda direzione di critica ripercorre sul piano delle applicazioni mediche, ovvero dei risultati materiali ottenuti, le linee della critica precedente. Come questa può avere una dimensione reazionaria e antimoderna ma anche una del tutto sensata ed appropriata. Anzi necessaria.

La terza direzione si radica nelle tradizioni individualiste proprie della cultura politica ed antropologica occidentale e rappresenta il principale fattore di svantaggio competitivo dell’occidente stesso rispetto a forme di vita molto più comunitarie e rivolte alla tutela dell’interesse collettivo. Questa è quella che mi vede ostile.

 

Come si vede ci sono numerosi piani sui quali si potrebbe e si dovrebbe svolgere una critica serrata e senza alcuna remora della gestione tecnico-politica della pandemia. E rispetto ai quali manifestare una critica ai rischi delle tecniche ad altissimo investimento di capitale e ambiguo rapporto tra mezzi e fini delle odierne biotecnologie, una forte contestazione della direzione presa dalla medicina occidentale (che punta eccessivamente sulla tecnicizzazione del rapporto di cura), la gestione neoliberale delle soluzioni che aggirano sistematicamente l’estensione di reti di protezione e cura verso cittadini e famiglie, puntando eccessivamente su soluzioni coerenti solo con le due direzioni prima indicate.

 

Ma c’è un modo in cui non è utile e non si può fare: sbandierando un’inesistente libertà di gestire il proprio corpo senza tenere conto del legame sociale, alludendo a inesistenti complotti generici e interessi di attori onnipotenti e nascosti, prendendo i frammenti di senso e miscelandoli senza coerenza ed ordine.

Questo modo di criticare mostra bene la sfiducia e la paura del soggetto che lo svolge, ma non è utile se non a legittimare come razionale, quindi competente e affidabile, il ‘Proconsole’ e i suoi alleati.

 

Dunque lavora, senza saperlo, proprio per il suo nemico.



[1] - Bensì di risorse umane ed infrastrutture, che possono essere incrementate solo nell’arco di decenni (ed ovviamente facendo un gran bene alle aziende farmaceutiche che lo riforniscono).

[2] - Adam Tooze, “L’anno del rinoceronte grigio”, Feltrinelli 2020.

[3] - Cfr “Il proconsole imperiale: draghi, serpenti, vermi”, 10 febbraio 2021.

[4] - La distinzione è sempre difficile e scivolosa, ma a grandi linee è una ferita democratica il fatto che il Parlamento sia posto sotto sostanziale ricatto da forze interne ed esterne che gli presentano le scelte come ineluttabili e dettate da stretta necessità. Che su questa base si siano formati gli ultimi tre governi, in via sempre maggiore. Che nel tempo le agende politiche sulla cui base le elezioni del 2018 lo hanno formato siano state completamente sovvertite e tradite. Ciò sia nel M5S, come nella Lega e nello stesso PD (che allora era a guida renziana).

2 commenti:

  1. articolo invecchiato malissimo

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  2. Mi spiace, ma io ritengo tutto quanto scritto perfettamente corretto. Ancora oggi.

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